IL FATTO QUOTIDIANO

Il Fatto Quotidiano
08 06 2012

L’esigenza di scrivere questo post nasce da una domanda che mi sono posto e mi ha fatto vergognare: “ma due omosessuali che si baciano in pubblico possono rischiare di essere accusati di qualche reato, ad esempio di compiere atti osceni?”

La risposta, al netto di imponderabili ordinanze comunali, è no. Baciarsi in pubblico è legittimo, per tutti. Il come lo si fa, l’eleganza dei gesti, la discrezione degli affetti è una questione che appartiene al bon ton, non alla procedura penale.

E allora perché non accade? Non accade perché la pressione culturale a non farlo è ancora troppo forte. Bastano pochi dati per dimostrarlo. Solo un parlamentare su 945 (0.001%) dichiara di essere omosessuale. Temo che la percentuale non sia molto diversa tra gli amministratori pubblici. Tra i calciatori la situazione è ancora peggiore. Totò Di Natale, attaccante della Nazionale, dice che è meglio nascondere l’omosessualità nel calcio aggiungendo ‘come reagirebbero i tifosi?’ : oltre a offendere una buona parte degli appassionati del pallone (non omofoba), lascia emergere l’idea un’Italia che è quasi orgogliosa di essere arretrata sui diritti civili.Il dato più significativo in questo senso proviene da una ricerca della fondazione Rodolfo De Benedetti: gli omosessuali hanno il 30% in meno di possibilità di essere assunti rispetto a un eterosessuale di uguale status sociale.

Il pregiudizio è durissimo a morire. Ancora oggi molti italiani (e certamente sarà capitato anche a me) usano l’appellativo ‘ricchione’ , per prendere in giro un amico. Qualcuno dirà che questa non è omofobia, e in tanti casi sarà certamente così, ma finché non sentirò l’appellativo ‘eterosessuale’ (o sinonimi) usato con le stesse finalità scherzose sarò convinto che c’è ancora qualcosa che non va.

Come si combattono le discriminazioni? Anche ribellandosi, quando è necessario. Rosa Parks, attivista per i diritti dei lavoratori e contro le discriminazioni razziali, il primo dicembre 1955 decise di sedersi su un posto in autobus di Montgomery, Alabama ‘riservato ai bianchi’. Era proibito, due poliziotti le chiesero di alzarsi, lei si rifiutò e fu arrestata.

A questo gesto si deve l’inizio della fine delle discriminazioni razziali negli Stati Uniti: una partita non ancora del tutto chiusa, ma che ha segnato moltissimi punti a favore. Il giorno dopo l’arresto di Rosa Parks, per decisione di un gruppo di leader afroamericani guidato da Martin Luther King, iniziò il boicottaggio dei mezzi pubblici di Montgomery. La campagna durò oltre un anno e si concluse con la sentenza della Corte Suprema americana che stabilì all’unanimità che i posti riservati ai bianchi rappresentavano una violazione della Costituzione.

Domani a Bologna c’è il Gay Pride. Si può discutere all’infinito sul senso dell’iniziativa, su ciò che accade ogni anno, persino sul nome. È un dibattito che non mi appassiona. Il Gay Pride ha però un merito incontestabile: rinforza i sentimenti e fa emergere i problemi di una comunità, di una grande comunità di italiani a cui sono negati i diritti più elementari, a partire da un bacio per strada fino alla possibilità di stare vicino alla persona che si ama anche nei momenti più difficili, per motivazioni assolutamente irrazionali e ingiustificabili.

Da eterosessuale che non sopporta ciò che gli omosessuali devono patire in Italia, faccio un appello. Baciatevi in pubblico, tenetevi la mano; fate quello che fanno gli eterosessuali, senza alcuna differenza. So che è difficile (e chiedo scusa se dovessi sembrarvi semplicistico), ma credo che sia giunto il momento per pretendere ciò che vi spetta. Il progresso raramente si muove su una linea retta. La via politica non ha funzionato e non sembra che le cose cambieranno a breve: la paura di perdere i voti dei “moderati” (come può un omofobo essere moderato per me è un mistero. Io userei la parola ‘reazionario’) è ancora troppo forte.

La giornata giusta può essere proprio il Gay Pride di domani, Ma domani a Bologna si penserà giustamente alle vittime del terremoto in Emilia-Romagna. Se non sarà domani decidete, decidiamo insieme una data per iniziare a smettere di avere paura. Fate come Rosa Parks, sfidate apertamente il pregiudizio, fatelo ogni giorno. A partire da subito. Alla fine vincerete e farete vincere tutti gli italiani, perché contribuirete a migliorare il Paese.

