IL MANIFESTO

Donne in piazza contro lo stupro

Il Manifesto
21 12 2012

Dopo la violenza di gruppo a New Delhi contro una studentessa 23enne, proteste di massa in tutto il paese, in una spontanea esplosione di indignazione e di rabbia. Decine di migliaia scesi in piazza ieri.

Decine di migliaia di persone hanno manifestato ieri a New Delhi e in altre città indiane, in una spontanea esplosione di indignazione e di rabbia provocata dall'ennesimo caso di violenza sessuale. Un episodio particolarmente brutale: la vittima è una giovane donna, una studentessa 23enne ora ricoverata in ospedale, in pericolo di vita. Domenica sera era andata al cinema insieme a un amico, poi insieme erano saliti su un autobus privato per tornare a casa. Il bus si è rivelato una trappola: a bordo erano sei uomini, incluso l'autista, che hanno pestato il ragazzo con una sbarra di metallo, poi picchiato selvaggiamente e violentato la giovane, infine scaricato entrambi al lato di una superstrada.

Una violenza così brutale ha suscitato grande attenzione pubblica. Ieri centinaia di studentesse e di studenti hanno manifestato davanti a una delle maggiori università della capitale. Centinaia di giovani sono andati a protestare davanti alla residenza della chief minister (capo del governo locale) di New Delhi, la signora Sheila Dixit - e sono stati dispersi dalla polizia a colpi di idranti, cosa che ha suscitato aspre critiche dell'opposizione. Gruppi di studentesse hanno bloccato il traffico per protesta: «Voglio che tutti sentano il disagio che le donne provano ogni giorno in città», diceva una ragazza. Altri sono andati a protestare davanti alla questura centrale di polizia, altri ancora davanti al parlamento. Molti accusano le autorità di ignorare colpevolmente la violenza subita dalle donne a vari livelli - dalla violenza domestica alle molestie sui luoghi di lavoro, alle aggressioni e stupri. «Ci sgoliamo da sempre a chiedere maggiore sicurezza per le donne e le ragazze. Ma il governo, la polizia, i responsabili della sicurezza pubblica ignorano la violenza quotidiana che si esercita sulle donne», dice Ranjana Kumari, sociologa e capo del Center for Social research di New Delhi (al quotidiano britannico The Guardian). Anche Sonia Gandhi, presidente del Partito del Congresso (al governo), dopo aver visitato la vittima in ospedale, non ha solo promesso una rapida azione giudiziaria ma ha anche chiesto che la polizia sia addestrata ad affrontare i reati contro le donne. «E' una vergogna per tutti noi che questi episodi ricorrano con tanta regolarità», ha poi scritto alla capo del governo di New Delhi.

In questo caso per la verità le autorità hanno prontamente risposto - tale è stata l'ondata di rabbia pubblica. La polizia ha rintracciato e arrestato quattro degli aggressori, di cui almeno tre rei confessi, e sta cercando gli altri due. Intanto l'opposizione (di centrodestra) ha lanciato feroci accuse verso il governo che non sa garantire la sicurezza dei cittadini: al punto che ieri il ministro dell'interno federale, Sushil Kumar Shinde, è stato costretto a intervenire per la seconda volta in due giorni: ha annunciato che saranno rafforzate le pattuglie di polizia in città di notte, poi che saranno vietati i bus con vetri oscurati, come quello su cui erano saliti i due ragazzi domenica sera, e tutti i guidatori di autobus e i loro assistenti saranno controllati - quel il bus era abusivo, senza licenza, cosa in realtà frequente. L'ennesimo caso di stupro così a rafforza un allarme criminalità che rasenta la psicosi a New Delhi, e come spesso accade butta in legge e ordine: deputati dell'opposizione hanno urlato in parlamento che ci vuole la pena di morte per gli stupratori, mentre sui giornali si parla di castrazione forzata. New Delhi, 15 milioni di abitanti (e 572 casi di violenza sessuale denunciati l'anno scorso), è stata descritta da alcuni come «la capitale dello stupro», anche se i dati smentiscono.

