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IL FATTO QUOTIDIANO

Il Fatto Quotidiano
20 06 2012

La Consulta non tocca la legge 194. La Corte Costituzionale ha oggi dichiarato manifestamente inammissibile, la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 4 della legge n. 194 sull’aborto, sollevata dal giudice tutelare del Tribunale di Spoleto per il caso di una minorenne che voleva abortire senza coinvolgere i genitori.

Egitto, un appello contro la violenza sessuale

Riccardo Noury, Il Fatto Quotidiano
26 novembre 2012

Ieri, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, Amnesty International ha lanciato un nuovo appello, indirizzato al ministro dell’Interno Ahmad Gamal El-Din, per chiedere alle autorità egiziane di fermare la violenza sessuale, in particolare quella che chiama in causa militari e forze di polizia.

Votare la Wags più gnocca? No grazie

Donne di Fatto
03 07 2012


Sapete chi sono le Wags? Probabilmente sì, ma per chi non lo sapesse, lo spieghiamo: sono le bellissime mogli o fidanzate dei calciatori. I giocatori, lo sappiamo, si accompagnano spesso a donne bellissime. Beati loro, per carità. Ma il fenomeno Wags urla vendetta per colpa dei media, televisione in testa, che usano le belle signorine come oggetti da esibire in mondovisione. Sono splendide statue (quasi) senza nome, perché trattasi semplicemente della signora Buffon, della signora Cassano, della signora Balzaretti. La spersonalizzazione della donna a uso e consumo di spettatori morbosi e maschilisti. E c’è chi, sul web, ha addirittura lanciato un sondaggione chiamato “L’Europeo delle Wags”, con le gentili pulzelle sottoposte al giudizio smanettone (in tutti i sensi, ci sia concesso) degli internauti.

Ma la tv non è stata da meno. La Rai, il servizio pubblico radiotelevisivo, mica teleCiociaria, a ogni partita degli Azzurri ci teneva a ricordarci che in tribuna c’erano loro, le Wags, ovviamente tutte “bellissime e apprezzatissime dai tifosi italiani”.

Nessun giornalista ha sentito il dovere di ricordare che molte di quelle donne hanno un loro profilo professionale indipendente da quello del loro compagno, che non sono solo le “mogli o fidanzate di…”. La compagna di Federico Balzaretti, ad esempio, è molto più famosa di lui. Trattasi di Eleonora Abbagnato, prima ballerina dell’Opéra di Parigi. E di Alena Seredova, non solo moglie di Buffon, ma anche modella e showgirl, oltre che “first wag” della Nazionale italiana.

Ma da un servizio pubblico radiotelevisivo che rappresenta le donne con l’illuminatissima (ma non illuminante) Paola Ferrari o con la valletta quasi-muta Simona Rolandi, vi aspettavate di meglio? Noi no. E speriamo che le stesse wags si ribellino A questo maschilista giochino di votare la gnocca più gnocca, spersonalizzata Barbie da esibire mentre l’uomo di casa si guadagna da vivere giocando a pallone.
Il Fatto Quotidiano
19 07 2012

Quando Claire Cunningham balla con le stampelle scardina molte certezze, tra quelle che confinano col luogo comune. Che la danza sia fatta in un solo modo, ad esempio. Ballerina e coreografa scozzese, con i suoi movimenti sul palcoscenico scrive una nuova definizione dei concetti di arte e disabilità, riuscendo nell’incanto di unire forza e delicatezza, energia e fragilità. Cantante di formazione classica, si è esibita per anni nei musical. L’interesse per la danza è arrivato nel 2005, quando ha iniziato a inventare un linguaggio nuovo studiando con Bill Shannon una tecnica che le consentisse di ballare con le stampelle. Nel 2008 ha vinto il premio Dada (Disability and deaf arts) award for performance arts.

Me (Mobile/Evolution) è un doppio spettacolo, scritto e interpretato da lei, presentato nel 2009 al Fringe Festival di Edimburgo. Il 19 e 20 luglio andrà in scena alla Cavallerizza Reale di Torino, in occasione della oldrassegna Teatro a Corte. L’esibizione fa parte di New Connections in Theatre, un progetto del British Council che ospita artisti del Regno Unito per creare nuove connessioni e occasioni di incontro tra i talenti britannici e il pubblico italiano.

