IL FATTO QUOTIDIANO

Il Fatto Quotidiano
21 08 2012

Un attacco informatico ha colpito il sito del Tribunale del distretto di Khamovnichesky a Mosca, lo stesso che venerdì scorso ha condannato a due anni di reclusione le tre ragazze delle Pussy Riot per ‘teppismo motivato da odio religioso’. Lo ha reso noto la portavoce del collegio, Darya Lyakh, che ha parlato di slogan contro il presidente russo Vladimir Putin inseriti dagli hacker, e di ‘oscenità sulla home-page’.

Entrando nel sito ci si imbatteva in una clip di un cantante gay bulgaro, più vari insulti al sistema giudiziario della Russia e nella scritta “Libertà alle Pussy Riot“. Sul sito era stato caricato anche l’ultimo videoclip della band punk femminista, le cui componenti sono finite alla sbarra per aver cantato contro il leader del Cremlino nella cattedrale moscovita di Cristo Salvatore: la performance si intitola “Putin sta soffiando sul fuoco della Rivoluzione”. La portavoce del Tribunale attaccato dai pirati del web ha fatto sapere che “si sta lavorando per ripristinare il normale servizio del sito on line”.

Rifondare l’Italia. Partendo dalle donne

Il Fatto Quotidiano
25 06 2012

di Peter Gomez

L’obiezione contro le quote rosa la conosciamo: ma come volete rinchiudere le donne in una riserva indiana? Volete trattarle da minoranza etnica imponendo delle percentuali di presenza femminile in parlamento? No, è l’Italia che deve cambiare permettendo finalmente alle donne che valgono di farsi strada anche in politica. Non serve una legge ma un grande mutamento sociale e culturale.

Beh, consentiteci di dire, che l’obiezione non ci convince. Dopo averne molto discusso in redazione, qui a Ilfattoquotidiano.it siamo giunti alla conclusione che per rifondare davvero il nostro Paese, serve una norma chiara, semplice, che obblighi i partiti a candidare il 50 per cento di donne e che stabilisca una rappresentanza in proporzioni analoghe anche alla Camera e al Senato.

Una legge sulle quote rosa va infatti approvata, non solo perché è giusta, ma pure perché è un buon sistema per cambiare in fretta e, con tutta probabilità in meglio, le nostre classi dirigenti.

Un parlamento che per legge fosse composto per la metà da donne, metterebbe in grande difficoltà le attuali oligarchie. Nei nostri partiti, ormai da 15 anni in cronica emorragia di iscritti, le donne in posizione di vertice sono pochissime. Se, in occasione delle elezioni politiche, si dovesse davvero trovare migliaia di candidati donna, le varie formazioni sarebbero costrette ad andare a pescare le aspiranti parlamentari anche fuori dai loro apparati: una rivoluzione.

Certo, visto che siamo in Italia, pure con una norma del genere i furbi rimarrebbero tali. I Berlusconi di turno tenterebbero d’imporre le loro Olgettine. Altri, proprio come ci racconta Vincenzo Iurillo, in un articolo dalla Campania, ne approfitterebbero per trovare nepotisticamente spazio a mogli e figlie. È tutto vero. Ma per i capi-bastone della politica la vita sarebbe più difficile di adesso. Anche perché l’esperienza e le statistiche ci dicono che mediamente le donne sono più oneste degli uomini.

Per quanto ci riguarda possiamo, comunque, fare una cosa sola. Impegnarci con i lettori e le lettrici a tenere alta l’attenzione contro tutte le discriminazioni di genere. A fornire più informazioni e a raccontare storie (di ogni tipo) anche con un punto di vista femminile. Per questo (ma non solo) nasce oggi la nuova sezione Donne di Fatto, ideata e scritta (in grande maggioranza) da colleghe.

Nel corso di questi mesi ci siamo infatti resi conto che una sezione di questo tipo era necessaria per obbligare la redazione ad occuparsi con costanza di temi che per conformismo (ma non solo) spesso finivamo per ignorare.

Donne di Fatto sarà così per noi una sorta di legge che alla lunga, speriamo, finirà per cambiare molte nostre convinzioni e modi di intendere questo mestiere. E, forse, alla fine ci renderà migliori.
11 09 2012

Migliaia di studenti cinesi sono stati costretti a posticipare gli studi per partecipare a stage nelle fabbriche della Foxconn, l’azienda taiwanese che fornisce componenti alla Apple e che si è tristemente guadagnata le prime pagine di tutto il mondo nel 2010, quando nelle sue fabbriche si registrò una catena di almeno 14 suicidi. L’iniziativa sarebbe dovuta alla necessità di aumentare la produzione, in vista del lancio del nuovo modello dello smartphone della Apple, l’iPhone5, la cui uscita è prevista per il 12 settembre. La vicenda è stata rivelata dal quotidiano Shanghai Daily che ha riportato la voce degli stagisti stessi.

La denuncia di “stage illegali” era già avvenuta a maggio di quest’anno, quando un report della Students and Scholars Against Corporate Misbehaviour aveva messo in luce il regime militaristico delle fabbriche e l’utilizzo degli studenti in formazione come operai nelle fabbriche Foxconn sparse sul territorio cinese. La Foxconn è l’azienda privata che impiega il maggior numero di lavoratori in Cina (sono circa un milione 200mila) e aveva promesso miglioramenti nella tutela dei lavoratori proprio a seguito delle inchieste che accompagnarono e seguirono la lunga scia di suicidi causati da stress lavorativo che aveva colpito operai e impiegati dei suoi stabilimenti.