In un amaro editoriale ieri il quotidiano The Hindu osserva che «l'orribile stupro di gruppo a Delhi è parte di un continuum di violenza che milioni di indiane affrontano ogni giorno, dalle molestie sessuali in luoghi pubblici agli abusi fisici nell'intimo delle nostre case ancor più che nelle strade». Spesso la violenza contro le donne non viene neppure denunciata, in parte perché lo stigma sociale che circonda la vittima è fortissimo. Ma anche perché potrebbe succedere come a una giovane donna che mesi fa subì violenza a Kolkata: la polizia la tempestò di domande sui dettagli più scabrosi. O a Noida, città satellite di New Delhi: il commissario di polizia poi commentò che la vittima se l'era cercata. Spesso, denunciano le organizzazioni di donne, la polizia rifiuta di ricevere denunce per violenza sessuale, e in particolare violenza domestica. In ogni caso i procedimenti giudiziari possono richiedere anni, e appena un quarto dei casi si conclude con una condanna. Del resto, se le aggressioni alle donne sono in aumento è perché queste sono entrate in massa nello spazio pubblico: ma si scontrano con una cultura radicata di supremazia maschile. «La violenza contro le donne ha sempre la tacita approvazione della società», diceva l'attrice e attivista sociale Shabana Azmi di recente a Mumbai, durante un incontro di gruppi anti-violenza.
 

SE SESSANTA ORE VI SEMBRAN POCHE (Il Manifesto)

Non si può continuare a lavorare tutte fino alla stessa età senza considerare il tipo di lavoro che si svolge, la vita che si fa, e senza pensare al futuro di tante giovani donne. Si può, invece, impostare un sistema pensionistico che contempli la libertà di scelta: andare in pensione tra una soglia minima di età e una massima, in modo da conciliare condizioni di lavoro (innanzitutto quelle con mansioni usuranti) ed esigenze personali. Scarica qui il modello "Dichiarazione del lavoro delle donne", compilalo e invialo a: «Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.»
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Il Pm Zucca: "La polizia ci ha sempre ostacolato"

di Alessandra Fava, Il Manifesto
10 luglio 2012

"Il nostro è un sistema processuale estremamente garantista e quindi il risultato della sentenza va considerato giusto, una sentenza definitiva va rispettata da tutti": ieri il ministro della giustizia Paola Severino, a Genova per un sopralluogo al carcere di Marassi dove si moltiplicano i suicidi e sono reclusi 795 anziché 450 detenuti, ha ribadito che la sentenza Diaz non si tocca. a le dichiarazioni di domenica scorsa dell'allora capo della polizia Gianni De Gennaro hanno creato il putiferio:

Le scuse di Manganelli e quelle mancate di De Gennaro

di Alessandro Mantovani, Il Manifesto
10 luglio 2012

Gianni De Gennaro ha perso l’ennesima occasione per chiedere scusa a chi fu bastonato, arrestato con prove false e  torturato al G8 di Genova. Il sottosegretario con delega ai servizi segreti resta al suo posto anche dopo la condanna, nel processo per la sanguinosa e truffaldina perquisizione alla Diaz, di alcuni dei suoi uomini migliori, protagonisti di pagine cruciali della lotta alla mafia come Francesco Gratteri e Gilberto Caldarozzi, che lasciano mestamente i loro incarichi mentre ci si allarma per la “decapitazione” della struttura investigativa della polizia.

LA LIBERTA' FEMMINILE E IL DESIDERIO

di Sarantis Thanopulos, Il Manifesto
10 marzo 2012

La violenza maschile (spesso assassina) nei confronti delle donne è lontanissima da una sua auspicabile drastica riduzione, come i fatti quotidiani evidenziano. Nascosto dalla violenza esplicita si espande, come un tumore maligno, l'altrettanto distruttivo rigetto della femminilità, causa principale dell'incapacità di coinvolgimento emotivo profondo (in entrambi i sessi).