21 09 2012

Da bambini preferivate vestiti stretti e colorati, colli a V o borse grandi? Probabilmente siete gay, almeno per gli “esperti” della Fondazione degli insegnanti della Malesia, che, con il supporto del Dipartimento dell’Educazione, ha organizzato una serie di seminari per fornire a insegnanti e genitori tutti gli strumenti utili a scovare (e ovviamente a contrastare) l’omosessualità latente dei bambini. Iniziativa allarmante, in un Paese islamico che vede sempre più stringersi le maglie delle libertà individuali.

In Malesia l’omosessualità (così come il sesso orale, anche tra etero) è illegale e i trasgressori rischiano pene di vario genere, dalla multa a una dose massiccia di frustate, fino alla pena massima fissata in vent’anni di carcere. Il ciclo di seminari sta riscuotendo molto successo (all’ultimo incontro i presenti erano 1500) e può contare sul supporto del ministero dell’Educazione, visto che lo stesso viceministro Puad Zarkashi ha tenuto una lezione.

Qualche voce di protesta contro la bizzarra e pericolosa iniziativa della Fondazione degli insegnanti, in un paese che nonostante il galoppante sviluppo economico resta ultraconservatore, si è levata dall’opposizione parlamentare. Tony Pua, membro del parlamento ed esponente del Democratic Action Party, parlando ai microfoni di Radio Australia ha duramente condannato i seminari, bollandoli come coacervo di “stereotipi sui comportamenti che etichetterebbero un individuo come omosessuale, con l’aggravante evidente dell’omofobia”.

Ma nemmeno l’opposizione democratica sembra pronta ad accettare i gay in Malesia. È lo stesso Pua a spiegare che il suo partito “disapprova la condotta omosessuale, anche se i cittadini non devono essere discriminati per le loro preferenze”.

Tra i più giovani, però, l’idea bislacca dei seminari anti-gay non ha fatto breccia, se persino Khairy Jamaluddin, leader dell’ala giovanile del partito di governo United Malays National Organisation, ha espresso tutto il suo disappunto via twitter. “Vesto abiti stretti e magliette con il collo a V, ma non sono gay”, il tutto condito da un hashtag che non lascia spazio a equivoci di sorta: #symptomsofbeingstupid (sintomi di stupidità).

Più che stupidità, l’iniziativa per scoprire e “curare” i bambini potenzialmente gay indica una deriva ultraconservatrice che sta prendendo piede in Malesia e in tutta l’Asia meridionale islamica. Una sorta di contagio che dai paesi più tradizionalmente omofobi e fondamentalisti sta sbarcando anche in zone che si credevano immuni da posizioni così estreme. Si attendono commenti “illuminati” da parte dei soliti omofobi italiani. Chi sarà più lesto, Giovanardi o Borghezio?
21 09 2012

Circa un centinaio di operai dell’Ilva si sono radunati all’interno dello stabilimento, nell’area della direzione, e stanno protestando perché l’azienda avrebbe iniziato a spegnere le luci e a interrompere l’erogazione dell’acqua nei reparti sottoposti a sequestro. Lo riferiscono fonti sindacali secondo le quali il presidio dei lavoratori è dal lato interno dello stabilimento e interessa l’altoforno 1 che dovrebbe essere il primo impianto a fermarsi, stando al piano notificato dai custodi giudiziali all’azienda.

Il segretario provinciale della Fiom Cgil di Taranto, Donato Stefanelli, ha dichiarato che ”in azienda c’è molta agitazione. I capi stanno istigando alla rivolta contro la magistratura e i sindacati stanno dicendo cosa fare”. Per il segretario nazionale della Fim Cisl Marco Bentivogli: “La produzione dell’Ilva, seppur minima, non deve cessare del tutto. In questo momento la produzione dell’acciaio è più competitiva e abbiamo Paesi che conquistano quote di mercato giorno dopo giorno”.                                      

“Uno stand by produttivo del siderurgico – ha aggiunto durante l’attivo provinciale del sindacato, a Taranto – ci creerebbe un problema di riconquiste di quote di mercato. Siccome è possibile consentire una produzione minima, visto che tecnologicamente la gran parte degli impianti si può bonificare in marcia, chiediamo che si tenga conto il fatto che l’azienda deve avere un prodotto e un mercato e, per quello che ci riguarda, deve garantire l’occupazione”. “Noi – ha però sottolineato dissociandosi dalla protesta – siamo completamente estranei a una iniziativa di questo genere. Siamo un’organizzazione sindacale che usa buon senso e cervello anche quando lotta”.

Ma l’azienda smentisce. “Se si decidesse di togliere l’elettricità dall’altoforno, si rischierebbe di farlo esplodere”, hanno precisato. La notizia di uno stop ai servizi nel siderurgico era stata diffusa da alcuni lavoratori. L’ Ilva chiarisce che sono stati i lavoratori del turno di notte a decidere di presidiare l’esterno della direzione perché preoccupati del loro futuro.