Nella primavera scorsa il suo presidente Terry Gou aveva accettato di riportare le sue fabbriche nei limiti della legge cinese. Entro il 2013, l’orario di lavoro dei suoi dipendenti sarebbe stato quello di 40 ore a settimana con un massimo di 36 ore di straordinario mensile. L’occasione era stata il primo viaggio in Cina di Tim Cook che, appena prese le redini dell’azienda del compianto Steve Jobs, si era riproposto di fare quello che il suo predecessore non aveva ancora fatto: porre rimedio alle violazioni dei diritti dei lavoratori negli impianti cinesi.

L’azienda era nel pieno di quello che i media avevano chiamato il “momento Nike” della Apple. Il “momento Nike”: ovvero quando un marchio internazionale che ha raggiunto l’apice in termini sia commerciali che di visibilità ed entra nel mirino delle associazioni delle società civile che si occupano di rispetto dei lavoratori e di tutela dell’ambiente e che puntano i riflettori sulle modalità di produzione. Il report della Sacom si inseriva in questo dibattito per denunciare che ben pochi progressi erano stati fatti in merito alla tutela dei diritti dei lavoratori. Lo aveva fatto portando all’attenzione mediatica – il quotidiano inglese Guardian aveva verificato i dati prodotti con un equipe di professori universitari – i risultati di un’indagine portata avanti in 19 stabilimenti Foxconn in 14 città del paese per due anni: 2.409 questionari completati, 500 interviste e investigatori in incognito che si facevano assumere dalle aziende.

Oltre a non aver trovato traccia dei tanto sbandierati aumenti salariali, l’indagine aveva messo in luce che i governi regionali erano disposti a pagare per assicurarsi che Foxconn investisse nella propria regione (un costo presunto di 600 yuan, circa 70 euro, a lavoratore come documentato nel caso della regione dello Henan) e aveva denunciato con forza il problema degli stage forzati (anche proprio in una di quelle fabbriche visitate dallo stesso Tim Cook). A seguito di queste indagini si era scoperto che già nell’estate del 2010, quando la Foxconn era scossa della famosa ondata di suicidi, centomila studenti di istituti professionali dello Henan erano stati mandati a lavorare nello stabilimento Foxconn di Shenzhen. Chieste delucidazioni all’azienda, questa si era schermata dietro la “difficoltà di regolarizzare gli stagisti”. Per la legge cinese, infatti, non sono impiegati veri e propri e non hanno quindi alcun rapporto lavorativo con la fabbrica che li “ospita”. 

Le notizie riportate ieri dal quotidiano di Shanghai non fanno altro che confermare quell’inchiesta e la consapevolezza che il problema non è ancora stato risolto ed è, se possibile, più esteso di quanto non si pensasse. Quello che viene fuori dalle interviste agli studenti coinvolti e dalla lettura dei loro forum è che nella regione del Jiangsu migliaia di studenti sono stati caricati su pullman e inseriti nella linea di produzione dello stabilimento locale della Foxconn. La “deportazione” sarebbe avvenuta su ordine del governo locale, senza che i genitori fossero avvisati o che gli studenti avessero firmato alcun accordo. Incrociando le stesse fonti si evince che gli studenti “in formazione” sono tenuti a lavorare sei giorni a settimana, 12 ore al giorno, per una paga di 1550 renminbi al mese (circa 190 euro). Non solo: sono anche costretti a pagare “centinaia di renminbi per vitto e alloggio”. 

E ancora. Il fatto che non possano essere considerati “stage formativi” è palese quando si considera la provenienza universitaria degli studenti coinvolti: diritto, inglese, economia aziendale. È chiaro che la maggior parte di loro voglia tornare al più presto ai propri studi. A seguito delle polemiche e della pressione dell’opinione pubblica, almeno due scuole avrebbero annullato la cooperazione con la Foxconn per i “tirocini” ma – sempre secondo gli studenti – la maggior parte delle scuole e delle università coinvolte minacciano di non rilasciare il diploma di fine anno se non si inserisce nel piano di studi uno “stage formativo” alla Foxconn. Consola solo il parere dell’avvocato Wu Dong riportato dallo Shanghai Daily: “Si tratta di una pratica in violazione delle norme sull’istruzione e sul lavoro. Sia la Foxconn che le autorità locali potrebbero essere trascinate in tribunale”. Con la speranza che qualcuno abbia il coraggio di farlo.
Il Fatto Quotidiano
24 07 2012


La nuova edizione del Contemporary Chinese Dictionary è uscita il 15 luglio ed è già sotto accusa da parte degli attivisti per i diritti umani. Include diverse nuove espressioni – alcune delle quali nate su internet e poi affermatesi nella società – ma non c’è tongzhi, o almeno non c’è nel suo significato oggi più largamente usato: gay. Una forma colloquiale molto più utilizzata di tongxinglian, corrispettivo di ‘omosessuale’ e che in passato è stata associata a una forma disturbo mentale.