Il titolo è l’unione dei due spettacoli Mobile ed Evolution, che vanno in scena uno dopo l’altro. In Mobile, rappresentato la prima volta nel 2008, Claire Cunningham racconta storie di scelte, equilibrio e ricordi, unendo la danza alle parole e alle sculture ispirate al lavoro di Alexander Calder. Evolution, creato nel 2007, è autobiografico e parla del cambiamento del suo corpo, degli interventi medici e soprattutto dell’amore per la danza. Innovativo, spiritoso, radicale, visionario, divertente, gioioso e commovente sono solo alcuni degli aggettivi che la stampa britannica ha usato per descrivere Me (Mobile/Evolution).

Claire in una delle sue performance

Sono molte le cose che Claire Cunningham vuole trasmettere al pubblico con il suo spettacolo. “Cerco sempre di trasmettere onestà – ci ha spiegato – Principalmente quella della mia vita, nella speranza che riecheggi anche tra i membri del pubblico e che possano vedere al di là delle differenze. Voglio trasmettere un senso di divertimento, di amore per il teatro e il bisogno, forse, di non prendere tutto troppo sul serio. Nemmeno l’arte (in particolare la danza contemporanea) e la disabilità: se siamo in grado di ridere di cose che troviamo difficili o di cui ci imbarazza parlare, possiamo creare una sintonia più forte e quindi comprensione. Infine voglio trasmettere la mia personale scoperta della danza, la gioia e la consapevolezza che non deve essere quello che convenzionalmente pensiamo che sia, né praticata da chi l’ha tradizionalmente praticata in passato. Noi arricchiamo il mondo dell’arte accettando la diversità e non escludendola”.

Rosy Bindi e la sentenza in tasca

05 09 2012

Le tasche di Rosy Bindi sono evidentemente come la borsa di Mary Poppins. Talmente capienti che capita talvolta di perdersi qualcosa.

Alla Festa Democratica di Reggio Emilia è emerso di nuovo il dibattito sulla regolamentazione delle coppie dello stesso sesso. Una regolamentazione che, lo ricordiamo anche per coloro che sono stanchi di sentirselo dire, è una vera e propria emergenza costituzionale, sulla quale la giurisprudenza e più in generale una parte vivace e riflessiva del mondo del diritto ha impresso negli ultimi anni una spinta irresistibile. Ma è soprattutto la società che lo chiede: una simile lacuna giuridica, in un contesto europeo in cui tutti i nostri maggiori partner politici del continente hanno già da anni (alcuni addirittura da 20!) una disciplina organica al riguardo, diventa ogni giorno sempre più insostenibile.

Protagonisti del dibattito sono Nichi Vendola e Rosy Bindi. Mentre Vendola – finalmente, verrebbe da dire – tira fuori il tema del matrimonio tra persone dello stesso sesso, Bindi di nuovo sviscera la sentenza n. 138/2010 della Corte costituzionale, facendole dire quello che in realtà non dice affatto.

“Non è un obiettivo possibile. – spiega imperterrita la Bindi in relazione al matrimonio - Spero di dare ai gay i diritti civili nella prossima legislatura. La Costituzione vieta le nozze gay e da quando sono stata criticata dai gay mi porto dietro la sentenza della Corte Costituzionale che dice che la Costituzione non consente i matrimoni tra persone dello stesso sesso“.

Deve aver perso qualche pagina della sentenza nella sua tasca, la nostra Rosy, anche se Repubblica sembra non averlo sufficientemente messo in luce, perché la Corte costituzionale non ha mai detto questo. Bisogna infatti distinguere tre questioni. Anzitutto, vi è la domanda se la nostra Costituzione imponga i matrimoni dello stesso sesso; se, cioé, l’impianto del nostro codice civile è incostituzionale nella misura in cui consente di sposarsi solo alle coppie di sesso diverso. Vi è in secondo luogo l’altra questione, tutta diversa della prima, se la Costituzione vieti il matrimonio same-sex. Infine, vi è il problema di capire se la Costituzione consenta al legislatore di introdurre il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

