IL MANIFESTO

Il Manifesto
22 06 2012

La V sezione della Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del procuratore generale di Catanzaro in merito al processo "sud ribelle" per le manifestazioni contro il Global Forum e il G8 di Napoli e Genova 2001.

COORDINAMENTO LIBERI TUTTI - 22.06.2012
Si conclude così, con l'assoluzione dei tredici compagni imputati, un processo che fece il suo clamoroso debutto con venti arresti subito dopo il Social Forum di Firenze del 2002.
Un incredibile castello accusatorio "onnicomprensivo" che andava dalla Cospirazione contro l'ordine Costituzionale (e l'ordine economico mondiale ...!), all'associazione sovversiva e a delinquere. Un'operazione che cercava di "raccontare" il movimento di centinaia di migliaia di persone e la contestazione all'autoritarismo dell'ordine globale nelle giornate di Napoli e Genova 2001 come la "cospirazione" degli imputati colpiti dall'inchiesta. Con il governo che si costituì parte civile pretendendo dagli stessi imputati anche un milione di euro di danni...
Il tentativo, infine fallito, di adeguare ai nuovi movimenti, alle dinamiche fluide della rete e dei nuovi processi di coinvolgimento sociale, l'armamentario repressivo degli anni '70.
 
Una vicenda che dietro le quinte ha visto agitarsi il solito sfondo nero degli apparati di sicurezza di questo paese e la vendetta di Stato. La gara tra questure e caserme nei primi mesi del 2001 a pre-costruire i "colpevoli" delle previste contestazioni al G8 di Genova, l'uso di uno strano attentato per attuare intercettazioni telefoniche a tappeto, l'inchiesta che nasce sulle indagini della digos di Cosenza e del Ros di Catanzaro e che poi, dopo il primo tribunale del Riesame, vira sul famoso faldone del generale Ganzer (quello condannato per traffico di cocaina), che fece il giro delle Procure in attesa di trovarne una che accogliesse il suo teorema.
 
Ma anche una storia che ha visto a più riprese uno straordinario processo di autodifesa popolare a partire dai tantissimi che si mobilitarono subito in tutta italia e dalle oltre centomila persone che inondarono Cosenza dopo gli arresti del 2002, in quella che è stata la più grande manifestazione nella storia della città!
Sicuramente il teorema di Ganzer, Cantafora (il capo della digos di Cosenza) e Fiordalisi è stato sconfitto già in quei giorni, in quelle ore in cui un imponente movimento difendeva la sua pretesa di cambiare il mondo.
 
Fare un bilancio politico di questa vicenda e di quello che è venuto (e che non è venuto) dopo, non è negli scopi di questa piccola nota, ma fra le cose che restano alcune preferisco elencarle:
 
- un processo costato oltre 500 mila euro, una vicenda penale aperta per quasi dieci anni con oltre 60 udienze. Un' inchiesta che durò due anni con perquisizioni ( oltre 100 in tutto il sud), pedinamenti, intercettazioni telefoniche e ambientali, 20 arresti...
 
- La prima pagina razzista di Libero dopo gli arresti ("Brigate Pummarola"...)
 
- La solidarietà dei movimenti sociali, il lavoro volontario degli avvocati
 
- Le intuizioni di un percorso di ri-composizione a sud all'interno del movimento no-global dopo lo straordinario risultato delle giornate di marzo 2001 a Napoli. Un percorso che si misurò con obiettive difficoltà e venne infine aggredito dall'inchiesta, ma che aveva anticipato molti temi che sarebbero esplosi negli anni seguenti all'interno della crisi: la lotta alla devastazione ambientale, le mobilitazioni contro la precarietà e il carovita, l'esigenza di riavviare la critica storica e sociale dei modelli di "democrazia dei subalterni" che caratterizzano la governance nel sud.
 
- Le cariche violentissime nella piazze di Napoli e Genova, le torture nelle Caserme Raniero (Napoli) e Bolzaneto (Genova), la mattanza cilena nella scuola Diaz, l'assassinio del nostro compagno e fratello Carlo Giuliani...
 
Intanto, mentre lo Stato continua ad autoassolvere i suoi apparati per le mattanze di Napoli e Genova, promuovendo i principali responsabili, dieci compagni processati dalla procura genovese rischiano fino a dieci anni di carcere per accuse da codice fascista ("devastazione e saccheggio" per aver tirato un sasso o essersi opposti alle cariche indiscriminate di quelle giornate di luglio 2001 che portarono all'assassinio di Carlo Giuliani..): difenderli è un'urgenza assoluta. Genova non è finita!

Il Manifesto
13 06 2012

Il cattolico Fioroni a Bersani: le unioni gay non sono una priorità. Sennò mi candido alle primarie. Il Pd si scatena: "Chi la pensa così si conti. Poi vedremo i risultati". Concia: "Decidiamo come fare la legge non se farla"

«La mia posizione è chiarissima, sono favorevole al riconoscimento dei diritti di tutte le coppie stabilmente conviventi. Ma ai matrimoni gay no». Ma... «Ma è una strumentalizzazione, perché dobbiamo continuare a fare un regalo alla destra e darle l'alibi di dire che noi siamo per i matrimoni gay, come faceva Berlusconi?». Ma... «Ma io ho sempre difeso i diritti civili, mi indigna essere definito omofobo, ho sempre rispettato tutti, chiedetelo a quelli di Rifondazione che sono stati al governo con me e sanno le battaglie che ho fatto». Ma... «Ma io sono per i diritti per tutti. Però dico: discutiamo lo strumento giuridico». Beppe Fioroni, capofila dell'area ex dc e 'demopop' del partito bersaniano è un fiume in piena. Dalla mattina ha scatenato un putiferio con un'intervista a Avvenire in cui chiede a Bersani di non mettere tra le priorità del programma le coppie gay, ma «lavoro, crescita, giovani e famiglia». In caso contrario «ci dovrà essere qualcun altro capace di metterli in agenda». Tradotto: se no mi candido alle primarie.