Femministe gitane

Il Manifesto
06 11 2012


I MOVIMENTI DEL XXI SECOLO

«Siamo state zitte per troppo tempo, ora vogliamo essere il motore del cambiamento». Dalla Spagna all'America latina, crescono i movimenti di donne rom. Che dimostrano la forte vitalità di un popolo vittima di pregiudizi e razzismo. E di un forte sessismo interno alla stessa comunità zingara. Ecco chi sono e quali sono le loro rivendicazioni in vista del secondo Congresso mondiale che si svolgerà a Helsinki
Esattamente un anno fa, alla fine ottobre del 2011, si è svolto a Granada, in Spagna, il Primo congresso mondiale delle donne gitane. Oltre duecento donne romanì erano arrivate nella città andalusa da mezzo mondo (Francia, Portogallo, Olanda, Grecia, Finlandia, Palestina, Colombia) per discutere della loro condizione e per affermare la volontà di lottare contro il sessismo interno, ma anche esterno, alla loro comunità, e contro il razzismo. Il prossimo Congresso mondiale si terrà tra un anno a Helsinki, in Finlandia. Tra gli organizzatori dell'evento figurano il Consiglio d'Europa, il governo finlandese e il Segretariato generale per la popolazione gitana del paese ospitante. Una prima riunione organizzativa si è tenuta qualche giorno a Bucarest per definire le linee-guida del convegno, i criteri di selezione e il numero delle partecipanti.
Qualcosa sta dunque cambiando nel mondo rom. Numerosi gruppi e associazioni militanti - in particolare di donne - stanno nascendo, in Spagna ma non solo, per rivendicare diritti e visibilità, per cercare di cambiare gli equilibri della loro comunità come dell'intera società.
Una delle opinioni - diciamo pure dei pregiudizi - più diffusi sul popolo rom è che si tratti di una realtà omogenea, tutta uguale e come tale statica e immutabile. Eppure non è così. Sappiamo che tutto ciò è proprio dei meccanismi di oppressione, di discriminazione, delle logiche razzializzanti e stigmatizzanti che creano un "altro" differente da sé, riducendolo a un blocco tutto omogeneo, identico e senza sfaccettature. Per il pensiero razzista (come per quello sessista e omofobico, del resto), i diversi sono tutti uguali, marcati da caratteri, qualità e comportamenti considerati come specifici e originari. Cosi, nel caso dei rom, tanto gli stereotipi romantici (popolo misterioso, folkloristico e orientale di musici e danzatrici) quanto gli stereotipi negativi (popolo di delinquenti, di ladri, che vive in sudice baraccopoli) pretendono di fissare una volta per tutte caratteri e comportamenti "naturali" di questo popolo.
Contro questi dffusi pregiudizi e contro questa logica persistente di stigmatizzazione e di discriminazione lottano i numerosi movimenti rom, oggi diffusi in molti paesi europei e latino-americani e attivissimi anche via internet, in particolare sui network sociali come Facebook, attraverso i quali possono entrare in contatto e scambiarsi facilmente messaggi. Sì, perché l'attivismo rom esiste, con le sue rivendicazioni: eguaglianza di diritti, lotta contro la romafobia e l'antigitanismo.
Il primo aspetto della loro battaglia consiste nella costituzione di gruppi e organizzazioni come soggetti attivi della militanza, nella costituzione cioè di un attivismo rom plurale e differenziato. In Spagna, esiste per esempio una giovane organizzazione che si chiama Ververipén1 - roms para la diversidad - che si batte per difendere e rendere visibile la diversità e l'eterogeneità (di scelte, posizioni, comportamenti... anche in materia di sessualità) interna alla comunità rom. Questi giovani lanciano una sfida alle loro comunità, cioè quella di riconoscere questa molteplicità che intimamente le attraversa, ma soprattutto alla società riduce il popolo rom a una realtà piatta e omogenea. «L'immagine che si trasmette da parte della società maggioritaria - leggiamo in un testo elaborato da Ververipén - è un'immagine piana, senza profondità, che tende a negarci un volto e una presenza umana; ci "cosificano" trasmettendo l'idea, conscia o inconscia, che siamo tutti più un problema che un gruppo umano, relegandoci, nella dimensione sociale, al ruolo di delinquenti, nella dimensione economica a quello di competitori e, nella dimensione culturale, al ruolo di esseri esotici, misteriosi e selvaggi». Questi giovani vogliono far sentire la propria voce, anzi, ancor di più, come mi spiegano Demetrio e Kurro di Ververipén in uno scambio di e-mail, «agitare coscienze e generare nuove idee».
