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IL MANIFESTO

L'insostenibile ministra Lorenzin

Ivan Cavicchi, Il Manifesto
17 settembre 2013

Nella relazione annuale presentata al parlamento sull'IVG (interruzione volontaria della gravidanza) c'è qualcosa di inesplicato. Non convince affatto la lettura che ne offre la ministra Lorenzin.
Cosa vuol dire che c'è "congruità" tra l'aumento del numero degli obiettori di coscienza e la riduzione del numero degli aborti?

Non è violenza di genere

Sarantis Thanopulos, Il Manifesto
31 agosto 2013

Spesso definizioni poco appropriate di un fenomeno hanno la meglio su definizioni più rigorose perché appagano la pigrizia con cui ci si difende dalla complessità della vita. A volte il danno è minimo, altre volte, invece, nascono fraintendimenti pericolosi.

Un'amnistia che guardi al futuro

Livio Pepino, Il Manifesto
29 agosto 2013

Hanno ragione Manconi e Anastasia a sostenere, sul manifesto di ieri, che le contingenze politiche e gli interessi personali del cavaliere di Arcore non devono mettere il silenziatore al dibattito su amnistia e indulto, aperto da tempo (seppur sotto traccia) e che ha subìto un'impennata (in qualche modo un abbraccio mortale) con l'improvvida forzatura operata da amici e commensali di Silvio Berlusconi nella spasmodica ricerca di assicurargli salvacondotti o impunità.
Il Manifesto
27 agosto 2013

Caro sindaco Ignazio Marino,
Le scriviamo in merito ad un fatto molto grave che si è recentemente verificato nella Sua città. Una comunità di famiglie Rom di origine serba è fuggita,

Una società frigida

Sarantis Thanopulos, Il Manifesto
8 giugno 2013

Secondo NHS Choices (organo di informazione del Servizio Sanitario Britannico) metà delle donne hanno problemi sessuali. Il problema più comune è la difficoltà di eccitazione. Dieci anni fa un articolo del BMJ (Giornale dell'Associazione Medica Britannica) ammoniva che il termine "disfunzione sessuale femminile" era costruito ad arte per favorire l'industria farmaceutica.

Le architetture mobili dell'identità

Alessandra Pigliaru, Il Manifesto
25 maggio 2013

Ci sono dei libri che restituiscono la temperie culturale e politica del proprio tempo, che entrano nella scena a tenere le fila di un dibattito da riordinare e poi altri che si impongono a fare la differenza e quel tempo lo scrivono perché sanno scandirlo. In questa ultima categoria rientrano certamente i libri di Judith Butler, filosofa e femminista statunitense tra le più note e influenti del panorama internazionale.

Fermare la violenza, non la Rete

Il manifesto
06 05 2013

Intervista alla presidente della Camera Laura Boldrini: «Nessun bavaglio a Internet, ma un tavolo per discutere». «Non ho mai parlato di anarchia del web o di leggi per limitarne la libertà. Il problema della violenza sulle donne è culturale».

È più di un anno che si parla di femminicidio in Italia ma le donne continuano a essere uccise con movente di genere. In 48 ore sono state trovate massacrate Alessandra Iacullo (30 anni), Chiara Divita (28), Michela Fioretti (41), Ilaria Leone (19). Venerdì vicino Bari Maria Chimenti di 55 anni, è stata trovata morta insieme alla figlia Letizia (19), uccise con colpi di pistola alla testa mentre riposavano nelle loro camere, mentre il figlio Claudio (24) è in coma irreversibile: una dinamica che ha fatto supporre che la strage fosse stata compiuta dal marito della donna, Michele Piccolo (55), affogato in piscina.

Fatti che dimostrano come malgrado si sia parlato tanto di violenza contro le donne, malgrado sia venuta in Italia la special rapporteur dell'Onu, Rashida Manjoo, e malgrado le raccomandazioni che l'Onu ha fatto all'Italia, e su cui dovremo rispondere a luglio, il nostro Paese non ha ancora chiara la percezione della violenza sulle donne e quindi non agisce nella giusta direzione per fermarla. Ne abbiamo parlato con la presidente della Camera Laura Boldrini, che insieme alla ministra dell'integrazione Cecile Kyenge, invece di stare zitta ha reagito con fermezza agli insulti e alle calunnie a sfondo sessista e razzista subiti in questi giorni.

