IL MANIFESTO

30 01 2012 
 
Si tratta solo di 4 milioni di euro, il bando è aperto a tutte le coppie, anche omosex. Tuona l'Avvenire: "Violato lo spirito della Costituzione". Anche nel Pd c'è chi fa dei distinguo parlando di scelta "inopportuna".

Apriti cielo. Una piccola fatwa ha colpito il sindaco Pisapia. Il comune di Milano dispone di un piccolo gruzzolo, poco più di 4 milioni di euro, da destinare ai cittadini in difficoltà economica. Si chiama Fondo Anticrisi e da quest'anno il bando è stato ampliato anche alle coppie di fatto. Anche a una donna che sta con una donna e a un uomo che sta con un uomo. Non è la rivoluzione, è la semplice constatazione che anche tra le unioni civili (sembra il contrario di incivili...) la povertà avanza e non ci sono famiglie di serie A e di serie B.
Almeno così la pensa Pisapia. «A me sembra assolutamente normale - spiega il sindaco di Milano - che laddove ci siano dei soggetti bisognosi il Comune faccia tutto quanto possibile dando anche quelle disponibilità che ci sono. Chi ha bisogno, chi è legato da vincoli affettivi e si trova in difficoltà, così come chi è sposato, deve essere aiutato. E' un dovere da parte delle istituzioni».
 
Tanto illuminato buon senso anticipa la creazione del registro delle unioni civili che il sindaco ha promesso entro il 2012. L'altra (non) notizia è che la principale forza politica che lo sostiene, il Pd, sbanda come al solito. Qualcuno sostiene la battaglia con determinazione (l'assessore Majorino) ma altri balbetta i soliti distinguo - «decisione inopportuna... » - tanto per ribadire di che pasta è fatto il partito che non c'è, e se c'è dorme. Reazioni scomposte più per senso del dovere che per convinzione, reiterando il «vade retro» di bimillenaria tradizione, il quotidiano dei vescovi se l'è presa davvero a male.
«Porre sullo stesso piano - tuona l'Avvenire - le coppie che, sposandosi civilmente o religiosamente, assumono un preciso impegno pubblico a persone che, per scelta o per impossibilità, non rendono vincolanti i propri legami affettivi, significa violare la lettera e lo spirito della Carta fondamentale». Pisapia dunque sarebbe fuori dalla Costituzione e dovrebbe pentirsi per non aver dato «chiara e incontestabile» priorità alla famiglia fondata sul matrimonio, la quale, «non è favorita dalla Costituzione per ideologia, ma perché orientata a garantire quei rilevanti beni sociali che sono la stabilità delle relazioni fondamentali e la creazione di un ambiente più accogliente per i figli».
 
Insomma, senza scomodare analisi e dati sulla crisi e sulla qualità dei matrimoni (a Milano ne saltano 4 su 10), come sempre i preti dimostrano di essere fuori dalla realtà quando ci sono di mezzo affetti e sessualità. Del resto è il loro mestiere. Più ardua l'opposizione tutta cattolica di ciò che resta della dissolta giunta morattiana.
C'è la consigliera Moioli (quella che spaccava il capello in quattro sui neonati degli immigrati da non accogliere negli asili nido) che parla di provvedimento che «mina la società nelle sue fondamenta». Indirettamente, con meno verve di Pisapia, le risponde il cattolico assessore Granelli, in punta di regolamento. Il criterio di assegnazione dei fondi, spiega, è corretto perché secondo quanto previsto dal Dpr del 1989 «agli effetti anagrafici per famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune». Semplice. Riapriti cielo.
 

CITTADINI ATTIVI, NON TERRORISTI

27 01 2012 
 
C'ero anch'io sui sentieri di Ramats lo scorso tre luglio e la sera sono rientrato incredulo di fronte all' aggressione irresponsabile delle forze dell'ordine ai manifestanti.

C'ero anch'io sui sentieri di Ramats lo scorso tre luglio e la sera sono rientrato incredulo di fronte all' aggressione irresponsabile delle forze dell'ordine ai manifestanti, saliti in montagna per una sacrosanta protesta in risposta allo sgombero della Libera Comunità della Maddalena, avvenuto solo pochi giorni prima. Salendo in fila e respirando quell'inebriante aria di montagna e di resistenza nei confronti di un potere arrogante e irrazionale, guardavo quei ragazzi, dell'età delle mie figlie e dei miei studenti.
 
Ero fiero, come cittadino attivo, di vedere la loro partecipazione indignata da cittadini, agli antipodi di quella trasformazione in consumatori docili ed in carrieristi pronti ad ogni compromesso in cui da anni le riforme della scuola e dell'università tentano di trasformare i giovani occidentali, vittime designate del crollo della società opulenta. Attraversando le stradine del piccolo borgo e soffermandoci a bere ad una fontana che, a causa del traforo autostradale, offre acqua meno buona di un tempo, mi avevano colpito le signore che, sporgendosi sui balconi, ci ringraziavano per il nostro impegno per quella loro valle che da sempre è stata anche la mia valle. 
 