La Corte costituzionale ha risposto solo al primo quesito, chiarendo che: no, la Costituzione non impone il matrimonio same-sex. Non ha affrontato le altre due questioni, semplicemente, perchè esse non erano richieste nei quesiti sollevati in sede di incidente di legittimità costituzionale. La Corte non ha mai detto che la Costituzione vieta il matrimonio same-sex, né che la Costituzione non lo consenta, lasciando libero il legislatore, se lo vuole, di introdurlo in Italia. D’altronde, in un significativo passaggio della decisione in parola la Corte demanda al Parlamento di legiferare in materia adoperandosi a favore del “riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri … del diritto fondamentale di vivere liberamente la propria condizione di coppia“.

Forse la Bindi dovrebbe cambiare borsa, perchè non si possono leggere le pronunce giudiziarie nel modo che ci fa più comodo. L’attuale classe politica, checché si permetta di accusare gay e lesbiche (loro elettori, magari!) di essere massimalisti, intransigenti o radicali, non ha nessun titolo di interpretare i diritti civili secondo la propria visione parziale, faziosa e ideologicamente orientata, magari a Santa-Romana-Chiesa-piacendo…

E a Pierluigi Bersani, che da parte sua, alla festa democratica di Torino, chiede a tutti i gay e le lesbiche d’Italia di oldrassegnarsi, perché “siamo in Italia“, bisognerebbe rispondere che l’Italia non è il Pd, non è la Bindi e non è Bersani. Questa costante tiritera del volete-troppo-quindi-vi-diamo-una-schifezza-quindi-accontentatevi denota un’arroganza e una tendenza all’autoreferenzialità che il Pd, oggi, non può più permettersi di mostrare.

P.S.: Per gli interessati, il testo della sentenza citata sopra si trova qui; per un volume di studi tutti dedicati alla pronuncia si veda qui. Consigliata la lettura a tutti, Rosy Bindi inclusa.
Donne di Fatto
02 11 2012

Non condivido quanto ha scritto qualche giorno fa Paolo Flores d’Arcais nel suo articolo “Matteo Renzi è pessimo, e quindi lo voterò”. E nonostante tutti i miei amici e amiche di sinistra siano contrari al personaggio pop, a me Matteo Renzi piace, e parecchio.

Mi piace perché sembra uno a cui puoi dare del tu e quando gli parli del tuo lavoro, capisce di cosa si tratta sul serio. Mi piace perché parla la mia stessa lingua, ed è la prima volta che un candidato alla guida del Pd ha la mia età, e chissà magari anche un po’ il mio universo culturale di riferimento.

Mi piace perché si è circondato di persone che stimo a partire da Giuliano da Empoli, suo assessore alla cultura e ora persona di fiducia, che ha creato il programma, e anche Giorgio Gori, che è facile dargli addosso – lo sapete che nel backstage della tv lo chiamano the snake? - ma che è uno degli uomini più lucidi della comunicazione italiana.

Mi piace perché è un bravo oratore e sta migliorando in modo tangibile: da due anni ho seguito la sua accresciuta attitudine al confronto, la sua spontaneità e la sua duttilità, nei confronti dell’interlocutore. Per non parlare dei discorsi pubblici: l’avete visto il discorso fatto a Torino? Un’ora e undici minuti di filato, e si ascolta bene anche su internet. Altro che format video che funzionano: è la dimostrazione che se qualcuno dice qualcosa d’interessante, lo segui.

Infine mi piace perché ha avuto un percorso lineare e coerente: lo ricordo 4 anni fa, a Roma, in un incontro organizzato da Francesco Soro dal titolo “Obama anche noi, la politica nell’era di Facebook” in cui all’Ara Pacis si è confrontato con Zingaretti sulla questione internet: mi era sembrato un briciolo più ferrato sul tema.

La questione vera, per una come me che si occupa di gender gap, è che il programma di Bersani è più forte sul tema. E nonostante Matteo mi piaccia di più, a me e al gentil sesso mio coetaneo, è difficile non storcere il naso quando leggi che la questione femminile è ridotta agli asili nido.