Di buon mattino il segretario lo ha chiamato: «Capisco la tua posizione». Ma in rete scoppia la bufera. Su twitter l'hashtag #fioroni schizza tra i trend topics. E lui fa il pieno di battutacce (fra le riferibili: «Dinosauro retrogrado», dal circolo Mieli).
La grana politicamente sensibile però scoppia nel Pd. Ad attaccare sono i tanti che sabato hanno applaudito all'apertura di Bersani sulle unioni civili. Paola Concia: «Sai benissimo che i cittadini che guardano al centrosinistra sono infinitamente più avanti delle tue dichiarazioni, cattolici compresi, e ritengono che dare diritti di uguaglianza ai cittadini omosessuali sia una delle priorità del programma di centrosinistra». Concia ricorda che da un anno nel Pd una commissione cerca la quadra su una legge sulle unioni gay, «non sul 'se' ma sul 'come' farla». Ma, appunto, da un anno: e gli inciampi non sono mancati, come quando Rosy Bindi sentenziò: «Il matrimonio è solo eterosessuale».

Insomma, i diritti civili non sono un argomento pacifico dentro il Pd. Bersani da una parte ha archiviato l'idea di un'alleanza con i radicali. Ma dall'altra anche quella con l'Udc, che l'ha costretto fin qui a qualche prudenza di troppo. La prodiana Sandra Zampa chiede il ricambio della classe dirigente «ferma sulle proprie posizioni come statue di sale e in sterili polemiche continue». Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia gioisce: «Bene Fioroni alle primarie, è importante capire la consistenza dell'area che da anni nel centrosinistra si oppone a qualsiasi riforma civile». Stessa musica da Ignazio Marino: « Fioroni ci offre una grande opportunità. Ma se perde, accetterà il verdetto delle urne?».

Giornataccia per Fioroni e per i suoi. Capitata per di più proprio nel giorno in cui Antonio Cassano, asso della nazionale di calcio, distilla una perla omofoba dalla Polonia, dove sono in ritiro gli azzurri: «Froci in Nazionale? Sono problemi loro. Ma spero di no». Fioroni respinge sdegnato il paragone. Nichi Vendola ironizza: «Cassano non s'illuda. E Fioroni non è nemmeno un bravo calciatore. Quando parla di diritti dovrebbe avere una propensione evangelica».

In realtà il deputato cattolico è un politico di lungo corso. Ed è difficile abbia intenzione di entrare «nel contificio» delle primarie, ammesso che si facciano davvero. Scout, medico, già dc di osservanza andreottiana, è stato il più giovane sindaco d'Italia (a Viterbo fino al '95, il suo nemico numero uno era il Pci Ugo Sposetti, ora suo compagno di partito). Oggi è il capofila dei cattolici Pd impegnati nell'eterno lavorìo con i centristi di ogni partito. Amico del ministro Riccardi e con un rapporto speciale con i 'tecnici' graditi a Oltre Tevere. Più che una candidatura, Fioroni lancia un segnale: il suo sodale Lucio D'Ubaldo la spiega così: «I diritti sono la nostra Sarajevo.

La domanda che poniamo a Bersani è di fondo: la cultura del solidarismo cattolico è ancora la benvenuta nel Pd? O alla fine questo partito resterà la somma delle anime della sinistra con qualche spruzzata di cattolicesimo? Stiamo davvero archiviando l'idea di sfondare al centro, che era una delle idee iniziali del Pd?».

Il Manifesto
09 06 2012

Tornano, dopo 60 anni, gli avvisi razzisti. E i divieti valgono per tutti, anche per il dirigente in pensione, disposto a pagare qualsiasi tipo di cauzione e con una bella pensione. Ma è sposato con una romena

Alcuni giorni fa un dirigente d’azienda in pensione, originario di Milano ma domiciliato nell’estremo Ponente ligure, zona di Imperia, ha scritto indignato una lettera alle redazioni di alcuni quotidiani locali on-line di Sanremo, tra cui Riviera24 appartenente alla Diocesi della Città dei Fiori, lamentando di essere stato oggetto di una pesante discriminazione, a causa dell’origine romena della moglie, al momento di affittare un alloggio ad Imperia, la città dell’ex Ministro del Pdl Claudio Scajola. La notizia è stata ripresa pure dal maggiore settimanale locale in edicola ogni giovedì.

Ecco in sostanza il racconto di quanto accaduto." Non si affitta a romeni, africani, marocchini o bengalesi ma pure agli italiani che hanno deciso di sposarsi e di costruire una famiglia con loro. Alcuni nostri clienti non desiderano averli come inquilini e la padrona della casa che lei intendeva affittare è una di queste": così ad Imperia, nello storico quartiere di ponente e cioè a Porto Maurizio si è sentito rispondere, a trattativa ormai conclusa positivamente, Luigi Pozzi, un dirigente d'azienda milanese in pensione. La colpa di Luigi Pozzi è solamente una: quella di essersi sposato non più tardi di quattro anni fa con una signora romena, Sonia, molto distinta e riservata.