Poi, in serata, la visita all'ospedale di Susa, il ritorno a Torino e il lavoro politico insieme alla Fiom per una grande fiaccolata, che per la prima volta era aperta da un cartello a me carissimo: No Tav Bene Comune. Venticinquemila persone, in massima parte torinesi, la solidarietà di tanti movimenti in lotta, da quello per l'acqua pubblica agli occupanti del Teatro Valle di Roma, a dimostrazione che il No Tav non è un movimento Nimby ma che invece sa far parte, a tutti gli effetti, di quella grande rete per i beni comuni che sta riuscendo ad organizzarsi (tappa importante domani a Napoli) per salvare il nostro paese dallo schianto cui lo condannano le politiche prone ai diktat del potere finanziario globale. Pochissimo dopo quel 25 luglio si scatenava la reazione contro la "primavera italiana" e contro il tentativo di ricominciare dai beni comuni: un tentativo di cui il movimento No Tav, con il suo rispetto certosino per il territorio è e resta parte integrante.
 
L'attacco alla legalità e il tentativo di obliare il senso politico delle lotte di primavera iniziava ad agosto con un susseguirsi di provvedimenti di pseudo-urgenza che ancora in troppo pochi ci sgoliamo per denunciare e per chiamare con il loro nome: emergenza democratica! La militarizzazione del cantiere Tav ci ha consegnato un messaggio forte e chiaro: per spartirsi quel bottino si è pronti a tutto. Ieri mattina la retata, volta a criminalizzare e intimorire non certo il solo movimento No Tav, che subisce questa sorte da vent'anni, ma proprio quel dissenso, quella solidarietà, quella cittadinanza attiva che lega in una sola lotta per i beni comuni le tantissime vertenze aperte sul territorio da chi rifiuta la logica dello stato di eccezione. Pratiche autoritarie che ci fanno piombare in un'emergenza democratica ancor più preoccupante ogni volta che la magistratura tiene bordone all' esecutivo.

24 01 2012 
 
Un appello alla Ministra del Lavoro, con 188 firme di donne impegnate in prima fila, per il ripristino della legge (abolita da Berlusconi) che impedisce la pratica delle "dimissioni in bianco"
 
Il 23 novembre abbiamo scritto alla Ministra Fornero - eravamo in 14 - chiedendo il ripristino della legge 188/2007, contro le dimissioni in bianco, della quale Marisa Nicchi è stata la prima firmataria e Titti Di Salvo ne è stata la relatrice alla Camera dei Deputati nel 2007, convinte come siamo della sua importanza nel difendere le persone da un abuso. Una consapevolezza maturata in tanti mondi diversi, quelli di provenienza: sindacato, giornalismo, impresa, politica, cultura.
Quella legge ha avuto una vita brevissima. È stata approvata nell'ottobre del 2007 - all'unanimità alla Camera e a larga maggioranza al Senato - al tempo del governo Prodi e dopo qualche mese, nel maggio del 2008, per mano del Ministro Sacconi, è stata immediatamente abrogata. Una legge semplice, priva di costi ed efficace: con un modulo a numerazione progressiva si impediva la pratica, diffusissima, delle dimissioni in bianco, la lettera fatta firmare alle ragazze soprattutto, ma anche ai ragazzi, alle lavoratrici e ai lavoratori stranieri, al momento dell'assunzione. Una firma senza data, così da poter tessere tirata fuori al momento buono: una lunga malattia, un incidente, un matrimonio, soprattutto una gravidanza in modo da liberarsi di quella persona senza problemi e oneri. 
 
Il 16 gennaio, abbiamo chiesto un incontro alla Ministra. Con la stessa intenzione: il ripristino immediato di una legge di civiltà che ha a che fare con lo Stato di diritto oltre che con la dignità delle persone, con il valore del lavoro, con la libertà delle donne che solo uno spirito illiberale può contrapporre alla maternità. La Ministra Fornero ha risposto, garantendo un suo impegno in quella direzione e un incontro. 
Oggi quelle 14 donne hanno raccolto 188 firme di donne molto diverse tra loro, unite dalla loro autorevolezza e da una certezza nella richiesta alla Ministra Fornero dell'urgenza del ripristino della legge 188, per il suo significato simbolico, per la sua efficacia, per la sua semplicità, per la sua nettezza. 
Tra le 188 firme ci sono quelle di sindacaliste, attrici, registe, docenti universitarie, psicoanaliste, scienziate, lavoratrici, imprenditrici, scrittrici, giornaliste, saggiste, fotografe, insegnanti, donne della politica e delle istituzioni, economiste, avvocatesse, ambientaliste, studentesse, editrici, galleriste.
 
In questi anni in cui non ci siamo mai arrese all'abrogazione della legge, abbiamo creato un senso comune e un linguaggio: "dimissioni in bianco" è una specie di parola magica che fa scattare oggi immediatamente una reazione indignata di donne e uomini che vogliono difendere la libertà e la dignità delle donne, il valore del lavoro, lo Stato di diritto. È ora di riaverla quella norma di civiltà.
 