I migranti, gli schiavi di Libia

Il Fatto Quotidiano
18 06 2012

In Libia, la vita per i migranti irregolari non è mai stata facile. Durante il regime di Muhammar Gheddafi, era fatta di arresti, detenzioni a tempo indeterminato, torture e sfruttamento.

A molte di queste violazioni dei diritti umani, l’Italia ha contribuito, con accordi tecnici che hanno coinvolto svariati governi, suggellati dall’Accordo di amicizia, partenariato e cooperazione siglato nell’agosto 2008 da Gheddafi e Berlusconi, che diede il via alla vergognosa e illegale stagione dei cosiddetti “respingimenti” (per inciso, due mesi fa il presidente del Consiglio nazionale di transizione ha confermato che per la Libia l’accordo del 2008 è ancora in vigore).

La “rivoluzione del 17 febbraio” 2011 non ha cambiato il destino dei migranti dell’Africa subsahariana. Per alcuni versi, a causa del vuoto di sicurezza, dell’assenza dello stato di diritto, della proliferazione delle milizie armate, dell’impunità di queste ultime e della facilità con cui si trovano le armi, i rischi sono persino maggiori.

Una missione di Amnesty International in Libia ha raccolto numerose testimonianze.

David (per ragioni di sicurezza il suo vero nome e il luogo dove si sono svolti i fatti sono celati), un cittadino nigeriano di 42 anni, è stato arrestato lo scorso agosto senza mandato di cattura da un gruppo di miliziani in uniforme. Lo hanno preso a bastonate, lo hanno picchiato col calcio dei fucili e gli hanno sparato a una gamba per poi portarlo in un centro di detenzione. Una notte di dicembre, è stato trascinato fuori dalla cella, ammanettato a una cancellata e picchiato con un tubo di gomma. “Ho vissuto e lavorato in tanti paesi ma la Libia è il peggiore. Qui non sai chi è la polizia, chi sono queste bande armate, non c’è nessuno ad aiutarti” – dice David.

In un altro centro di detenzione, un cittadino del Ciad aveva, a distanza di oltre due mesi, ancora visibili sulla schiena i segni del pestaggio cui era stato sottoposto con bastoni di legno e spranghe di metallo. Lo hanno punito, ha raccontato, perché aveva tentato di evadere. I suoi compagni di cella hanno raccontato che spesso le guardie li picchiano per degli “errori”, come chiedere dei medicinali, lamentarsi della mancanza d’igiene o sollecitare informazioni sul loro destino giudiziario. A maggio, un cittadino nigeriano è stato pestato a morte.

Nonostante le testimonianze sul clima di violenza nei confronti dei migranti subsahariani siano note nei paesi di origine, la disperazione e il bisogno di fuggire dalla povertà continuano a spingere molti di loro a entrare in Libia. Le rotte per varcare il confine meridionale sono due: quella che passa per Sabha, per chi viene dall’Africa occidentale, e quella di Kufra per chi viene dal Corno d’Africa e dal Sudan.

I resoconti del viaggio sono terribili: abbandonati dai trafficanti in pieno deserto, senza una bussola e a chilometri di distanza dal centro abitato più vicino, chi ce la fa prosegue il viaggio a piedi sotto il sole.

Un ragazzo del Camerun, 24 anni, due settimane dopo essere entrato in Libia, è stato arrestato da un gruppo di miliziani in borghese perché era privo di visto d’ingresso. In carcere è costretto a fare lavori pesanti, come scaricare le casse di munizioni.

Un compagno di prigionia del Mali si è paragonato a “uno schiavo dei giorni nostri”: obbligato a lavorare, ricoperto di insulti razzisti e picchiato per aver “disobbedito” ai capi.

In altri centri di detenzione, i migranti arrestati vengono “assoldati” da un datore di lavoro per finire a spaccarsi la schiena senza paga o con una paga inferiore a quella concordata. Il giro di soldi è notevole. Un alto funzionario di Bengasi ha ammesso che i centri di detenzione per i migranti irregolari sono diventati un affare.

Come intuibile, le istituzioni libiche qui non sono presenti. Uno dei tanti centri di detenzione gestiti dalle milizie è quello di Gharyan. Ci sono ammassati 1000 cittadini stranieri, compresi donne e bambini, provenienti da Niger, Nigeria, Ciad, Sudan e altri paesi ancora. In buona parte sono stati arrestati a un posto di blocco mentre cercavano di raggiungere la capitale Tripoli, 100 chilometri a nord.

La Libia non riconosce il diritto d’asilo e deve ancora firmare la Convenzione delle Nazioni Unite sullo status di rifugiato. Ciò significa che i richiedenti asilo politico sono trattati alla stregua di migranti irregolari.