Sta lentamente prendendo il sopravvento anche sul significato originario della parola: compagno, nell’accezione comunista del termine. “Tongzhimen hao!” è il saluto che segna l’inizio di ogni discorso ufficiale cinese: “Salve, compagni!”. L’appellativo “compagno” continua ad essere utilizzato in Cina, ma solo nelle occasioni ufficiali. Dal presidente Hu Jintao che saluta dal palco in occasione delle grandi parate, allo speaker del tg che intervista o riporta le parole del “compagno” Wen Jiabao, al leader provinciale che richiama all’ordine i suoi sottoposti. Un tempo, come nella Russia comunista, si usava esattamente con la stessa frequenza con cui noi utilizzavamo “signore”. Per richiamare l’attenzione di uno sconosciuto (“signore, sa dirmi l’ora?”) oppure premesso a un nome (“chieda del signor Franco”) o a un cognome (“ne discuta con il signor Rossi!”). Sui testi universitari per lo studio della lingua cinese, almeno su quelli adottati in Italia fino al Duemila, il termine tongzhi, compagno, appariva già nelle prime lezioni: “Compagno, può indicarmi dov’è la fermata degli autobus?”. Insomma, per oltre mezzo secolo è stato una parola cardine della Repubblica popolare cinese.

Ma la lingua è viva e spesso anticipa le tendenze socioculturali di un paese. Alla fine degli anni Ottanta – mentre la Cina sperimentava le aperture al cosiddetto capitalismo di stato, arricchirsi diventava improvvisamente “glorioso”, il socialismo si allontanava sempre di più dal maoismo originario per acquisire quelle non meglio definite “caratteristiche cinesi”, nasceva la prima generazione di figli unici e l’individuo ricominciava timidamente ad affacciarsi nella società di massa – la parola tongzhi scompariva lentamente dal lessico popolare. A riportarla in vita, con un nuovo significato, fu la comunità gay. Fu usata nel 1989 durante la prima edizione del Lesbian and Gay Film Festival di Hong Kong (primo evento di questo tipo dell’intera Asia) per enfatizzare la solidarietà che caratterizza i rapporti omosessuali. La parola ebbe subito fortuna, forse anche per la sua potenza satirica. Passò di bocca in bocca, di comunità in comunità e crebbe nell’uso quotidiano fino a raggiungere la Cina continentale. Qui la situazione delle libertà era completamente diversa. La Cina comunista considerava il fenomeno di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali una “pratica decadente” importata dall’Occidente. Si pensi che fino al 1997 l’omosessualità è stata considerata un reato e solo nel 2001 è stata cancellata dalla lista delle malattie mentali. Proprio nel 2001 a Pechino venne organizzato il primo festival di cinema gay. Dovendo chiedere l’autorizzazione alle autorità competenti, gli organizzatori sostituirono la parola gay con il termine tongzhi, compagno. Il dipartimento della Propaganda ne colse esclusivamente l’accezione comunista, il festival fu inaspettatamente avviato e da allora tongzhi è divenuto sinonimo di omosessuale.

I tempi sono cambiati. Se negli anni Ottanta e Novanta, gay e lesbiche erano costretti a incontrarsi segretamente, oggi ci sono bar, luoghi di ritrovo e organizzazioni che ne difendono i diritti pubblicamente. Anche se l’attitudine del Governo della Repubblica popolare è quella di “non approvare, non disapprovare e non incoraggiare” i passi in avanti del movimento per i diritti dei gay sono avvenuti alla velocità che caratterizza lo sviluppo cinese. Quasi ogni anno dal 2003, Li Yinhe – la più importante sociologa cinese esperta soprattutto in studi di genere – presenta alla Conferenza consultiva la proposta di un emendamento alla legislazione sui matrimoni che permetta l’unione tra persone dello stesso sesso. Nel 2009 si è svolto lo Shanghai Pride, il primo festival di cultura omosessuale tenutosi nella Repubblica popolare cinese. Da allora gli eventi di questo tipo si sono moltiplicati. Proprio oggi si è concluso un mese dedicato a discussioni, dibattiti e incontri sulla cultura gay ospitato dalla città di Fuzhou, nella Cina meridionale. Seppure nelle immense campagne cinesi l’omosessualità è ancora considerata un handicap o un tabù, la tolleranza verso i diversi orientamenti sessuali sta crescendo. La stessa polemica che si è scatenata sull’esclusione del “nuovo” significato della parola tongzhi dal dizionario ne è la riprova. Come ha osservato qualcuno su Weibo, il twitter cinese, “Tongzhi, significa gay a prescindere dal fatto che lo si ‘incoraggi’ o meno. Prima o poi la definizione sarà sul dizionario”. Come dire: le unioni gay esistono, a prescindere dal fatto che le si incoraggi o meno. Prima o poi la legislazione dovrà prenderne atto.
05 09 2012 
 
Dichiarazione choc della nuova consigliera per i diritti delle donne del presidente egiziano Mohammed Morsi che pone come unico problema "l'età troppo precoce". Ma la pratica in Egitto, Somalia e Sudan riguarda più del 90 per cento delle bambine. E il problema, spiega un avvocato, "è culturale, non religioso"

di Laura Cappon
 
E’ un fenomeno nascosto, tacitamente accettato e spesso dimenticato. Sono le Mgf – le mutilazioni genitali femminili – una pratica che in Egitto, Somalia e Sudan riguarda più del 90 per cento delle donne. A Mogadiscio l’assemblea costituente ha stilato alcune settimane fa un articolo che proibisce le Mgf, mentre in Egitto è in vigore già da 4 anni una legge che rende illegale la pratica. Norme che rischiano di restare sulla carta, impotenti nello sconfiggere questa “violazione dei diritti umani”, come riconosciuto dall’Onu sin dal 1979 con la Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw).

