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IL MANIFESTO

Tortura: diventiamo civili, votiamo la legge

Il Fatto Quotidiano
26 06 2014

La tortura non è un reato. Non lo è in Italia dove il Papa ci ricorda che è almeno un “peccato mortale”. Ma è un reato secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo che ci condanna per l’ennesima volta.

Dimitri Alberti, un cittadino italiano della provincia di Verona, viene arrestato dai carabinieri in un bar. Quattro ore più tardi è in carcere con tre costole fratturate e un ematoma al testicolo sinistro che, secondo i giudici europei “appa­iono incom­pa­ti­bili sia con una condotta legale dei carabinieri che con la tesi, soste­nuta dai mili­tari, che Alberti se le fosse inflitte da solo”.

Quest’ultima frase la leggo sul Manifesto. Uno dei pochi quotidiani che riportano la notizia. Eppure oggi è la giornata internazionale a sostegno delle vittime di tortura, la Nazionale torna sconfitta dal Brasile: la stampa dovrebbe avere una distrazione in meno e più tempo per concentrarsi su questioni importanti.

Pare che anche Renzi sia uscito dall’aula del Senato per andarsi a vedere la partita. Adesso speriamo che rientrino tutti per votare una legge contro la tortura che in Senato è già passata, ma deve essere approvata alla Camera. Ce lo chiede l’Onu e ce lo ricorda l’Europa con l’ennesima condanna.

Siamo fuori dal mondiale del calcio, ma almeno cerchiamo di entrare nel mondo civile.

Ascanio Celestini

I gulag dei bambini profughi

Luca Celada, Il Manifesto
25 giugno 2014

In meno di un anno sono stati 50 mila i minori arrestati mentre tentavano di varcare la frontiera Usa. Vengono rinchiusi in prigioni-lager al confine di El Norte in condizioni disumane e a "tempo indeterminato".
Si pre­sen­tano alla fron­tiera soli, spesso dopo migliaia di chi­lo­me­tri di viag­gio fatti a piedi, da clan­de­stini su treni merci, in auto­bus.

Il Manifesto
25 06 2014

L'Italia con­dan­nata nuo­va­mente per vio­la­zione dell’articolo 3 che proi­bi­sce la tor­tura e ogni forma di trat­ta­mento inu­mano e degra­dante. La Corte Euro­pea ha con­dan­nato il nostro Paese per le vio­lenze subite dal signor Dimi­tri Alberti nel 2010 a Cerea in pro­vin­cia di Verona. Le vio­lenze sareb­bero state inferte dai Cara­bi­nieri. I giu­dici euro­pei hanno soste­nuto che le frat­ture alle costole e le lesioni ai testi­coli non fos­sero com­pa­ti­bili con il nor­male uso della forza. Inol­tre non vi sarebbe stata un’inchiesta giu­di­zia­ria effet­tiva. Il signor Alberti potrà ora avere un risar­ci­mento di com­ples­sivi 19 mila euro.

“La deci­sione della Corte Euro­pea – dichiara Patri­zio Gon­nella – que­sta volta riguarda diret­ta­mente un caso di dure vio­lenze. Dopo que­sta sen­tenza, dopo le parole del papa ci augu­riamo che subito, senza ten­ten­na­menti che sareb­bero col­pe­voli, si arrivi alla intro­du­zione per legge del delitto di tor­tura nel codice penale. Inol­tre chie­diamo che le mas­sime cari­che isti­tu­zio­nali si espri­mano a riguardo e diano segnali forti e ine­qui­vo­ca­bili con­tro gli abusi, la tor­tura e ogni forma di vio­lenza pubblica.”

Il Manifesto
17 06 2014

Istruzione. Torna in discussione nel Consiglio Comunale di Roma Capitale una delibera che istituisce una cabina di regia affidata alle associazioni cattoliche

Oggi pome­rig­gio torna in discus­sione nel Con­si­glio Comu­nale di Roma Capi­tale una pro­po­sta pre­sen­tata dal Con­si­gliere comu­nale G. de Palo lo scorso 12 giu­gno, dal titolo: “Nuove forme di col­la­bo­ra­zione scuola– fami­glia per pro­getti edu­ca­tivi da svol­gersi nell’ambito degli asili nido, delle scuole per l’infanzia” e oggi nuo­va­mente in esame.