Kyenge, ha detto che quelle parole la «feriscono» ma non la «fermano», dichiarando con fierezza che lei non è «di colore» ma «nera». Boldrini ha preso in mano la situazione respingendo gli attacchi che l'hanno trasformata da bersaglio politico a bersaglio di genere (più facile, tanto è una donna), sia attraverso la denuncia - la procura di Roma ha aperto un fascicolo sulle minacce che la riguardano - sia dicendo pubblicamente cosa stava succedendo.

«Quello che ho voluto fare - dice Boldrini - è stato non subire questo attacco nei miei confronti ma renderlo noto, perché è un'azione che va a vantaggio di un tema fin troppo sottovalutato, e cioè quello della violenza sulle donne che è anche nel web. E non si tratta di burle, scherzi, ma di una violenza che non viene riconosciuta come tale».

Boldrini spiega che il punto non è limitare il web o imbavagliare la libertà di espressione, ma affrontare la violenza e la discriminazione contro le donne nella sua giusta dimensione, un fatto che qui in Italia sembra ancora lontano. «Ho detto come stavano le cose pubblicamente perché come donna che ricopre un ruolo istituzionale ho il dovere di affrontare questo problema in maniera adeguata, in quanto non tocca solo me ma tutte noi. Sinceramente - continua - non ho mai parlato né di anarchia del web né di leggi per limitare la libertà della rete, ma solo di voler arginare la violenza verso le donne anche nel web.

Il mio obiettivo è limitare la violenza ovunque essa sia, dando voce a chi non ce l'ha. Per questo propongo un tavolo con chi ha a cuore la libertà della rete e le associazioni delle donne che conoscono la violenza e la discriminazione. Al centro c'è un problema culturale che riguarda sia gli uomini che le donne, e questo non può essere scambiato per censura perché la tutela di soggetti esposti è un problema da affrontare nel suo insieme, se si vuole risolvere davvero». Una dichiarazione, questa di Boldrini, che rettifica anche il titolo apparso su Repubblica l'altro ieri che in cima alla sua intervista riportava «anarchia del web», sebbene questa parola non fosse presente nel testo.

La realtà è che oggi Boldrini difende tutte da un linguaggio violento e machista che sul web e sui social network è proliferato, con truppe che sembravano organizzate ad hoc. Attacchi collaudati che non riguardano solo lei, ma tutte noi, con fake che negano la violenza, il femminicidio, che chiamano le attiviste nazifemministe, anche con offese e minacce esplicite. La violenza del linguaggio è ovunque e quello che si chiede non è una moralizzazione ma il diritto a non subire questa violenza sempre, perché non percepire la violenza nella sua giusta dimensione, è appoggiare la cultura dello stupro di cui si nutre.

Luisa Betti

Caso Lander, estradizione nelle mani della Corte

Il Manifesto
16 04 2013

Oggi la Corte di Cassazione dovrà decidere se confermare o meno la sentenza emessa dalla Corte d'appello di Roma favorevole alla richiesta avanzata dal governo spagnolo di estradare il 32enne Lander Fernandez Arrinda, militante dell'indipendentismo basco da oltre 10 mesi costretto agli arresti domiciliari nella sua residenza romana con l'accusa, ancora non suffragata da prove, di essere un militante dell'Eta.

La forte campagna nata a sostegno di Fernandez ha promosso lo scorso 6 aprile un'iniziativa di discussione su tortura, dispersione e lunghe pene ai danni dei prigionieri politici baschi; un partecipato evento in cui sono intervenuti Olivier Peter (Behatokia - Osservatorio basco sui diritti umani) e Josean Fernandez (Herrira, l'associazione che promuove iniziative in favore dei diritti dei detenuti politici baschi), ai quali abbiamo chiesto un parere sul trattamento riservato a Ines De Rio, la militante basca condannata a oltre 3mila anni di carcere a causa della dottrina Parot, il cui caso è stato portato davanti la Corte europea dei diritti dell'uomo lo scorso 20 marzo, e sulle recenti morti di due prigionieri politici baschi, Angel Figueroa e Xabier Lopez Peña.