Scusa Matteo: ma con tutte le associazioni al femminile che si occupano di quote, violenza, discriminazione di genere, tetto di cristallo, tv, stereotipi e via dicendo, tu che fai: zitto? Suvvia!

Bersani fa una sacco di fumo con bei paroloni: “ci impegneremo per contrastare la violenza sulle donne e per promuovere con urgenza una legge contro l’omofobia”. E poi ancora: “crediamo nel futuro dei più giovani e delle donne. Non crediamo all’ottimismo delle favole”. E poi  “crediamo in una democrazia paritaria, nell’idea che autonomia e responsabilità delle donne siano essenziali per la crescita”.

Matteo, tu che hai fatto la giunta comunale pari e patta con le donne: che dici?

Io “adesso partecipo” pure  Twitter. Ma anche tu, snocciola qualcosa in più sui “grandi temi”!

PS: per approfondimenti sulle questioni di genere nei programmi dei candidati, ecco qui i riferimenti

Laura Puppato
Matteo Renzi
Pierluigi Bersani – c’è un pdf da scaricare
Non ho trovato  accenni alla questione femminile da parte di Niki Vendola
08 10 2012

Ha un figlio di 4 anni e lavora con continuità, ma solo con contratti a progetto e partita Iva. Così ha deciso di aprire un blog e rivolgersi direttamente alle signore "del potere" per spiegare com'è la corsa a ostacoli di una madre "atipica" alle prese con il caos legislativo nel mondo dei diritti (che spesso mancano)

“Che palle. Io i precari non li voglio”. Daniela Bagattini era al settimo mese di gravidanza quando sentì pronunciare queste parole da un’impiegata dell’Inca, il patronato della Cgil. Una coltellata alla schiena. Erano rivolte a lei. Proprio a lei che da neomamma precaria aveva pensato bene di appoggiarsi al sindacato dove militava e in cui credeva da sempre. Con un passato di movimento e di cittadinanza attiva, un dottorato in tasca e una figlia in pancia, aveva avuto il primo assaggio dell’intricatissimo mondo dei servizi ai precari. Parole rassicuranti come congedo di maternità, congedo parentale, assegno familiare si apprestavano a diventare l’anticamera di un incubo.

In quell’occasione Daniela scrisse una lettera di protesta al segretario della Cgil. Oggi, che sua figlia ha quattro anni e lei lavora con continuità ma con contratti a progetto o a partita iva, ha aperto un blog dal titolo “Cara Elsa (Fornero), cara Susanna (Camusso)”. L’idea di Daniela è rivolgersi direttamente alle signore del potere per raccontare la corsa ad ostacoli di una mamma atipica alle prese con il caos legislativo nel mondo dei diritti del precario. E con l’impreparazione delle istituzioni. “Perché qualcosa che si ama si deve poter migliorare – dice Daniela – E io sono perfino nel direttivo del Nidil, la sezione Cgil che si occupa di atipici. Ma i sindacati sono troppo indietro. Con l’aiuto di alcuni colleghi, cerco di utilizzare il mio caso, ogni volta che mi trovo di fronte ad un problema, per risolvere i casi di tanti”.

Un esempio? Pochi mesi fa Daniela affronta l’ultima magagna: grazie al marito dipendente decide di chiedere gli assegni familiari per la bimba. Ma nel modulo è necessario che inserisca anche il suo reddito, altrimenti la domanda sarebbe falsata. Ebbene: lo spazio dedicato al reddito derivante da partita Iva con il regime dei minimi non esiste. Daniela chiede cosa deve fare. Né patronato, né Inps centrale, né territoriale sanno rispondere alla sua domanda. L’esito comico è che la stessa Inps le consiglia di rivolgersi ad un fiscalista.

“Un’altra anomalia da risolvere? Non si capisce perché io debba pagare come partita iva il contributo dello 0.72% per finanziare i congedi parentali, esattamente come i Co.Co.Co, ma non possa poi usufruirne – dice ancora Daniela – E al di là dei servizi previdenziali e assistenziali c’è la fatica di ogni giorno per conciliare vita familiare e vita lavorativa. E allora aspetto a fare il secondo figlio, sempre col terrore che si ammalino i nonni, perché senza di loro è troppo dura”.