Prova della ricchezza di prospettive e dell'effervescenza del nuovo attivismo rom è l'organizzazione di movimenti femministi che stanno costituendo una rete internazionale di donne romanis portatrici di un nuovo pensiero e di una pratica sociale e politica che lotta per creare nuovi spazi di cittadinanza. «Siamo state zitte per tanto tempo, ora vogliamo parlare di tutto», afferma una di queste militantifemministe gitane. Vogliono rivendicare i loro spazi, dibattere su diritti umani, eguaglianza, partecipazione politica, sessualità, come ricorda Alexandrina Moura da Fonseca, che dirige l'associazione alicantina di donne romanis Arakerando.
Queste donne vogliono essere presenti e attive di fronte alle sfide del secolo XXI: lottare contro il sessismo e il machismo, sia che provengano dalla loro comunità che dal resto della società, e contro il diffuso razzismo antigitano che le relega a un ruolo subalterno. «Se la storia del popolo gitano è stata muta, le donne gitane sono state figure invisibili che non hanno mai avuto il diritto di esprimersi», afferma Beatriz Carrillo de los Reyes, presidenta dell'associazione andalusa Fakali - donne gitane universitarie. Ma ora le cose stanno cambiando. «Ora è il nostro momento, dobbiamo rivendicare potere, stare nei centri di potere, essere lì», aggiunge un'altra attivista. L'obiettivo principale di questi collettivi di donne è la lotta per la visibilità e l'idea che sono proprio loro, le donne romanis, a essere il «motore del cambiamento» in seno allo stesso popolo gitano.
Il femminismo gitano sta muovendo i suoi primi passi, ma in modo già fermo e deciso. Ecco le sue principali rivendicazioni, affermate nel Primo congresso delle donne gitane e ribadito dal comitato organizzatore della prossima conferenza mondiale: azione collettiva volta alla presa di coscienza, di responsabilità e di decisioni in materia di diritti sociali) delle donne romanis dentro e fuori la loro comunità; uguaglianza di genere; visibilità della loro condizione e promozione della comunità gitana; educazione e inserimento delle donne romanis nel mercato del lavoro; lotta contro il razzismo e affermazione della loro solidarietà con l'intero popolo rom; partecipazione politica, militanza e cittadinanza.
Secondo questa versione del femminismo, la rivendicazione dell'eguaglianza delle donne non è separabile dall'affermazione della propria condizione specifica di romnja, in quanto la discriminazione e la subalternità alle quali si oppongono è effetto congiunto dell'oppressione maschile e del razzismo. Di quest'ultimo, esse sono vittime tanto quanto gli uomini della loro comunità. «Le rivendicazioni delle donne gitane - si legge in un testo elaborato nel 2002 da un'associazione catalana in occasione di una giornata di discussione su questi temi - non vanno solo in senso femminista, ma chiedono il rispetto e l'uguaglianza per tutto il loro popolo. Le donne gitane non intendono il superamento delle loro diseguaglianze e della loro promozione senza la promozione del popolo gitano in generale» (Jornada Dona Gitana, 2002).
Forse i movimenti rom, e in particolare quelli delle donne, si stanno finalmente avviando a divenire i futuri (forse inattesi) protagonisti del dibattito politico, sociale e culturale del XXI secolo.
27 09 2012