Le 14 promotrici:
Roberta Agostini, Ritanna Armeni, Giovanna Casadio, Titti Di Salvo, Mariella Gramaglia, Raffaella Lamberti, Mariapia Mannino, Marisa Nicchi, Liliana Ocmin, Anna Rea, Susanna Camusso, Soana Tortora, Laura Trezza, Sara Ventroni
 
Seguono 188 firme che si possono leggere sul nostro sito www.ilmanifesto.it
 

SOTTO ESAME DELL'ONU, L'ITALIA CHE UCCIDE LE DONNE

Il Manifesto
17 01 2012
 
127 donne uccise per motivi di genere nel 2011 in Italia, con un picco tremendo in dicembre. Un rapporto su questa piaga alla base delle "raccomandazioni" dell'Onu al nostro Paese. Se ne discute oggi a Montecitorio

Il 2011 si è chiuso, per gli italiani e le italiane, con il sangue delle 127 donne uccise per motivi di genere, cioè in quanto donne, con un picco che ha visto durante le vacanze tra Natale e Capodanno un lungo elenco di nomi femminili in cronaca nera: Stefania Noce, 24 anni, morta accoltellata dall’ex fidanzato sul balcone di casa sua; Daniela Bertolazzi, 60 anni, uccisa in camera da letto dal suo convivente a martellate sulla testa; Silvia Elena Minastireanu, romena di 20 anni, uccisa il 23 dicembre a casa sua, strangolata da Luca D'Alessandro, 18 anni; Rosa Allegretti, prostituta uccisa da Costabile Piccirillo, giardiniere di Agropoli, trovata seppellita con mani e piedi legati, colpita con un bastone e con in bocca con un fazzoletto e nastro isolante; Mariya Alferenok, ucraina di 53 anni e da dieci anni a Melfi, uccisa a calci e pugni dal convivente, ritrovata col volto tumefatto a casa sua. Un elenco che con l’inizio del nuovo anno ha continuato con un trend in salita con la morte di quasi una donna al giorno, uccise da mariti, conviventi, ex partner: 12 donne finora, tra cui Enza Cappuccio, 33 anni, cieca, madre di 6 figli, arrivata all’ospedale Cardarelli di Napoli accompagnata dal marito, dal cognato e da un amico, ormai senza vita ma con segni evidenti di contusioni e probabile strangolamento, nonché in una condizione fisica di evidente denutrizione; Rosetta Trovato, 38anni, uccisa dal marito, strangolata davanti alla figlioletta; e Stefania Mighali, 40 anni, uccisa a coltellate dal marito, che dopo il femicidio ha appiccato il fuoco alla casa sterminando la famiglia e gettandosi poi dal balcone. Un quadro agghiacciante che spiega con i fatti quanto l’Italia abbia bisogno di cambiare in profondità il suo modo di trattare le donne. Ma il femicidio, estrema conseguenza della violenza contro le donne, non è un problema nuovo ed è stato anche ampiamente affrontato nel “Rapporto Ombra”, redatto dalle associazioni e dalle Ong italiane – sulla situazione delle italiane nel lavoro, il welfare, la politica, gli stereotipi, fino appunto alla violenza – che dopo essere stato presentato a New York in luglio, alle Nazioni Unite (Cedaw), stamattina sarà al centro della discussione che si tiene alla Sala Mappamondo della Camera (piazza Montecitorio 1), con interventi di tutte le parti riunite nella Piattaforma “Lavori in corsa - 30 anni CEDAW” - Simona Lanzoni di Pangea, Barbara Spinelli di Giuristi democratici, Rossana Scaricabarozzi di ActionAid e Titti Carrano di D.i.re (Donne In Rete contro la violenza) - con un intevernto di Violeta Neubauer, membro del Comitato CEDAW, e le rappresentanze politiche invitate dalla On. Rosa Maria Villecco Calipari, che coordina il convegno moderato dalla giornalista Tiziana Ferrario, e con le conclusioni della ministra del Lavoro, con delega alle Pari Opportunità, Elsa Fornero. Un’occasione unica per capire come è possibile che l’Italia si sia ridotta in queste condizioni.  
“Nel Rapporto Ombra – dice l’avvocata Titti Carrano che ha partecipato alla stesura per la parte che riguarda la violenza sulle donne nel testo presentato alle Nazioni Unite – è scritto chiaramente che nel monitoraggio che fanno le associazioni che si occupano di questo problema, emerge l’assoluta inadeguatezza dell’Italia su diversi fronti: non esiste ancora una legge sulla violenza di genere che comprenda, oltre alla violenza sessuale, tutte le forme di violenza che una donna può subire; l’insufficienza delle strutture dei centri antiviolenza che non hanno garanzie di finanziamento costante da parte degli enti locali e che quindi non riescono a garantire la copertura e la domanda del territorio; la mancanza allarmante di un’osservatorio nazionale su quello che è la violenza in Italia e quindi una carenza di dati ufficiali attendibili, in quanto sempre disgregati, o perché a livello territoriale o perché senza un osservatorio di genere; e infine la gravissima cecità rispetto alla violenza assistita dai minori nell’ambito domestico, dove si consuma una violenza reiterata nel tempo e quindi doppiamente traumatica”.
Nelle Raccomandazioni del Comitato Cedaw al Governo italiano, fatte a seguito della presentazione del “Rapporto Ombra” redatto, ricordiamolo, dalle associazioni e non dal nostro governo - che non si è sentito in “dovere” di fare un’analisi e un quadro della situazione disastrosa della donna in Italia pur avendo ratificato la Convenzione nel 1985 – si intuisce chiaramente la possibilità che ci sia una resposabilità delle istituzioni italiane non solo per quanto riguarda la discriminazione di genere nella politica, nel lavoro, nel perdurare degli stereotipi maschilisti, ma anche per quel che riguarda la crescita del femicido, in quanto si legge che il Comitato si dichiara “preoccupato per l’elevato numero di donne uccise da partner ed ex partner che può indicare un fallimento delle autorità dello Stato nel proteggere adeguatamente le donne vittime dei loro partner o ex partner”.
Un’affermazione che richiama alla mente le tante separazioni che si concludono con violenze fisiche o psicologiche, con stalking e minacce, o appunto con la soppressione fisica della donna, con un atto di violenza estrema, che alcuni giornali continuano a chiamare: “delitto passionale” o “raptus di un folle”. Una tragedia ormai inarrestabile di cui sono responsabili quindi anche quelle autorità che omettono di applicare norme di allontanamento di ex partner pericolosi, o che non distinguono la conflittualità di coppia dalla violenza vera e propria, e che “si dimenticano” di dare protezione appunto alla potenziale vittima, compresi i minori nel caso siano presenti.
Ad analizzare in profondità questo bel panorama da horror all’italiana, sarà in questi giorni, Rashida Manjoo, esperta indipendente incaricata dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite per il monitoraggio della violenza contro le donne nel mondo, che, in visita nel nostro paese, ha spiegato come “questa missione mi offre un'occasione unica per discutere e relazionare sull'impatto delle politiche e dei programmi adottati in Italia per combattere il problema”. Manjo, docente al Dipartimento di Legislazione Pubblica dell’Università di Cape Town, è stata nominata Relatore speciale sulla violenza contro le donne, nel giugno 2009 dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite per un periodo iniziale di tre anni, e come relatore speciale è indipendente da qualsiasi governo o organizzazione. In quanto relatore speciale sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo analizzerà le cause e le conseguenze del fenomeno, investigando su tutte le forme di violenza: da quella domestica, alla violenza perpetrata o tollerata dallo Stato, la violenza in ambito transnazionale, la violenza contro i rifugiati, richiedenti asilo e le donne migranti, e alla fine della sua visita, il 26 gennaio, illustrerà durante una conferenza stampa, presso la Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale (SIOI), i primi risultati del rapporto che sarà illustrato, con le raccomandazioni, nella ventesima sessione del Consiglio dei Diritti Umani nel giugno 2012. 
 
