IL MANIFESTO

di Luisa Betti, Antiviolenza
27 gennaio 2012 
 
La relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza di genere in missione a Roma per esaminare l'inquietante "caso Italia". La questione della violenza domestica e le raccomandazioni al governo.

Il Manifesto
19 06 2012

Il 5 luglio la Cassazione deciderà sulla condanna definitiva di dieci persone accusate di "devastazione e saccheggio". Un appello per evitare che siano loro i soli responsabili della "macelleria messicana". FIRMA

La gestione dell’ordine pubblico nei giorni del G8 genovese del luglio del 2001, rappresenta una ferita ancora oggi aperta nella storia recente della repubblica italiana.
Dieci anni dopo l’omicidio di Carlo Giuliani, la “macelleria messicana” avvenuta nella scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto e dalle violenze e dai pestaggi nelle strade genovesi, non solo non sono stati individuati i responsabili, ma chi gestì l’ordine pubblico a Genova ha condotto una brillante carriera, come Gianni De Gennaro, da poco nominato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
Mentre lo Stato assolve se stesso da quella che Amnesty International ha definito “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”,  il prossimo 13 luglio dieci persone rischiano di diventare i capri espiatori e vedersi confermare, in Cassazione, una condanna a cento anni di carcere complessivi, in nome di un reato, “devastazione e saccheggio”, che rappresenta uno dei tanti detriti giuridici, figli del codice penale fascista, il cosiddetto Codice Rocco.
Un reato concepito nel chiaro intento, tutto politico, di perseguire chi si opponeva al regime fascista. Oggi viene utilizzato ipotizzando una “compartecipazione psichica”, anche quando non sussiste associazione vera e propria tra le persone imputate. In  questo modo si lascia alla completa discrezionalità politica degli inquirenti e dei giudici il compito di decidere se applicarlo o meno.
E’ inaccettabile che, a ottant’anni di distanza, questa aberrazione giuridica rimanga nel nostro ordinamento e venga usata per condannare eventi di piazza così importanti, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone, come le mobilitazioni contro il G8 a Genova nel 2001.
Non possiamo permettere che dopo dieci anni Genova finisca così, per questo facciamo appello al mondo della cultura, dello spettacolo, ai cittadini e alla società civile a far sentire la propria voce firmando questo appello che chiede l’annullamento della condanna per devastazione e saccheggio per tutti gli imputati e le imputate.
 
Per una battaglia che riguarda la libertà di tutte e tutti.

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Women Human Rights
18 10 2012


    Si ricomincia, appena tocco la PAS (Sindorme di alienazione parentale) qualcuno salta sul pero, e chissà perché. Non solo, perché questa volta la calunnia, l’offesa, la diffamazione, arriva da un giornale che si chiama “Il Giornale” e che ha come direttore Alessandro Sallusti: quello che ha pubblicato il famoso articolo di Renato Farina (alias Dreyfus alias Betulla) per cui è stato condannato a 14 mesi di reclusione per mancato controllo – pezzo in cui si augurava la pena di morte per un giudice tutelare, il medico e i genitori di una ragazzina di 13 anni la quale, secondo Farina, era stata costretta dagli adulti a interrompere una gravidanza – e che recentemente è stato sanzionato dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia con la censura disciplinare per aver pubblicato in prima pagina e in primo piano la foto di una minorenne con il seno seminudo e bruciato mentre era accasciata a terra ferita dopo lo scoppio della bomba di Brindisi. Dopo tutto quello che questo Giornale ha dimostrato in materia di correttezza, e rispetto dell’informazione e dei fatti, e dopo tutto quello che i media, soprattutto la televisione, hanno detto e scritto sulla storia del bambino di Padova – su cui non mi sono neanche soffermata perché nel mio articolo ho parlato di Pas -  questo Giornale, a firma di un signore che si chiama Roberto Scafuri (che non conosco e non mi conosce), titola:
   
Ci mancavano le femministe, tra gli avvoltoi del bimbo conteso di Padova

    nel suo pezzo il signor Scafuri scrive chiamandomi in causa con quanto segue:

    “(…) Abbiamo scritto condizionamento, e non altro, perché nello sciocchezzaio ascoltato è ricomparsa una pregiudiziale violenta, che associa mammismo e femminismo in una miscela esplosiva, e contro la quale in Italia si rischia di venire senz’altro linciati sul posto. Nulla di nuovo, rispetto al conformismo degli anni Settanta. Un’alleanza pregiudiziale che contesta l’esistenza della «Sindrome di allontanamento genitoriale» (Pas), scredita la figura dello psichiatra inventore (morto suicida) e la relega pressappoco a uno stratagemma dei maschi stupratori per non perdere le loro vittime predilette. «Una patologia inesistente ma usata nei tribunali», scrive tra l’altro Luisa Betti sul Manifesto ( e magari lo fosse). L’articolista non esita a dare del «pedofilo» all’inventore del metodo di rilevazione medico-scientifica, lo psichiatra Richard Gardner. E a sostenere assunti di gravità indecente, tipo: «in verità la Pas serve spesso per tappare la bocca ai bambini che non vengono presi in considerazione nei loro racconti», avvalorati da dichiarazioni di una sconosciuta docente padovana di Psicologia sociale e di comunità”.

    Ebbene, dato che il signor Scafuri non mi conosce e probabilmente non sa molte cose, metto al corrente lui e il suo direttore che ha fatto pubblicare questo articolo:

    1 – che io gli anni Settanta non li ho fatti perché ero troppo piccola;

    2 – che la pregiudiziale violenta di “mammismo e femminismo” è una cosa che si è inventato lui e che si può rivendere questa trovata attribuendosi la paternità perché non mi riguarda;

    3 – che lo psichiatra Gardner ha il passato che ha, e me ne dispiace ma non è colpa mia;

    4 – che la Pas è inesistente ma non lo dico io (ahimé) perché non è stata né riconosciuta ufficialmente da nessuno né scientificamente provata come malattia;

    5 – che la Professoressa Patrizia Romito – che ha appunto detto che la Pas viene spesso usata per tappare la bocca ai bambini -non è docente dell’Università di Padova ma di Trieste, e non è una emerita sconosciuta ma una delle più importanti esperte su questi temi in Italia apprezzata anche all’estero (e chi si occupa di questi argomenti lo sa, come per esempio la giornalista del Guardian che l’ha intervistata nel 2008);

    6 – che non sono un’articolista, cioè una che scrive sui giornali, ma una giornalista professionista regolarmente iscritta all’Ordine dei giornalisti;

    7 - che ho già ricevuto minacce per aver scritto su Pas e ddl 957 (per la modifica dell’affido condiviso in discussione al senato) a cui è corrisposta altrettanta solidarietà, e che spero lui non sia di quella compagnia;

    9 - che non somiglio affatto a un avvoltoio e che qui gli avvoltoi ce li facciamo arrosto con le patate;

    8 – e che al resto risponde Giulia (Rete nazionale delle giornaliste libere e autonome) qui di seguito:
   
Sallusti, chi è l’ avvoltoio?
   