Il passo in avanti mosso dalla Commissione Giustizia del Senato per permettere finalmente all'Italia di rispettare le convenzioni internazionali sulla tortura, si è improvvisamente arenato ieri. L'Aula di Palazzo Madama, dopo quasi due giorni di discussione, ha deciso di rinviare in Commissione per «ulteriori approfondimenti» il testo di legge che introduce il reato di tortura nel nostro ordinamento penale messo a punto dal relatore Felice Casson. A bloccare l'iter ci hanno pensato Lega, Pdl e Udc, timorose che l'introduzione del reato, così come è previsto e formulato nella Convenzione Onu ratificata dall'Italia nel 1988, possa limitare l'azione delle forze dell'ordine. Particolare preoccupazione desta l'articolo 1 che parla di «reiterate lesioni o sofferenze fisiche o psichiche ad una persona», queste ultime da eliminare, secondo il centrodestra. «È un vergognoso gioco a rimpiattino - ha commentato Casson - In commissione il testo è stato approvato all'unanimità, abbiamo proposto almeno dieci soluzioni possibili ma evidentemente qualsiasi soluzione al centrodestra non va bene. C'è chi vuole che la tortura in Italia non sia un reato».
 
LEUCEMIE ACUTE NEI BAMBINI - E' probabile che le abbia respirate il piccolo Lorenzo. A 3 mesi di vita gli hanno trovato un tumore alla testa di 5 centimetri. «Era più grande il tumore che la sua testolina» - racconta commosso il padre Mauro Zaratta, anche lui costretto ad andare via da Taranto. «Qui abbiamo il doppio di incidenza di leucemie acute nei bambini rispetto al resto d'Italia - afferma il primario di Ematologia all'ospedale S. Annunziata di Taranto -. Come si fa a non rendersene conto? Provo sconforto perché sono dieci anni che denuncio l'aumento di queste malattie ma l'unica risposta che mi è stata data negli anni dalla politica e dalle autorità è che sono un medico terrorista. Ora dovrebbero sapere che il 40% di questi bambini affetti da leucemie acute non ce la fanno a sopravvivere. Muoiono dopo qualche mese. E spesso si tratta di bambini che non hanno nemmeno un anno di vita». 

Quando il «corpo» del reato è un'opera

10 09 2012

Piena solidarietà agli artisti Nadia Jelassi e Mohamed Ben Slama, accusati di aver turbato l'ordine pubblico in seguito ai fatti di El Ebedelleya, a Tunisi, mentre i veri colpevoli dei disordini non sono stati perseguiti». Questo è il testo in francese e in arabo che accompagna, nei social network tunisini, migliaia di fotografie di volti con un metro da sarta, un righello o una squadra. Si afferma così il concetto che la «misura» dell'arte è solo l'arte, e si denuncia l'ingiustizia secondo cui responsabili degli scontri (un morto e diversi feriti) dell'11 giugno scorso durante l'esposizione Printemps des arts, curata dall'italiano Paolo Perrelli, sarebbero gli artisti e non i salafiti che hanno distrutto, saccheggiato molte opere d'arte, dicendosi offesi nel loro sentimento religioso.

Le foto, spesso montate in sovrapposizione, formano una stringa unica, e giocano anche sul doppio significato di «règle», righello per misurare, ma anche reglement (regolamento, insieme di leggi), règle (norma). All'origine di questa potente campagna di solidarietà c'è un gesto di protesta di Nadia Jelassi contro l'ingiustizia subita. Mentre il suo collega Mohammed Ben Sal è riuscito a allontanarsi dal paese, l'artista, professoressa all'Institut Supérieur des Beaux Arts, è stata convocata alcuni giorni fa dal giudice istruttore di Tunisi. Le è stato chiesto di giustificare le intenzioni della sua creazione esposta in Printemps des arts che, offendendo il sentimento religioso di molti, avrebbe causato disordini. Se l'arte spesso parla di ciò che opprime e nel caso quindi, denuncia la «religione» come strumento di manipolazione e frutto di ignoranza, con tutto lo scontro ideologico che ne è conseguito si è ancora una volta giocato sul terreno della rappresentazione e dei simboli, come fu per il film d'animazione iraniano Persepolis che causò scontri nelle strade di Tunisi, qualche giorno prima delle elezioni di ottobre 2011. 
«La mia intenzione andava nel senso di colmare i vuoti - spiega il curatore della mostra Paolo Perrelli - trasferire le opere di questi artisti dalle gallerie private alla visione di un pubblico più vasto possibile». Ne è scaturito un disastro nazionale e un pericoloso precedente, ma soprattutto un clima di terrore: l'imam della Zitouna per tre volte durante la stessa preghiera del venerdì ha incitato a far scorrere il sangue degli artisti dell'esposizione, le cui liste con foto erano appese fuori alle moschee. 