Luisa Betti

L'ORRORE CHE ENTRA DALLA PORTA DI CAMERA TUA

10 02 2012
 
di Luisa Betti 
 
A due mesi dall’arresto del padre che l’ha violentata per 30 anni, ora in carcere con l’accusa di infanticidio, parla la donna di Nuxis, un paese in provincia di Iglesias in Sardegna, vittima della violenza. L’uomo, S. C. di 71 anni, è accusato di aver ucciso e abbandonato sotto un ponte a Siliqua, 15 anni fa, il bambino, frutto degli stupri, da lei partorito in un bagno e che fu ritrovato morto. Il Tribunale del Riesame ha respinto la richiesta di scarcerazione avanzata dai legali. Qui riportiamo parte dell’intervista di Giorgio Pisano, apparsa due giorni fa sull’Unione Sarda, che ha incontrato la donna raccontando la sua storia. 

«Siccome noi l’acqua calda ce l’abbiamo solo in bagno, io in bagno stavo lavando i piatti. È cominciato tutto lì». Lì, in bagno? «Sissignore. Papà è entrato e ha iniziato a toccarmi. Io avevo undici anni ma certe cose le sapevo già. Ho gridato smettila, no no, e lui dopo un po’ se n’è andato ». Non è accorso nessuno? «No, eppure c’erano tutti: mamma, le mie quattro sorelle e mio fratellino che allora era proprio piccolo e non poteva capire». Ha capito dopo. «Certo, anche lui. Avevano capito tutti. Anche perché papà non ha smesso. Di toccarmi, voglio dire». (…) L’orco, va detto per completezza d’informazione, sostiene di non aver mai sfiorato la figlia e tantomeno d’aver soffocato e scaraventato sotto un viadotto il bimbo nato dalla loro relazione. A domanda, come si dice nei verbali di polizia, risponde d’essere stato un galantuomo: prima macellaio e poi operaio, vicino fino all’ultimo alla moglie in agonia. Quel che resta della figlia è una donna magrissima, occhi proiettati fuori dalle orbite, mani e gambe sempre in movimento. (…) Con sua madre ha parlato di cos’era successo in bagno? «Certo. È rimasta zitta. Poi se l’è presa con me. Dice che era colpa mia. Dopopranzo certe volte mi faceva la ramanzina di fronte alle sorelle: anziché odiare il marito, odiava me». E le sorelle? «E le sorelle e le sorelle… Sapevano e se ne fregavano». Intanto suo padre? «Papà, perché io l’ho sempre chiamato papà e non babbo, mi scocciava sempre. Un giorno è venuto in camera da letto. Nel letto a fianco c’era mia sorella.
 