“Ci vogliono meno manifesti e più formazione”, sintetizza con una provocazione Daniela. E suggerisce di preparare consulenti operativi in ogni sede territoriale per risolvere i problemi fiscali e previdenziali. Personale che sappia compilare correttamente un modulo Isee per atipici e che sappia rispondere alle domande. “Il sindacato è nato dalla gente che faceva delle battaglie e il sindacato deve e può adeguarsi ai nuovi lavoratori – conclude – E invece mi sento dire le solite frasi: perché non fai vertenza? Perché non ti assumono? E io rispondo. Finché non fate la rivoluzione e non ci assumono tutti che facciamo, congeliamo gli ovuli”?

Il Fatto Quotidano
21 06 2012

Il 31 maggio il Senato ha votato con una maggioranza di 231 su 271 presenti la cosiddetta Riforma Fornero, ben 49 pagine che scuotono il diritto del lavoro dell’ordinamento giuridico italiano e che presto andranno in discussione alla Camera per l’approvazione definitiva. Le buone intenzioni di cui si ammanta la mela che vogliono rifilarci non basta per nascondere la polpa mortale che contiene. Tanto per fare un esempio, per la prima volta dall’istituzione della Repubblica, un decreto parlamentare comprende la nozione di “flessibilità in uscita”: il licenziamento diventa obbiettivo di legge mentre per i precari non cambia nulla, o di certo nulla migliora.

Il decreto è tanto complesso che è impossibile trattarne i contenuti in un articolo. Tratteremo qui solo la prima delle 4 parti in cui si divide: Disposizioni generali, tipologie di contratti e tutele e flessibilità in uscita, Ammortizzatori sociali, Tutele in costanza di rapporto di lavoro, Ulteriori disposizioni in materia di lavoro.

Tempi determinati: eliminazione delle ragioni del termine: Il decreto elimina il requisito delle ragioni al contratto a termine. Il datore di lavoro non deve più giustificare il ricorso a un contratto a termine invece che a uno stabile. Lo stacco tra due contratti a termine viene ridotto da60 a 10 giorni e da90 a 20 giorni nei casi di contratti di durata superiore a 6 mesi. Il limite ultimo dei contratti a tempo determinato, che oggi è di 36 mesi, d’ora in poi comprenderà anche i periodi di lavoro interinale svolto per la stessa azienda. Una delle poche modifiche che vanno incontro ai precari, che però avranno molta difficoltà a farle valere davanti a un giudice.

Far West Interinale: L’interinale sarà consentito oltre ai limiti oggi esistenti: non sarà più limitato a motivi di carattere tecnico, organizzativo, produttivo o sostitutivo e potrà essere applicato anche a minori di 25 e maggiori di 55 anni. I termini di impugnazione dei contratti passano da120 a 60 giorni. Se non fai causa entro due mesi perdi ogni diritto. Anche i risarcimenti verranno decurtati.