In Somalia le femministe temono che il divieto finisca per essere ignorato, come accaduto nel caso del provvedimento egiziano che – anche se accompagnato dal lavoro delle organizzazioni internazionali – ha ridotto di pochissimo il numero delle donne mutilate. L’argomento, inoltre, ha recentemente riconquistato l’attenzione pubblica anche nel paese dei faraoni, dopo le dichiarazioni rilasciate alla stampa da Omayma Kamael, la nuova consigliera per i diritti delle donne del presidente egiziano Mohammed Morsi. La Kamael, interpellata sull’argomento, ha posto come unico problema l’età “troppo precoce” – le Mgf vengono praticate quasi sempre prima degli 11 anni di età – paragonando le mutilazioni a un intervento di chirurgia estetica. Parole che hanno suscitato diverse polemiche e hanno aumentato il sospetto di un cambio di rotta della fratellanza che lo scorso marzo aveva condannato le Mgf.

“Per capire cosa succede bisognerà attendere il nuovo parlamento – spiega Azza Soleiman, avvocato egiziano presidente di Cewla, Center for egyptian women legal assistance – sicuramente il nostro timore è che nel caso dell’ennesima vittoria dei Fratelli musulmani, un partito che sembra non avere interesse per la tutela dei diritti delle donne, non si prenda nessuna iniziativa per combattere questo fenomeno o addirittura si modifichi quel poco che abbiamo ottenuto”.

Il radicamento delle Mgf, però, non è soltanto religioso poiché è una pratica che risale al periodo preislamico. “Spesso i movimenti d’ispirazione islamica più radicali, come i salafiti in Egitto – continua Soleiman – si sono appropriati di questa consuetudine facendo appello all’integrità sessuale della donna e quindi alla sua conseguente possibilità di trovare marito, ma in realtà questo è un fenomeno culturale, non religioso”. L’Organizzazione mondiale per la sanità ha individuato quattro tipi di Mgf, che vanno dall’asportazione parziale al taglio completo del clitoride. Quest’ultimo tipo è il più diffuso – che prevede anche la rimozione delle piccole labbra e la cucitura della vulva – ed è conosciuto come infibulazione.

“Le mutilazioni nel nostro paese riguardano circa nove donne su dieci”, spiega Amal Abdel Hadi, medico della New women foundation, associazione egiziana che da venti anni si occupa di combattere il fenomeno. “Per questo non basta una legge ma un cambio di usanze che può cominciare solo dal nucleo familiare”. La strada, dunque, è ancora lunga. Secondo Amal Abdel Hadi uno degli errori fatti in questi anni è stato quello di considerare le Mgf dal punto di vista medico e non culturale. “Io mi rifiuto di parlare dell’infertilità, delle infezioni o dei disturbi psichici che le mutilazioni possono provocare. Che una donna venga mutilata in una capanna rischiando l’infezione o in un ospedale di lusso da un’equipe medica, si tratta sempre di una violazione. In gioco, oltre alla salute, c’è prima di tutto il diritto delle donne di essere libere e padrone del loro corpo”.
30 10 2012 
 
Da quando è nato Mattia ho iniziato a instaurare ottimi rapporti con le ostetriche. Strano che tutto ciò sia avvenuto soprattutto dopo la sua nascita e non durante la mia prima gravidanza. O meglio, un’ostetrica al mio fianco c’è sempre stata, ma solo oggi capisco quanto sia essenziale, per ogni futura mamma, avere al proprio fianco una persona capace di un riscontro empatico che va oltre la sola medicalizzazione. Eppure, in Italia, l’ostetricia è ancora sottovalutato e persino le giovani donne incinte, nell’affannata ricerca del ginecologo ‘migliore’, tralasciano di accostarsi all’ostetrica ‘migliore’, dove per migliore si intende quella più in linea all’idea che una donna ha di sé stessa e del proprio parto. Eppure l’ostetrica è la figura più importante al momento della nascita, dopo quella della madre ovviamente. Pensavo questo quando ho incontrato le donne di Freedom for Birth, Rome Action Group, il primo gruppo di azione militante nato in Italia per promuovere la libertà di scelta e di autodeterminazione delle donne al momento parto.

Se dovessi scegliere una parola per definire questo movimento, sarebbe certamente “scelta”. Freedom for Birth Rag, infatti, non intende proporre un modello specifico di parto (vaginale piuttosto che cesareo; naturale piuttosto che con anestesia epidurale, etc..), bensì affermare il diritto della donna di scegliere come e dove partorire.

In altri termini, riconoscendo che la violenza sulle donne può avvenire anche al momento del parto, promuove il diritto di ognuna a compiere una scelta consapevole, qualunque essa sia.

“Noi consideriamo la negazione del diritto di scelta delle donne al parto una violenza sulle donne e come tale va combattuta. La pratica di interventi medici non necessari e non acconsentiti costituisce un abuso e un’intollerabile negazione dei diritti della persona”, scrivono sul sito.

In tal senso il diritto di scelta deve essere sempre salvaguardato a prescindere dal contenuto della scelta stessa: è quest’ultima il valore assoluto, non un modello di parto rispetto a un altro.