Era tutto nudo, voleva entrare sotto le coperte ma io mi sono ribellata. Gli davo calci. Alla fine si è arreso e se n’è andato». Sua sorella? «Forse dormiva e non si è accorta di nulla». Urla, calci e continuava a dormire? «Può darsi». Quanti anni aveva quando la situazione è precipitata? «Rapporto completo, vuol dire? Quattordici o quindici anni. Nel lettino della mia camera. Ha accompagnato mia mamma da parenti a Santadi, poi è tornato a casa con una scusa perché sapeva che ero sola. Non me l’aspettavo. Era mattino, questo lo ricordo bene. Da quel momento non ha mai finito». Cioè? «In camera, in macchina, nel locale che abbiamo in campagna. Dovunque ci fosse la possibilità, mi ha violentato. Nei mesi freddi, meno; d’estate, di più». Con chi ne ha parlato? «Con le sorelle, prima di tutto. Dicevano che era colpa mia. Ricordo che una volta mi sono rifiutata e allora papà ci ha punito tutti: niente televisione, niente film per un paio di giorni. Sa come hanno reagito le mie sorelline? Non mi rivolgevano la parola. Offese. Come mamma: ho sempre pensato che ce l’avesse con me, che fossi io la vera colpevole». Non trovava proprio nessuno a cui chiedere aiuto? «La verità è che sono stata io la cretina. Debole, insicura. Me ne sarei dovuta andare». Lei è cattolica. Ha provato a parlarne col prete? «Certe cose non puoi raccontarle a un sacerdote. In compenso, gliene dicevo altre. E ho sempre fatto la Comunione perché davanti a Dio non mi sentivo responsabile ».
 
Mai sfiorata dall’idea del suicidio? «Sì. Quand’ero incinta la prima volta e ho abortito. Papà mi diceva: tienilo, diremo che t’ha fregato un ragazzo di paese. È antiabortista, papà. Poi ci ho ripensato la seconda volta, cioè quando mi è nato il bambino. Progettavo di mettermi una busta in testa e morire affogata, senz’aria. Purtroppo non ho avuto il coraggio di farlo». Con sua madre neanche un attimo di solidarietà? «Come no, sì. Le ho voluto un gran bene anche se non ha denunciato il marito per quello che mi faceva. Mi offendeva di brutto, mi diceva che papà avrebbe potuto trovare altre donne e se invece cercava me qualche motivo doveva pur esserci. E io mi chiedevo: quale motivo? È stata comunque una buona madre di famiglia, affettuosa e senza difetti. Anzi uno: forse ha voluto troppo bene al marito, gli ha perdonato tutto». Ha mai detto ai suoi d’essere incinta? «Certo. La prima volta avevo ventidue anni. Ho abortito all’ospedale san Giovanni di Dio a Cagliari. Quando sono rientrata a casa, papà non mi ha chiesto niente, mamma forse era all’oscuro, mia sorella maggiore ha scelto la via più comoda: silenzio ». L’ipotesi di prendere precauzioni? «Chi, precauzioni lui? Alla fine mi sono oldrassegnata e ho preso la pillola». Era geloso? «Da morire. Non mi faceva uscire, non voleva che vedessi i ragazzi della mia età, una volta ha fatto una scenata perché ha sentito squillare il mio cellulare. Chi è, chi ti cerca? tu non ci devi essere per nessuno». Tenerezze? «Vuol sapere se mi ha mai detto ti amo? No. Si limitava ad accompagnarmi dappertutto, a controllare che nessuno potesse avvicinarmi.
 
Doveva essere lui l’unico uomo della mia vita. E io, io potevo difendermi soltanto non collaborando. Gli dicevo: papà, mi fai schifo. Mi guardava e ordinava: intanto spogliati». Minacce? «La solita: ti sbatto fuori da casa. Dopo che è morta mamma, non volevo più avere rapporti con lui. Allora ha chiamato una mia sorella che abita in un paese vicino: le ha detto che voleva andarsene in ospizio, che lo trattavo male. Sono stata rimproverata. Ho gridato che diceva così perché non volevo più fare l’amore con lui. Mia sorella è stata durissima: di queste cose non voglio sapere». Un’amica del cuore l’ha avuta? «Sì. Le ho chiesto se mi ospitava a casa sua. Mi ha detto no. Credo che subisse la mia stessa sorte». (…) Poi c’è la seconda gravidanza. «Avevo un pancino da niente, non sembravo incinta. Un giorno sono andata all’ospedale di Carbonia: c’era mia madre ricoverata. Mi sono arrivati dolori piano piano e poi sempre più forti. La notte c’era da impazzire. Di mattina torno in ospedale e mi accorgo che mi si erano rotte le acque». Ha chiesto aiuto? «No. Sono andata nel bagno della camera di mia madre. Mi mordevo le labbra per non gridare. Cercavo una posizione. A un certo punto mi sono piazzata a gambe larghe, in piedi: il bambino è venuto fuori e ha battuto la testa sul water. Non so come, il cordone ombelicale s’è staccato da solo. A quel punto papà ha bussato». Alla porta del bagno? «Sì. Io ero in un mare di sangue. Il bambino l’avevo steso sul pavimento. Lui mi ha detto: dammelo, ci penso io. Ed è andato via.
 