I direttori dei centri di detenzione dicono di sapere che i cittadini dell’Eritrea e della Somalia non possono essere rimandati nel loro paese. Ma non c’è una procedura uniforme da applicare per tutelarli.

A Gharyan, per esempio, gli eritrei e i somali vengono rilasciati una volta che le loro ambasciate abbiano confermato la loro nazionalità e abbiano firmato un “attestato”: una contraddizione profonda, dato che si tratta di persone in fuga dalla persecuzione politica. Una volta fuori, è probabile che vengano nuovamente arrestati: in quel caso, spiega il direttore, è prevista la libertà dietro pagamento di una cauzione di 1000 dinari. E chi li paga? No money, no freedom.

Come durante il regime di Gheddafi, l’Europa si gira dall’altra parte quando non ritiene opportuno denunciare le violazioni dei diritti umani in Libia. Basta che Tripoli mantenga il suo ruolo di controllore dei flussi di migranti e rifugiati.

28 03 2012 
 
La violenza sulle donne pare essere diventata il tema del momento. Per forza, con una donna uccisa ogni due giorni dal proprio compagno (o ex), era anche ora che qualcuno se ne accorgesse e lo facesse diventare tale. 
Gramellini ne parla a Che tempo che fa. Sofri ne scrive su Repubblica. Diversi programmi popolari ne discutono in TV. RaiUno manda in onda quattro film d'autore sul tema. 
Ci sarebbe quasi da tirare un sospiro di - limitata - soddisfazione se non fosse che, accanto a dimostrazioni mediatiche di condanna, tutt'oggi assistiamo a frequenti episodi dove la violenza sulle donne viene trattata sui media in un modo che ritengo ancora pericolosamente arcaico, se non in qualche caso sessista.

L'amica blogger Lola ci riporta alla brutale realtà con le parole di un articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano dal ben noto Massimo Fini:
"troppo spesso le ragazze di oggi si comportano da 'vispe terese'. Citerò, per tutti, il caso, di qualche anno fa, di tre donzelle che, sulle montagne di Abruzzo, passarono tutte sculettanti davanti a un pastore di pecore macedone che, non sapendo né leggere né scrivere, ma riconoscendo solo i propri istinti, le inchiappettò"
 
Oggi Fini si è scusato per queste esternazioni forse dopo la lettura del post di Lorella Zanardo su Il Fatto Quotidiano (a sua volta preceduto dall'appello di Lola e Lorenzo) ma di certo il giornalista non è nuovo, per noi, a uscite discutibili . A suo tempo, infatti, per le parole di Fini fummo in tant* a scrivere a Gomez, direttore del Fattoquotidiano.it, che in sostanza ci rispose che Massimo Fini sì, era “politicamente scorretto”. "Ma vale sempre la pena di leggerlo per ribellarsi e dirgli fatti alla mano che ha sbagliato". 

Anche Faby di Un altro genere di comunicazione, giorni addietro, ha riportato sul blog una lettera che minimizzava il fenomeno della violenza sulle donne pubblicata da Il Corriere del giorno. Di fronte alle critiche, il Direttore della testata ha poi risposto, in sostanza, che il mittente della lettera aveva espresso "concetti che sono ovviamente frutto di sue personali convinzioni" e che "pubblicare non significa condividere". Qui la sua risposta integrale.

Ma in un contesto di così pericolosa emergenza sociale, mi domando, non è il caso che le direzioni editoriali prendano esplicitamente le distanze nei confronti di chi non condanna senza se e senza ma la violenza sulle donne? Un ottimo modo per farlo, ad esempio, sarebbe l'assunzione di una linea editoriale che scelga a quali opinioni dare rilievo sulla propria testata.

Ancora oggi, inoltre, assistiamo spesso sui media a descrizioni della violenza sulle donne come questioni sentimentali  o di omicidi per motivi passionali. Ma passione, amore, sentimento sono termini fuorivianti che mal si coniugano con la ferma condanna di un crimine e che possono rimandare a quel "delitto d'onore" troppo recentemente sparito dal nostro ordinamento.

Per non parlare, infine, dell'ipocrisia editoriale di chi, con una mano denuncia la violenza e con l'altra insiste nel dare spazio ad una rappresentazione delle donne come oggetto sessuale dimenticando che la violenza sulle donne è in primis un fenomeno culturale al quale purtroppo i media stessi contribuiscono con le loro immagini e i propri messaggi.