Con que­sta deli­bera si vuole  isti­tuire – si legge nel testo —  una “cabina di regia che coin­volga il  Forum Nazio­nale delle Asso­cia­zioni dei Geni­tori nella Scuola (FORAGS) laziale e l’associazionismo fami­liare e geni­to­riale” per l’approvazione pre­ven­tiva dei “pro­getti didat­tici ed edu­ca­tivi ine­renti l’educazione sen­ti­men­tale /sessuale” negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia di Roma Capi­tale. Que­sta pro­po­sta, a nostro  giu­di­zio, ha l’obiettivo di pena­liz­zare l’autonomia e le com­pe­tenze degli organi col­le­giali degli isti­tuti sco­la­stici, isti­tuendo vere e pro­prie forme di “controllo”.

Per i no addetti ai lavoro:  il FORAGS, isti­tuito per favo­rire la con­sul­ta­zione dei geni­tori e miglio­rare la coo­pe­ra­zione tra Scuola e geni­tori, attual­mente nel Lazio conta su una rap­pre­sen­tanza di parte, essendo for­mato da 4 asso­cia­zioni di cui tre fanno rife­ri­mento espli­cito all’etica cat­to­lica: Asso­cia­zione Ita­liana Geni­tori, Asso­cia­zione Geni­tori Scuole Cat­to­li­che, Movi­mento Ita­liano Geni­tori, Coor­di­na­mento Geni­tori Democratici.

In Con­si­glio, la scorsa set­ti­mana la mag­gio­ranza si è spac­cata sulla deli­bera prima messa in discus­sione e poi  “momen­ta­nea­mente” accan­to­nata prima del voto per tro­vare un accordo tra le parti in Aula ed essere poi votata al ter­mine della seduta. Ma il prov­ve­di­mento in serata non e’ stato più licen­ziato e tor­nerà in discus­sione oggi pomeriggio.

Sel è com­patta nella valu­tare nega­ti­va­mente la pro­po­sta, men­tre il Pd si divi­derà tra chi voterà a favore e chi con­tro. Ad esem­pio, sul quo­ti­diano La Repub­blica del 13/06, un’esponente del Pd ha dichia­rato voto favo­re­vole alla deli­bera moti­vando la scelta facendo rife­ri­mento ai pro­pri figli e al desi­de­rio che essi ven­gano “edu­cati con prin­cipi di  una fami­glia nor­male”, legit­ti­mando un cri­te­rio di “nor­ma­lità” che spesso è alla radice di atteg­gia­menti discri­mi­na­tori, stig­ma­tiz­zanti ed esclu­denti verso le fami­glie “non stan­dard” ampia­mente pre­senti nella società odierna e quindi anche nelle scuole (mono­ge­ni­to­riali, divor­ziate, ricom­po­ste, allar­gate o omosessuali).

Alcune asso­cia­zioni romane (Archi­via, Scosse, La Casa inter­na­zio­nale delle donne) sta­mat­tina hanno inviato una let­tera al gruppo Pd del Comune, scri­vendo le nume­rose cri­ti­cità del testo in discussione,dalle pre­messe al deli­be­rato, e invi­tando a non soste­nere la delibera.

In primo luogo – scri­vono le asso­cia­zioni da anni impe­gnate nell’educazione sen­ti­men­tale e nelle pari oppor­tu­nità — è pro­fon­da­mente erro­neo affer­mare che “è dif­fusa nelle scuole la ten­denza a svi­lup­pare, orga­niz­zare e pro­porre pro­grammi didat­tici con­nessi al tema dell’educazione affettiva/sessuale senza una ade­guata comu­ni­ca­zione alle fami­glie”. Infatti in base alle nor­ma­tive esi­stente, sono gli organi col­le­giali pre­senti in ogni isti­tuto che appro­vano i piani for­ma­tivi; organi col­le­giali in cui, teniamo a ricor­dalo, sono pre­senti anche i rap­pre­sen­tanti dei genitori.

