IL FATTO QUOTIDIANO

OMSA, DALLE CALZE AI DIVANI: SALVE 120 OPERAIE

12 03 2012 
 
Il contratto di acquisto dello stabilimento di Faenza e il conseguente passaggio di lavoratori da parte del grippo Atl di Forlì dovrà avvenire “presumibilmente entro fine marzo 2012”Lo stabilimento Omsa di Faenza – che è andata a produrre in  Serbia – sarà acquistato da Atl Group, società di Forlì che produce divani, e che si impegna ad assumere almeno 120 operaie del Gruppo Golden Lady. Il contratto di acquisto e il conseguente passaggio di lavoratori dovrà avvenire “presumibilmente entro fine marzo 2012”. E’ la principale novità messa nero su bianco nel verbale di riunione firmato dopo l’ennesimo tavolo sulla vertenza Omsa, che si è svolto a Bologna nella sede della Regione e che ha premiato la caparbietà delle lavoratrici che non volevano perdere la loro fabbrica, fino ad arrivare a boicottare il marchio Golden Lady con una campagna su Facebook.

All’incontro erano presenti una trentina di persone tra cui il presidente della Regione Vasco Errani, l’assessore regionale alle attività produttive Gian Carlo Muzzarelli, il rappresentante del ministero dello sviluppo economico Giampiero Castano, il presidente della Provincia di Ravenna Claudio Casadio, il sindaco del Comune di Faenza Giovanni Malpezzi, il presidente di Atl Group Spa Franco Tartagni e l’ad Luciano Garoia, la Golden Lady rappresentata da Federico Destro, l’ingegnere Marco Sogaro dell’advisor Wollo, i sindacali locali, regionali e nazionali di categoria ed i rappresentanti dei lavoratori.

L’accordo si è concretizzato solo oggi, ma i primi contatti con l’Atl risalgono a ottobre 2011. Le trattative si sono inizialmente arenate, a causa soprattutto della cifra necessaria ad acquisire il sito produttivo, poi sono state riavviate dopo l’incontro del 23 dicembre a Roma, quello che
anticipò di 4 giorni la lettera di licenziamento inviata via fax alle operaie dell’Omsa.
 
 
 
 
Oggi, dopo due ore di confronto, si è arrivati a un accordo che prevede il trasferimento di due stabilimenti di Atl (che sono in provincia di Forlì) in quello faentino, l’adeguamento degli impianti e l’acquisto di nuovi macchinari. Presupposto essenziale – si legge ancora nel verbale – è la copertura finanziaria dell’investimento, pari a circa 20 milioni, da parte di un gruppo di banche. Nei piani della nuova azienda, il trasloco potrebbe avvenire in estate e la produzione di divani partire in autunno.

Altra novità dell’accordo, la Golden Lady manterrà la proprietà di un’area limitata all’interno dello stabilimento di Faenza, dove aprirà un negozio Golden Point in cui verranno assunte 10-15 lavoratrici.

”Con il tavolo di oggi si è aperta una fase nuova per dare una risoluzione strategica alla vertenza Golden Lady-Omsa, che rappresenta per noi un punto fondamentale”. E’ il commento del presidente della Regione Emilia Romagna Vasco Errani dopo la firma dell’accordo di reindustrializzazione dello stabilimento Omsa di Faenza.

Errani ha ribadito che “è il lavoro il nostro primo obiettivo, come prevede anche l’accordo che abbiamo siglato”, e ha garantito che ci sarà “una risposta a tutti i lavoratori e lavoratrici della Golden Lady in forme diverse”. “Oggi abbiamo fatto un passo in avanti molto importante e positivo su cui siamo tutti impegnati, dal Ministero a tutte le istituzioni locali, dalle forze sociali all’impresa che ha avanzato un progetto industriale. Su questo lavoreremo nelle prossime settimane”, ha concluso il presidente della Regione.

Anche il Comune di Faenza ha dimostrato di voler fare la sua parte: si è impegnato a favorire e a supportare, qualora ne sussistano le condizioni normative e procedurali, le operazioni di richiesta e rilascio delle autorizzazioni amministrative eventualmente necessarie, in tempi tali da consentire la realizzazione del progetto. E comunque è stato dimostrato che evitare la delocalizzazione o comunque uscirne sconfitti è possibile.

Il piano industriale di Atl per la reindustrializzazione sarà oggetto di monitoraggio del Mise con cadenza trimestrale o su richiesta di una delle parti.
È stato fissato di concludere il tavolo di confronto tra Atl e le organizzazioni sindacali entro il prossimo 30 marzo con l’obiettivo di esaurire gli altri passaggi (condizioni di assunzioni e dei problemi connessi alla tutela reddituale dei lavoratori ancora necessaria) entro la metà di aprile. Alla fine di aprile 2012 le parti saranno convocate presso il Ministero dello sviluppo economico per un esame del lavoro svolto e degli impegni ancora da risolvere.