GiULiA denuncia il Giornale che con l’epiteto “Avvoltoio femminista” ha attaccato una nostra giornalista, Luisa Betti, che con scrupolo e impegno da anni scrive di violenza alle donne e di PAS.

    “Avvoltoio femminista: con questo epiteto Il Giornale ha attaccato una giornalista del manifesto e di GiULiA, Luisa Betti, che con scrupolo e impegno da anni scrive di violenza alle donne e di PAS, la pseudo Sindrome di alienazione parentale, e per questo è da tempo oggetto di minacce. Non accettiamo lezioni di giornalismo da chi, anche grazie a un nostro esposto, è stato condannato per avere scritto il falso diffamando altre persone ed e’ stato censurato dall’Ordine della Lombardia per avere violato la Carta di Treviso a tutela dei minori (sull’attentato alla scuola Morvillo di Brindisi). La disinformazione non paga. La PAS, assurta alle cronache nel caso del bimbo di Padova prelevato con forza dalla polizia, è una teoria priva di basi scientifiche, messa al bando in Spagna e Germania: non ci stancheremo di dirlo e di scriverlo, con buona pace del Giornale. Alla collega attaccata e insultata la nostra solidarietà”.

    9 – infine mi viene un dubbio: che qualcuno si sia voluto togliere un sassolino dalla scarpa per quello che ho scritto sul vergognoso articolo antiabortista scritto da Renato Farina riguardo l’interruzione di gravidanza della ragazza 13enne che ha portato Sallusti in tribunale?

L' Unità
08 08 2012


La polizia greca si appresta a deportare 1.600 persone irregolari,  il ministro dell'ordine pubblico Nikos Dendias ha detto che la Grecia nella sua situazione economica non si può permettere un'invasione di immigrati

Un'espulsione di massa: la polizia greca si appresta a deportare 1.600 persone, immigranti irregolari, arrestati negli ultimi giorni ad Atene durante un'operazione in grande stile di controllo della popolazione straniera. il ministro dell'ordine pubblico Nikos Dendias ha giustificato l'operazione dicendo che la Grecia nella presente situazione economica non si può permettere un'invasione di immigrati - anzi, «la più grande invasione dal tempo dei Dori 3.000 anni fa».

Fattostà che nel fine settimana la polizia ateniese ha compiuto una gigantesca retata, fermando per strada africani e asiatici per controllare i documenti. Denominata incongruamente «Zeus Xenios» (il dio dell'ospitalità), l'operazione ha portato al fermo di 6.000 persone in due giorni, di cui molti rilasciati e 1.600 destinati all'espulsione. I partiti della sinistra hanno protestato contro l'operazione anti-immigrati, e anche l'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati si è detto alalrmato perché migranti da regioni in guerra rishciano di non poter neppure chiedere asilo. Ma il ministro dendias ha insistito: le retate anti-clandestini continueranno, ha detto, perché un'immigrazione senza controllo «ha portato la Grecia sull'orlo del collasso». In attesa di espulsione gli arrestati saranno trattenuti in edifici dismessi della polizia, nel nord del paese e ad Atene, che hanno capienza di 10mila posti, ha aggiunto. Negli ultimi anni un partito di estrema destra, Alba Dorata, ha raccolto consensi usando una aggressiva retorica anti-immigrati: a quanto pare il governo ha deciso di cavalcare la stessa ondata.

Secondo le stime ufficiali circa 100mila immigranti entrano in Grecia ogni anno illegalmente, soprattutto dalla frontiera turca o dal mare.
16 10 2012 
 
di Luisa Betti 
 
"Mai più complici", una lettura ambigua e fuorviante della violenza contro le donne, che dovrebbe diventare un disegno di legge. Ma che finisce per ributtare le cause della violenza dentro le stesse vittime.

Lo scorso weekend a Torino l'associazione Se Non Ora Quando (Snoq) ha dato il via al suo lavoro sulla violenza contro le donne con un Convegno intitolato “Mai più complici” alle OGR (officine grandi riparazioni) di Torino: sabato sera con l’atto unico di Cristina Comencini dal titolo “L’amavo più della sua vita” e domenica con una giornata di interventi che si sono conclusi alle 15.45 dopo i quali nella grande stanza dell’incontro sono stati preparati 15 tavoli di discussione al fine di "elaborare proposte per una legge nazionale sulla violenza”.
 
Dopo l’intervento del sindaco di Torino, Piero Fassino che ha salutato la platea di circa 250 persone sedute davanti al palco, è salita la ministra del lavoro – con delega alle pari opportunità – Elsa Fornero, subito però interrotta da alcune donne e ragazze di AlterEva e della Fiom, venute lì a chiedere spiegazioni alla ministra sui tagli e l’eliminazione dell’articolo 18 che prime fra tutti danneggia le donne, soprattutto le donne che subiscono violenza impossibilitate ad avere emancipazione economica che permetta di sottrarsi al controllo maschile.
 
Dopo alcuni “tafferugli” in cui le organizzatrici hanno cercato di far tacere le contestatrici e la ministra che ha chiesto invece a loro di venire sul palco, Fornero ha illustrato il suo lavoro, chiarendo che sulla violenza il dipartimento pari opportunità sta facendo del suo meglio, anche se con pochi soldi, e che quando è andata in Sudafrica, è anche riuscita a farsi capire con quelle donne comprendendo cosa fosse davvero la violenza e leggendo un libro.
 
Dopo la bella interpretazione del monologo di Lidia Ravera, che ha sottolinenato come sia difficile per una donna senza lavoro uscire dalla violenza, ecco una sfilza di interventi  fino alla pausa pranzo e oltre, molti dei quali sostenevano un concetto espresso bene da Cristina Comencini (tra le fondatrici di Snoq) in una intervista a La Stampa, per cui la violenza sulle donne è “un impulso ancestrale”. “In passato – dice Comemcini - il maschio prendeva la femmina e se lei si rifiutava poteva ammazzarla. Da bambini si fatica ad apprendere che ogni relazione è un perdere e un acquisire.
 