Le incontro per la prima volta a casa di una di loro. Non ci sono solo ostetriche, ma anche avvocate, psicologhe, artiste ed esperte della comunicazione. Sono tutte donne, per altro di nazionalità diverse, ed è proprio questa interazione tra professionalità, competenze, attitudini e percorsi, a fare la differenza. Molte di loro si erano viste alMelograno di Roma il 20 settembre scorso, in occasione della prima mondiale del documentario Freedom for Birth.

“Quel documentario – mi racconta Virgina Giocoli, avvocato – ha avuto, su tutte noi, un effetto immediato: nel mondo ci sono donne coraggiose che stanno denunciando gli abusi subiti al momento del parto. Abbiamo subito sentito il bisogno di partecipare a questa mobilitazione internazionale, soprattutto alla luce dalla sentenza della Corte Europea dei diritti dell’Uomo sul caso Ternovszky che, riconoscendo ‘il diritto delle donne di scegliere dove e come partorire’, segna un punto di svolta. Ritornarcene a casa dopo aver visto quel documentario, ci sembrava impossibile, anche perché gli Stati aderenti alla Convenzione, potrebbero non cambiare nulla nelle proprie legislazioni”.

Hanno così deciso di incontrarsi subito per creare un movimento che fosse non solo di diffusione della cultura dei diritti umani delle donne al momento parto, ma anche di denuncia e di azione concreta.

E’ nato così Freedom for birth, Rome Action Group LOGO, con l’obiettivo di promuovere la riscoperta, da parte delle donne, delle capacità di partorire (innata e preesistente a ogni protocollo) e di diffondere la cultura della libera scelta e del diritto a esprimere un consenso consapevole ed informato al momento del parto. Questa idea si basa sull’assunto che una donna consapevole delle proprie risorse è più capace di interagire con il personale medico e ostetrico, ed è in grado di mantenere un ruolo attivo durante il parto.

“La donna che ritrova fiducia nella propria capacità di partorire – scrivono le attiviste nel loro blog – può superare la paura del parto, accogliere l’intima esperienza del dolore e, naturalmente, abbattere l’immagine stereotipata del parto come sofferenza fine a sé stessa, immagine che ha dato alla cultura della medicalizzazione il terreno fertile su cui attecchire”.

Sul piano pratico Freedom for birth RAG vuole sostenere le donne che devono partorire e assistere quelle che hanno partorito nella comprensione dei motivi che hanno portato a una eccessiva e imposta medicalizzazione al momento del parto, fornendo loro anche supporto psicologico e di assistenza legale.

In sostanza, la medicalizzazione del parto non è esclusa a priori ma deve essere una extrema ratio, una necessaria e inevitabile risposta alle esigenze di salvaguardia della donna e del nascituro. Esigenze reali, dichiarate e documentate. Ed è legittima soltanto se frutto di una libera scelta.

Questo perché non si può imporre un modello di parto o un modo di affrontarlo: l’esperienza del parto è personale e, quindi, personale e inopinabile è il modo di viverlo.

Il 9 novembre prossimo Freedom for Birth, Rome Action Group parteciperà al primo importante evento pubblico da quando è nato il movimento. Sarà alla Casa internazionale delle donne di Roma, nell’ambito dell’iniziativa Libere di scegliere. Il 25 novembre saranno invece alla Città dell’Altra Economia di Testaccio (Largo Dino Frisullo) per la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Due eventi per confrontarsi, ascoltarsi, fornire informazioni e sostegno concreto. E un’occasione per chiedere finalmente alle donne: hai avuto il parto che volevi?
03 10 2012

Ogni anno 10mila persone Lgbti, ovvero lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersessuali, chiedono asilo ai Paesi dell’Ue. Fuggono da persecuzioni in 104 Paesi: dal Cile all’Uganda, dalla Russia a Israele, passando per Paesi europei come Croazia e Romania, solo per citarne alcuni. Nonostante l’orientamento sessuale sia riconosciuto come motivo di persecuzione dalla Direttiva Qualifiche 10 dell’Ue, sono ancora tante le differenze tra i Paesi che esaminano le richieste. E troppi i respinti: 8mila all’anno, dei quali, una volta rimpatriati, non si sa più niente. A dare le cifre di questa diaspora sommersa è il rapporto europeo Fleeing Homophobia, cofinanziato dal Fondo Europeo per i Rifugiati. Ciò che ne emerge è che la discriminazione subita in patria si ripete in Europa, nelle modalità disumane con cui si esaminano queste richieste di asilo.

La segregazione sessuale è una realtà in gran parte del mondo. In 76 Paesi gli atti omosessuali consensuali tra persone maggiorenni sono vietati per legge. Dalla “gomma iraniana” (terribile colla con cui viene chiuso l’ano e che porta a una morte agonizzante) all’isolamento civile, i metodi persecutori arrivano fino alla pena di morte: accade in Iran, Arabia Saudita, Yemen, Mauritania, Sudan e Somalia, come ci spiega Roberto Malini, copresidente del Gruppo EveryOne, che da anni si occupa di dare aiuto operativo a questi perseguitati. “In Iran – continua Malini – dal 1979, anno della rivoluzione, a oggi, sono state eseguite circa 12mila esecuzioni di persone gay, 4mila per “lavat” (pratica di atti omosessuali passivi) e circa 8mila quali “nemici di Dio”. Una persona omosessuale al giorno è finita sul patibolo. Nei Paesi in cui prevale l’ortodossia islamica, se non vi è la pena capitale, si va da pesanti pene detentive all’ergastolo. Torture e sevizie sono considerate strumenti di rieducazione. Dove esiste una tolleranza di facciata, come in Turchia o Egitto, le leggi religiose colpiscono i gay per azioni contro la pubblica moralità”.