Renzo Fabbri, segretario provinciale della Filctem Cgil ha dichiarato che “gli incontri con la proprietà di Atl saranno finalizzati a cercare di innalzare il numero delle assunzioni delle dipendenti Omsa oltre le 120 unità già garantite. Si discuterà inoltre sui corsi da attivare per riqualificare il personale. Parallelamente il nostro sindacato cercherà di capire quali saranno i tempi di apertura del Life style village Le Perle, che dovrebbe assumere buona parte delle dipendenti che non saranno assorbite da Atl”.

“I tempi per i due progetti –ha aggiunto Fabbri- sono differenti. L’acquisizione di Atl dovrebbe concludersi a inizio aprile, data entro la quale l’azienda vorrebbe iniziare i lavori, per poi trasferirsi durante il mese d’agosto. L’apertura del centro commerciale sarebbe invece prevista per settembre, ma potrebbe anche slittare al 2013”.

Per quanto riguarda la riqualificazione dei lavoratori, Muzzarelli ha aggiunto che “la Regione e la Provincia di Ravenna hanno assunto un impegno concreto per cercare di assicurare le risorse per i programmi di formazione professionale, perché noi dobbiamo avere lavoratori che non solo debbono essere entusiasti per questa opportunità, ma che siano in grado di lavorare in una dimensione lavorativa nuova».

Da gestire con attenzione sarà anche il trasferimento delle unità produttive presenti nei due stabilimenti Atl in provincia di Forlì. Ciò avverrà dopo l’adeguamento impiantistico dello stabilimento di Faenza e l’operazione coinvolgerà oltre 200 lavoratori che dovranno coprire giornalmente una quarantina di chilometri, tra andata e ritorno.
15 03 2012 
 
“Niente premi di produzione perché siamo donne”. Operaie del gruppo Fiat in rivolta Alla Ferrari e Maserati di Modena si applica "l'accordo di Pomigliano". Il bonus di 600 euro scatta solo per chi ha lavorato almeno 870 ore all'anno e per le lavoratrici il diritto di maternità, escluso dal conteggio delle ore, diventa un impedimentoSono più di mille, lavorano alla Ferrari, alla Maserati e alla Cnh. Sono le operaie e le impiegate modenesi del gruppo Fiat, che da gennaio stanno portando avanti la lotta per il diritto alla maternità. Sì, perché con il contratto separato approvato a fine anno, per ognuna di loro avere un figlio significa anche rischiare di perdere il premio di produttività di 600 euro. “Un accordo che discrimina” è la denuncia della Fiom Modena.

Il contratto estende a tutti gli stabilimenti del gruppo torinese il “modello Pomigliano” e prevede che il “premio straordinario 2012”, pari a 600 euro, vada solo a chi, nei primi sei mesi dell’anno, ha lavorato almeno 870 ore. Non una semplice dicitura contrattuale, se si considera che dal conteggio vengono esclusi, tra le altre cose, malattia, pausa pranzo ma, soprattutto, tutti gli impegni legati alla maternità e alla paternità. Detto in altre parole, perdono il diritto a percepire il premio 2012 le lavoratrici, ma anche i lavoratori, che si assentano per il periodo di congedo obbligatorio e quello sotto ispettorato, per il riposo dovuto all’allattamento, per i congedi parentali, per la malattia di un figlio, e per i permessi previsti dalla legge 104 per l’assistenza ai disabili. Una beffa per le madri, che si trovano in un posizione molto più svantaggiosa rispetto a quella dei loro colleghi uomini. “Ciò che è previsto nel contratto – afferma Giordano Fiorani, segretario provinciale della Fiom di Modena – utilizza dei parametri discriminatori”.

Per questo a febbraio, dopo una campagna di sensibilizzazione tra le lavoratrici Fiat, grazie alla quale sono state raccolte 205 firme a sostegno della causa, le iscritte alla Fiom si sono armate di carta e penna e hanno inviato una lettera al ministro del Lavoro Elsa Fornero. «Noi donne – si legge – abbiamo una ragione in più per voler cancellare quell’accordo, perché in esso sono contenute norme gravemente discriminatorie, lesive della legislazione vigente e dei principi di parità, sanciti dalla Costituzione Italiana e riaffermati dalle normative europee».

Ad alzare la voce sono state anche le lavoratrici di Modena. Nella provincia emiliana il gruppo Fiat infatti vanta una folta rappresentanza: due stabilimenti di Cnh, uno della Maserati e uno della Ferrari, per un totale di oltre 5000 dipendenti, di cui il 20% è donna. Tra le operaie metalmeccaniche (in misura minore) e le impiegate dello stabilimento di Cnh di San Matteo, le lavoratrici degli stabilimenti modenesi del gruppo che oggi si battono per avere uguali diritti sono circa un migliaio. “Non accettiamo questa discriminazione – commenta  Paola Gherpelli, ex delegata Fiom alla Cnh San Matteo – perché una donna che vuole diventare madre deve rinunciare a questi 600 euro?”