A questo proposito segnalo un'interessantissima iniziativa di Femminismo a sud, che sta lavorando (chi vuole collaborare può scrivere a fikasicula[at]grrlz.net) al progetto di una Guida per i/le giornalist* che si occupano di violenza sulle donne per il momento presente in una versione inglese. Credo che la diffusione di strumenti simili fra le varie redazioni potrebbe essere molto utile. Come ritengo lo sia anche la diffusione delle raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana e l'adozione di un codice etico all'interno delle testate che tuteli la rappresentazione delle donne e garantisca un'equilibrata presenza (anche e soprattutto a livello qualitativo) di entrambe i generi.

Insomma, cari direttori e care direttrici degli organi di informazione italiani, mi rivolgo a voi in quanto espressione delle linee editoriali delle vostre testate, affinché prendiate una posizione chiara sul tema della violenza delle donne ponendo grande attenzione nel parlarne e ricordandovi la vostra responsabilità e la capacità d'influenza nei confronti di un Paese dove la violenza sulle donne è di fatto un'ermergenza sociale.

Diete e altre questioni di superficie

27 06 2012

Un paio di mesi fa una giovane blogger mi ha chiesto di scrivere un’introduzione al suo libro. E’ stata la mia prima prefazione e mi ha fatto sentire importante. Non solo. Mi ha convinta che la strada che avevo intrapreso era quella giusta. Il libro di Martina Liverani lo leggerete in un soffio. Qui di seguito un pensiero che mi è venuto, appunto, dopo aver sfogliato le sue pagine. E dopo aver capito che c’è un’alternavita, opss, un’alternativa vera per raccontare chi siamo”.
La possibilità che il mondo infili una direzione diversa da quella che ci eravamo prefigurate esiste. Ed è reale. La probabilità che la parola “vero” indossi significati diversi dal reale e diventi scivolosa è tangibile. La planimetria delle umane certezze in questo momento è in totale rivisitazione. Come i sistemi valoriali con i quali siamo cresciute, e diventate piccole o grandi donne. Si sono via via dissolti, rinforzati, modificati, plasmati, reiterati, stigmatizzati, reinventati, cancellati, sostituiti. In pochissimi anni, come un terremoto, la sostanza delle nostre certezze è cambiata. E non è soltanto un discorso di “crisi economica globale”. E non è soltanto il comprendere che quando tutto diventa merce, ma la merce è ovunque, il valore di cio che compriamo è soltanto la sua percezione. Come se il significato fosse fuori dall’oggetto e dal soggetto in questione, ma nella rispondenza delle aspettative delle persone, nei confronti di ciò che si osserva. Ciò di cui si parla.
Se, allora, tutto si allontana da quanto in realtà possiamo toccare con mano, e l’attenzione si concentra sull’immagine che abbiamo del reale. Se infine quello che conta è la filosofia con cui guardiamo alla realtà, allora è chiaro che il libro di Martina Liverani è tra i testi che aprirà un’epoca prossima futura. Perché in un mondo in cui il corpo diventa sempre più lontano dalla sua descrizione e dalla sua percezione, Martina obbliga ad una riflessione concreta sul ritorno alla vita, alla felicità, alla dimensione umana, ad essere chi si è, e non a chi si dovrebbe essere.

La percezione di chi siamo è appannata da Photoshop? Dopo la presa di coscienza di associazioni femminili, anche partecipate da uomini, sul tema dell’immagine femminile, e il lavoro di autrici italiane ed internazionali, giornaliste, scrittrici, registe, siamo arrivate al punto in cui non occorre solo denunciare. Ma costruire una nuova narrazione.

Solo attraverso un nuovo discorso di e con se stesse, un nuovo parlare di come siamo senza diktat, solo attraverso la partecipazione e la comprensione dei nostri reali desideri potremmo avere una vita sana. Con reazioni sane. Con realizzazioni e professioni sane. Con amori sani, come anche cibi, abitudini, case, arredamento, artisti, esposizioni, vacanze e gioielli sani. La salute è alla base del nostro benessere. Rinunciando alla salute per essere percepite come ideale estetico non abbiamo tempo da dedicare alle nostre intelligenze, ai nostri hobby, ai lavori, ai figli. Le nostre fisime sono inutili agli occhi degli uomini, e tuttavia ci fanno passare la maggior parte del nostro tempo in attività inutili a noi stesse e al mondo.


In Italia siamo 2 milioni e mezzo in più. Uno stivale abitato da donne che si perdono nel senso di un paio di chili, invece che di un paio di libri. O un paio risate. O un paio di passeggiate. La ricerca della felicità non è solo necessità di adesione ad un ideale pubblicitario perché le nostre vite non sono (solo) pubblicità. Abbiamo bisogno e ci divertiamo con il fashion e le tariffe telefoniche. Ma le cose importanti sono altre. Prima tra tutte, una parola di cui nessuno fa mai la pubblicità, perché non è business. Al posto del peso, la parola equilibrio. La consapevolezza di potercela fare nonostante le funanbole sia un mestiere nuovo, perché una volta il filo non lo sfidavamo, e rimanevamo in casa, a guardarlo, senza osare. Il coraggio di dire no e di raccontarsi davvero nelle proprie imperfezioni. Anche con il corpo. L’orgoglio di ponderare il vero e il falso – anche delle diete, anche della vita – con intelligenza. Senza illusioni ma anche senza disillusioni. Volersi bene, volersi male, ma volersi, sempre, e non fidarsi non di chi vende, ma di chi cerca.  