Instabilità a Progetto: I contratti a progetto non potranno prevedere retribuzioni inferiori a quelle minime previste dai contratti nazionali analoghi. Il datore può interrompere il contratto se sussistono “oggettivi profili di inidoneità professionale”. Le Partite Iva potranno essere riconosciute come contratti a progetto se, nello stesso anno solare, lavorano per almeno 8 mesi per la stessa azienda o se il corrispettivo vale più dell’80% del reddito complessivo del lavoratore. Oppure ancora se la partita Iva svolge il suo lavoro da una postazione fissa collocata all’interno dell’azienda (escluse le attività per le quali sono previsti ordini professionali, albi o elenchi pubblici: se sei iscritto a un albo la tua P.Iva non verrà riconosciuta come falsa anche se è falsa – facile immaginare che questa norma verrà impugnata).
Tirocini formativi: Ogni tirocinio formativo deve dar luogo a una congrua indennità anche a forfait.
Licenziamenti: Il diritto al reintegro con conseguente risarcimento del danno resta così com’è per i soli motivi discriminatori e per la tutela di maternità e paternità. Tutto il resto cambia, si riduce la discrezionalità del giudice nel decidere il reintegro per motivi economici quando non ricorrono gli estremi del giustificato motivo o della giusta causa addotti dal datore. La modifica non solo rende più difficile essere reintegrati, ma soprattutto riduce i costi della cause per le aziende abbassando i risarcimenti ai lavoratori. L’indennità comprenderà solo alcune voci dello stipendio rispetto a quelle precedentemente considerate, e sarà decurtata delle somme incassate dal lavoratore per altri lavori svolti in attesa della sentenza. In alcuni casi l’indennità massima da dare al lavoratore che rinuncia al reintegro è limitata alle 15 mensilità della retribuzione di fatto in altri a 24 mensilità.  La comunicazione del licenziamento deve già contenere i motivi che lo hanno causato mentre in precedenza era il lavoratore che poteva chiederli per iscritto all’impresa. Il decreto prevede il ricorso alla Commissione di Conciliazione costituita nella direzione provinciale del lavoro. Se la conciliazione dà esito positivo subentra l’Assicurazione Sociale Per l’Impiego (Aspi), cioè il nuovo sussidio di disoccupazione introdotto dal decreto, che può prevedere persino l’invio del lavoratore a un’agenzia interinale che si occuperà di trovargli un nuovo lavoro. Il licenziamento deve essere impugnato entro 6 mesi e non più 9. Nel decidere l’indennità risarcitoria il giudice deve tener conto del verbale di conciliazione.
Dallo Statuto alla Diligenza dei lavoratori: Al posto del reintegro il lavoratore può chiedere all’azienda una indennità pari a 15 mensilità. A tale cifra si deduce quanto guadagnato dal lavoratore per altra attività lavorativa trovata nel frattempo o quanto avrebbe potuto guadagnare se avesse cercato lavoro con diligenza. Il Giudice deve tenere conto delle iniziative per la ricerca di nuova occupazione, pena la possibile impugnazione da parte dell’impresa.

La riforma non è, come vorrebbero farci credere, una misura di emergenza necessaria a superare la crisi, ma l’esito di un meditato disegno, un vero e proprio programma che trova concordi culture, centri studi e rappresentanze politiche che hanno avuto modo di confrontarsi per anni in convegni, tavole rotonde e incontri. Non un decreto, ma un vero e proprio manifesto di pensiero votato trasversalmente. Non per caso le parole usate (misure per l’occupazione), i concetti (la liberalizzazione del mercato del lavoro) sono gli stessi che sin dal 1997 erano presenti nel Pacchetto Treu (noi lo chiamiamo Pacco Treu) che ha introdotto il lavoro interinale in Italia. Figuriamoci, lo stesso Tiziano Treu, ancora lui, è l’incaricato dal Pd come relatore del ddl Fornero in Senato.  Ma sui nomi di chi ha scritto e votato la riforma e sulle responsabilità di partiti e sindacati torneremo in un prossimo post…

Il Fatto Quotidiano
08 08 2012

Piacenza, Cesena e Copparo, in provincia di Ferrara. Sono le tre località in cui si sono consumati alcuni dei più recenti “femicidi” (termine da non confondere con “femminicidi”, usato per le violenze di stampo misogino), omicidi ai danni di donne da parte di uomini con cui avevano avuto relazioni più o meno lunghe. A questi casi – le vittime erano Kaur Balwinder, 27 anni, Sabrina Blotti, 44, e Ludmilla Rogova, 43 – se ne devono aggiungere molti altri, avvenuti prima e dopo. Come quello, per esempio, di Camilla Auciello, 36 anni, uccisa a Baricella, nel bolognese, nell’aprile 2011 dal compagno, Claudio Bertazzoli, un appuntato dei carabinieri quarantaseienne che lo scorso 31 luglio è stato condannato con rito abbreviato a 16 anni di carcere.

L’Emilia Romagna, raccontano i dati ricavati dalle cronache e confluiti in un recente rapporto curato dalla Casa delle donne per non subire violenza di Bologna, è una delle regioni in cui più di frequente una donna può venir ammazzata da un marito, da un ex fidanzato o da un corteggiatore respinto. Per ricordarlo – e per ricordare anche l’omicidio di Sandra Lunardini, assassinata a Milano Marittima il 24 luglio – l’associazione Linea Rosa ha organizzato nei giorni scorsi a Cervia una fiaccolata, secondo evento nel giro di pochi giorni dopo quello di Palermo, dove un corteo ha sottolineato quella che ormai ha assunto i contorni di un’emergenza sociale.