Il signor Pozzi, tempo fa, decise di trasferirsi in Liguria a godersi la meritata pensione in riva al Mar Ligure in una terra che gode di un clima formidabile. Scelse il paese di Cipressa a mezza collina di fronte al Mar Ligure. Qualche mese fa considerò che, forse, sarebbe stato più conveniente per la sua famiglia scendere a stare in città scegliendo alla bisogna proprio il vicino capoluogo dell'estremo Ponente ligure. Rivoltosi ad una prestigiosa Agenzia immobiliare imperiese concluse con la medesima l'affitto di un bellissimo appartamento sito in un signorile palazzo di Corso Garibaldi, proprio sul promontorio su cui sorge il centro storico di Porto Maurizio. Come detto, a trattativa conclusa e rispondendo con sincerità ad una specifica domanda rivoltagli dall'agente immobiliare, Pozzi ha ammesso di essere sposato con una romena.

A questo punto si è sentito gelare il sangue nelle vene quando lo stesso agente gli ha detto: "Beh allora se sua moglie è romena non se ne fa niente". " Raramente sono stato così umiliato in vita mia" ha confessato l'uomo che, ora, pare abbia cercato un altro appartamento in zona recandosi presso un'altra agenzia immobiliare." Non è la prima volta che nostri clienti si rifiutano di affittare la propria casa ad extra- europei o a romeni che tra gli europei sono di gran lunga i meno graditi. Temono che non paghino e che si portino in casa tutti i loro parenti rimasti in patria" afferma un altro agente immobiliare della provincia dell'Estremo Ponente ligure che, temendo rappresaglie, chiede l'anonimato. Pare però strano che un padrone od una padrona di casa si rifiutino di affittare ad un italiano, per di più pure assai facoltoso, solo perché è coniugato con una romena a meno che la loro mente non sia ottenebrata dalla " Romenofobia" più becera.

Che i Romeni comunque, insieme ai magrebini siano tra i meno graditi agli italiani, purtroppo, è un fatto assodato: a Roma pochi sono coloro che sono disposti ad affittare ad esponenti di questa nazionalità neo- comunitaria tanto che molti di loro, pur essendo lavoratori in regola, sono costretti a vivere nelle baracche che sorgono come funghi nella golena del Tevere. Negli anni sessanta, durante l'altra grande immigrazione, ad Imperia apparvero cartelli con su scritto:" Non si affitta ai meridionali": oggi è la volta degli immigrati extra- europei o romeni, se comunitari. Il razzismo continua ad allignare in riva al Mar Ligure.

VIOLENZA SULLE DONNE IN ITALIA: CHI SONO I COMPLICI?

Il Manifesto
29 04 2012


L'inerzia delle istituzioni e la loro scarsa volontà di rispondere con i fatti al dramma del femmicidio, dimostrate dai numeri, sono l'aspetto peggiore della vicenda italiana. L'appello "Mai più complici".
Femmicidi, stupri, violenze domestiche. Sono talmente tante le parole che sono corse sotto queste mani nel descrivere barbare uccisioni di ex fidanzate, stupri efferati e violenze perpetrate ai danni di mogli e figli, che alla fine il rischio è l’assuefazione. Ho urlato talmente tanto contro i giornali e i servizi televisivi che battezzavano ancora una volta con “delitto passionale” il più corretto femmicidio, che la voce si è quasi spenta.

Perché alla fine la violenza diventa un buco in cui anche chi è ormai abituata ad ascoltare e a cercare di capire, sprofonda. La violenza diventa “di casa” e ti entra nelle ossa apparecchiando la sua dose di veleno giornaliero per l’amara constatazione che il frutto di tante battaglie scivoleranno via senza lasciare traccia nel futuro di intere generazioni che si ritroveranno in un mondo sempre più violento, barbaro e sessista.

La violenza contro le donne parte da qui, dal fatto che ci riguarda tutte (anche chi non ha subito uno stupro) e riguarda anche gli uomini (anche i non-stupratori), perché è lo specchio di una società: e più questa società regredisce, più la violenza di genere aumenta. Ed è per questo, e in ragione di questa assuefazione, che non capisco come le donne (e gli uomini) che ricoprono oggi ruoli istituzionali, e che quindi ne hanno facoltà diretta, non si alzino in piedi una volte per tutte non per indignarsi nel loro spot di mezzo minuto (come fanno spesso), ma per fare qualcosa di serio. Forse non sono assuefatti/e?

Per questo l’ottima proposta dell’appello partito da Lorella Zanardo, Loredana Lipperini e dal comitato “Se non ora quando”, con la richiesta esplicita di un’Italia che “si distingua per come sceglie di combattere la violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo, sceglie di assecondarla”, mi dà lo spunto per gettare ancora una volta lo strale verso un’Italia che si è già distinta da tempo scegliendo di “non” combattere la violenza di genere e di continuare a sostenere tutti quegli stereotipi che alimentano e nutrono questa violenza.

Il femmicidio di Vanessa Scialfa (nella foto), la ragazza uccisa dal fidanzato perché ha “osato” pronunciare il nome dell’ex durante un momento di intimità, così come il femmicidio di Stefania Noce, uccisa perché aveva “osato” rifiutare l’amore del suo ex fidanzato, dimostrano chiaramente che oltre alla lotta contro la violenza di genere, esiste una battaglia senza la quale la guerra non sarà mai vinta: quella contro la discriminazione che considera la donna come un “corpo” da possedere. Ma tutti questi anni di veline e di prostitute ribattezzate escort - perché fa meno “effetto”, di onorevoli elette per i loro attributi fisici, anni e anni di battute sessiste nei confronti di donne in sedi pubbliche e riprese a tambur battente dai media, hanno scoperchiato il peggio della cultura maschilista della peggiore Italia, sdoganando anche quello che, forse per pudore o per “religioso rispetto”, l’uomo italiano “si teneva dal fare”. E quale colpa più grave ci può essere se non quella di sottovalutare che la discriminazione delle donne è la violenza-madre di tutte le violenze di genere?