Fare una dieta. Non fare una dieta. Anche in questo, il significato delle parole è anch’esso la loro percezione. Nell’antica medicina greca la dieta era il complesso delle norme di vita (alimentazione, attività fisica, riposo, ecc.) atte a mantenere lo stato di salute. Martina Liverani invita ad un percorso che riparte da qui: “10 ottimi motivi per non cominciare una dieta” (Laurana Editore, 144 pagine, 11,90 Euro).

Flexsecurity? No, grazie

Il Fatto Quotidiano
27 07 2012


Il Corriere della Sera del 23 luglio apre la prima pagina con il titolo “Precari otto assunti su dieci”. Un titolo ad effetto per la maggioranza dei lettori, non c’è che dire. Non per San Precario, che – a differenza dei commentatori del Corriere – conosce bene la realtà lavorativa italiana.

Già un anno fa (ma potremmo tornare anche più indietro nel tempo) sui Quaderni di San Precario, analizzando i dati del 2010 sul mercato del lavoro della Provincia di Milano (la più industrializzata), scrivevamo che tra i giovani fra i 16 e i 35 anni, le assunzioni a tempo indeterminato erano meno del 10% (esattamente il 9.7%).
I settori più colpiti dalla precarietà del lavoro erano e sono quelli dei servizi materiali e immateriali: la logistica delle merci e quel 35% del Pil milanese che si occupa di servizi immateriali (informazione, editoria, servizi avanzati alle imprese, tutto l’indotto della cosidetta “industria creativa”, eccetera); non a caso si tratta dei lavoratori meno tutelati a livello sindacale, considerati oggi i “paria” del mondo del lavoro, pur svolgendo professioni ammantate di un illusorio prestigio.

È interessante leggere i commenti sul Corrierone. Di Vico, analizzando i dati di Unioncamere e dello stesso Ministero del Lavoro, si arrampica sugli specchi argomentando che il decreto Fornero – la riforma che vorrebbe, nelle dichiarazioni ufficiali, monitorare e ridurre la precarizzazione – non è ancora entrato in vigore. Peccato che quella stessa legge introduca la piena liberalizzazione dei contratti a termine (per i quali non è più necessaria alcuna giustificazione) e abbia l’intenzione di diffondere il contratto di apprendistato come veicolo per raggiungere il posto fisso. Peccato che i miseri miglioramenti sul versante degli ammortizzatori sociali (il cosiddetto Aspi, l’Assicurazione sociale per l’impiego) vengano introdotti solo in un secondo tempo; ma la precarietà da situazione eccezionale (come ancora paradossalmente viene considerata) è già diventata la norma, è la condizione che oggi definisce il rapporto di lavoro. Per questo oggi se ne può parlare liberamente, senza i tabù che la parola stessa evocava qualche anno fa. E i sindacati (la Cgil in primis), finalmente, se ne possono far carico: perché la situazione ormai è segnata.

La questione oggi per noi non è più la denuncia della precarietà, ma piuttosto il “superamento della precarietà”. E tale obiettivo può essere solo raggiunto con una modifica strutturale della politica dei due tempi oggi implicita nella legge Fornero: ovvero, un primo tempo di sacrifici, di precarietà, in attesa di un secondo tempo (arriverà mai?) che dovrebbe garantire un minimo di sicurezza sociale. Il superamento della precarietà oggi può solo avvenire esattamente con una politica di segno opposto.
Prima un provvedimento che garantisca un reddito minimo incondizionato e solo dopo una discussione sulla riforma di lavoro. Invece che flex-security, noi chiediamo secur-flexibility. Non più diritto al lavoro, ma diritto alla scelta del lavoro. Che ne pensano al Corrierone?

E non ci si venga a dire che le risorse non ci sono: come abbiamo dimostrato nel n. 1 de Quaderni di San Precario, per garantire un reddito minimo di 600 euro mensili (pari a 7200 euro l’anno) in modo incondizionato a chi ha un reddito inferiore basterebbero poco meno di 15 miliardi di euro, una cifra minore di quella che il ministro della Difesa si è impegnato a spendere per l’acquisto di 131 caccia F-35. Una spesa folle, a meno che qualcuno non pensi che dalla crisi si possa uscire sulle ali di un caccia di ultima generazione.