Non c’è il buono e il cattivo: c’è da compiere il viaggio verso l’età adulta”. Un assunto che è sembrato anche il terreno dell’intervento di Cristina Obber - che ha scritto un libro di testimonianze e fa corsi nelle scuole, mentre come giornalista cura un suo blog – in cui si cercava di delineare alcuni profili psicologici. Obber sostiene che “le ragazze si sentono davvero complici di ciò che potrebbe loro accadere ancor prima che accada” e che “la violenza molte volte si costruisce insieme”, confondendo così nel riconoscimento della violenza quello che costituisce il gruppo di giustificazioni che le vittime danno quando subiscono violenza, con le cause e le dinamiche della violenza: cosa che chi lavora con queste donne sta ben attento a non fare per non assecondare lo stato in cui la vittima si autocolpevolizza per ciò che le è successo, cercando invece di riportare lei e la vicenda su un piano oggettivo, per poter inizare un percorso di recupero.
 
L’inconsapevolezza sia degli autori che delle vittime che ci racconta Obber, è infatti una lama a doppio taglio, perché mette le due parti sullo stesso piano in una dinamica che sminuisce la gravità di un tale reato e dà alla vittima una reposnsabilità che invece è interamente dell’offender. Che sia pericoloso lo dimostra il fatto che gli avvocati che difendono autori di violenze cercano sempre di mettere sul piatto le attenuanti, insistendo sia sulla inconsapevolezza del cliente sia sulle responsabilità della vittima; un comportamento che anche alcune giornaliste chiedono di non fare ai colleghi/e quando descrivono la dinamica di un fatto riguardante violenza, per non supportare quella stessa cultura che giudica attraverso stereotipi discriminativi le donne. Il fatto di riportare la frase di un ragazzo che dice: “Con chi posso parlare senza esere giudicato” è fuorviante  - e diseducativo per gli stessi ragazzi - perché sia il punto di vista giustificazionista sia quello dell’immedesimazione, accarezza gli stereotipi che sono alla base della violenza di genere in quanto punti di vista privi di analisi e di critica. Un atteggiamento che non solo non affronta il problema ma lo descrive come per quello che appare in un contesto condizionato, e non per quello che è, allontanando così la soluzione.
 
Un leitmotiv, quello della soggettività della violenza di genere e quindi della complicità, che in questo convegno - e anche al tavolo che ho seguito il pomeriggio sugli stereotipi nei mass media – si è continuato a ripetere: per le “Mai più complici” la violenza è una cosa che soprattutto viene da dentro, insita sia nell’uomo che nella donna.
 
Sarà forse per questo che dopo l’intervento dell’economista Maria Laura Di Tommaso, che ha affrontato i costi economici della violenza dicendo che “più si alza il reddito della donna, più diminuisce la violenza” con una lettura alquanto arbitraria dei dati che risultano invece a “clessidra” (le donne abbienti e le più povere sono quelle più colpite da violenza domestica e con più resistenza a denunciare, mentre le donne della medio-piccola borghesia, tendono più di frequente a dire “no” e a separarsi, e per questo sono ad alto rischio femminicidio - Rapporto Onu), e il riassunto della Convenzione di Istanbul fatta dall’avvocata Antonella Anselmo, l’avvocata di Milano Emanuela Ulivi, che lì rappresentava la Rete nazionale delle donne contro la violenza (DiRe), ha chiesto ragione del titolo “Mai più complici”, spiegando che la donna non è mai complice della violenza e che le donne che cercano aiuto nei centri non sono mai giudicate per prassi. Ulivi ha ricordato che chi lavora su questi temi sa che proporre un disegno di legge contro la violenza (come proposto da questo convegno con un dibattito finale ai tavoli) non serve perché in Italia quello che occorre è una serie di misure specifiche e immediate che le associazioni e i centri hanno chiaramente individuato grazie agli anni di esperienza che hanno alle spalle. Un nodo da sciogliere subito - dice Ulivi – sono per esempio le situazioni a rischio date dall’applicazione dell’affido confìdiviso nei casi di violenza domestica dove le donne continuano a essere sotto scacco anche dopo la separazioni perché lo strumento di ricatto usato dai padri sono i bambini. Un’affermazione molto forte se si pensa che diverse avvocate presenti al convegno si sono poi sentite contrariate perché favorevoli alla Pas (Parental Alienation Syndrome).
 
L’avvocata Anna Rofani di Telefono Rosa e l’avvocata Milli Virgilio, responsabile scientifica del Progetto Lexop, sono della stessa opinione nel ribadire che le donne non devono mai essere considerate complici della violenza e che per combattere quello che subiscono occorre evitare “alleanze paternalistiche” e “atti pietistici” (telefono rosa), e che il “Mai più complici” se ci deve essere, bisogna chiaramente rivolgerlo alle istituzioni e non alle donne (Milli Virgilio).  “Una legge sulla violenza – dice Virgilio – non serve perché servono politiche immediate in cui la cosa importante è la formazione di chi opera contro la violenza, a partire dai giudici stessi, per essere in grado di riconoscere la violenza e di assitere le donne in modo adeguato, verificando con osservatori che garantiscano l’applicazione delle leggi da parte del sistema giudiziario”. A questo Virgilio aggiunge anche la richiesta di un osservatorio nazionale sul femminicidio nonché un uso appropriato del linguaggio quando si parla di violenza “perché per esempio dire abuso invece di violenza è sbagliato e fuorviante”.
 
Infine l’accurata relazione della professoressa di Filosofia politica e sociale che insegna alla Bicocca di Milano, Marina Calloni, sembra avere la chiave di volta per uno spazio di risoluzione alla violenza domestica. La docente ha illustrato un progetto che la Baronessa Scotland (presidente della Global Foundation for the Elimination of Domestic Violence che oltre a fondare organizzazioni in India, Turchia, Spagna e Nigeria, ha accordi proprio con l’Università Bicocca), ha applicato nella Repubblica di Trinidad e Tobago, con risultati eccellenti per cui i casi di violenza domestica sono scesi del 64%, mentre l’applicazione in Spagna, nel 2006, ha dato solo un calo del 25%. Nata nella Repubblica Dominicana ed emigrata a Londra, la Baronessa è cattolica fervente e ha fondato l’Edv cercando di esportare il suo progetto nel mondo con i suoi punti di forza che sono una valutazione trasversale del rischio, l’approccio flessibile, il dialogo con le isituzioni, la rete integrata, ma soprattutto il mantenimento del lavoro per la donna. Il problema però riguarda l’esportabilità del modello in quanto, come sostiene Calloni, il contesto del paese “destinatario” è importante, come dimostrano i differenti risultati nei diversi paesi, e se la condizione dell’accesso al lavoro delle donne ha tassi mediocri, come in Italia in cui si conta più del 40% di disoccupazione femminile, il problema dell’integrazione del progetto aumenta. Ma è quando si tenta di risolvere questo problema che si rimane perplesse, in quanto se le cause della disoccupazione femminile vengono associate a una dipendenza economica che non dipende da cause strutturali della società, ma nell’atteggiamento della donna che essendo in una condizione di subalternità mentale non cerca lavoro, si disconosce completamente la realtà materiale che ci circonda e si disconosce la natura della discriminazione di genere che è alla base del problema stesso.
 