Lo scorso 8 marzo, in occasione della tradizionale festa della donna, le impiegate della Cnh, che fa parte del gruppo Fiat Industrial, hanno deciso di accompagnare alla mimosa un volantino con le ragioni della loro protesta e il parere del ministro. «La risposta alla nostra lettera – va avanti Gherpelli – è stata breve ma è arrivata tempestivamente. Il ministro ha detto di comprende la nostra situazione e ci ha assicurato che avrebbe parlato con chi di dovere della questione. Ora ci aspettiamo che mantenga la parola data”.

Intanto, oltre a quello di alcune senatori, tra cui i bolognesi Rita Ghedini e Paolo Nerozzi, le lavoratrici della Fiat hanno incassato la solidarietà del consiglio provinciale di Bologna, che ha dato il via libera a un ordine del giorno che invita la giunta di palazzo Malvezzi ad impegnarsi nella lotta per le pari opportunità.

di Felicia Buonomo e Giulia Zaccariello
12 12 2011 
 
Due euro a testa, 12500 sottoscrizioni per comprare una pagina sui giornali e promuovere 10 leggi per la partecipazione femminile nella società. E' l'iniziativa promossa da un gruppo di donne. Il 17 dicembre presentazione del progetto a Milano. Per donare c'è tempo fino alla fine dell'anno Un progetto di crowdfunding per comprare l’indignazione. Rigorosamente “in rosa”. Servono 12.500 quote a due euro per acquistare una pagina su un quotidiano nazionale e proporre 10 leggi per aumentare la partecipazione femminile nella società. Perché, come disse Michele Bachelet, “quando una donna fa politica, cambia la donna, ma quando tante donne fanno politica, cambia la politica”. 2euroX10leggi è l’iniziativa che entro il 31 dicembre punta a raccogliere 25mila euro per emulare la denuncia di Diego Della Valle contro “lo spettacolo indecente” della classe politica. Ma a differenza dell’illustre precedente, si tratta di una colletta online nata da un gruppo di italiane.

Le proposte finora elaborate (qui la lista completa) hanno preso spunto dallo studio effettuato da Choisir, un’associazione francese che ha raccolto le 14 leggi migliori d’Europa a favore del genere femminile. Gli utenti possono postare osservazioni e modifiche sul blog e su Twitter e le dieci bozze saranno presentate la mattina del 17 dicembre al Teatro Verga di Milano da altrettante esperte “di genere”, tra cui Lorella Zanardo e Alessia Mosca. Al primo posto il congedo condiviso e la paternità obbligatoria seguiti dal sussidio di maternità, donne al 50% nelle liste elettorali e incentivi per il lavoro. Poi una legge quadro contro la violenza sessuale che ricalchi il modello spagnolo, l’introduzione di reali sostegni per le famiglie con figli e anziani a carico e asili nido diffusi sul territorio.

“Dopo la pagina di Diego della Valle, ho lanciato un tweet in cui invitavo a replicare il suo gesto. Rivolto alle donne, però”, spiega Manuela Ravasio, curatrice di un blog di genere e dell’iniziativa. “Era una provocazione per stigmatizzare l’anomalia italiana. Anche chi non ha i soldi per comprarsi una pagina è indignato”. E tutto è nato dal basso. “Una rete di donne che non si conoscevano, tutte fuori dalle associazioni e dai partiti, ha accettato la sfida di raccogliere la cifra entro il 31 dicembre”, stabilita in base ai preventivi ottenuti dai grandi quotidiani nazionali. Sul sito sono disponibili le istruzioni sul finanziamento: basta accedere alla piattaforma di crowdfunding “Produzioni dal Basso” e scegliere il numero di quote che si desidera sottoscrivere. L’acquisto online rappresenta l’impegno a onorare la promessa con il versamento “nel momento in cui sarà raggiunta la cifra necessaria”. Ma non sono coinvolte soltanto le donne: anche gli uomini infatti hanno deciso di appoggiare l’iniziativa perché in un paese civile, prosegue Ravasio, “la questione femminile è la madre di tutte le ingiustizie. E dire che riguarda solo noi è riduttivo”.