Un’estate in rosa-porno

28 06 2012

La macchina editoriale è implacabile: dopo averci stordito con l’uscita a suon di fanfare di “50 sfumature di grigio“, ecco che butta sul mercato il secondo volume della trilogia rosa-porno dell’estate (“50 sfumature di nero“). E a metà luglio, sotto l’ombrellone, spunterà “50 sfumature di rosso“. Fine della saga. Almeno per il momento.

Le fanfare, d’altronde, sono giustificate. Non certo per la qualità del testo: non stiamo parlando di letteratura. Stiamo parlando di un romanzone rosa-porno che, negli Stati Uniti, ha avuto un successo travolgente. Dieci milioni di lettrici (più una frangia minoritaria di lettori) non sono uno scherzo. E la filosofia degli editori è nota: purché si legga… Il loro punto di vista è chiaro.

Ma domanda e offerta, in questo caso, s’incontrano. E a me sembra chiaro anche il punto di vista delle lettrici (dieci milioni!). In fondo, è dagli anni ’70 che il femminismo s’interroga sull’immaginario sessuale delle donne… Michi Staderini, figura storica del femminismo romano, scrisse nel suo libro “Pornografie” (manifesto libri, 1998): “molte ricerche sono arrivate alla conclusione che il romanzo rosa è la ‘pornografia’ delle donne… pornografia nel senso più semplice di essere adatta a provocare eccitazione sessuale”. Una riflessione valida ancora oggi. E allora è chiaro che la carta vincente del romanzo in questione è proprio la sua ‘sfumatura’ rosa. Ammodernata, naturalmente. Insaporita da salsa piccante. E pazienza se il sado-maso non è un ‘ingrediente’ così nuovo… Come scriveva Michi Staderini, “sembra quasi un sacrilegio a dirsi, ma i libri pornografici resistono al tempo proprio come i grandi classici della letteratura: non si usurano, non si deteriorano”.

Nessuna meraviglia, dunque, che una storiaccia rosa-porno trovi un mercato femminile pronto ad accoglierla.

La domanda che mi pongo è un’altra. E anche questa, a essere obiettivi, è tutt’altro che nuova. Insomma mi chiedo: è proprio vero quello che si diceva un tempo, cioè che la lettura è di per sé un atto liberatorio? Una pratica che ci aiuta a decifrare il mondo e rende le donne e gli uomini più liberi e forti? Cosa aggiunge un libro come “50 sfumature” alla mia libertà? O cosa le toglie?

Una risposta possibile ce la offre Belinda Jack, docente a Oxford. Sì, dice. Leggiamo pure tutto quello che ci va. A patto di non dimenticare mai che la lettura (come la scrittura) “è solo una tecnologia, e come ogni tecnologia può essere usata bene o male”.

La sessualità nella disabilità femminile

26 09 2012

Ho bisogno dell’uomo che conosca la mia disabilità e che, ciò nonostante, possa comunque percepire la mia sensualità. E’ chiedere troppo, forse?». Si domanda Michela.

Spesso si affronta il tema della sessualità nella disabilità dal punto di vista maschile. Un po’ meno da quello femminile, aspetto che ritengo più delicato e complesso.

Sempre Michela: «…si percepisce la difficoltà di qualche uomo a vederci anche solo sessualmente, nel senso che senti l’attrazione nei tuoi confronti ma anche che hanno molti dubbi sul “se siamo funzionanti o meno”. Gran parte della colpa è anche nostra, nel senso che vedersi come donna e comportarsi come tale forse sarebbe il primo passo utile».

Di sicuro molte perplessità nascono dall’ignoranza verso il “funzionamento” sessuale nelle varie disabilità. Ma ci sono differenze d’approccio alla sessualità da parte degli uomini rispetto alle donne? Decisamente sì. Queste differenze possono far sì che ci siano più difficoltà da parte di una donna disabile, rispetto a un uomo con disabilità? Penso di sì. Ma gli uomini “normodotati” sono poi sempre così profondi conoscitori del “funzionamento” delle donne “normodotate”? Ho i miei dubbi.

Irene mi racconta del suo primo contatto fisico con uomo, del terrore che il suo corpo deformato non potesse attrarre fisicamente un uomo. Lo ha cercato sul web il suo uomo, convinta che in internet fosse possibile conoscere prima la persona “dentro” e che questo facilitasse l’approccio poi “esterno” con il corpo. Pensava che parole e intelligenza potessero bastare. Ma non è andata così.

Forse per un uomo l’aspetto fisico ha un ruolo prevalente nell’accendere il desiderio sessuale, mentre una donna, a volte, può essere anche attratta dalla “testa” di un uomo e da ciò che il fascino stimola in lei. Alcune donne disabili arrivano al punto di temere che un uomo scelga loro solo perché incapaci di conquistare un’altra donna.