Pur concordando sui metodi di rete intergrata e di dialogo tra associazioni e istituzioni, si delinea una rete per le donne che ricerca nei limiti delle donne stesse le cause del disagio mentre invece, come già detto, questi sono gli effetti di condizioni sociali, politiche e strutturali di un contesto che discrimina le donne e che le esclude in quanto tali. E questo non lo dico io, ma già la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW) nel 1979, ribadita pochi mesi fa dal Rapporto della Special Rapporteur dell’Onu sulla violenza.
 
Se la donna introietta certi stereotipi e si autolimita colpevolizzandosi, mostra l’effetto di quella stessa cultura su cui la violenza si sviluppa ed è solo combattendo i limiti strutturali della società e di quella cultura che si aiuta questa donna. Il problema culturale coinvolge tutto: la casa, la scuola, e anche la sfera del lavoro dove la donna è discriminata sicuramente più dell’uomo. Quello della violenza non è un semplice disagio, e la violenza non è un reato assimilabile ad altri reati, e non c’è né complicità della donna né ci deve essere commiserazione verso l’uomo perché ciò significa disconoscere la legittimità delle cause della violenza che sono oggettive, di genere, e ben elencate in vari contesti e documenti anche con specificità sul territorio italiano.
 
Ma le cose che più mi hanno impressionata in questo convegno sono state due, anzi tre: la prima il modo in cui le organizzatrici hanno reagito pubblicamente e sotto i riflettori alla interruzione delle donne di AlterEva e Fiom; la seconda che al tavolo sugli stereotipi nei mass media – tavoli che ripeto dovevano servire a stendere una proposta per una legge nazionale sulla violenza e dove credevo di incontrare delle specialiste - l’unica giornalista ero io su una decina di donne per lo più insegnati in pensione, compresa una simpatica fisica e un’attrice; e la terza è che molta speculazione di questo convegno mi ha fatto riecheggiare tutto il giorno nella mente lo stile, i modi e i concetti un po’ “filosofeggianti” della proposta di legge sul femminicido (bozza aggiornata a ottobre del ddl 3390 - Norme per la promozione della soggettività femminile e per il contrasto al femminicidio) fatta dalla senatrice Annamaria Serafini (Pd) le cui prime righe recitano: “La violenza oggi non è solo residuale. È piuttosto una nuova risposta a cambiamenti introdotti dalle donne”. Insomma, la violenza dipende da quanto noi ci facciamo violentare e succede perché gli uomini reagiscono al fatto che ci siamo troppo emancipate, e se la pensiamo così è ovvio pensare anche che siamo complici.

di Valerio Renzi, Il Manifesto
29 giugno 2012

«Devastazione e saccheggio», questo il reato per cui, 11 anni dopo il G8 genovese del 2001, 10 manifestanti rischiano di scontare 100 anni di carcere complessivi se il prossimo 13 luglio la Corte di Cassazione confermerà le condanne di secondo grado rendendole definitive.
100 anni di carcere sono tanti, troppi, per chi viene accusato di aver rotto una vetrina, rubato una bottiglia in un supermercato, o solo di essere presente mentre questi e altri atti venivano compiuti. Solo per essere presente?

Tre cose da fare contro la violenza

Lipperatura
19 10 2012


C’erano tre  punti che stavano e stanno molto a cuore ad alcune di noi, a proposito  di femminicidio: e nessuno dei tre  riguarda un disegno di legge contro la violenza (se n’è discusso, anche, a Torino, come riferisce sempre Luisa Betti in una cronaca pacata quando dolente, su cui tornerò).
In ordine sparso, e non di priorità (perché le priorità sono difficili da attribuire), sono questi.
Il primo viene ricordato da Lorella Zanardo in questo post: la presenza ai processi per stupro. Ieri, a L’Aquila, le donne c’erano, per fortuna. Si sono organizzate spontaneamente, senza etichette, ognuna con le proprie motivazioni: grazie a loro e a tutte coloro che ne seguiranno l’esempio.
Il secondo riguarda la formazione, e dunque, come detto qualche centinaio di volte, la scuola e l’educazione al genere e all’affettività. Argomento che viene preso assai poco in considerazione (ma nel libro di Iacona, per fortuna, se ne parla).
Il terzo riguarda la narrazione: in particolare, la narrazione della violenza stessa.  Sulla necessità di aprire un tavolo di discussione per parlare di linguaggio giornalistico si trovano parecchie porte chiuse. Grazie al cielo, e a Michela Murgia, ieri se n’è aperta una: Michela ha scritto una lettera a Mario Calabresi dove analizza un articolo apparso sulla Stampa (la trovate qui). Via twitter, Calabresi ha risposto di essere disponibile a un incontro per “indicare proposte e soluzioni”. E’ un passo. E, a mio parere, tutt’altro che piccolo.

SESSO E AMORE IN BIANCO E NERO

03 01 2012 
 
Chester Brown è uno dei più importanti esponenti del fumetto indipendente. Cosa c'è di male nel sesso a pagamento? è la questione che Brown affronta senza esitazioni con Io le pago. Memorie a fumetti di un cliente di prostitute. Che alla fine si innamora.

Chester Brown, nato nel 1960 a Montreal, è uno dei più importanti esponenti del fumetto indipendente di lingua inglese. I suoi racconti si distinguono per il carattere autobiografico e per la disarmante sincerità con cui mette a nudo gli aspetti più intimi e difficili della propria esistenza. Attraverso l'influenza di autori come Robert Crumb e Will Eisner, si è man mano costruito uno stile personale che si è evidenziato in romanzi grafici dalle atmosfere estremamente variegate: dal surrealismo di Ed the Happy Clown al crudo realismo di Non mi sei mai piaciuto. 
Con Louis Riel, campione di vendite e di critica in numerosi paesi, sperimenta il romanzo storico, narrando le gesta di una delle più controverse figure della storia canadese. Raggiunta ormai una fama internazionale si mette alla prova con una storia apparentemente scabrosa, trattando un tema controverso. «Cosa c'è di male nel sesso a pagamento?» è la questione che Brown affronta senza esitazioni con Io le pago. Memorie a fumetti di un cliente di prostitute (Coconino Cult-Fandango, pp. 320, euro 16). L'opera è un diario intimo nel quale l'autore racconta in prima persona la sua esperienza come cliente di prostitute, tentando di smontare gli stereotipi e i pregiudizi che accompagnano inevitabilmente una pratica di tale natura. 