Mi è dispiaciuto per mio figlio, non l’avrei tenuto ma non volevo». Non voleva, cosa? «Tre giorni dopo ho chiesto a mio padre che fine avesse fatto il bambino. L’ho buttato a mare, mi ha risposto. Da quel momento non ne abbiamo più parlato». L’autopsia dice che è morto soffocato da un grumo di carta igienica ficcato in gola. «Non lo so. Quando l’ho dato a papà era vivo, ne sono sicura». La sua famiglia sapeva. E il paese? «Le voci c’erano. E dicono tutti che è colpa mia. Alle Poste, dove sono andata a pagare la corrente, m’ha salutato soltanto una signora. Tutti gli altri zitti: non esisto più per loro». (…) Chi l’ha voluto, lo scandalo? «Mio cognato.Voleva vendicarsi di mia sorella, da cui vive separato. Ha detto che l’ha fatto per togliersi un peso dal cuore. Altro che peso, maledetto. Fosse stato muto, nessuno avrebbe mai saputo. Nessuno».

LA PANCIA SOVVERVISIVA DI DICIASETTE RAGAZZE

27 12 2011 
 
«17 filles» di Delphine e Muriel Coulin, il film sorpresa 2011. Ispirato a un fatto di cronaca, accaduto negli Stati uniti, è la storia di diciassette liceali che decidono di avere un figlio tutte insieme

È stato uno degli eventi cinematografici dell'anno, un piccolo film che partito dal festival di Cannes, seppure all'interno di una vetrina privilegiata come la Semaine de la critique, la scorsa edizione di qualità magicamente alta, ha conquistato il mondo. Il successo, in casa e all'estero - in Italia lo vedremo presto, distribuito dalla Teodora film, è stato in concorso all'ultimo Torino film festival dove ha vinto il premio della giuria - ha sorpreso persino le registe, le sorelle Muriel e Delphine Coulin. Perché 17 filles è un'opera prima, con un budget basso e un cast di giovanissime attrici sconosciute (forse una delle più nota è Esther Garrel, figlia di Philippe).
All'origine di 17 filles c'è un fatto di cronaca: in una cittadina degli Stati uniti, un gruppo di ragazzine adolescenti rimangono incinte tutte insieme. Le registe, anche autrici della sceneggiatura, trasportano la vicenda nella provincia francese e, naturalmente, la interpretano. «Per rendere più interessante la storia 'vera' abbiamo voluto dargli un significato politico. La scelta delle ragazze dichiara una sorta di utopia collettiva. Col loro gesto rifiutano i modelli di vita mediocri che gli propone la realtà in cui sono cresciute, la loro cittadina di provincia, grigia, ostile ai cambiamenti, ancorata al passato, che non riesce a contenere tutti i loro sogni. L'idea di crescere i figli insieme, in un progetto di comune solidarietà, da all'improvviso un senso nuovo alla loro esistenza. Di certo non si tratta di una buona soluzione ma lo slancio che ne è all'origine è molto forte e molto profondo».
Cosa racconta dunque il film? Una ragazza, Muriel, la più carina e influente del liceo, è incinta e decide di tenere il bambino. Non solo. Cerca di convincere le amiche a fare lo stesso. In questo modo potranno crescere insieme i loro bimbi, dividere una grande casa e inventare una realtà bella, divertente, diversa da quella in cui si trovano.
 
Noia adolescenziale? Forse. Ma a diciassette anni non si può essere troppo serie, e l'esistenza a Loriant, piccola città bretone, scandita da studio, caffé, qualche festa sulla spiaggia, i centri commerciali, giustifica qualsiasi invenzione. 
Ecco allora che una dopo l'altra le ragazzine rimangono incinte. A scuola si scatena il panico. In famiglia peggio. Sociologi, troupe televisive, tutti gridano allo scandalo. I genitori si disperano, i professori si affannano a dare spiegazioni improbabili rivelando la loro inadeguatezza. Le ragazze diventano delle star, e chi non aspetta un bambino è quasi guardata male, considerata una sfigata, al punto che qualcuna finge pur di fare parte dell'onda ... 
Mentre la pancia cresce, le ragazzine vanno avanti nell'assoluto dell'adolescenza, nonostante quell'utopia su cui fantasticano somigli più a un suicidio sociale che a una liberazione.
 