Eppure, come evidenzia Fleeing Homophobia, sono tantissime le corti europee che rifiutano l’asilo invitando i perseguitati a nascondersi: è il cosiddetto “principio di discrezione”. In Svizzera il Tribunale federale amministrativo ha recentemente rifiutato la richiesta di un iraniano affermando che le autorità iraniane tollerano l’omosessualità “quando non viene pubblicamente esibita in maniere che possono essere considerate offensive”. Dai richiedenti si pretende che non siano stati sposati né abbiano figli: risulterebbero poco credibili come omosessuali; devono invece provare un “insopprimibile e irresistibile” desiderio di fare sesso con una persona dello stesso sesso. E affrontare inutili e umilianti esami medici e psichiatrici, nonostante l’omosessualità sia stata eliminata dall’elenco delle malattie dell’Organizzazione mondiale della Sanità nel 1990 e quindi non sta certo a medici e psichiatri stabilire se una persona è o meno Lgbt. Tristemente noto e da non molto vietato, almeno formalmente, il “test fallometrico”, che indaga reazioni di fronte a video porno. In Belgio è possibile porre domande come: “Quand’è stata la prima volta che ha compiuto una fellatio e che ha avuto un coito?”. In Bulgaria si chiede il numero dei partner e se si è attivi o passivi; in Olanda un iraniano richiedente asilo non è risultato attendibile perché, quando gli è stato chiesto di descrivere il rapporto omosessuale in cui era stato sorpreso in patria, ha esitato nel descrivere la posizione.
14 09 2012 
 
"L'Amazzone furiosa" è il nome di un blog e anche lo pseudonimo di una donna che, ammalatasi di tumore alla mammella due anni fa, ora chiede al ministro della Salute Balduzzi di affrontare quella che è stata definita "una sfida sanitaria non rinviabile". Intanto, in vista del mese della prevenzione, scrive: "Andiamo oltre il mito della sopravvissuta"
 
di Stefania Prandi 
 
“Il ministro della salute Renato Balduzzi dovrebbe smettere di perdere tempo. Invece di fare ricorso, come ha annunciato nei giorni scorsi, contro la bocciatura della Corte europea della Legge 40 del 2004 – che riguarda la procreazione medicalmente assistita e che secondo Strasburgo viola la Convenzione europea sui diritti umani – il ministro dovrebbe occuparsi di problemi più seri come l’epidemia di tumore al seno, che colpisce una donna su otto”.

A lanciare l’appello è una blogger che si fa chiamare “L’Amazzone furiosa”, che ha scritto una lettera a Balduzzi. “Che cosa sta facendo ministro per porre in essere le misure adeguate per mettere argine a quella che la Commissione sanità del Senato della Repubblica ha definito una sfida sanitaria non dilazionabile?- chiede l’Amazzone furiosa – Che cosa sta facendo l’Italia per adeguarsi alle raccomandazioni del Parlamento europeo che dice di considerare il cancro al seno una priorità della politica sanitaria degli Stati membri ?”

La lettera al ministro è girata su internet e altre donne hanno deciso di aderire all’iniziativa. Hanno inviato diverse email alla segreteria del ministero della Sanità. Ma nessuno ha ancora risposto. Eppure la relazione della Commissione sanità è consultabile sul sito del Senato e i numeri sono inequivocabili: il tumore al seno è la prima causa di morte nella fascia tra i 35 ed i 50 anni. Il 30% delle donne che si ammalano ha meno di 44 anni.

L’Amazzone è parecchio arrabbiata. Due anni fa, quando ne aveva 30, le è venuto un tumore al seno. Non se l’aspettava. Non aveva né familiarità – mamma, zia o nonna malate – né predisposizione genetica (come ha scoperto poi dal test del Dna). Un giorno ha sentito una piccola pallina sotto l’ascella. La corsa dal medico, l’ago aspirato, l’attesa, il responso: tumore al seno. Sono seguite pesanti cure, un intervento e la menopausa forzata.

Dal giorno della diagnosi l’Amazzone non riesce a smettere di chiedersi: perché è successo? “Vorrei sapere quali sono le cause che hanno provocato il mio tumore visto che la genetica non c’entra nulla – dice – Negli Stati Uniti, in Canada e in Germania c’è un network di donne che non smette di farsi questa domanda. E che cerca di trovare delle risposte concrete legate alle sostanze inquinanti, all’ambiente, all’alimentazione. Da noi, invece, il dibattito è ancora embrionale. In Italia, quando faccio vedere la mia rabbia tutti mi dicono: non fare così, accettalo. E invece – come dicono anche le americane – la rabbia è una risorsa, se usata nel modo giusto”.