I disegni in bianco e nero sono essenziali, il tratto chiaro e preciso. Le vignette, tutte di piccolo formato, sono ripartite in un piano sequenziale tradizionale che proprio per questo risulta atipico rispetto alle soluzioni grafiche e all'organizzazione della tavola dei più recenti graphic novel. Con meticolosità, senza eludere alcun dettaglio, l'autore riferisce per quale ragione ha deciso e in che modo ha iniziato a frequentare il mondo del sesso a pagamento, dopo la fine del suo rapporto di coppia. Essendo persona mite e inesperta, Chester non ha cognizione su come si contatti una prostituta e quali regole occorre seguire durante il rapporto. Dettagli appresi dopo un breve apprendistato a cui fa seguito una sequenza interminabile di incontri cadenzati in base al prezzo della prestazione e al reddito del disegnatore. 

In ogni capitolo viene presentata una donna diversa, e come nella compilazione di una scheda tecnica viene indicato il prezzo, le caratteristiche fisiche, il tipo di servizio fornito, le eventuali carenze. Ma a questo si accompagna lo sguardo gentile, mai distaccato, dell'autore, il quale descrive ogni ragazza - delle quali non appare mai il volto - con la sua storia e la sua unicità. Nulla viene celato agli amici, con i quali Chester intrattiene lunghe discussioni, ricevendo spesso severe critiche al suo comportamento. In questi scambi di idee, Brown difende il sesso a pagamento da un punto di vista etico e ideologico, prova a smontarne i radicati preconcetti, invocando la completa legalizzazione della prostituzione. Negli Usa il libro è stato salutato dagli elogi di Robert Crumb, il padre del fumetto underground, che firma anche la prefazione al volume, e da grandi autori come Neil Gaiman e Alan Moore. I disegni, pur espliciti, non concedono nulla allo sguardo morboso, prevale la razionalità delle riflessioni, l'eco dei sentimenti, il commento finale sempre rispettoso anche negli incontri più deludenti. È notevole il distacco e la serenità con la quale si sviluppa una riflessione sulla pratica della prostituzione, sulle motivazioni che spingono a optare per questo tipo di relazioni. 

Radicalmente critico nei confronti di coppia e famiglia, Brown è così attento e comprensivo con le donne che frequenta e così sincero nelle sue considerazioni che il lettore è indotto ad ascoltarle con interesse se non a condividerle. Il suo bersaglio è l'amore romantico: citando L'amore e l'occidente di Denis de Rougemont, sottolinea come questo sia un'invenzione relativamente recente nella storia dell'umanità. 

Il finale del graphic novel, però, è spiazzante: contrariamente alle tesi sostenute, il protagonista finisce con l'innamorarsi di Denise, una prostituta con la quale stabilisce una relazione monogamica, pur continuando a pagarla. «Le storie d'amore che piacciono a me al cinema - sostiene Brown in un'intervista - sono quelle anni '40 dove entrambi muoiono. Perché se non muoiono finirebbero per morire di noia, convivendo. Non voglio che succeda a me e Denise, non diventeremo un film. Un'ora fa mi ha telefonato e ho già voglia di vederla». 

Con Io le pago, l'autofiction si afferma nel graphic novel con risultati incoraggianti, molto più che nei reality o nei social network, la narrazione senza pudore di sé viene temperata dall'assenza di eccessi, da un'argomentazione pacata che assume la diversità dei punti di vista e dalla totale assenza di sguardi peccaminosi. È il sapiente uso del medium, in questo caso, a fare la differenza: l'esposizione della nudità del corpo e delle pulsioni più intime, rappresentate in una forma narrativa convenzionale nella struttura e nei disegni, trasformano un argomento controverso in una necessaria riflessione sulla relazione tra il femminile e il maschile nell'era contemporanea.

 

DIRITTI DEI POVERI, POVERI DIRITTI

11 02 2012 
 
«Droits des pauvres, pauvres droits?». Queste parole, assai efficaci, indicano la chiave con la quale alcune istituzioni francesi hanno condotto un'ampia ricerca comparativa sulla situazione e le prospettive dei diritti sociali (ricerche come questa sono divenute impensabili in Italia, per i mezzi impiegati, per la possibilità di costituire un gruppo che lavori nell'arco di anni e di sottoporre poi i risultati alla valutazione di studiosi di paesi diversi...). 
Parole eloquenti, nelle quali non si riflette una qualche forzatura ideologica, ma che danno conto di un dato di realtà ormai indiscutibile - il ritorno della povertà e il suo modo di influire sulla complessiva dinamica dei diritti.
 
È vero che l'attenzione per i problemi della povertà non era mai scomparsa, anche nella discussione giuridica. Ma si era concentrata piuttosto sulle povertà post-materiali, sulla post-povertà senza aggettivi (quanti sbrigativi "post" hanno distorto l'analisi di fenomeni nuovi!), sulla sottolineatura o sulla critica della poverty law scholarship. Se era giusto mettere in evidenza che le povertà non sono riducibili solo a carenze materiali, i tempi mutati inducevano a scrivere, ad esempio, che «le nuove povertà post-materiali (anziani soli, handicappati, tossicodipendenti, depressi psichici) sono in crescita mentre calano quelle materiali» (R. Spiazzi, Enciclopedia del pensiero sociale cristiano, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, 1992, p. 602), e quell'elenco si allungava con riferimenti alla solitudine, alla mancanza di relazioni sociali, alla perdita di senso, ai malati di Aids, alle diverse forme di esclusione. Ma oggi quella conclusione non è proponibile, perché sono proprio le povertà materiali ad essere tornate alla ribalta.
 
I nostri, infatti, sono pure i tempi della vita precaria, della sopravvivenza difficile, del lavoro introvabile, delle rinnovate forme di esclusione legate alla condizione d'immigrato, all'etnia. Sono tornati i "poveri", un mondo che sembrava scomparso grazie alla diffusione del benessere materiale, o che almeno era confinato in aree sociali ristrettissime. E con essi è tornato, drammatico e ineludibile, il problema di come assicurare la tutela dei loro diritti primari - il lavoro, la salute, la casa, l'istruzione. Con buone ragioni Marco Revelli ha potuto dare a un suo bel libro il titolo "Poveri noi" (Einaudi, Torino, 2010). Davvero poveri tutti: ovviamente quelli che vivono concretamente la condizione della povertà, ma anche quelli che avvertono non solo il disagio personale, ma l'inaccettabilità sociale di un mondo nel quale, attraverso la povertà, vengono negate la dignità e l'umanità stessa delle persone. E proprio attraverso questo dato di realtà possiamo comprendere meglio il significato profondo delle parole che aprono la nostra Costituzione: «L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Quando il lavoro non c'è, quando viene negato o sfigurato, è lo stesso fondamento democratico di una società ad essere messo in pericolo.