Il 17 dicembre a Milano sarà la data cruciale per spiegare e dimostrare come funziona un’esperienza di crowdsourcing di democrazia partecipata, “per aumentare la consapevolezza della situazione politica in cui viviamo e anche per uscire dalla Rete”. E se entro fine anno non si riuscisse a raccogliere la somma necessaria? “Questa è una scommessa nata solo 40 giorni fa, – conclude Ravasio – si può vincere e si può perdere. Non so se ce la faremo. Ma abbiamo certamente accelerato il dibattito sulla nostra condizione politica”. Vedremo cosa accadrà il 17. Per ora chi ha sostenuto al progetto, dalla raccolta fondi all’ufficio stampa, lo ha fatto gratuitamente in nome della causa, consapevole che “se raccogliamo 12.500 quote da due euro, raggiungiamo un obiettivo incredibile”. Dietro alle proposte ci sono le persone, l’emancipazione e la dignità della donna in Italia. I diritti non possono essere rimandati. Quest’anno, a Natale, è il caso di regalarci dieci leggi.
Il Fatto Quotidiano
05 06 2012


Il fatto era accaduto il 2 agosto 2008, quando Lucia Di Muro, moglie dell’imputato da poco più di due mesi e già tornata a vivere dai suoi genitori con l’intenzione di chiedere la separazione a causa dei frequenti pestaggi subiti dal coniuge, era andata con la madre presso la casa coniugale per riprendere alcune delle sue cose. Valentino aveva reagito con violenza, culminata con il massacro delle due donne, colpite con numerose martellate al volto e alla testa.

Ora la Cassazione (prima sezione penale, sentenza n.25835) ha ritenuto fondato il ricorso dell’imputato sul punto della circostanza aggravante: questa “ricorre – scrivono gli alti giudici – quando le modalità della condotta rendono evidente in modo obiettivo e conclamato la volontà dell’agente di infliggere alla vittima sofferenze gratuite, inutili, ulteriori e non collegabili al normale processo di causazione dell’evento morte, sì da costituire un qualcosa che va oltre l’attività necessaria per consumare il reato, in tal modo rendendo la condotta dell’agente particolarmente riprovevole e ripugnante agli occhi della collettività per la gratuità e superfluità dei patimenti cagionati alla vittima con un’azione efferata, rivelatrice di un’indole malvagia e priva dei più elementari sentimenti di umana pietà“.

Deve dunque trattarsi, ricorda la Cassazione, di “comportamenti con i quali il soggetto, una volta deliberato di causare la morte della vittima, intende altresì protrarne nel tempo lo stato di disagio e di sofferenza, arrecandole sensazioni dolorose per così dire, ‘eccentriche’, siccome non direttamente finalizzate a procurare il già deliberato evento morte”. Nel caso in esame, si legge nella sentenza, “risulta invece che il ricorrente abbia solo ed esclusivamente colpito ripetutamente le due vittime in parti vitali con un martello, continuando a ripetere con veemenza e furore solo gesti pienamente compatibili con la deliberata finalità di uccidere le due vittime, sì che il suo comportamento non può obiettivamente ritenersi caratterizzato dalla crudeltà nel senso sopra delineato, atteso che le numerose martellate inferte alle due donne hanno avuto tutte solo ed esclusivamente la finalità di togliere loro la vita“.

Black bloc in stato interessante

09 10 2012

Ho partecipato alla mobilitazione in difesa della casa del parto Acqualuce di Ostia (XIII municipio di Roma) che ero al sesto mese di gravidanza. Quella casa rischiava e rischia di chiudere, per mancanza di investimenti, di personale, di volontà. Mi ricordo le riunioni, la mailing list di pance piene di aspettative, la commozione nell’alternanza dei fiocchi rosa e blu fuori dalle stanze della casetta, e poi la frenesia di quei giorni di fine luglio, col caldo ancora più caldo per chi aspetta, gli striscioni “Parti-in-corso” e il desiderio per tutte noi di vedere in viso il viso più bello, di vederlo per la prima volta non in una corsia d’ospedale, ma nella casa di Acqua e luce.

Io, alla fine, non ho più partorito alla casa del parto e le cose, a causa della medicalizzazione, sono andate in modo ben diverso e più sofferto di quanto avessi potuto immaginare. Ma questa è un’altra storia. La casa mi è rimasta nel cuore, la gente della casa, le donne e le mamme, che della maternità hanno fatto non solo qualcosa di privato ma un’esperienza condivisa.

L’8 marzo scorso il Comitato nato per difendere la casa del parto aveva indetto una manifestazione davanti all’ospedale Grassi di Ostia, per sollecitare la Asl Roma D e soprattutto la Regione Lazio a sciogliere le criticità in cui versa Acqualuce, una struttura pubblica che per mancanza d’organico non riesce ad operare a pieno regime. In quella occasione non solo ricorreva la giornata internazionale delle donne, ma anche l’anniversario della nascita di Acqualuce, inaugurata l’8marzo del 2009. Io questa volta al presidio non c’ero. Ero in carcere, nella sezione nido di Rebibbia, con altre mamme il cui destino segna il tempo dei tre anni, allo scadere dei quali non si è più mamme.

Al presidio, autorizzato e pacifico, parteciparono molte donne incinte e molte madri appena nate, con i piccoli al loro fianco. Per quella manifestazione, a sei mesi di distanza, sono state notificate nei giorni scorsi quattro denunce agli esponenti del Comitato in difesa di Acqualuce, per violazione dell’articolo 650 del codice penale relativo alla “inosservanza di un provvedimento legalmente dato dall’autorità”. L’accusa, in sostanza, è di essersi spostati verso l’esterno, nel cortile della Casa del parto, per un incontro con il responsabile del reparto di ostetricia e ginecologia, il dottor Pierluigi Palazzetti.  