Non è un film perfetto 17 filles, ma funziona anche coi suoi difetti. Intanto perché pur essendo un film di scrittura non ne viene soffocato, e già questo basterebbe da sé - la scrittura è uno dei limiti più seri del cinema italiano oggi, che nella maggior parte dei casi ne rimane ingabbiato divenendo una sorta di illustrazione, spesso senza guizzi, della sceneggiatura. 
Qui invece accade il contrario. La storia scritta viene ripensata nel farsi del film, le attrici, le scelte narrative che sfuggono a qualsiasi trappola sociologica - e anzi c'è una certa ironia nel modo di presentare i media e le istituzioni che fanno fronte alla vicenda - l'ambiente. I genitori rimangono fuoricampo, e così i maschi. 
Le registe scelgono un punto di vista «forte», mantenendo un tono molto realistico: la pancia. É sulle pance che crescono che si svolge la narrazione, è lì che si accendono entusiasmi e affiorano le paure che non diventano mai più forti del loro coraggio. Il corpo femminile è l'unico terreno in cui potersi ancora scoprire, nel vuoto che le circonda, le «17 ragazze» si sentono invincibili perché avranno un bambino insieme alle loro amiche, in un passaggio della vita in cui l'amicizia è tutto.
 
Le registe sanno cogliere le sfumature, le conversazioni tra ragazzine, filmano con grazia delicata la loro solitudine nelle camerette, ognuna diversa e tutte uguali, in cui per qualche istante la determinazione lascia il passo all'ansia di ciò che accadrà. Cioè lo scontro con una realtà che è più forte, in cui la sola sovversione sarà (forse) quella di colei che ha iniziato tutto, e che non sarà madre scomparendo per sempte. Il suo mito rimane così intatto, per le altre l'utopia diviene una sequela di carrozzine blu, tutte uguali, come quelle dei loro genitori, intorno alle qualei lasciarsi andare a stanche e ripetute conversazioni sulla piazza del paese.
Il mondo sognato della ragazze è già finito.
 

CHI, SE NON LE DONNE?

10 12 2011
 
Domani domenica saremo nuovamente in piazza, a Roma e in altre città italiane. Solo dieci mesi fa, nel momento più terribile della stagione berlusconiana, il 13 febbraio segnò un punto di svolta nel rapporto tra quel governo e il paese. Se non ora quando?, movimento promosso da donne eterogenee per cultura e generazione, seppe interpretare l'enorme domanda di cambiamento che attraversava l'Italia. Lo si è visto poi nei risultati delle amministrative di primavera e nei referendum di giugno. 
Eravamo nel pieno di una crisi civile e politica, travolte dall'arroganza del discorso pubblico dominante, indifferente alle mille forme di sofferenza indotte da una crisi economica e sociale epocale, un discorso scurrile, misogino e falso. Eravamo spettatrici di un uso del potere spregiudicato in cui il corpo femminile era merce di scambio e le funzioni pubbliche oggetto di mercimonio. Come dimenticare ciò che i verbali dell'assemblea parlamentare ci ricorderanno per sempre, che la maggioranza dei deputati ha ritenuto credibile che Ruby fosse la nipote di Mubarak? 
 
Si può sorridere, e continuare a pensare che ci sono state e ci sono cose più importanti, ma la credibilità e l'autorevolezza della politica e delle istituzioni si sono perse anche in passaggi della nostra vita politica come questi. E si sono perse per tutti, non solo per i responsabili di questo sfascio.
Il 13 febbraio si è vista un'altra Italia, e si è vista la voglia di tornare a fare delle cose insieme. Quel giorno ha preso vita un percorso, sono nati in molte città comitati Se non ora quando? (Snoq), a luglio si è tenuta a Siena un'assemblea nazionale. In questi mesi, si è sperimentata la possibilità di dar vita a una stabile, aperta, circolare tessitura di relazioni con altri soggetti e associazioni. La novità che si è vista all'opera è stata la voglia e il desiderio di unirsi, di mettersi in relazione nella consapevolezza delle differenze per occupare la scena pubblica, per contribuire a rifondarla. 
 
Con le dimissioni di Berlusconi si è aperta una fase nuova in Italia, incerta e ricca di insidie. Domenica 11 Se non ora quando? sarà nuovamente in piazza. Non ha smobilitato e non intende smobilitare. Una manifestazione pensata prima delle dimissioni, che sarà la prima del post Berlusconi. Ci sono molte ragioni per continuare ad affermare un'autonoma presenza femminile, inclusiva e aperta al coinvolgimento degli uomini. Penso che questa capacità di essere insieme anche se diverse sia una risorsa ancora oggi. Molti lo hanno detto, con il governo Monti sicuramente sono cambiati stile e linguaggio. E non è poca cosa. Personalmente ho festeggiato la sera delle dimissioni di Berlusconi, e non ne sono pentita. Nelle scorse settimane abbiamo vissuto, contemporaneamente, la gestione di una drammatica situazione eccezionale e un passaggio di regime. Ma sulle politiche ancora troppi appaiono i segni di continuità, con l'ideologia e la cultura che ha portato l'Italia e l'Europa sull'orlo del baratro.
Di fronte al declino italiano, al fallimento delle classi dirigenti, la manifestazione di domenica vuole ricordare, qui e ora, che la crisi non si affronta senza le donne o contro di loro. Esserci dunque con le nostre parole, farlo mentre l'Italia discute la manovra, i partiti si dividono o si accordano, i sindacati convocano per l'indomani il primo sciopero generale unitario dopo molti anni contro l'iniquità della manovra economica governativa. 
 