Queste istituzioni non solo per anni hanno ignorato facendo finta di non sapere ma hanno loro stesse alimentato un “corpo” femminile espropriato da sé. Chi non ricorda lo stupro-femmicidio di Giovanna Reggiani, uccisa nel 2007, usato come “scusa” per varare i pacchetti sicurezza contro gli stranieri in Italia, tuonando sull’emergenza straniero-stupratore nei giornali e in tv, negli stessi giorni in cui passavano in sordina i dati dell’Istat sulla violenza di genere che dichiaravano che il 70% delle violenze sulle donne si consumavano dentro le mura domestiche? Oggi la realtà ci racconta che l’atteggiamento di fondo non è cambiato e che i veri complici delle morti delle 54 donne uccise nel 2012 (ma anche di quelle uccise negli anni precedenti), sono le stesse istituzioni cui ora si chiede conto perché intervengano.

L’anno scorso è stato approvato, dopo anni (è dal governo Prodi che va avanti) il primo Piano Nazionale contro la violenza in Italia con un testo completamente stravolto dalle premesse iniziali in cui manca un’indicazione nazionale chiara e in cui il generico “sostegno ai centri antiviolenza” si dimentica di specificare i criteri di prevenzione e di contrasto alla violenza di genere, e di imporre agli enti locali di destinare risorse e finanziamenti costanti ai centri che sono uno dei nodi fondamentali della faccenda. Nel testo non vengono esplicitate le responsabilità degli organismi di gestione, la trasversalità degli interventi proposti (sociale, sanitaria, legislativa, giudiziaria), i tempi delle azioni, dei finanziamenti e le modalità di monitoraggio e di valutazione, in un paese in cui gli stessi dati sulla violenza di genere sono disomogenei in quanto lo sviluppo di banche dati nazionali ufficiali non è costante e solo mettendo insieme i dati disaggregati dei centri antiviolenza si riesce ad avere un quadro, più o meno, di cosa succede alle donne.

Sempre l’anno scorso alcune parlamentari si sono dovute mobilitare per riprendere in mano la situazione costringendo l’allora ministra delle Pari opportunità, Mara Carfagna, a reclamare i soldi destinati alla lotta contro la violenza di genere che erano stati “bloccati” dal governo in vista della crisi. Soldi che alla fine sono stati stanziati (18 milioni di euro) ma che, per la maggior parte, non sono ancora stati assegnati alle strutture antiviolenza malgrado i bandi si siano conclusi a novembre (il dipartimento Pari Opportunità sta ancora valutando i bandi di agosto). In Italia ancora adesso esistono 500 posti letto nel centri antiviolenza rispetto ai 5.700 previsti e ordinati dal piano europeo, e ci sono sportelli (vedi l’ospedale San Camillo di Roma) e centri antiviolenza che chiudono i battenti perché i soldi non ci sono, quando invece è dimostrato che se una donna che subisce violenza viene accolta in un centro, difficilmente rischia la vita.

Sono le istituzioni italiane che, sebbene più volte sollecitate, non hanno ancora firmato la “Convenzione Europea per la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne” approvata l’anno scorso a Istanbul, ed è l’attuale governo di Mario Monti che ha scelto di non dare una ministra alle Pari Opportunità delegando a questo ministero una già molto impegnata ministra del Lavoro: una ministra, Elsa Fornero che non ha mai preso in mano il “problema violenza” coordinando, come potrebbe fare e come è nelle sue facoltà istituzionali, un gruppo di ministeri ad hoc che potrebbe agire trasversalmente e potentemente sull’emergenza violenza-femmicidio.

Ma un paese che non ha mai istituito, come invece hanno fatto in Francia e in Spagna, un osservatorio di genere sugli omicidi (per conteggiare quanti siano in realtà gli omicidi con movente di genere) e che non è in grado di dare cifre ufficiali su questo fenomeno diventato ora emergenza nazionale, ha davvero un effettivo interesse a risolvere il problema? L’Italia è un paese in cui la violenza domestica – che oggi è l’80% della violenza sulle donne - viene spesso valutata nei tribunali come semplice conflittualità tra coniugi (valutazione che lascia la donne e gli eventuali figli in un incubo a volte peggiore della convivenza); un paese in cui una donna stuprata deve dimostrare la violenza sottoponendosi anche a torturanti valutazioni sul suo profilo personale che ha come conseguenza il silenzio di molte che non denunciano per evitare un secondo supplizio con avvocati che cercano di disegnare una femme fatale che se lo meritava; un paese in cui gli stereotipi di genere sono ancora vissuti sulla pelle delle donne e fortemente presenti nella società che le circonda.

Tutto questo dimostra quindi che le istituzioni italiane non hanno sottovalutato ma hanno scelto di non agire contro la violenza di genere pur avendo tutti i mezzi per farlo e questo le rende irrimediabilmente complici dello stato attuale. Da sempre sul corpo delle donne si gioca un potere che non ha colore.

Luisa Betti

L'ENNESIMO FEMMICIDIO

26 04 2012 
 
Si chiama Tiziana Olivieri l’ultima donna uccisa nella nostra Provincia. Vogliamo darle un nome e non semplicemente catalogarla come la 53° donna vittima di violenza da parte del proprio partner in Italia a partire da gennaio 2012 o la 3° nella nostra Provincia nell’arco di un anno. E’ un bollettino di guerra (una donna uccisa ogni due giorni), una guerra tra i sessi mai dichiarata, che continua  a fare vittime. 
Dal nostro osservatorio, come Casa delle Donne, continuiamo con la nostra pratica quotidiana a sostenere le donne ma contemporaneamente assistiamo allarmate a un proliferare della violenza e ad un crescendo di ferocia che porta sempre più spesso al femmicidio. Continuiamo a lottare perché donne come Tiziana possano decidere di uscire da una relazione violenta senza rimetterci la vita. 
 