«Herrira è un movimento popolare, e come tale non guarda ai fatti di Strasburgo da un punto di vista giuridico, ma basa la propria lotta seconda una prospettiva di movimento che sia capace di sensibilizzare ampi settori della società: segmenti politicizzati e non, ma che siano comunque propensi a collaborare per porre fine, una volta per tutte, alla persecuzione dei militanti baschi» dice Josean, che riferendosi poi al caso delle morti dei due presos aggiunge: «Nulla che non ci sorprenda, purtroppo. Queste due morti, come tante altre, sono frutto della politica penitenziaria di Madrid; i detenuti vengono trattati come cani, senza possibilità di comunicazione e informazione per i parenti che ne chiedono notizia».

Anche per il giovane avvocato Peter, 27enne e membro del Collegio che ha presentato la discussione sul caso Del Rio a Strasburgo, le due morti non sono una macabra fatalità. «In Spagna vige uno stato d'eccezione nei confronti dei prigionieri politici; per cui non è un caso se la situazione penitenziaria iberica, insieme a quella francese e italiana, è tra le più raccapriccianti. Ciò che di buono può emergere dall'udienza di Strasburgo è che la Corte europea ha confermato all'unanimità che la dottrina Parot è un esercizio giuridico anticostituzionale, cosa che invece non aveva ammesso il Tribunale costituzionale di Spagna nonostante tale convinzione fosse stata votata con una maggioranza molto stretta».

Un giudizio che lascia ben sperare in vista della decisione che la stessa Corte renderà nota nei prossimi mesi, ma che potrebbe soprattutto significare un importante precedente nella lotta per l'affermazione dei diritti dei detenuti politici baschi. «Un po' come ci auguriamo possa essere fatto con il caso Lander», aggiunge Olivier Peter, «poiché la Spagna investe sulla sua estradizione una campagna molto più ampia volta a dimostrare che il pugno di ferro contro l'indipendentismo basco si muove anche attraverso operazioni di criminalizzazione e carcerazione preventiva».

Una storia infinita, questa sembra l'odissea di Lander Fernandez Arrinda; ma intanto la macchina di solidarietà sembra aver scavalcato i confini romani. La lotta di Lander, come quella degli altri prigionieri politici baschi, sembra oggi aver stimolato l'interesse di associazioni e realtà politiche desiderose di implementarne il dibattito in una dimensione pubblica.

Acqua pubblica, obiettivo Europa

Il Manifesto
22 02 2013

Superata la soglia del milione di firme per l'iniziativa dei cittadini europei. Nella sola Germania raccolte 900 mila adesioni, ma l'Italia è a 25 mila, lontana dalla soglia minima

L'Iniziativa dei cittadini europei (Ice) sull'acqua pubblica - presentata alcuni mesi fa dal sindacato europeo dei servizi pubblici (Epsu) - è in dirittura d'arrivo. È stata infatti superata la soglia di un milione e 100 mila firme raccolte in Europa. Ma l'Ice non è ancora valida, in quanto la maggior parte delle firme, più di 900 mila, sono state raccolte nella sola Germania ed è necessario, oltre a raccogliere almeno un milione di firme, superare soglie minime, rapportate alla popolazione di ciascun Paese, in almeno sette Paesi europei. Finora questa soglia è stata passata in Germania, Austria e Belgio, mentre mancano a quest'appuntamento gli altri Paesi, compreso il nostro. In Italia finora sono state raccolte circa 25 mila firme complessivamente, sommando sia quelle on-line che le cartacee, e ci manca ancora un buon pezzo di strada per arrivare alla nostra soglia minima, fissata in 55 mila adesioni e, ancor più, alle 130 mila che abbiamo individuato come nostro obiettivo per contribuire al risultato da raggiungere in Europa.
Abbiamo ancora tempo davanti a noi, perché si può firmare fino alla fine del mese di ottobre: ciò non toglie che occorre dare una svolta al nostro impegno, mettersi alle spalle una certa sottovalutazione che abbiamo avuto rispetto a quest'iniziativa e alla sua efficacia e darsi il traguardo, più che ragionevole, di arrivare a passare le 55 mila firme, primo nostro obiettivo, entro la fine del mese di marzo. Sarebbe un bel modo di festeggiare la Giornata mondiale dell'acqua, che, come tutti gli anni, si svolgerà il 22 marzo.