Noi non siamo da un'altra parte. Domenica è un'occasione per nominare le nostre priorità. Intanto che non c'è vero cambiamento senza donne, senza competenza femminile. Abbiamo bisogno di un nuovo patto sociale. Le donne italiane lavorano 60 ore settimanali, più di tutte in Europa. Solo il 46% sono occupate, mentre la media europea è del 60%. Tre milioni e mezzo di donne non lavorano per assenza di servizi. 800.000 sono licenziate o si dimettono per la maternità. Le giovani sono precarie più dei loro coetanei maschi. Questa manovra ci propone maggiori contributi e l'aumento dell'età pensionabile senza nulla in cambio, senza affrontare nessuno dei nodi del welfare italiano e del mercato del lavoro, senza aggredire la precarietà lavorative ed esistenziale delle più giovani. 
 
Se non le donne chi? Recita l'appello che convoca la manifestazione. Se non le donne, chi può segnare la discontinuità con il berlusconismo? È tempo di guardare a quello che siamo diventati noi, questo paese e il suo vivere (in)civile. Abbiamo bisogno di una nuova cultura della libertà, della cura e del vivere insieme, di abbandonare l'individualismo e lasciarci alle spalle questo trentennio e le sue macerie. Una forte presenza autonoma delle donne in piazza domani può essere un passo in questa direzione.
ilmanifesto.it
10 10 09

Una piazza di persone. Quella del movimento glbt

L'appuntamento è per questo pomeriggio. Alle 15,30 a piazza della Repubblica, Roma, torna a manifestare il movimento glbt (LEGGI L'APPELLO) dopo l'aumento verticale di episodi di omofobia che si sono verificati in tutta Italia e le difficoltà riscontrate nell'approvare una legge che riconosca tale reato. "Vogliamo valorizzare tutte le diversità e rivendicare pari dignità e pari diritti” – ha dichiarato la portavoce Fabianna Tozzi – sarà un grande evento che riporta al centro il valore delle persone con i loro bisogni e la loro richiesta di uguaglianza, per continuare una rivoluzione culturale che possa combattere i pregiudizi, l’odio verso le persone ritenute più deboli e la violenza verso le persone lgbt”. Il corteo sarà aperto dalla bandiera arcobaleno, simbolo di tutte le differenze; la madrina della manifestazione sarà l'attrice Maria Grazia Cucinotta. Il movimento ha deciso di anteporre i "classici" interventi all'inizio della manifestazione. C'è bisogno di parole, più che di manifestazioni. Sul palco saliranno diversi testimoni della realtà che vivono le persone omosessuali in Italia: ci sarà Maria Luisa Mazzarella, studentessa di Napoli che il 23 giugno scorso difese un proprio amico gay da un'aggressione in piazza Bellini a Napoli; Agata Ruscica e Angela Barbagallo, coppia lesbica di Siracusa che da 26 anni vive insieme; Daniele Stoppello, avvocato di Roma che ha seguito tutti gli ultimi casi di aggressione ai danni di persone lgbt nella capitale; Ettore Ciano, genitore di un figlio gay e una figlia lesbica; Orlando Dello Russo e Bruno Di Febbo, coppia gay abruzzese che vive insieme da 45 anni; Morena Rapolla, ragazza transessuale aggredita assieme ad un’amica nel pieno centro di Potenza; Giordana Curati, lavoratrice lesbica; una famiglia omogenitoriale che testimonia la presenza di migliaia di figli nati da genitori gay e lesbiche. Poi, partirà il corteo che si snoderà per le vie del centro e arriverà fino a piazza Madonna di Loreto (vicino all'Altare della Patria).

http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2009/mese/10/articolo/1623/

UMORI NAZIONALI

di Annamaria Rivera, Il Manifesto 8 febbario 2011




«In fondo che ne sappiamo, di queste rivolte?», obietta l'amico, un vecchio compagno di solito ben orientato. «Come andranno a finire? Non scordiamoci dell'Iran e dell'abbaglio che prendemmo allora! Forse è meglio la stabilità attuale, per quanto non ci piaccia, che il rischio del caos e dell'islamismo». Replico con ogni argomentazione possibile, gli oppongo dati e analisi. Obietto che non tutte le insurrezioni sono finite in modo disastroso, che in Spagna, in Portogallo, in certi paesi dell'America Latina in fondo non è andata troppo male. Concludo che comunque ogni popolo ha diritto alla ribellione e che non si può preferire la dittatura, la repressione, l'ingiustizia al disordine. Niente da fare: rimane saldamente aggrappato ai suoi pregiudizi e alle sue paure.
È la sera del 6 febbraio. Ho appena saputo del rogo che ha ucciso quattro bambini rom, nella miserrima baraccopoli romana in fondo all'Appia Nuova.
Il Manifesto
14 06 2012


Parla il deputato del Pd Felice Casson, relatore del ddl che dovrebbe introdurre il delitto nell'ordinamento. La discussione si apre oggi in al Senato. Il reato eviterebbe la prescrizione sulle violenze di Genova.
Sia pure fuori tempo massimo per dare giustizia alle vittime delle violenze perpetuate dalle forze dell'ordine a Genova, un barlume di speranza si accende però al Senato.

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Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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