In secondo luogo, il rife­ri­mento all’articolo 18 della Dichia­ra­zione uni­ver­sale dei diritti dell’Uomo, all’articolo 14 della Carta euro­pea e a vari arti­coli della Costi­tu­zione ita­liana inse­riti dal con­si­gliere De Palo nella deli­bera risul­tano essere privi di signi­fi­cato in quanto non rispon­denti al con­te­sto di cui si parla, dal momento che nel nostro paese la libertà di scelta delle fami­glie in base a con­vin­zioni reli­giose e peda­go­gi­che è ampia­mente garan­tito. Esi­ste un’ampia offerta di istru­zione di ispi­ra­zione religiosa.

Si aggiunge poi un ulte­riore ele­mento assai pro­ble­ma­tico. Il con­te­sto sociale di rife­ri­mento per i bam­bini e le bam­bine così come per le ragazze e i ragazzi non deve essere limi­tato, come pro­pone invece il deli­be­rato, al cer­chio fami­liare. Il ruolo della scuola pub­blica affi­dato a edu­ca­trici, mae­stre e inse­gnanti – per­so­nale com­pe­tente e for­mato — è anche quello di pro­muo­vere una società plu­rale, tol­le­rante e aperta, con valori con­di­visi in cui ognuno possa rico­no­scersi. Que­sto ha per­messo di pro­muo­vere nel corso degli anni, tra le altre, anche atti­vità con­si­de­rate alta­mente inno­va­tive, come quelle ine­renti l’integrazione della disa­bi­lità e l’intercultura.

Inol­tre occorre ricor­dare che oggi il FORAGS ha una fun­zione sem­pli­ce­mente con­sul­tiva su richie­sta della Dire­zione Gene­rale, all’interno dell’Ufficio Sco­la­stico Regio­nale del Lazio, e non rien­tra in alcun modo nelle sue com­pe­tenze il potere deci­sio­nale in mate­ria corsi di for­ma­zione degli inse­gnanti. Una simile attri­bu­zione lede­rebbe, quindi, l’autonomia sco­la­stica e la libertà dei docenti minan­done l’autorevolezza.

La let­tera delle asso­cia­zioni si con­clude con un acco­rato appello a lasciare alle scuole la libertà di sce­gliere i pro­pri per­corsi for­ma­tivi in base alle neces­sità del con­te­sto spe­ci­fico e a boc­ciare la deli­bera, per  difen­dere la scuola laica e per valo­riz­zare le dif­fe­renze e le plu­ra­lità che arric­chi­scono la nostra società.

Monica Pasquino, Pre­si­dente dell’associazione Scosse

Incontro alla casa internazionale delle donne di Roma

Il Manifesto
30 10 2013

L'Italia è quello strano Paese dove moralismo e perbenismo possono fare la differenza anche in positivo. Qui un senatore come Giovanardi (Pdl), di fronte a uno stupro di gruppo verso una minorenne, può dire apertamente che essendo la sessualità «uno dei tanti beni di consumo», non ci si può scandalizzare «se i ragazzi non si rendono neppure conto dell'inaudita gravità di certi comportamenti». Mentre la senatrice Fattorini (Pd) può ardire, nell'appoggiare il «pacchetto sicurezza» da poco passato in parlamento, che «la donna è una vittima che, paradossalmente, è tale perché diventata troppo forte».

Di certo il cosiddetto decreto femminicidio, convertito in legge 15 giorni fa, ha fatto chiarezza tra chi dice «no», chi accarezza l'idea che così va bene, e chi invece non ne vuole sapere. Spartiacque che tra le femministe di Paestum ha prodotto un forte dibattito e la stesura, da parte di alcune, dell'appello «Non in mio nome» a cui sono arrivate molte adesioni, e che adesso promuove un'assemblea pubblica per domani a Roma (ore 17,30 alla Casa Internazionale delle donne in via della Lungara, 19), per «pensare insieme a prossime azioni politiche, in un quadro di provvedimenti che utilizzano il corpo delle donne per intervenire sulla vita di tutte e di tutti». Un dibattito acceso che, per esempio, all'interno di Snoq ha decretato una scissione pubblica tra le «Libere» e la «Factory», con le prime a favore delle normative del decreto, e l'altra fortemente critica.