Un bene comune continentale
Il primo punto di valore dell'iniziativa dell'Ice per l'acqua pubblica in Europa sta - insieme agli effetti concreti che essa può produrre - nel fatto che con essa si può cominciare a costruire un vero movimento per l'acqua pubblica su base continentale. In Europa, infatti, negli ultimi anni ci sono state molte iniziative attorno all'idea che l'acqua sia un bene comune da sottrarre alle logiche del mercato e che la gestione del servizio idrico debba rimanere in mano pubblica: basta pensare alla vittoria referendaria nel nostro Paese nel giugno 2011, alla ripubblicizzazione del servizio idrico a Parigi nel 2010 o ai referendum svoltosi a Berlino nel 2011 e a quello autogestito di Madrid del 2012, entrambi in direzione della ripubblicizzazione del servizio idrico. Ma non c'è dubbio che si avverte la mancanza di un soggetto unitario, capace di mettere insieme tutte le realtà che lavorano per l'acqua pubblica e in grado di farsi portatore di queste istanze nei confronti delle istituzioni e degli organi di governo dell'Unione europea, in un quadro in cui - soprattutto da parte di questi ultimi - continuano ad essere forti le intenzioni di privatizzazione dei servizi pubblici, e anche di quello idrico. Ebbene, la buona riuscita dell'Ice, a partire dal fatto di raccogliere ben di più del milione di firme necessarie, significa anche costruire le gambe per costruire effettivamente la "Rete europea dei movimenti per l'acqua", ipotesi avanzata già da tempo e a più riprese (da ultimo a Firenze nel novembre scorso), ma che finora è stata più confinata nel campo delle buone intenzioni che in quello della realizzazione concreta. Penso alla Rete europea dei movimenti per l'acqua come ad un luogo reale di discussione, ma anche di iniziativa e mobilitazione che abbia come orizzonte la possibilità di produrre un'inversione di tendenza nelle politiche europee sull'acqua e sul servizio idrico, anche in termini paradigmatici rispetto all'insieme dei servizi pubblici. Da questo punto di vista, fa ben sperare il grande successo che ha avuto la raccolta delle firme sull'Ice per l'acqua pubblica in Germania e in Austria: come ci raccontavano i sindacalisti tedeschi alcuni giorni fa, lì la raccolta delle firme è stata sul serio il prodotto di una mobilitazione popolare, che è andata al di là della stessa iniziativa sindacale, e ha coinvolto un gran numero di organizzazioni e associazioni, nonché l'attivazione di forze ed energie presenti nella società. Un po', insomma, com'è stato per i referendum del 2011 qui da noi.