Ci sono disabilità che non ti permettono, ad esempio, di preparare una sorpresa al tuo lui, magari indossando dell’intimo peccaminoso e riempiendo la camera di candele profumate. Una donna con tale disabilità dovrebbe farsi aiutare da un’amica, conoscente o assistente. Si deve aver la consapevolezza di questo, accettarlo e pensare solo che, come ci racconta Daniela: «…quando poi lui arriva nella stanza e ci guarda con quegli occhi strabiliati, ci si dimentica che abbiamo avuto bisogno di aiuto e la diversità scompare. Si sente solo il respiro sulla pelle, le parole sussurrate e i brividi che scuotono ogni singolo muscolo. Quei muscoli che spesso ci fanno male e che non ci permettono neppure di lavarci i denti…»

Capita poi che mi scriva una donna disabile, di 47 anni, confidandomi di non aver mai fatto sesso e che i suoi genitori sono “molto rigidi su quest’argomento”. Rigidi? Come è possibile “imprigionare” le emozioni ed i sentimenti di una persona già prigioniera dei limiti del suo corpo?

Una ragazza disabile di 23 anni mi ha chiesto se conoscevo un gigolò: «Io lo so che non lo fanno per amore o desiderio e che lo fanno per soldi. Ma molto spesso lo fanno con mille attenzioni nei tuoi riguardi e soprattutto non ti chiedono il perché».

È faticoso essere amati quando il tuo corpo, il tuo aspetto fisico suscitano affetto, compassione, tenerezza, quasi mai desiderio o amore. Di solito rendersi conto di un problema equivale a superarlo. In questo caso, non sempre. Soprattutto se ti accorgi che quella scintilla, quell’emozione che ti fa preferire una persona a un’altra esiste davvero.

Si pensa che un disabile o una disabile non solo non possano generare attrazione ma anche, chissa perché, non possano averne. Magari verso una persona normodotata e affascinante. Magari potresti essere l’uomo o la donna della sua vita ma la barriera del corpo lo impedisce. Forse per un grande amore questo lo si può anche accettare. Ma l’aspetto fisico deve essere sempre così decisivo per portarsi a letto qualcuno?
Il Fatto Quotidiano
04 07 2012


Una petizione on line per chiedere l’espulsione dal corpo della Polizia di Stato dei quattro agenti condannati in via definitiva per l’omicidio colposo di Federico Aldrovandi. È quella lanciata dal Comitato “Verità per Aldro”, il gruppo di cittadini che aiutò la famiglia nei sit in e nelle manifestazioni di piazza per cercare di muovere l’opinione pubblica sul caso Aldrovandi.

La prima firmataria dell’appello non poteva essere che lei, la madre, Patrizia Moretti. Seguita dal marito Lino e dal figlio che le è rimasto, Stefano. Accanto a loro si sono schierati esponenti del mondo della cultura, dello spettacolo e della società civile italiani, come Erri De Luca, Vauro, Wu Ming, Don Andrea Gallo, Italo Di Sabato dell’Osservatorio sulla repressione, Nicoletta Dosio del movimento No Tav, Valerio Mastrandrea. Vengono poi esponenti politici come il presidente nazionale dell’Arci Paolo Beni, il segretario nazionale di Rifondazione Comunista ed ex ministro Paolo Ferrero e gli ex sottosegretari alla Giustizia Luigi Manconi e Franco Corleone.

La lista di nomi e cognomi vede anche i familiari di casi assimilati a quello di Federico, come Haidi e Giuliano Giuliani, Ilaria Cucchi, Lucia Uva, Rudra Bianzino e Domenica Ferulli. Sul sito www.giustiziaperaldro.it l’elenco si aggiorna di minuto in minuto.

Tutti si fanno portavoce, alla luce della sentenza della Cassazione del 21 giugno, “di una richiesta di giustizia più ampia che risponda alla necessità di dotare anche l’Italia di strumenti di tutela contro gli abusi delle forze dell’ordine”.

In che modo? Occorre che “vengano modificate – si legge nel testo – le norme in modo che i condannati in via definitiva, anche a meno di 4 anni vengano automaticamente allontanate dalle forze dell’ordine, a cominciare dai quattro poliziotti riconosciuti colpevoli dell’omicidio di Federico (condannati a tre anni e mezzo, ndr)”.

Infine viene richiesto che “vengano determinate urgentemente modalità di riconoscimento degli appartenenti delle forze dell’Ordine in servizio, come avviene peraltro in molti paesi europei” e si rispetti il dettato “della Convenzione delle Nazioni Unite del 1984 contro la tortura e le altre pene o trattamenti inumani, crudeli o degradanti, ratificata dall’Italia nel 1988, introducendo anche nell’ordinamento italiano il reato di tortura”.

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