Un'esistenza dignitosa 
La relazione tra condizioni materiali e diritti della persona si radicalizza, cerca nuove strade e strumenti giuridici adeguati. Compare sempre più spesso il riferimento al «diritto di esistere» o «diritto all'esistenza». Una formula a doppia faccia, comprensiva e ambigua, con la quale si può rivendicare una tutela integrale della persona, ma che può pericolosamente virare verso provvedimenti che assicurino solo un «minimo vitale» (cosa assai diversa, lo dico per evitare equivoci, dal tema della garanzia di un reddito di base, per il quale si può vedere, per una prima informazione sullo stato della discussione, "Basic Income Network, Reddito per tutti. Un'utopia concreta per l'era globale", manifesto libri, Roma, 2009). Per analizzare un tema come questo non è sufficiente, e può persino divenire distorcente, il criterio della comparazione tra sistemi giuridici operanti in contesti socio-economici assai diversi.
 
Si sottolinea abitualmente che l'assicurare un minimo vitale, il consentire il raggiungimento di una soglia di sopravvivenza è sicuramente un fatto positivo, là dove le condizioni materiali trascinano violentemente le persone verso la povertà estrema, le espongono addirittura alla morte per fame. Valutazione indubbiamente corretta. Ma, se si esaminano le dinamiche attuali, si registra un singolare, e rivelatore, scambio di ruoli. Proprio nel mondo dove si radica storicamente la maggiore povertà, il diritto all'esistenza viene concepito non solo come una urgente risposta istituzionale, come un riscatto necessario, bensì anche come la via per arrivare appunto alla piena tutela della persona. Nel mondo "avanzato", invece, si sta percorrendo il cammino inverso: la riduzione di diritti e tutele spinge la garanzia giuridica verso il "grado zero" dell'esistenza. 
 
Ma - ci si è chiesti - l'esistenza non è piuttosto un fatto naturale, biologico? Che cosa vuol dire trasformarla in un diritto? Proviamo, allora, a seguire le indicazioni offerte proprio dai documenti giuridici, anche per formulare un primo elenco delle questioni che devono accompagnare la discussione. Il tema compare nel costituzionalismo del tempo successivo alla Seconda guerra mondiale, con particolare nettezza nell'articolo 36 della Costituzione italiana («un'esistenza libera e dignitosa»), nell'articolo 23.3 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo dell'Onu («una esistenza conforme alla dignità umana»), e viene ripreso dall'articolo 34.3 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea («un'esistenza dignitosa»). Si tratta di norme che compaiono tutte nell'ambito della disciplina del lavoro ma che, soprattutto nel contesto italiano, investono la condizione umana nel suo complesso. E che, in primo luogo, associano l'esistenza alla dignità, dando ad essa una qualificazione che non tanto ne arricchisce il significato, quanto piuttosto la ancora ad un principio che garantisce la sua irriducibilità a forme incompatibili, appunto, con la dignità della persona (e con la sua libertà, com'è detto nella sempre lungimirante Costituzione italiana).

E che non sia «minima» 
L'artificio del diritto trasferisce così l'esistenza in una dimensione diversa dalla sua definizione in termini di biologia o di natura. Questo non significa separare l'esistenza dalle sue condizioni materiali. Vuol dire che queste non ne esauriscono i caratteri e che, anzi, la materialità dell'esistere esige che vengano presi in considerazione fattori che riguardano la persona nel suo rapporto complessivo con gli altri e con il mondo. Nel contesto italiano l'ostilità ad ogni riduzionismo è resa esplicita dalle parole iniziali dell'articolo 3, dove la dignità compare per la prima volta come dignità "sociale", dunque non come una qualità innata della persona, ma come il risultato di una costruzione che muove dalla persona, prende in considerazione e integra relazioni personali e legami sociali, impone la considerazione del contesto complessivo all'interno del quale l'esistenza si svolge. La necessità di andare oltre il grado zero dell'esistenza è testimoniata da un esempio che riguarda il cibo. Ad esso, che pure tocca ovviamente la stessa sopravvivenza, non si guarda più nella sola prospettiva della lotta alla fame nel mondo. In un rapporto preparato per l'Onu, Jean Ziegler ha sottolineato che le persone hanno diritto «ad una alimentazione adeguata e sufficiente, corrispondente alle tradizioni culturali del popolo al quale la persona appartiene e che assicuri una esistenza (life) piena e dignitosa, libera dalla paura, dal punto di vista fisico e mentale, individuale e collettivo».
 
Prendere sul serio il diritto all'esistenza, dunque, impone di opporsi all'esistenza "minima". Seguendo questa strada, molte sono le questioni da esaminare. Porre al centro dell'attenzione i diritti sociali, in primo luogo, e quindi affrontare il tema del superamento della loro separazione dalle altre categorie o generazioni di diritti. L'indivisibilità dei diritti è proclamata, fin dal suo Preambolo, dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. La ragione di questa scelta è evidente: contestare, anche formalmente, uno statuto teorico e una collocazione operativa che hanno confinato i diritti sociali in una condizione di minorità rispetto agli altri diritti, addirittura negando che nel loro caso possa parlarsi in senso proprio di diritti. Ma questo implica pure che la collocazione "orizzontale" dei diritti sociali cancelli la possibilità di attribuire loro una tutela rafforzata, quale risulta, ad esempio, dalla fondazione sul lavoro della nostra Repubblica democratica? Ora, a parte una discussione sulle evidenze empiriche che militano a favore o contro l'indivisibilità dei diritti, bisogna pur considerare il contesto nel quale l'indivisibilità viene affermata. E quello della Carta dei diritti fondamentali deve essere ricostruito partendo dall'affermazione iniziale secondo la quale l'Unione «pone la persona al centro della sua azione»; dando la giusta rilevanza al riferimento all'«esistenza dignitosa»; e, soprattutto, considerando la nuova assiologia della Carta, nella quale compaiono i principi di dignità, eguaglianza e solidarietà, non contemplati dal Trattato di Maastricht. Il rango e la tutela dei diritti sociali si ricavano proprio da questa nuova sistematica, nella quale è sicuramente rinvenibile la possibilità di attribuire ad essi forme più intense di garanzia, preminenza nel bilanciamento degli interessi.