Il modello sociale europeo
Ci sono poi almeno altre due questioni rilevanti che l'iniziativa dell'Ice sull'acqua pubblica evoca. La prima si riferisce al tema per cui parlare di acqua pubblica significa parlare del modello sociale europeo, contribuire a mettere in campo un'idea alternativa alle politiche recessive e liberiste che hanno dominato gli orientamenti dell'Unione europea a trazione tedesca che abbiamo conosciuto negli ultimi anni. Si fa un gran parlare, anche nella campagna elettorale nel nostro Paese, di quella che sarebbe una distinzione fondamentale delle forze in campo tra europeisti e populisti, ma ci si dimentica troppo facilmente che, anche in Europa, dentro la crisi, è in corso una scontro tra chi propone le ricette liberiste, basate su un'inesistente capacità autoregolatoria del mercato, e chi avanza una prospettiva per cui definanziarizzazione dell'economia e affermazione dei beni comuni, dei diritti sociali e del lavoro costituiscono gli assi di riferimento per confermare e aggiornare il modello sociale europeo. La battaglia per l'acqua bene comune e per la gestione pubblica del servizio idrico si inscrive in questo secondo campo e può dare un impulso significativo a farlo avanzare, anche innovandone i contenuti. L'altro tema è quello della democrazia: per quanto imperfetto, lo strumento dell'Ice è l'unico attualmente esistente che può far sentire direttamente la voce dei lavoratori e dei cittadini in Europa, che consente la promozione di un'iniziativa "dal basso" in una realtà - quella europea - in cui, per usare un eufemismo, c'è un grave problema di legittimazione democratica delle scelte che vengono prese dagli organi di governo dell'Unione europea. Anche da questo punto di vista, non si può non vedere come la questione della democrazia, e di sue forme nuove e più avanzate, si lega strettamente ed è parte essenziale di un progetto che vuole sconfiggere le impostazioni neoliberiste e costruire un'idea alternativa di Europa per uscire dalla crisi in cui queste ultime l'hanno cacciata.

Il referendum annacquato
Infine, non mi è possibile chiudere queste brevi riflessioni senza accennare ad altre due questioni assolutamente rilevanti e che hanno a che fare anche con la raccolta delle firme per l'Ice sull'acqua pubblica. Intanto, continua ad essere molto aspro lo scontro nel nostro Paese relativamente al rispetto dell'esito referendario sull'acqua pubblica del giugno 2011. Siamo in presenza di un nuovo pesante attacco, che vorrebbe completamente stravolgere il secondo referendum sull'acqua, quello che ha abrogato la possibilità di far profitti sul servizio idrico, proveniente dall'Authority dell'energia elettrica e del gas, che, con l'approvazione del nuovo metodo tariffario, rende evidente il fatto di essere sostanzialmente portatrice degli interessi dei soggetti gestori (del resto, sono loro che ne finanziano il funzionamento!). È evidente che questa questione non riguarda solo il movimento per l'acqua, ma investe tutto quell'ampio schieramento sociale e politico che ha sostenuto i referendum del 2011, così come è chiaro che un forte risultato di raccolta delle firme per l'Ice nel nostro Paese significa, anche per questa via, riaffermare che la volontà popolare non può essere messa in discussione.

Un sindacato transnazionale
Da ultimo, una buona riuscita della raccolta delle firme per l'Ice significa anche rafforzare un processo per cui il movimento sindacale possa iniziare a pensarsi e a lavorare come reale soggetto sovranazionale e in grado di intervenire realmente nella dimensione europea. Dopo l'iniziativa del sindacato europeo del 14 novembre scorso contro le politiche di austerità, che ha visto una mobilitazione comune e diffusa nei vari Paesi europei, c'è bisogno di compiere un ulteriore salto di qualità e la costruzione di iniziative comuni e di dimensione europea, com'è l'Ice promossa dal sindacato europeo dei servizi pubblici, può essere un ulteriore utile passo avanti in quella direzione.
Insomma, ci sono tante buone ragioni per sostenere e firmare l'Ice per l'acqua pubblica: facciamolo rapidamente e moltiplichiamo l'impegno per raggiungere anche in Italia il risultato che ci siamo prefissi.

* Fp-Cgil nazionale

 

Natale sotto terra per i minatori sardi

Il Manifesto
27 12 2012

Alla ex Rockwool i lavoratori passano le feste murati in una galleria della miniera di Monteponi. Oggi incontro in Regione dove sono in presidio permanente i «Figli della crisi». Solidarietà e adesioni si moltiplicano

Natale di lotta per gli operai ex Rockwool di Iglesias, asserragliati nella galleria Villamarina della miniera di Monteponi, i cui ingressi sono stati murati alcuni giorni fa. Una giornata di festa e di protesta, all'insegna della speranza e della solidarietà. Il 25 mattina hanno ricevuto la visita del vescovo di Iglesias, Giovanni Paolo Zedda. Nel piazzale antistante l'ingresso della galleria occupata, insieme con i lavoratori ci sono anche i giovani che sostengono la lotta dei genitori. Cristian Strina, laurea in Scienze politiche e in procinto della specialistica, è il figlio di Nunzio, ex minatore Bariosarda passato poi alla fabbrica di lana di roccia della Rockwool. «Cristian ha seguito tutte le nostre battaglie - ha raccontato il padre Nunzio - Sulla nostra protesta all'università lui ci ha fatto un esame e ora si occuperà di noi anche nella tesi specialistica».