Non potevo non parlarne, e non solo per l’affetto che mi lega alla Casa, ma perché questa vicenda ha dell’assurdo. Chissà cosa avrebbe potuto fare un manipolo di donne in stato interessante, armate di pance e ciucci, nel cortile dell’ospedale.  

"Maestro, mia mamma si chiama Nichi"

Il Fatto Quotidiano
22 09 2012


Non so se Nichi Vendola dopo aver dichiarato che vorrebbe avere un figlio ha anche pensato a cosa accadrebbe a questo bambino o bambina a scuola. Io ci ho pensato. Ho immaginato di avere in classe il figlio/a di Nichi Vendola e del suo compagno.

Premetto che ritengo sacrosanto che venga riconosciuto il diritto alle coppie gay di sposarsi. Non solo. Sono un maestro che spesso, pur sfidando i pregiudizi di qualche genitore, ha affrontato il tema dell’omosessualità consapevole che secondo l’Organizzazione mondiale della sanità in una classe di venti adolescenti, un ragazzo o una ragazza ha la probabilità, dal punto di vista statistico, di essere omosessuale.

Tuttavia da insegnante provo a immaginarmi un bambino di 6 – 7 anni che spiega ai compagni che lui ha una mamma maschio. Ho provato a pensare al figlio di un omosessuale che quando disegna la sua famiglia a differenza degli altri raffigura la mamma con la barba. E ancora ho pensato a come vivrebbero questa nuova dimensione gli altri bambini.

Da che mondo è mondo il bambino ha bisogno della figura della madre e del padre, della donna e dell’uomo. Il bambino che è rimasto per nove mesi nel ventre materno e ha vissuto l’esperienza del legame fisico con la madre attraverso l’allattamento, continua nei suoi primi anni di vita a riconoscere anche nella fisicità della madre un senso di protezione che un uomo non può dare. E’ un fattore senza dubbio anche fisiologico e fisico. Il papà è invece, colui che dà sicurezza, è la figura che ci ha rassicurato quando abbiamo preso in mano per la prima volta la bicicletta.

Non solo. Nei primi anni di vita nei bambini, secondo la psicopedagogia, vi è un processo di identificazione nei genitori: dato non irrilevante per una coppia di omosessuali.

La necessità da parte delle coppie gay di adottare dei bambini mi sembra decisamente una scelta per soddisfare una propria esigenza, per colmare una mancanza. Nulla di più. Certo è che anche la scuola, dove è ancora un tabù parlare di omosessualità, dovrebbe essere pronta ad affrontare una tale rivoluzione.
21 01 2012
 
I ricordi più indelebili sono spesso frazioni di sguardi, talvolta di sconosciuti.
Lo sguardo dell’unico lavoratore uomo, coinvolto nella performance teatrale OMSA insieme alle sue colleghe, mi ha irrimediabilmente  perforato il cuore.
Giugno dello scorso anno, Punto G, l’incontro organizzato da Marea a Genova. Alla fine di un dibatitto usciamo nel sole accecante a due passi dal mare, e un fischio penetrante ci sorprende: “OMSA’ OMSA’ OMSA’ OMSA’” ritmano le lavoratrici addestrate dal Teatro Due Mondi per sensibilizzare la gente al dramma del loro prossimo licenziamento.
La performance è degna del migliore teatro:

Il video non può rendere l’emozione che suscita: queste donne operaie per decenni,  non lasciano nulla d’intentato e si ritrovano a girare l’Italia in una tournè di dolore. E un uomo, unico tra le sue compagne, che marcia nella sua divisa circense, passo stanco e sguardo basso. Fossi stata artista, oh lo fossi stata! per tratteggiare, disegnare, riprendere quelle spalle curve, quello sguardo domato, quell’ultimo tentativo di uomo di fabbrica che si trova a 50 anni ad essere attore del suo personalissimo dramma. Domato dalla vita che lo costringe a mettere in scena la sua vita. Questo no, non l’aveva previsto.
Lì nel sole accecante, noi in abiti estivi, loro sudati a mimare la vergogna del perdere il lavoro dopo una vita.
Questo il dramma di centinaia di persone.