Convocata in tribunale, Nadia è stata accompagnata da un poliziotto a posare per una foto e invitata a fornire, assieme a criminali comuni, le prove antropometriche, cioè le misure del corpo del reo, anche se il reato, nel caso, sarebbe la propria espressione artistica. Una volta rientrata a casa, ha postato su Facebook la foto del suo volto attraversato da un righello. In questo modo Nadia Jelassi si è ripresa l' identità e la libera misura della sua arte appena cancellata dal tribunale. I due artisti rischiano ora fino a cinque anni di prigione, secondo l'articolo 121.3 del codice penale. L'opera incriminata Celui qui n'a pas...., sta facendo il giro del mondo. Si tratta di un'installazione di busti di donne in nero con i volti anonimi avvolti da carta di giornale, posti su un tappeto di pietre. L'insieme include evidentemente tanti significati, compreso quello giudicato blasfemo: la lapidazione come deriva della cultura islamica. Suggerire questa opzione di significato alla coscienza del fruitore, assieme al poco «rispetto per le donne» offenderebbe il sentimento religioso. Le altre due opere sono di Mohamed Ben Slama: una raffigurante il corpo di una donna con un piatto di cous cous al posto del sesso, circondata da uomini con delle barbe senza fine, Cous cous à l'agneau, l'altra un bambino dalla cui cartella esce una scia di formiche (sembrano anche le punte dei fili spinati) che forma la scritta Sobhanahallah («gloria a Dio»). Queste opere sono ora sotto sequestro. 

Così tutti i processi di risignificazione e risimbolizzazione della traballante nuova Tunisia sembrerebbero avvenire attraverso il corpo come ultimo baluardo da opporre a un'oppressione subita, o ancora in corso, o paventata: il corpo in fiamme di Bouazizi che accende la rivoluzione; i corpi in movimento dei migranti che si fanno poi harraga bruciando le loro identità di carta per riprendersi il proprio stato di essere umano a prescindere dalla provenienza; i corpi in cerca di nuova identità inghiottiti dal mare; i corpi delle madri che si bruciano per riavere i figli dispersi; e ancora, il velo che copre il capo delle donne simbolo di una ambigua libertà negata dal dittatore amico dell'occidente, Ben Ali.
 
 
 

La politica assente

06 07 2012
  
Dunque la Corte di cassazione ha deciso e ora quel che già sapevamo, nella accezione pasoliniana del termine, è verità giudiziaria Molte sensazioni si rincorrono. Mi tornano alla mente le parole di Sepulveda il giorno dell'arresto del generale Pinochet: «Scrivo queste righe perché non so fare altro. Abbraccio mia moglie e tutti e due piangiamo. Piangiamo il pianto liberatorio di quanti non abbiamo mai dimenticato, di quelli che non hanno mai smesso di credere nel giorno della minima giustizia. Carmen ed io usciremo a fare un passeggiata, e sentiremo che la pioggia sui nostri volti comincia finalmente a lavare le vecchie ferite».
È questo il primo pensiero. La condanna non solo degli esecutori materiali del massacro della Diaz ma anche dei funzionari che hanno coordinato le operazioni e sono ricorsi al falso per giustificare la mattanza è la vittoria delle vittime che non hanno mai smesso di credere che un minimo di giustizia poteva essere assicurato anche in questo disgraziato Paese. Di quelle vittime e di chi le ha assistite e sostenute.

Il secondo pensiero va ai pubblici ministeri che - spesso soli, osteggiati, isolati nel loro stesso ufficio - hanno continuato, ostinatamente a cercare la verità. Senza di loro oggi avremmo solo il proscioglimento per prescrizione degli autori materiali. Al pensiero si accompagna una riflessione che dovremmo ricordare sempre. Nella nostra storia i frammenti di verità sulle vicende oscure delle istituzioni del Paese sono emersi sempre grazie all'intervento contrastato di alcuni piccoli giudici o pubblici ministeri, mentre gli apparati depistavano.

Il terzo pensiero va al fatto che la decisione dei giudici si è dovuta fermare di fronte alle lesioni per l'intervento della prescrizione. Fatto non casuale ma frutto della scelta della politica di evitare l'introduzione del reato di tortura, pur richiesto dall'Europa e dalle disposizioni internazionali. Si tratta di una responsabilità della politica che non sarà lavata dalle lacrime delle vittime di fronte alla sentenza.

Detto questo, va aggiunto che ora tocca al governo fare la sua parte. Le condanne dei funzionari portano con sé la pena accessoria della interdizione dei pubblici uffici. 
Ciò significa che la catena di comando della polizia sarà decimata o comunque toccata in punti nevralgici. Ciò che la politica non ha voluto fare, pur a fronte delle richieste di tutti i democratici, è ora imposto da una sentenza. Guai se la politica cercasse di ricorrere ad escamotages per evitarlo. Sarebbe un atteggiamento eversivo. 