A dare solidarietà anche tanti cittadini. L'attenzione ora è tutta rivolta all'incontro che si svolgerà oggi nella sede dell'assessorato regionale dell'industria a Cagliari. Vertice al quale parteciperanno i delegati dei lavoratori e che dovrebbe servire a tastare la possibilità di un l'accordo sulla stabilizzazione delle maestranze ex Rockwool, attualmente in mobilità.

La mobilitazione per salvare dal crollo l'apparato industriale del Sulcis getta un ponte tra le generazioni. Hanno trascorso il Natale sotto il palazzo del consiglio regionale i «Figli della crisi», i giovani del Sulcis che hanno deciso di presidiare, nelle tende e nei gazebo, il palazzo dell'assemblea legislativa sarda sino al 2 gennaio. Tanta solidarietà dalla gente, poca per ora dalla politica. I ragazzi hanno organizzato la protesta per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla crisi pesantissima del loro territorio. «Le persone si fermano - spiega Ivano Sais, ventiduenne di Villamassargia, portavoce della protesta dei «Figli della crisi» - ci portano di tutto, capiscono la nostra rabbia. Qui ci alterniamo, siamo una cinquantina, ma le adesioni stanno aumentando, non solo dal Sulcis».

Per domani si sta organizzando un'iniziativa con operai, artigiani, commercianti. «E poi siamo sempre in contatto con i lavoratori della Rockwool che stanno lottando come noi - dice ancora Ivano Sais - A casa i nostri genitori ci seguono con preoccupazione, ma anche tanto orgoglio. Sono ovviamente giù, avrebbero voluto passare con noi le feste, ma condividono la nostra decisione. Dobbiamo stare qui, lottare e far capire che questa è la nostra terra e da qui non vogliamo essere costretti ad andare via».

Insomma, in Sardegna la giornata festiva non ha fatto dimenticare la crisi. Che è drammatica, con tante aziende in difficoltà o chiuse, oltre 20 mila i cassintegrati e una disoccupazione che supera il 15 per cento. Le difficoltà sono grandi in tutta l'isola. Nel Nord, a Porto Torres, la giornata del 25 dicembre è stata segnata dalla manifestazione dei lavoratori Vinyls: davanti alla torre aragonese - che per oltre un anno è stata un simbolo, insieme con «L'isola dei cassintegrati», dove nel carcere dell'Asinara hanno vissuto gli operai che hanno cercato di far vivere gli impianti - è stata appesa una croce al «Disoccupato ignoto». Nel centro Sardegna, nella zona industriale di Ottana, si vivono le ansie per un lavoro che, senza infrastrutture ed energia, è legato alla precarietà.

Per tornare alla Rockwool, l'incontro di oggi potrebbe aprire un tavolo di trattativa decisivo. Dai delegati della Rsu parte un segnale di apertura verso la Regione e l'assessore dell'industria, Alessandra Zedda: «Sentiremo le proposte dell'esecutivo regionale - spiegano Salvatore Corriga e Ignazio Pala, delegati Rsu Cgil e Cisl - Siamo aperti al dialogo e al confronto, ma chiediamo la massima trasparenza. Vogliamo il rispetto degli accordi siglati quando gli operai della Rockwool sono stati messi in mobilità. E cioè la loro ricollocazione in una azienda partecipata dalla Regione Sardegna». Gli operai che si sono murati dentro la miniera annunciano: «Dalla galleria si esce soltanto quando ci sono atti concreti, altrimenti restiamo qui». Una strada tutta in salita, un altro tentativo di fare argine a un collasso del tessuto industriale che in Sardegna ha assunto le dimensioni di un disastro.

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