Il compagno, Ivan Forte, non ha saputo accettare il suo No, il suo diritto di uscire da una relazione, l’ha strangolata mettendo poi in scena un incendio per depistare le indagini.
La percezione della madre che da subito ha ipotizzato non potesse trattarsi di un incidente, né tantomeno di un raptus momentaneo, come spesso i criminologi vogliono farci credere, era giusta. La signora Rosella Carlini evidentemente aveva avuto modo di  percepire segnali già allarmanti e dopo l’accaduto, alla luce di questa lettura, ha dato il suo responso. “E’ stato lui”. 
 
La successiva confessione di Ivan Forte ha confermato. Il copione si ripete e distrugge vite di donne. La società civile ammutolisce di fronte all’orrore, ogni volta si sentono voci e dichiarazioni sorprese e impotenti,  incapaci di rintracciare in ogni singola tragedia quel filo che le lega alla stessa origine: la violenza di genere. “E se fossero le donne ad ammazzare gli uomini? Se il genere femminile cominciasse ad uccidere con la stessa frequenza di quello maschile? Probabilmente il mondo si fermerebbe e non parlerebbe d’altro” scrive Iaia Caputo nel suo libro “Il silenzio degli uomini”.
 
Di fronte a fatti come questo non basta l’indignazione. L’indignazione deve essere accompagnata da una presa di posizione delle donne e degli uomini su una questione fondamentale come la violenza di genere che non può essere liquidata come “questione femminile“ perché, se è vero che sono le donne a morire, è altrettanto vero che muoiono per mano degli uomini. Da questa tragica realtà come donne vorremmo affrancarci avendo al nostro fianco anche tanti uomini consapevoli che questo tipo di violenza riguarda tutti e deve entrare con forza nel dibattito culturale e politico del nostro Paese. La violenza sulle donne, come violenza di genere, ha radici profonde nei nostri repertori culturali collettivi e individuali ed è lì che vanno cercate le ragioni e i rimedi per questa situazione drammatica. Questa grande discussione a tutti i livelli della società, non può che venire da quelle donne e da quegli uomini che hanno il desiderio politico di costruire un nuovo rapporto tra i sessi, se vogliamo che nessuna donna debba più morire perché ha “preteso” di essere libera di scegliere della propria vita.
             
Associazione Nondasola - Reggio Emilia
 

LA KABUL DI OGGI E' UN FILM DELL'ORRORE

Il Manifesto
25 03 2012


La ricostruzione selvaggia ha trasformato la città distrutta dalle guerre in una capitale sfigurata dove ville simbolo della ricchezza accumulata con il traffico della droga e la corruzione si mescolano a catapecchie di fango e cumuli di macerie. Solo le baracche appollaiate sulle colline che circondano la città sono sempre le stesse.

Non avrei mai pensato di trovare un luogo più tremendo della «Green zone» di Baghdad, mi sbagliavo.
A Kabul la zona delle ambasciate è diventata un luogo infernale. Girando tra i vari corridoi creati con i lastroni di cemento che la globalizzazione ha reso familiari in tutti i luoghi di conflitto, sembra di essere sullo scenario di un film dell'orrore. Dove gli unici segni riconoscibili sono le targhe delle ambasciate.  Alcune sono appena state costruite, come quella indiana, tutta laminato (almeno appare tale da lontano) grigio argentato con cupole di vetro, che molti ritengono non dureranno a lungo (nel senso che potrebbe essere il facile obiettivo di un attentato).

Del resto questa bunkerizzazione non garantisce la sicurezza, spesso ci sono scontri nelle zone limitrofe. Una zona militare con muraglioni coperti di rotoli di filo laminato si estende su due lati di una delle strade che attraversano la zona. Le macchine non possono entrare e quelle che lo possono fare devono continuamente superare sbarre controllate da militari. In gran parte la sicurezza è però affidata ad agenzie private che impiegano anche afghani (come quelli che proteggono l'ambasciata italiana) oltre a contractor stranieri. Questo è un luogo ideale per il business dei contractor. Anche perché sono in pochi a fidarsi dell'esercito e della polizia afghani, alimentati dalle milizie dei signori della guerra che sono anche i trafficanti di droga oltre a esponenti del governo di Karzai.

Kabul è irriconoscibile dopo qualche anno di assenza. E non per la coltre di polvere che si solleva dalle strade sterrate. La ricostruzione selvaggia ha trasformato la città distrutta dalle guerre in una capitale sfigurata dove ville dall'architettura discutibile che fa sfoggio di vetrate colorate e di colonne «romane» - simbolo della ricchezza accumulata con il traffico della droga e la corruzione - a catapecchie di fango e cumuli di macerie. Solo le baracche appollaiate sulle colline che circondano la città sono sempre le stesse.
Ricchezza (di pochi) e povertà (della maggior parte della popolazione) si sono ulteriormente approfondite. Ci si chiede dove sono finiti i soldi dei donatori. Il mistero è solo apparente se si pensa che l'Afghanistan è uno dei paesi più corrotti del mondo, secondo solo alla Somalia.