Al contrario, i cambiamenti imposti dalle condanne dovranno essere l'occasione per un intervento riformatore della polizia. I fatti della Diaz non sono stati un "incidente" ma l'esito di una strategia e di una concezione dell'ordine pubblico che è tuttora assai radicata. Attendiamo dal Governo un intervento immediato e profondo. Sono in gioco le sorti della nostra democrazia. E, ancora una volta, c'è voluto un giudice per ricordarlo!

"Il vero spread che sale è quello del razzismo"

Il Manifesto
26 06 2012


Ieri ha attraversato la frontiera di Chivasso, resteranno in Italia fino al 2 luglio. E' la marcia europea dei migranti: "La nostra parola d'ordine è libertà di circolazione". Parla Soumahoro.
 
Ieri, quando dopo un viaggio di 300 chilometri hanno attraversato a piedi la frontiera italiana di Chiasso, a stento trattenevano le lacrime. «Di gioia», racconta Aboubakar Soumahoro, portavoce della Coalizione internazionale dei sans-papier e migranti (Cism). Sono migranti, rifugiati e sans-papier, hanno attraversato le frontiere di sei paesi (Belgio, Lussemburgo, Olanda, Francia, Germania e Svizzera) e ieri sono arrivati alla tappa italiana. Resteranno in Italia fino al 2 luglio, per poi ripartire alla volta delle sedi delle istituzioni europee. La tappa finale sarà Strasburgo dove, il 4 luglio, la marcia europea dei sans-papier e dei migranti - che in questi giorni ha raccolto l'adesione di don Luigi Ciotti, di Alex Zanotelli e di Dario Fo - porterà le proprie richieste al parlamento europeo. «Il vero spread - dice ancora Aboubakar - non è quello economico, ma quello dei diritti. Ci stiamo abituando alle politiche dei respingimenti, al razzismo e quando questo accade c'è da preoccuparsi».

Come è nata l'idea di una marcia europea di migranti e sans-papier?
La marcia è nata come un percorso spontaneo per dire che non siamo solo dei numeri e che non ci arrendiamo alle ingiustizie a cui veniamo sottoposti nei nostri paesi d'origine e nei paesi d'Europa dove cerchiamo asilo. Alla fine gli accordi bilaterali tra i vari paesi europei e i paesi africani d'origine rivelano due facce della stessa medaglia. Perciò questa marcia è un punto di partenza, non di arrivo, noi vogliamo dire basta a chi pensa di poter continuare a decidere sulla nostra pelle e vogliamo farlo insieme a tutti i precari, disoccupati, esodati. Il 29 giugno a Bussoleno abbiamo organizzato un incontro pubblico sulle condizioni di lavoro e di circolazione in Europa.

Da dove vengono le persone che partecipano alla marcia?
Siamo migranti, richiedenti asilo e sans-papier e proveniamo dalla Costa d'Avorio, dal Ghana, dal Mali, dalla Nigeria, dalla Tunisia e dalla Libia. C'è chi viene da Lampedusa e ora si trova in Belgio, chi è stato costretto a fuggire dall'Italia, chi è stato rispedito in Libia. Siamo circa 150 persone ma oggi (ieri per chi legge ndr) ad attraversare la frontiera italiana è stato un corteo di alcune centinaia di persone, con tantissimi studenti e precari che si sono uniti a noi.

Quali sono le richieste che porterete al parlamento europeo?
Libertà di circolazione è la nostra parola d'ordine. Oggi le frontiere sono dei cimiteri e l'altra faccia delle politiche di austerity di Angela Merkel e, fino a ieri, di Nicolas Sarkozy sono l'utilitarismo migratorio e le derive xenofobe e razziste. Che fine ha fatto l'Europa dei diritti? Questa marcia è diretta innanzitutto contro le leggi repressive di cui gli Stati europei si sono dotati dalla creazione dello spazio Schengen, con istituzioni come Frontex, per trattare la questione dell'immigrazione. Chiediamo che vengano chiusi i «centri di accoglienza» in Italia e che venga abolito quell'odioso balzello che è la tassa sul permesso di soggiorno: per questo da ieri al 2 luglio terremo i riflettori puntati sull'Italia.

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