Eppure non serve una rassegna stampa per dire che con le nuove normative le donne continuano a morire e a essere massacrate: una legge presentata come una «bacchetta magica» contro il femminicidio, con una storia però che non comincia qui. «È dal 2007 che va avanti il nesso tra politiche securitarie e violenza sulle donne - dice Anna Simone, sociologa del diritto e ricercatrice a Roma Tre - quando ci fu lo sgombero del campo rom a Tor di Quinto voluto dall'allora sindaco Veltroni dopo l'uccisione di Giovanna Reggiani. In quel momento la strumentalizzazione sul corpo delle donne e la costruzione del consenso politico su questo, portò alle misure d'urgenza dell'allora ministro dell'interno Maroni che, a partire dalla violenza sulle donne, puntava all'espulsione degli immigrati, eludendo i dati dell'Istat che proprio in quel momento dicevano che la violenza in Italia era soprattutto agita da italiani e in casa. Un decreto che fu epurato da quella mostruosità, ma che è in stretta relazione con quello che succede adesso, sebbene ora il governo abbia capito che si tratta per lo più di violenza domestica».

Per Anna Simone, che è anche una delle promotrici dell'incontro «Non in mio nome» a Roma, la manifestazione che ci fu nel 2007 portò in piazza 150 mila donne e aveva la stessa motivazione nel contestare il nesso tra violenza sulle donne e intervento securitario: «Quello che si sta facendo oggi - conclude - sui corpi delle donne ma anche su quelli dei gay, delle lesbiche, e sui corpi dei migranti, sono politiche di facciata che prescindono dai diritti reali di queste persone. Ed è per questo che si parla di vittime sia sul femminicidio, che a Lampedusa, o per l'omofobia, perché la messa in tutela non cambia nulla del tessuto culturale che è invece il nodo del problema». Un fattore che in Italia ci si guarda bene dall'affrontare anche perché in tempi di crisi servono soldi e finanziamenti certi, investimenti per un proficuo cambiamento culturale, sbandierato da molti ma solo in teoria.

Il funerale in contumacia

Il Manifesto
23 10 2013

Funerali senza bare né superstiti per le vittime del naufragio di Lampedusa. Contestato il ministro Alfano. Alla cerimonia di Agrigento non ha partecipato per protesta il sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini. Il governo delle larghe intese tocca il fondo