I fatti sono invece più prosaicamente  i seguenti:
L’Omsa, calzificio che produce marchi di successo come Golden Lady, decide di licenziare centinaia di operaie per delocalizzare la produzione in Serbia. Non chiude dunque per difficoltà economico/finanziarie ma per diminuire i costi. Di questo viene accusata.
La Serbia è un Paese che incentiva fortemente gli investitori stranieri con detassazioni e incentivi di varia natura. Gli stipendi sono di circa 6000 euro annui. Molte altre aziende italiane si sono già trasferite.
L’azienda viene accusata per la sua decisione di volere lasciare a casa centinaia di lavoratrici senza un motivo se non quella di volere arricchirsi a dismisura.
Il proprietario risponde che la delocalizzazione è l’unica strada, pena la non competitività di un prodotto che trova una concorrenza del far east in grado di proporre uguali prodotti ad un prezzo dimezzato. In parole povere: se non delocalizzano, OMSA venderà le calze ad un prezzo troppo alto, e sarà costretta a chiudere. Dunque a licenziare.
Altri sono intervenuti ricordando le responsabilità della Regione, che non incentiva le aziende a restare attraverso  politiche adeguate.

Qui una sintesi dei fatti.
Qui una protesta a cui se volete potete aderire.
Qui un’ altra protesta a cui poter partecipare.
 
Il discorso  però è  molto più complesso, gli elementi in gioco sono molti e le connessioni con economia politica finanza e globalizzazione sono tanti. Prendere posizione significa capire e informarsi molto piu di quanto non si facesse un tempo. I costi di produzione europei sono troppo alti per resistere ad una competizione cinese che ha costi di manodopera bassissimi. Non delocalizzare significa spesso dovere chiudere.
A questo si aggiunge che proveniamo da un periodo di liberismo sfrenato che ha garantito spesso guadagni elevati agli imprenditori: bisognerà accettare che il futuro potrebbe volere dire stipendi più bassi per i lavoratori ma soprattuto meno profitti per gli imprenditori.
C’è poi la leva del protezionismo locale: in un negozio milanese mi ha colpito un cartello: ”le nostre scarpe sono artigianali, costano un pò di più, ma comprandole ci sostenete e avrete acquistato un prodotto che durerà nel tempo” Bravi, ho pensato e ho comperato un paio di stivali con un ottimo rapporto qualità prezzo. Più cari di un paio di stivali fatti in Corea però.

-Sostenere l’economia italiana vuol dire non comperare nelle catene che vendono prodotti far east. Ci piace comperare i vestitini di H&M che costano 20 euro e fanno un figurone? E allora se siamo coerenti non possiamo andare in manifestazione con le lavoratrici Omsa. Sostenere l’economia italiana significa sostenere i prodotti italiani che sono più cari anche, non solo ma anche, perché hanno costi di produzione piu alti. Sarebbe interessante durante una manifestazione a sostegno dei lavoratori di fabbrica chiedere all’altoparlante:” chi indossa abiti cinesi?  Il paradosso sarebbe tangibile.
-Decrescita felice: ne abbiamo già parlato. Tutte noi abbiamo spesso più calze di quante ne abbisogniamo. Decresciamo felicemente? Quindi le operaie dell’Omsa verrebbero comunque licenziate, non per delocalizzazione ma per la nostra decisone di non acquistare.La decrescita a mio parere è forse l’unica via ad un futuro sostenibile. Che sia felice lo dubito. Che richieda molto tempo è sicuro. Che debba essere sostenuta da dei piani di riconversione industriale è certo. In parole semplici dovremo accordare tutte le parti sul riconvertire la produzione ad esempio di milioni di calze inutili in servizi utili. Ci vogliono anni. E’ un cambiamento epocale.
Agire la cittadinanza attiva oggi vuol dire cercare di comprendere le molte  sfaccettature che conducono alla verità dei fatti. Soluzioni semplicistiche non aiutano a risolvere i problemi che sono purtroppo spesso di natura complessa.

 
Donne di Fatto
12 11 2012

E’ stata lanciata ieri la campagna italiana per la candidatura al Premio Nobel per la Pace di Malala Yousufzai, la ragazza pakistana di 15 anni che lo scorso 9 ottobre è stata gravemente ferita da un colpo di pistola alla testa per aver difeso il diritto allo studio delle ragazze nel suo paese. La petizione richiede ai leader dei maggiori partiti presenti nel Parlamento Italiano – che hanno la possibilità di presentare candidature per il Nobel – di sostenere Malala.

Change.org ha finora raccolto globalmente più di 100.000 firme in Canada, Inghilterra, Francia e Germania da inviare ai rappresentanti politici.

Nel frattempo in Pakistan Malala è già simbolo del cambiamento per alcuni, dopo le sue lettere e i suoi appelli per salvare l’istruzione femminile nel suo Paese. All’età di 13 anni è diventata celebre per il blog BBC sul quale ha scritto del regime dei Talebani Pakistani e della loro occupazione militare nel distretto dello Swat dove il diritto all’istruzione delle donne è stato bandito da un editto.

Per altri Malala è invece simbolo “degli infedeli e dell’oscenità”, come ha dichiarato Ihsanullah Ihsan, portavoce dei talebani pakistani, il quale ha rivendicato la responsabilità per l’attentato a Malala aggiungendo che questo attacco non sarà l’ultimo a lei diretto.