La sorte peggiore tocca ancora alle donne: l'ultimo passo è stato un documento degli Ulema che permette al marito di picchiare la moglie se non rispetta la sharia e vieta alle donne di avvicinarsi e di parlare a sconosciuti. Il documento è stato avallato da Karzai, pare per compiacere i negoziati con i taleban, che tuttavia hanno interrotto i colloqui con gli americani dopo il massacro di Kandahar. Per evitare polemiche il documento nella versione inglese è stato tolto dal sito del governo.
La contromossa del presidente Karzai è stato un appello a funzionari religiosi e capi tribù perché incoraggino l'istruzione delle bambine ritenuta «vitale» per l'Afghanistan.

Secondo i dati diffusi dal ministro dell'istruzione Ghulan Faruk Wardak nel 2010 erano 8,4 milioni i bambini scolarizzati, 30 per cento dei quali femmine. Ma sono ancora 9,5 milioni i bambini senza istruzione. Anche se ai tempi dei taleban le bambine non potevano nemmeno andare a scuola, la discriminazione delle femmine resta ancora alta. D'altro canto invece sono tornate in voga punizioni quali la lapidazione e la fustigazione, una donna di 22 anni è stata impiccata recentemente nella provincia di Ghur. Evidentemente l'impegno dell'Italia per la ricostruzione del sistema giudiziario non ha portato gli effetti auspicati.

Punizioni e violenze: le donne disperate si suicidano dandosi fuoco, vittime di stupri di gruppo (anche una bambina di otto anni è stata violentata mentre tornava da scuola), ragazze sfigurate con l'acido. La violenza contro le donne è in aumento, secondo la Commissione indipendente per i diritti umani. Sono fatti terribili, ma le famiglie hanno paura a sporgere denuncia. Spesso sono proprio le vittime della violenza ad essere punite. Come è successo a Gulnaz, una ragazza di 21 anni, che aveva denunciato di essere stata stuprata dal cugino del marito, un uomo di potere, che l'ha anche messa incinta. La donna è stata condannata a 20 anni per adulterio, pena poi ridotta a 12 anni, poi a 3 dall'alta corte.

Pena che avrebbe evitato se avesse sposato lo stupratore. Comunque a dicembre è uscita dal carcere senza scontare la pena perché graziata da Karzai. A ottenere la grazia è stata l'avvocata americana Kimberley Motley, che ha deciso di assumere la difesa di Gulnaz. Kimberley Motley vive da quattro anni a Kabul, dove esercita la sua professione di avvocato ed è riuscita ad ottenere (unica straniera) la possibilità di difendere afghani in Tribunale.

Questo è l'Afghanistan dopo dieci anni di occupazione e in vista del ritiro delle truppe internazionali, auspicato dalla maggioranza degli afghani: il 74% secondo il Washington Post, molti di più secondo le persone che incontriamo a Kabul. Anche se sono in molti a dubitare che il ritiro annunciato voglia dire l'abbandono dell'Afghanistan, resteranno comunque le basi militari.
22 03 2012 
 
La storia di Andrea e Senad (LEGGI) ha dato vita a una sentenza che stabilisce un precedente importante nella giurisprudenza italiana: "Niente Cie per chi è nato qui ma non ha la cittadinanza"

Andrea e Senad, due fartelli bosniaci nati in Italia da genitori stranieri, non dovevano essere rinchiusi nel Cie di Modena. Lo ha stabilito un'importantissima sentenza il tribunale di Modena. La storia di Senad e Andrea era stata seguita da vicino dal Comitato Primo marzo: «Bisogna chiarire quale sia la funzione dei Cie - commenta la consigliera provinciale del Pd, e responsabile nazionale della rete Primo marzo, Kyenge Kashetu - perchè il rischio reale è che possano diventare luoghi di discriminazione».
 
La storia di Andrea e Senad è cominciata due mesi fa quando i due fratelli, di 22 e 24 anni, hanno perso il loro permesso di soggiorno, perché i genitori - con cui lavoravano ad una bancarella - hanno perso il lavoro. Scivolata nella clandestinità tutta la famiglia. E presto i due fratelli sono finiti dietro le sbarre. Sulla loro vicenda si è creata una mobilitazione, e la scelta di presentare ricorso oltre che di scrivere alla Corte europea del Diritto dell'Uomo.
 
Sulla loro vicenda era intervenuto anche l'ex ministro Carlo Giovanardi - il fratello gestisce il Cie di Modena - sostenendo che fosse giusta la detenzione nel Cie dei due fratelli, visto che a carico di Andrea e Senad ci sono precedenti penali per piccoli reati.
"E' l'ennesima invasione di campo di un magistrato che invece di applicare la legge, se la inventa secondo le sue personali convinzioni - ha detto Giovanardi - Ricordo che si tratta di due nomadi "senza fissa dimora"  e privi di attività lavorativa, che hanno sempre dichiarato di essere bosniaci quando sono stati fermati dalle Forze dell'ordine,  pregiudicati per furto, furto aggravato, resistenza a Pubblico Ufficiale, lesioni personali, danneggiamento aggravato,  guida di veicoli senza patente, minaccia, definiti  pericolosi per l'ordine pubblico  dal primo giudice che aveva convalidato il trattenimento. Ma, a questo punto  quello che chiedo con forza al Pd ed ai comitati che si sono attivati per la liberazione immediata - continua Giovanardi -  è  chi adesso se ne farà carico fornendogli casa e lavoro e garantendo la collettività che nessun cittadino  sarà più vittima di reati predatori come quelli ripetutamente commessi dai due giovani in passato".
23 03 2012 
 
Dopo la vittoria al tar pronto un nuovo ricorso per ottenere stabilmente gli insegnanti di sostegno in classe. Le famiglie passano da 13 a 31 e vogliono il riconoscimento di anno in anno per quelli che ne hanno diritto