«Faremo funerali di stato per le vittime di quello che è avvenuto, sono tutte scelte che stanno in una logica di compartecipazione a una sofferenza drammatica, una tragedia immane, che in queste dimensioni non è mai accaduta nel Mediterraneo. Le parole che abbiamo detto a tutti coloro che abbiamo incontrato in questi giorni sono anche le parole di scuse per le inadempienze del nostro paese rispetto a una tragedia come questa».
Queste le parole pronunciate da Enrico Letta il 9 ottobre scorso. Ma quello che si è svolto ad Agrigento su di un molo che non ha visto, per fortuna, mai approdare cadaveri di migranti, non è stato un rito funebre ma una semplice cerimonia che ricorda chi è morto traversando il mare. Una cerimonia «in absentia» delle bare, in contumacia, verrebbe da dire, dato che quei corpi erano rei del reato di immigrazione clandestina. Seppellito in località segreta, per ora, il corpo di Priebke, sepolti in loculi sparsi e spersi per la Sicilia con un numero al posto della lapide, i corpi dei migranti.
A questo squilibrato parallelo la cerimonia avrebbe voluto porre il sigillo, silenziare con la presenza del Governo le polemiche legate alla mancanza di rispetto dovuta alla tragedia che ha colpito centinaia di famiglie di qua e di là dal Mediterraneo. E qui si svela il volto ipocrita ma soprattutto la fragilità dei poteri costituiti, che mettono la sordina allo scandalo della mancata accoglienza senza nemmeno il coraggio di un riconoscimento, di un riguardo, per le vittime, come invece il funerale di Stato avrebbe mostrato.
Rispetto e riguardo hanno la stessa radice, significano «guardare due volte», per accorgersi che il volto che hai di fronte è il tuo stesso volto, il corpo nella bara è il tuo stesso corpo che solo un caso fortuito ha voluto avesse un altro destino. Ma è proprio questo riconoscere che è mancato, che si è fatto mancare: un funerale, un rito funebre dinanzi alle bare, ne avrebbe invece dato testimonianza. Ma è possibile il riconoscimento dell'alterità migrante quando sono in gioco equilibri politici così fragili come quelli che oggi governano il nostro paese? Sarebbero veramente stati possibili funerali, addirittura di Stato, ancora vigente la Bossi Fini? La risposta è chiara, e la cerimonia di Agrigento è solo l'ombra di ciò che avrebbe dovuto essere e non è stato.
Le parole che il Ministro degli Interni, contestato da alcuni rappresentanti delle associazioni di accoglienza dei migranti e portato via, ha pronunciato rispetto alla «difesa delle nostre coste», chiudono la porta a quella riforma della legge sull'immigrazione che, nello stesso momento, a Roma, il Sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini e il Senatore Luigi Manconi chiedevano al Presidente della Repubblica.
Agrigento è una occasione mancata anche perché mancavano i parenti delle vittime, che la pelosa protezione di Stato non ha voluto portare il quel luogo, mentre, invece, erano presenti emissari di quei governi da cui molti, tutti, sono scappati e dunque, per evitare tardivi riconoscimenti e altri drammi, i profughi sono stati lasciati nei Centri di Accoglienza.
Il presidente dell'associazione Habeshia, che si occupa dell'assistenza dei profughi eritrei in Italia, Mussie Zerai, ha scritto una lettera alla ministra Kyenge per chiedere urgentemente un incontro: «L'ambasciatore eritreo e i suoi funzionari si aggirano indisturbati a Lampedusa tra i richiedenti asilo, raccogliendo dati e fotografie per la schedatura dei fuggitivi senza che nessuna autorità italiana intervenga», mentre l'Associazione Culturale Askavusa di Lampedusa sceglie di restituire «al Presidente della Repubblica le medaglie al valore che l'isola aveva ricevuto nel 2011 e 2012», con la motivazione che troppa è la distanza tra ciò che si promette e ciò che si mantiene. Un paradosso tra gli altri, come paradossale è l'aiuto che si continua a fornire a questi governi senza che la politica estera dell'Italia prenda in minima considerazione la precondizione dei rispetto dei più fondamentali diritti umani.
Il prossimo Consiglio europeo sarà dedicato ai temi dell'immigrazione, e se non si darà spazio sufficiente a questi problemi l'Italia non sarà soddisfatta; così ancora ha dichiarato il premier Letta insieme al suo omologo greco. Vedremo presto se alle parole seguiranno i fatti e quali.

Caccia grossa al "No Tav", ora tutto è "zona rossa"

Andrea Colombo, Il Manifesto
15 ottobre 2013

Chi viola il divieto di entrare in siti protetti da interesse militare dello Stato è punito con detenzione da tre mesi a un anno. Era così da tempo, a norma di art. 682 del Codice penale Ma solo da pochi giorni il divieto, e la pena, si estendono a qualsiasi sito o edificio sia in quel momento considerato off limits "per ragioni di sicurezza pubblica".
Giuliano Santoro, Il Manifesto
11 ottobre 2013

L'approvazione in commissione giustizia, nella serata di mercoledì scorso, di un emendamento di due senatori del Movimento 5Stelle contro il reato di clandestinità ha fatto scendere il gelo nelle stanze del quartier generale milanese della Casaleggio associati.

La Libia non c'è più, ormai si è somalizzata

Tommaso Di Francesco, Il Manifesto
11 ottobre 2013

Per capire l'evolversi della crisi libica abbiamo intervistato Angelo Del Boca, storico del colonialismo italiano e massimo esperto internazionale della Libia.
Come giudica il sequestro da parte delle milizie armate del primo ministro libico Ali Zeidan, poi liberato?

Omosessualità e famiglia

Sarantis Thanoplus, Il Manifesto
6 ottobre 2013

La famiglia idilliaca de "Il Mulino Bianco" che Barilla ci propina con la sua pubblicità non è un falso innocente volto solo a invogliarci a spendere: è espressione di una cultura di cui lui per primo è imbevuto e dalla quale la sua posizione sociale e imprenditoriale è indissolubile ...

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