Ora la ragazza è a Londra in un ospedale che si è offerto di curarla, ma il Premio Nobel oltre a darle il riconoscimento meritato, potrebbe esserle di protezione.
02 10 2012

Uno sportello pubblico per accogliere uomini violenti. Si chiama “Liberiamoci dalla violenza” ed è il progetto attivo da quasi un anno presso la Ausl di Modena in collaborazione con la regione Emilia Romagna. Unico in Italia nel suo genere, ha già assistito ventisette utenti. E se di solito le etichette utilizzate sono quelle di “mostri, assassini o carnefici”, l’esperienza di Modena vorrebbe offrire una stradaalternativa per affrontare una delle piaghe della società contemporanea: la violenza sulle donne, tanto diffusa quanto poco denunciata.

“A noi non piace, – dice Monica Dotti, coordinatrice del progetto pilota, – l’appellativo “mostro”. Semplicemente riteniamo che le persone che si rivolgono a noi siano uomini che hanno scelto di utilizzare la violenza per risolvere i loro problemi. Sono proprio loro gli stessi che possono scegliere di non usare più quegli strumenti: noi siamo qui per ribadire che hanno una scelta e possonocambiare”. Il progetto realizzato grazie ad una collaborazione tra la Ausl di Modena e la Regione Emilia Romagna è nato alla fine del 2011, ma è il frutto di un lungo lavoro sul territorio per cercare di prevenire e curare la violenza sulle donne. A essere preso come esempio, il centro di Oslo in Norvegia dal nome “Alternative to Violence”, dove sono assistiti migliaia di uomini e che ha permesso di fare scuola e formazione anche alla realtà modenese. “All’inizio, – continua Monica Dotti, – ci occupavamo di formare gli operatori dei servizi sociali o sanitari per affrontare situazioni simili. Poi è avvenuto l’incontro con la realtà norvegese; la voglia della regione di investire in un progetto sperimentale ha fatto il resto. È un risultato importante che ci sta dando grandi soddisfazioni”.

Lo sportello “Liberiamoci dalla Violenza” è aperto dal 2 dicembre scorso. Ospitato nel Consultorio Familiare di Modena, accoglie gli “uomini violenti” ogni venerdì pomeriggio, ovvero quando l’affluenza è minore e possono avere una maggiore riservatezza. 3665711079 è invece il numero del centralino che permette di contattare gli operatori tutti i giorni dalle 13 alle 15. Giorgio Penuti, Alessandro De Rosa, Paolo De Pascolis sono i tre psicologi che lavorano presso lo sportello e che accompagnano gli utenti in un lento percorso di riabilitazione. Chiunque può rivolgersi al servizio, anche se è richiesto a tossicodipendenti e alcolisti di disintossicarsi in precedenza. Il percorso di “cura” segue diverse tappe, dagli incontri individuali fino a quelli collettivi e gli operatori sono periodicamente formati dagli esperti stranieri provenienti da tutta Europa.

“La nostra, – continua Monica Dotti, – è stata una sfida fin dall’inizio. Non sapevamo quanti uomini sarebbero venuti e i risultati sono stati sorprendenti. Abbiamo fatto una grande operazione di informazione nei servizi perché tutti fossero a conoscenza dell’opportunità: è importante che gli uomini vengano per loro volontà, è il primo passo verso il cambiamento. Non dimentichiamo che occupandoci degli uomini violenti, tuteliamo in primo luogo donne e minori”. Ad essere assistiti fino adesso circa 27 uomini, per la maggior parte italiani (solo due gli stranieri registrati) e di età che stanno nella fascia 36\50 anni. Il livello di educazione in questi casi non supera il diploma di scuola media e il ceto sociale caratterizzato è quello medio-alto. Analisi statistiche molto difficili da fare in un contesto in cui in primo luogo regna il sommerso, come ricorda la responsabile: “L’Emilia Romagna stando ai dati è la regione con il numero più alto di feminicidi, ma non dimentichiamo che in Italia il 96% delle donne non denuncia la violenza subita da uomini, padri o mariti. È un dato molto pericoloso, che impedisce a servizi e operatori di intervenire concretamente. Per questo raggiungere gli uomini violenti potrebbe permettere di arrivare là dove la paura di denunciare ci toglie qualsiasi strumento d’azione”.

A fare formazione agli operatori dello sportello modenese sono gli esperti del centro di Oslo, che sottolineano l’importanza di una cultura contro la violenza che sia insegnata nelle scuole e negli ambiti familiari. “Il problema è che in Italia, – conclude Dotti, – siamo molto indietro sulla faccenda. Non esistono centri pubblici di questo tipo e soprattutto siamo in un contesto culturale in cui la violenza è largamente tollerata. Se cominciamo a chiudere gli occhi su piccoli episodi, poi non sappiamo più qual è il limite tra cosa è violento e cosa non lo è”. Educazione e cultura per prevenire e uno sportello per assistere i responsabili di violenze su donne e minori: sono gli ingredienti di un progetto sperimentale che da Modena spera di estendersi progressivamente in tutta l’Italia.