La notizia arriva prima che le scuole occupino per l’ennesima volta la scalinata del Ministero dell’Istruzione. La lettera è firmata dal Dirigente dell’Ufficio scolastico regionale del Lazio Menichiello. Oggetto: variazione posti di sostegno. “Si comunica - si legge nel testo - che per dare esecuzione alla sentenza del Tar del Lazio - l’ufficio, prosegue la lettera - dispone le seguenti variazioni di posti di sostegno sull’Organico di fatto”. Segue l’elenco delle scuole a cui appartengono i bambini delle tredici famiglie che hanno dato vita al ricorso collettivo attraverso il Coordinamento delle elementari di Roma e, a fianco, le ore complessive di diritto per ciascuno: copertura completa delle 22 ore ancora mancanti alla Contardo Ferrini, all’Istituto comprensivo di Viale Adriatico e alla Maffi, 11 alla Pablo Picasso e alla Marco Fulvio Nobiliore, 33 alla Principe di Piemonte , alla Elsa Morante, all’Istituto comprensivo S. Francesco di Anguillara e così via. Non solo, ma il Tar ha condannato il Miur a pagare le spese legali.

Ma non per questo il Coordinamento ha rinunciato all’appuntamento di ieri pomeriggio davanti al Ministero, né tanto meno all’incontro richiesto ai dirigenti del dicastero. Non più per chiedere il rispetto della sentenza a questo punto, ma per portare la comunicazione del nuovo ricorso, pronto ad essere depositato martedì prossimo. E questa volta le famiglie sono diventate trentuno, mentre le richieste crescono in modo esponenziale. Una questione che dal Ministero devono aver cominciato a percepire come un problema, perché attraverso il capodipartimento De Angelis ed il responsabile del personale Chiappetta, hanno deciso di offrire alla delegazione composta da due genitori, una docente e un Ata, di inserire nell’Organico di fatto il sostegno necessario alle trentuno famiglie che producano la certificazione della Asl sulla disabilità dei figli, proponendo così di risolvere la questione per via amministrativa, piuttosto che ancora una volta per vie legali.

Il punto però è che il Coordinamento non chiede una soluzione amministrativa, bensì una soluzione politica. Quell’organico di fatto deve essere inserito nella Circolare che lo determina per tutte le famiglie che ne hanno diritto, e confermato di anno in anno, riconoscendo il diritto per tutti. Subito dopo l’incontro, al termine di un pomeriggio all’insegna delle risate insieme ai clown Daniele&Gabriele e alla Stradabanda, una dozzina di ottoni pronti a dare letteralmente fiato a musiche piene di vita, un’assemblea estemporanea decide rapidamente di andare comunque avanti con il ricorso, ed eventualmente di bloccarlo a fronte di garanzie certe dell’aumento di organico, che dovrebbero arrivare con la prima Circolare entro aprile. La volontà è dunque quella di tenere aperta la strada dell’accordo, ma solo di fronte a garanzie certe. E nel frattempo, continuare ad andare avanti per la propria strada, rispettando le richieste arrivate finora. Richieste che peraltro continuano ad essere supportate dalla sottoscrizione, che aumenta “di scuola in scuola” si potrebbe dire, garantendo così la copertura delle spese legali. “La vera sanatoria sarà quella della Circolare che sanerà tutte le situazioni per gli anni a venire”, dicono dal microfono attivato dal camionicino sotto al ministero, “e se arriverà questa risposta positiva bloccheremo il ricorso”. “Le famiglie devono poter consegnare nelle scuole la documentazione - dicono - e non preoccuparsi di niente altro”. La chiosa finale è di una docente, che prende il microfono per dire che “anche il risarcimento danni, pagato dallo Stato, è quindi pagato da noi, perciò il Ministro che sbaglia dovrebbe pagare di tasca propria le spese a cui il Tar condanna il ministero”. Proposta non peregrina, visti i compensi resi noti di recente, e di fronte alle difficoltà generali delle famiglie.

Ma se questa proposta per ora rimane nell’aria, la conferma dell’appuntamento del 15 luglio ancora una volta sotto al Ministero è certa, come ormai da almeno tre anni, a ridosso delle conferme degli organici che arrivano proprio in quel mese.

27 02 2012  
 
Gli operai della Ltf si sono presentati stamane verso le 8, scortati da un numero imponente di polizia e carabinieri. Luca Abbà, uno dei leader storico del movimento no Tav, è salito su un traliccio ed è caduto folgorato. Trasportato al Cto secondo le prime informazioni sarebbe gravissimo. 
 
Come prevedibile e come annunciato nel grande corteo di sabato sono iniziati stamattina i lavori di ampliamento del cantiere della Tav in Val di Susa. Parecchie persone hanno passato la notte alla baita Clarea dopo una riunione che si è svolta ieri sera. Stamattina, quando sono arrivati gli operai della LTF scortati da un numero imponente di carabinieri e poliziotti, gli attivisti no Tav hanno provato a fare resistenza passiva, ma sono stati sgomberati. 
 
Durante lo sgombero è accaduto un gravissimo incidente: Luca Abbà, uno dei leader storici del movimento no Tav, 37 anni, si è arrampicato su un traliccio, ha preso la scossa, ed è caduto a terra. Trapostato con l'elisoccorso al Cto di Torino sarebbe in gravissime condizioni. Poco prima di cadere era al telefono in diretta con Radio Blackout (ASCOLTA). Durante la radiocronaca, in cui invita tutti a raggiungere la Baita ricordando quanto sia importante la mobilitazione dal basso epr cercare di fermare l'esproprio, lo si sente dire: "Sono pronto e disponibile ad appendermi ai fili della corrente se non la smettete, ok?", evidentemente rivolto ai carabinieri che si trovavano sotto al traliccio.
Secondo gli avvocati che compongono il 'Legal team' del movimento No Tav, l'occupazione dei terreni del cantiere di Chiomonte (Torino) a fini di esproprio costituisce «una vera e propria emergenza democratica». «Ltf si è presentata nuovamente soltanto con un'ordinanza prefettizia in palese violazione dell'articolo 2 del Testo unico di Pubblica sicurezza, che prescrive quella procedura soltanto in casi di estrema urgenza, che qui non vi sono. Presenteremo immediato ricorso al Tar del Piemonte». 