Dalle pagine del blog l’Amazzone racconta la sua quotidianità. Si sfoga, anche. Ma non solo. Con i suoi post cerca di cambiare l’immaginario che ruota attorno al tumore al seno. Si scaglia contro l’uso del fiocchetto rosa come simbolo della lotta contro il cancro alla mammella, “una strumentalizzazione dei grandi marchi sulla pelle delle donne. A ottobre, il mese della prevenzione – racconta – ne fanno di ogni. Un anno hanno perfino messo in vendita, nei supermercati, un mocio del pavimento fatto per l’occasione, di colore rosa, con la promessa di destinare una parte del ricavato alla ricerca”.

Critica le Race for cure, le campagne internazionali “durante le quali alcune aziende testimonial preparano gadget come ad esempio assorbenti da distribuire nel mese della prevenzione. Danno l’assorbente a donne come me che hanno nemmeno più le mestruazioni: ridicolo. Quest’anno ci sarà una Race for cure a Bologna, a fine settembre, e una a Napoli, a ottobre. Per l’occasione organizzano una grande festa. Si corre, anche. E si mostrerà con orgoglio di essere sopravvissute”.

L’Amazzone furiosa detesta il mito della sopravvissuta. “Le testimonial del tumore al seno sono sempre attrici o donne famose che ce l’hanno fatta. Dall’alto dei loro ultracorpi sembrano dirci che il tumore al seno è un accidente ineluttabile. Ma superabile. E le altre? – chiede. – Quelle che sono al quarto stadio, con metastasi diffuse, che vedono affievolirsi le speranze di sopravvivenza, dove sono nella rappresentazione mediatica? Di loro non si vuole parlare. Eppure esistono. E non sono poche. Tutte noi che abbiamo avuto un tumore dobbiamo fare i conti con l’eventualità di una recidiva oppure di una metastasi”.

Oltre alle critiche, l’Amazzone furiosa propone soluzioni concrete. Sta preparando, con l’aiuto della sua rete di followers, un manifesto sul tumore al seno. Cerca di spiegare quali sono le probabili cause ambientali – inquinamento, uso di prodotti con sostanze cancerogene, alimentazione – di questa malattia. Traduce ricerche dall’inglese e suggerisce nomi di esperte e blogger. Inoltre ricorda che anche l’Italia dovrà dotarsi entro il 2016 – come indicato dalla Ue – delle cosiddette “Breast units”, equipe ad hoc (formate da senologhi, chirurghi, psicoterapeuti, nutrizionisti e specialisti in medicine alternative) per curare e sostenere le pazienti con tumore al seno e per le azioni di screening.

Le “Breast units” dovrebbero anche servire a rendere l’accesso alla diagnosi e alle cure più democratico. “Perchè la verità è che l’Italia ha non pochi problemi nell’offrire la giusta assistenza sanitaria a tutti – dice l’Amazzone. – Il numero chiuso nelle università, la carenza di medici, l’accesso non meritocratico alla professione e alle specializzazione (come d’altra parte accade in tutti gli altri settori), le disparità tra le diverse regioni, fanno sì che la situazione della sanità non sia eccezionale. Anzi: se vuoi le cure migliori e le vuoi subito devi pagare”.

E non tutti hanno i soldi. Che dire ad esempio delle molte donne immigrate che hanno redditi bassi e scarse probabilità di entrare in contatto con programmi di screening? “Io che sono originaria della provincia di Foggia e che ora sta finendo un dottorato in Inghilterra – dice l’Amazzone – sono andata a curarmi all’Ieo a Milano, dove opera Umberto Veronesi. Ha fatto anche la chemioterapia lì, per un anno e mezzo. In quel periodo ho dovuto vivere a Milano, affittando una casa. E sono stata seguita da uno psicologo, un nutrizionista e un omeopata. Tutto questo è costato parecchi soldi. Mi chiedo: quante sono le donne che se lo possono permettere?”
29 08 2012

Una sanatoria, più per regolarizzare i datori di lavoro italiani che non i lavoratori stranieri privi di permesso di soggiorno. Secondo le stime di industriali e sindacati potrebbe interessare circa 360mila stranieri oggi in nero: solo qualche anno fa avrebbe scatenato uno scontro furioso, ma oggi, in piena era Monti, quasi non se ne parla. Eppure è la prima dal 2009, e quella volta il governo Berlusconi-Bossi scelse di aprirla soltanto a colf e badanti. Questa “edizione”, invece, è per lavoratori di ogni settore, a patto che siano impiegati a tempo pieno (per colf e badanti basta un part time, ma da un unico datore di lavoro).

Quella che sarà aperta dal 15 settembre al 15 ottobre è in effetti una sanatoria molto montiana. Innanzitutto perché porterà parecchio denaro alle casse pubbliche. I datori di lavoro che impiegano manodopera extracomunitaria in nero devono sborsare mille euro per ciascun lavoratore che vogliono regolarizzare, solo per poter presentare la domanda. E poi almeno sei mesi di contributi previdenziali. Dato che la sanatoria si rivolge per lo più a lavoratori full time, si parla di cifre che per l’industria e l’edilizia possono arrivare a 14mila euro. Neanche un euro sarà restituito in caso di richieste respinte. Sono inclusi gli imprenditori stranieri, se in possesso di permesso Ce per soggiornanti di lungo periodo.