Il Fatto Quotidano
21 06 2012

I preti tedeschi si ribellano al Vaticano. Duecento preti e diaconi della diocesi di Friburgo hanno firmato un appello su Internet, sostenendo la legittimità della comunione ai divorziati risposati. Il luogo è simbolico. La diocesi di Friburgo è retta dall’arcivescovo Robert Zollitsch, presidente della Conferenza episcopale tedesca. È come se a Genova, sede del cardinale Bagnasco presidente della Cei, duecento sacerdoti comunicassero ufficialmente di dare regolarmente l’ostia ai fedeli in secondo matrimonio. A Friburgo i duecento contestatori dichiarano che verso i divorziati risposati bisogna usare “misericordia” e non nascondono la loro scelta: “Nelle nostre comunità i divorziati risposati prendono parte alla comunione con il nostro consenso. Sono presenti nel consiglio parrocchiale e partecipano ad altri servizi pastorali”. È una contestazione frontale delle istruzioni vaticane, ma soprattutto una rivolta contro l’inazione del pontefice che da anni – già da prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede – si occupava della questione e non ha mai preso una decisione per superare un divieto, che colpisce dolorosamente proprio i fedeli più assidui.

A Friburgo il vicario generale della diocesi ha tentato di persuadere il clero a non firmare o a ritirare il consenso. Soltanto due dei firmatari lo hanno ascoltato. In realtà dietro l’appello c’è una galassia di preti in tutta la Germania, ma anche in tante parti del mondo. Italia compresa, dove molti parroci non infieriscono contro i divorziati risposati negando loro l’eucaristia. Stephan Wahl, uno dei preti più noti in Germania per avere predicato il vangelo alla televisione per dodici anni nella popolare trasmissione “La parola della domenica” (Wort am Sonntag), ha commentato in maniera pregnante: “Come cattolico e come sacerdote mi è insopportabile che, secondo l’attuale normativa (ecclesiastica), è più facile che un sacerdote colpevole di abusi possa distribuire il sacramento (dell’eucaristia) piuttosto che un divorziato riceverlo”. I preti contestatori tedeschi rimarcano di essere ben consapevoli di “agire contro le norme canoniche attualmente in vigore nella Chiesa cattolica romana”, ma sostengono che in base all’attuale Codice di diritto canonico il principio supremo, a cui orientarsi, è la “salvezza delle anime”. Perciò ribadiscono: “Consideriamo urgentemente necessaria una nuova normativa canonica per i divorziati risposati”.

Lo stesso Ratzinger, da teologo, era del parere che di fronte ad un primo matrimonio “spezzatosi da lungo tempo e in maniera irreparabile”, e alla luce di una seconda unione rivelatasi negli anni un’autentica “realtà etica”, fosse giusto – su testimonianza del parroco e della comunità – “concedere la comunione a coloro che vivono un simile secondo matrimonio”. Correva l’anno 1972, quando Ratzinger difendeva tesi del genere. Da allora il pontificato di Giovanni Paolo II e quello di Benedetto XVI hanno battuto ossessivamente sul tasto dell’indissolubilità del matrimonio, rifiutando qualsiasi soluzione. Benché – come ha fatto notare lo scrittore cattolico Messori durante le giornate della famiglia a Milano, benedette dal Papa – il cattolicesimo sia l’unica tra le confessioni cristiane e le religioni mondiali a negare la possibilità del divorzio. Di una presunta “legge naturale”, in proposito, è inutile parlare. Il presidente dell’episcopato tedesco Zollitsch, sebbene attaccato a sua volta dai preti tradizionalisti riuniti nella “Rete dei sacerdoti cattolici”, ha deciso dopo qualche esitazione di ricevere una delegazione dei contestatori. Dovrebbe accadere oggi. Un atteggiamento molto diverso da quello del cardinale Scola, il quale – come riferito dall’agenzia Adista – ha impedito nel gennaio scorso al consiglio presbiterale milanese di mettere all’ordine del giorno anche la mera analisi e discussione del tema “divorziati risposati e accesso ai sacramenti”. Dopo un netto intervento contrario del cardinale la proposta avanzata dai sacerdoti Aristide Fumagalli e Giovanni Giavini ha ottenuto 7 sì, 13 no e 27 astensioni (segno evidente di come tanti preti attendano un cenno dall’alto per parlare finalmente liberamente). Il caso di Friburgo è solo la punta dell’iceberg dell’insoddisfazione per lo stallo totale di ogni riforma. Si sono già mobilitati i preti austriaci con l’“Iniziativa dei parroci”. Chiedono la riforma della Chiesa, la fine del cumulo di parrocchie affidate a un solo parroco, l’accesso al sacerdozio di sposati e donne.

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