I no Tav denunciano che questi presunti ampliamenti (ma poi si scopre che nessun lavoro viene fatto, come già accaduto a Chiomonte) non servano per far avanzare la costruzione della Tav - la cui realizzabilità è tutta da dimostrare - ma per togliersi di torno e di dosso il movimento, che sabato ha dimostrato di essere ancora vitale e numeroso.
 
Secondo le ultime informazioni i lavori di recinzioni sono conclusi e alcune strade sono già state riaperte.
 

GLI ARRESTI NON TORNANO

29 01 2012 
di Livio Pepino
 
L'emissione, nei giorni scorsi, della misura cautelare nei confronti di alcune decine di esponenti No Tav per fatti avvenuti sette mesi fa non è una forzatura soggettiva (e, anche per questo, sono sbagliate le polemiche e gli attacchi personali). È qualcosa di assai più grave: una tappa della trasformazione dell'intervento giudiziario da mezzo di accertamento e di perseguimento di responsabilità individuali (per definizione diversificate) a strumento per garantire l'ordine pubblico. Provo a spiegarmi con qualche esempio.

Primo. Non era in discussione - e non lo è, almeno per me - la necessità di effettuare le indagini necessarie ad accertare le responsabilità per reati commessi nel corso delle manifestazioni. Ma non è indifferente il modo in cui ciò è avvenuto. Cominciamo dalle misure cautelari. Non erano obbligatorie e, dunque, la loro emissione è stata una scelta discrezionale. Di più, i reati contestati consentono, in astratto e con il bilanciamento di aggravanti e attenuanti, la sospensione condizionale della pena o l'accesso immediato a misure alternative al carcere. 

 Dunque la regola era procedere con gli indagati in condizioni di libertà. Perché, allora, la scelta dell'arresto? 

L'ordinanza del giudice per le indagini preliminari lo dice quasi con candore: «I lavori per la costruzione della linea ferroviaria Torino-Lione proseguiranno almeno altri due anni; pertanto, non avrà fine, a breve termine, il contesto in cui gli episodi violenti sono maturati; peraltro, il movimento No Tav ha pubblicamente preannunciato ulteriori iniziative per contrastare i lavori». L'indicazione del movimento No Tav e della sua azione di protesta come bersaglio della misura non potrebbe essere più esplicita.
 
Secondo. C'è nel diritto penale, e prima ancora nella civiltà giuridica, un principio di fondo secondo cui la responsabilità è personale e va graduata in base alle caratteristiche dei fatti. Nell'ordinanza, al contrario, il giudizio su ciò che è accaduto nei pressi del cantiere della Maddalena il 27 giugno e il 3 luglio dell'anno scorso si sovrappone in toto alle condotte individuali. Si parte, certo, dall'analisi dei fatti attribuiti a ciascuno ma poi, quasi subito, questo riferimento scompare. Così - avendo come riferimento alcuni frammenti degli scontri avvenuti in quelle giornate - si definiscono «gravi», al punto da giustificare l'arresto, condotte come «afferrare per un braccio un operatore di polizia allo scopo di ostacolarne l'avanzata» o «far parte del gruppo di manifestanti accorsi con una paratia mobile per ostruire il passaggio». Di più, queste condotte, accompagnate dal «permanere nel contesto degli scontri», comportano la contestazione di lesioni in danno di 50 agenti, dovendo ritenersi «superflua l'individuazione dell'oggetto specifico che ha raggiunto ogni singolo appartenente alle forze dell'ordine rimasto ferito, come lo è l'individuazione del manifestante che l'ha lanciato, atteso che tutti i partecipanti agli scontri devono rispondere di tutti i reati (preventivati o anche solo prevedibili) commessi in quel frangente, nel luogo dove si trovavano».

Terzo. Per valutare i fatti è necessario collocarli nel contesto in cui avvengono. E invece, nell'ordinanza, il contesto scompare. Sparisce la complessità di due giornate convulse in cui è accaduto di tutto: anche la commissione di reati ma, a fianco e contestualmente, una grande mobilitazione il cui fine non era aggredire le forze di polizia ma ostacolare l'apertura e disturbare la realizzazione di un cantiere ritenuto illegittimo. Spariscono gli "scontri" e tutto si riduce - a dispetto della realtà - a una aggressione collettiva e preordinata nei confronti un bersaglio considerato fisso, immobile e inattivo. Sparisce il lancio - fittissimo - di lacrimogeni, al punto che il possesso di fazzoletti, occhialini, maschere antigas, limoni e finanche farmaci viene considerato come «elemento fortemente indiziante la preordinazione e il perseguimento di un unico, comune, obiettivo» violento anziché come mezzo per proteggersi dal fumo e dai gas e che tutto è decontestualizzato con conseguente assimilazione di fatti diversi (mentre non sono, all'evidenza, la stessa cosa un gesto isolato di rabbia o reazione e una condotta aggressiva preordinata e protratta nel tempo).

Tanto basta per segnalare che la questione riguarda direttamente il rapporto tra conflitto sociale e giurisdizione e non solo - come si cerca di accreditare - alcune frange isolate ed estremiste.

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