Di sapore montiano anche l’origine del provvedimento, adottato con un decreto del 16 luglio in seguito all’entrata in vigore di una direttiva europea, la 52 del 2009, che contiene norme severe contro chi impiega o sfrutta il lavoro di immigrati stranieri irregolari. Da qui la scelta del governo di concedere agli imprenditori allergici ai contratti scritti una chance di mettersi in regola prima di incorrere nel rigore delle nuove leggi. Insomma, un’opportunità per gli immigrati, ma soprattutto un modo per fare emergere almeno una piccola quota della vasta economia sommersa italiana, che sottrae risorse al fisco e alla previdenza. Da notare che, secondo il decreto, la sola presentazione della domanda basta a cancellare ogni illecito, amministrativo e penale, anche se poi la pratica non dovesse andare a buon fine.

Tutti contenti, allora? Non proprio. Perché sulla carta tutti i costi – la domanda e il versamento dei contributi – gravano sulle tasche dei datori di lavoro. Ma ci saranno davvero così tanti imprenditori disposti a sborsare diverse migliaia di euro per mettere in regola i propri dipendenti, per di più in tempi di crisi nera? Il timore già espresso dalle associazioni impegnate sui diritti dei migranti è che alla fine a metter mano al portafoglio saranno i lavoratori stranieri, con ben poche possibilità di controllo. Non solo. L’esperienza delle sanatorie passate insegna l’esistenza di un diffuso mercato illegale delle regolarizzazioni: l’immigrato consegna qualche migliaio di euro a personaggi disposti a presentare la domanda anche in mancanza dei requisiti, e spesso i soldi spariscono senza che arrivi l’agognato permesso di soggiorno. Non a caso il Naga di Milano, storica associazione che ai migranti offre molti servizi gratuiti, compresa l’assistenza medica, apre la sua pagina web sull’argomento con un avvertimento in grande evidenza: “Sanatoria sì, truffa no”.

Per capire l’esatto funzionamento della sanatoria montiana bisogna aspettare la pubblicazione degli ultimi decreti attuativi. Ma già emergono punti delicati. Lo straniero deve dimostrare di trovarsi in Italia ininterrottamente almeno dal 31 dicembre 2011 presentando un qualunque documento emesso da “un organismo pubblico”. Non è semplice e spalanca le porte al paradosso. Per molti il biglietto d’ingresso per la regolarità potrà essere una multa, una denuncia penale, una condanna per reati minori, persino un provvedimento di espulsione. Che infatti non costituisce un ostacolo alla presentazione della domanda, se è stato emesso solo per ingresso o soggiorno illegale senza aggravanti di ordine pubblico o terrorismo.

11 02 2012
 
Milano, Lega contro il libro per bambini  che parla di coppia gay: “Via dalla biblioteca”
 
Il caso è quello di "Piccola storia di una famiglia" che, secondo l’europarlamentare e capogruppo del Carroccio al Comune Matteo Salvini presenta ai più piccoli "l’unione di due donne come modello della nuova famiglia". Disponibile in 5 copie in altrettanti centri di distribuzione pubblici, secondo il politico "non deve finire nelle mani sbagliate"Matteo Salvini, a modo suo, si dà alla cultura. 
 
L’europarlamentare e capogruppo del Carroccio al Comune di Milano si fa così portavoce di una battaglia contro i libri per bambini che parlano di coppie omosessuali. L’esponente leghista monta un caso intorno alle segnalazioni ricevute da decine di genitori per un testo che racconta di una famiglia formata da due donne che diventano mamme di un bimbo. Per il leghista quel testo non deve finire in mano ai bambini e il primo passo è un’interrogazione al sindaco Giuliano Pisapia per chiederne il ritiro. Perché “quel libro presenta ai bambini l’unione di due donne come modello della nuova famiglia”, argomenta Salvini.
 
Il libro messo all’indice è un testo illustrato col titolo “Piccola storia di una famiglia”. Racconta la vicenda di Meri e Franci che “volevano fare una famiglia proprio come un uomo e una donna” e vanno in una clinica in Olanda dove Franci “si è fatta dare un semino”. Dal part nascerà Margherita che, si legge sempre nel libro, “ha due mamme” che sono “i suoi genitori”. E’ catalogato tra i “cartonati”, cioé i testi per bambini in età pre-scolare (da 0 a 3 anni) e disponibile in cinque copie in altrettante biblioteche municipali (Vigentina, Valvassori Peroni, Cassina Anna, Tibaldi e Crescenzago). “Quel testo – conclude Salvini – genera confusione e senza limitare la libertà di alcuno ritengo che non sia appropriato finisica in mano a bimbi di 6 anni con concetti complessi come la fecondazione artificiale”.

Si capisce la portata “politica” della vicenda. Nell’anno in cui Milano si appresta a celebrare l’incontro mondiale delle famiglie di Milano la giunta di centrosinistra guidata da Pisapia porta avanti la battaglia per il riconoscimento delle coppie omosessuali. Una linea che è finita al centro di polemiche solo pochi giorni fa quando l’assessore del Pd Pierfrancesco Majorino ha presentato ai bambini degli asili milanesi il libro sulle avventure di “Piccolo Uovo”, una favola di Altan sui diversi tipi i famiglia dove due pennuti maschi fanno da mamma e papà. La proposta di adottarlo come libro di lettura presso gli asili non è piaciuta al centrodestra che ha polemizzato per giorni contro la giunta arancione accusata di voler sdoganare coppie omossessuali e famiglie allargate. Su entrambe le vicende Majorino sostiene che “questi libri e questi temi hanno senso solo se fanno parte di un dialogo tra adulti e bambini”.

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