La dimensione europea
L'emersione nella dimensione europea del principio di solidarietà consente di porre l'accento su un altro aspetto, rappresentato dalla rilevanza dell' "obbligazione sociale". Sempre semplificando, questa si esprime in molti modi, a cominciare da quello, storico, di rispettare l'obbligo di pagare le tasse, che l'art.53 della Costituzione qualifica come dovere di «concorrere alle spese pubbliche». Ma la presenza di doveri sociali è specificata in modo netto sia attraverso il generale principio di solidarietà, sia attraverso la relazione diretta tra retribuzione e dignità Nell'ultima fase, con particolare intensità, abbiamo assistito alla rottura di questo nesso, con un doppio effetto. Da una parte, la misura della retribuzione viene svincolata dalla finalità ad essa assegnata dall'art. 36 della Costituzione e riferita unicamente alle compatibilità economiche d'impresa. Come conseguenza di questa impostazione, si assiste poi a consultazioni referendarie svolte in condizioni che incidono pesantemente sulla libertà del lavoratore; e a previsioni contenute nella parte normativa dei contratti che configurano un abbandono della sua dignità. L'art. 41, di cui non a caso si chiede la sostanziale cancellazione, viene così del tutto ignorato proprio nei suoi riferimenti a libertà e dignità, che evidentemente non sono legati soltanto alla persona del lavoratore.
La fuga dalla dignità sta configurando una nuova categoria di "indegni"? La motivazione tutta economica di questa fuga, infatti, sta incidendo pesantemente su tutta una serie di diritti fondamentali (lo documenta uno studio dell'Agenzia europea per i diritti fondamentali del dicembre 2010, intitolato appunto "Protecting fundamental rights during the economic crisis"). Una motivazione, peraltro, in troppi casi invocata per liberarsi puramente e semplicemente dal "peso" dei diritti, sciogliendo il mercato da ogni vincolo sociale.

Un nuovo costituzionalismo
Si torna così al diritto all'esistenza attraverso il suo collegamento inscindibile con i diritti fondamentali. Sta diventando sempre più evidente che la loro tutela complessiva non può essere riguardata solo dal punto delle politiche redistributive. L'effettività dei diritti implica una considerazione rinnovata del rapporto tra il mondo delle persone e il mondo dei beni, che la dialettica nota soggetto/oggetto non è più in grado di comprendere. Se l'astrazione del soggetto si scioglie nella materialità della vita delle persone, diviene necessaria una nuova tassonomia dei beni misurata appunto sui diritti fondamentali e su una effettività di questi realizzata attraverso una relazione più diretta tra persone e beni, non mediata esclusivamente dalla logica proprietaria, privata o pubblica che sia. È qui la radice dell'attenzione rinnovata, e davvero globale, per i beni comuni, intorno ai quali si sta costruendo un «costituzionalismo della vita materiale o dei bisogni», concretamente rinvenibile nelle costituzioni, in molteplici atti normativi, in decisioni sempre più incisive di corti supreme di quello che un tempo era definito il "Sud del mondo" e che oggi sta accompagnando l'imponente progresso economico con una inventiva istituzionale che merita una attenzione partecipe. E questo impone a tutti gli studiosi del diritto ripensamenti intorno alle stesse loro categorie fondative. 

* Questo articolo è stato pubblicato anche sulla Rivista di diritto privato

Femminicidio alla ribalta in vista delle elezioni

23 11 2012
 
di Luisa Betti 
 
Mai come quest’anno si parla di femminicidio alla vigilia del 25 novembre, “giornata mondiale contro la violenza sulle donne” indetta dall’Onu nel 1999. Per fare solo un esempio, l’anno scorso le inziative erano scarse e con pochissimo eco sulla stampa, e sebbene i numeri fossero già consistenti, in pochi ci occupavamo delle donne uccise in casa. Quest’anno invece l’addensarsi di eventi, inziative, interventi, anche sulla stampa e in tv, ha catapultato il femminicidio al top dell’attualità – a partire dall’uso del termine stesso – coinvolgendo anche il mondo politico: un mondo che almeno fino a poco tempo fa sembrava indifferente a questa mattanza e che invece alla vigilia delle elezioni si è svegliato per non perdere l’occasione dell’ondata di indignazione riguardo a un problema su cui associazionismo e società civile lavorano da anni.
 
Un’eco che ha spinto il governo a firmare (finalmente) la Convenzione europea di Istanbul contro la violenza sulle donne e contro la violenza domestica, e ha spinto alcune parlamentari a mobilitarsi: ieri l’on. Rosa Villecco Calipari (Pd) ha fatto un’interpellanza sul femminicidio chiedendo al governo dati ufficiali e cosa stia facendo per combattere il fenomeno; la senatrice Anna Serafini (Pd) ha presentato un disegno di legge per contrastare il femmincidio, e due giorni fa le on. Giulia Bongiorno (Fli) e Mara Carfagna (Pdl) hanno chiesto un inasprimento delle pene. Ma mentre quelle di Serafini (ddl 3390) sono “Norme per la promozione della soggettività femminile e per il contrasto al femminicidio”, Bongiorno e Carfagna (ddl 5579) chiedono “Modifiche agli articoli 576 e 577 del codice penale, in materia di circostanze aggravanti del reato di omicidio, e introduzione dell’articolo 612-ter, concernente l’induzione al matrimonio mediante coercizione”.
 
Ma andiamo per ordine e ripercorriamo la strada con almeno un anno di fatti: cosa ci porta fin qui? Malgrado il lavoro che da anni portano avanti le associazioni anti-violenza, la spinta decisiva è arrivata l’anno scorso dalla Piattaforma Cedaw, costituita da diverse ong italiane che hanno prodotto un lavoro dettagliato sulla condizione delle donne italiane portandolo alle Nazioni unite a New York e mettendo nero su bianco tutto ciò che in Italia non si è fatto nell’applicazione della Convenzione per l'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, pur ratificata dal nostro paese tanti anni fa. Un incontro, quello che si è svolto con l’associazionismo italiano al Palazzo di vetro, che ha dato avvio a un approfondimento sul “caso Italia” (c’era ancora Berlusconi) con la visita dell’inviata speciale Onu sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo, che a sua volta ha prodotto raccomandazioni al nostro paese in materia di violenza.
 
Nello stesso tempo, a maggio del 2011, è stata stilata a Istanbul la Convenzione europea contro la violenza domestica, firmata da diversi paesi (noi siamo stati gli ultimi) ma ratificata solo dalla Turchia: un importante documento che indica punti precisi di contrasto alla violenza di genere a partire dalla prevenzione e dalla tutela delle donne. Una testo che per entrare in vigore deve essere ratificata dall’Italia e da altri 9 paesi - di cui 8 membri del Consiglio d’Europa - anche se qualsiasi altro Stato del mondo può aderire.
 
Da questo “movimento di idee” sulla violenza contro le donne è partita anche una campagna delle giornaliste (GiULiA) che hanno incominciato a produrre riflessioni sull’ argomento, individuando che il femminicidio non va ridotto a semplice cronaca nera e che per fare buona informazione occorre conoscere meglio questo fenomeno. Sull’ ondata di indignazione per le donne uccise in modi spesso truculenti e con movente di genere - su cui Elsa Fornero, ministra con delega alle pari opportunità, è stata interpellata più volte dalle ong, senza risposta (anche se poi è andata a firmare la Convenzione di Istanbul) - è partita un’azione comune dei centri antiviolenza italiani che insieme ad altre realtà hanno deciso, diversi mesi fa, di lavorare alla Convenzione No More! chiedendo politiche attive con punti essenziali e la ratifica immediata della convenzione di Istanbul, trasferendo su un piano pratico le raccomandazioni Onu e chiedendo non solo adesioni esterne ma un incontro con il governo Monti per una revisione immediata del piano antiviolenza varato dalla ex ministra delle pari opportunità Mara Carfagna, ed evidentemente inadeguato.
 
Carfagna, che ha avuto il merito di indire i bandi per finanziare i centri antiviolenza il giorno prima della fine del suo mandato (bandi rimasti poi bloccati per mesi), e che ha fatto approvare nel 2009 la legge sullo stalking, non è riuscita però ad andare al nocciolo del problema: sia perché le donne uccise con movente di genere invece di diminuire sono aumentate, sia perché nei fatti spesso i reati di stalking non sono ritenuti poi così gravi nei tribunali; e ora, proponendo in coppia con Giulia Bongiorno la pena dell’ergastolo, dimostra di non aver mai avuto chiaro il problema. Ciò che le due deputate propongono è infatti l’aggravante nell’articolo 576 del Codice penale (omicidio), per punire con l’ergastolo chi uccide “in reazione a un’offesa all’onore proprio o della famiglia di appartenenza o a causa della supposta violazione, da parte della vittima, di norme o costumi culturali, religiosi o sociali ovvero di tradizioni proprie della comunità d’origine”, lo stesso quando l’omicidio è preceduto da anni di maltrattamenti, e l’introduzione del “matrimonio forzato” come reato. Come detto da più parti, il femminicidio non si combatte punendo “di più” l’autore ma con politiche mirate a risolvere il problema alla radice, agendo anzitutto sulla cultura e sugli stereotipi che la governano.
 
Vittoria Tola, responsabile dell’Udi e promotrice della Convenzione No more!, spiega che “quella di Bongiorno e Carfagna è un’altra proposta espressione di una destra che non vuole risolvere ma reprimere, con una legge che non serve a nulla. Lo sanno che già un terzo degli uomini che uccidono poi si suicidano? a chi lo diamo questo ergastolo?” L’obiettivo della lotta contro la violenza sulle donne è fare in modo che al femminicidio non si arrivi, e far capire che i rapporti intimi non si giocano sulla violenza. “Contrariamente alle destre che vogliono punire senza analisi – spiega Tola -  noi vogliamo politiche concrete perché il problema è strutturale, politico, e si basa su stereotipi culturali, per cui l’aggravante di pena non risolve nulla; è un imbroglio pensare che il problema si possa risolvere così. La donna che cerca aiuto che se ne fa di un marito che sta in galera tutta la vita, quando lei è morta? La violenza non è un qualcosa che si risolve con la pancia, ma con la testa e con investimenti mirati a prevenire la violenza e a tutelare le donne prima che vengano uccise; usare il 25 novembre – conclude Tola - per lanciare una legge repressiva, dopo tutto il lavoro che abbiamo fatto sul femminicidio anche come No More!, è un meccanismo banale”.
 
Ma c’è di più, perché in realtà i punti del ddl 5579 derivano da indicazioni contenute proprio nella Convenzione di Istanbul ma interpretate in maniera non corretta, perché - come fa notare Elisabetta Rosi, magistrata e consigliera alla Corte di cassazione - “per la Convenzione di Istanbul la causa d’onore come scusante del femminicidio deve essere eliminata, e quindi più che punire con l’ergastolo i delitti legati all’onore, bisogna ribadire che l’onore non è un attenuante, anche se da noi non serve perché in Italia il delitto d’onore non c’è più dall’81”. Per Rosi estrapolare questi punti dalla Convenzione di Istanbul senza tutto il contesto della Convenzione stessa non ha senso, dato che “il diritto penale ha certo un ruolo per combattere la violenza, ma un ruolo sussidiario. E anche se è importante che al centro dell’agenda politica si parli di femminicidio – continua Rosi - direi che la prima cosa da fare sia promuovere Istanbul nella sua interezza con le tre P (prevenzione, protezione e punzione, ndr) messe nel giusto ordine, perché punire va bene ma prima bisogna cercare di prevenire il reato. E la Convenzione europea si propone di migliorare le relazioni interpersonali tra uomo e donna, con un lavoro a monte e non a valle”. Come i matrimoni forzati che per il ddl 5579 devono essere reato, mentre per la Convenzione di Istanbul devono essere considerati “invalidabili, annullati o sciolti” (art.32).
 
Per Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato, “il femminicidio che vede le donne vittime di mariti, compagni, fratelli, amanti ed ex, ha profonde cause culturali che vanno contrastate non solo con il diritto penale, ma attraverso la prevenzione, il sostegno ai centri antiviolenza, la promozione di una cultura del rispetto del corpo femminile, il riconoscimento del reale valore e del ruolo che le donne hanno già assunto nella società”, quindi indicazioni che vadano a incidere prima che la donna divenga vittima.
 
Per dirla tutta, anche se i tempi stringono e più che una legge occorrono politiche attive, bisogna riconoscere che almeno la senatrice Anna Serafini ha avuto il buon gusto e l’intelligenza di interpellare le associazioni che lavorano sulla violenza, stilando un disegno di legge articolato - anche con modifiche in materia penale ma mirate - che possono essere prese in considerazione in una discussione sul contrasto al femminicidio, mentre quella della coppia Bongiorno-Carfagna ricorda tristemente quel che fu fatto con il delitto di Giovanna Reggiani (stuprata e uccisa nel 2007 alla periferia di Roma) sulla cui pelle furono varate le leggi in materia di pubblica sicurezza con espliciti riferimenti contro i cittadini extracomunitari.
 

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