Sedici delitti su 120 in Emilia Romagna. Si legge nello studio bolognese “Uomini che uccidono le donne. Indagine sul femicidio in Italia. I dati del 2011”, lo scorso anno a livello nazionale le donne ammazzate sono state 120, 16 delle quali nella sola Emilia Romagna. A seguire, in una classifica della violenza omicida sulla componente femminile della società, la Lombardia (12), il Veneto (10), il Lazio (9), Abruzzo, Calabria e Piemonte (8), Campania e Sicilia (7). Su base provinciale prima viene Roma (7 casi), poi Milano (6) e Prato, Genova e Venezia, con 4 delitti. In Emilia Romagna, sono 5 quelli commessi in provincia di Bologna, 4 in quella di Modena mentre 2 sono i casi a Forlì-Cesena, Parma e Reggio Emilia. Infine uno rispettivamente a Rimini e Piacenza.

Ripercorrendo quanto avvenuto nel 2011, il primo caso si verifica il 6 febbraio nel capoluogo di regione. A essere uccisa con il figlio di 2 anni è la cittadina marocchina Ilham Azounid, che già si era rivolta alla Casa delle donne di Bologna, e ad agire è stato il marito Marcello Pistone, che alla fine si è suicidato. Il 20 marzo, invece, a Piacenza Giovanni Badalotti, 42 anni, già con precedenti, ha assassinato la vicina di casa, la novantunenne Stella Paroni, cercando poi di occultarne il cadavere. Due giorni più tardi, a Carpi (Modena), Giuseppa Caruso, 41 anni, è stata accoltellata dal marito, Dario Solomita.

In ordine cronologico il 2 aprile c’è stato poi il caso già citato di Camilla Auciello, quello giunto a sentenza pochi giorni fa, e una settimana più tardi a Parma l’etiope Gouesh Gebrehiwot, 24 anni, colpita a morte con un’arma da fuoco dall’ex, Enrico Croci, 46. È di nuovo una donna straniera a morire poco dopo. È il 26 aprile e si tratta di Maria De Assis Johnson, 50 anni, d’origine brasiliana e trapiantata a Modena. Il suo assassino è il compagno di un decennio più anziano, Stefano Moruzzi, che poi si è tolto la vita. Teresa Anna Urbaniek, che veniva dalla Polonia e che aveva 46 anni, è stata aggredita il 7 maggio a Vignola da Francisco Celio Silva, individuato poi dalle tracce di Dna lasciate sul cellulare della donna.

Non passa nemmeno un mese e mezzo e a Modena viene uccisa Barbara Cuppini, 40 anni, dal compagno, Alessandro Persico, mentre il delitto successivo si verifica il 5 settembre. La vittima è Beatrice Mantovani, che morirà all’ospedale Maggiore di Parma, e a spararle nel cortile di casa sua, a Reggiolo, è l’ex marito, Ivano Ferrais, che poi rivolge l’arma contro se stesso. È più o meno la stessa dinamica di quanto si verifica il 3 ottobre successivo a Sala Baganza (Parma). Perde la vita Simonetta Moisé, 56 anni, da anni immobilizzata da una malattia, e anche stavolta è il coniuge ad agire, Pietro Amighetti, 63, che l’aveva assistita fino a quel momento.

Il giorno successivo, a Cesenatico, Luca della Valle (accusato e poi assolto per insufficienza di prove per l’omicidio della prima moglie, Cinzia Maldini) strangola la compagna Gaetana Dama, 39 anni, e poi la fa finita impiccandosi. Morirà a Bologna per dissanguamento invece Augusta Alvelo, nata 50 prima nella Repubblica Dominicana, colpita con un coltello dal fidanzato Loris Castelli, che tenta il suicidio. Lo stesso giorno, il 19 novembre, a Brescello (Reggio Emilia) muore Rachida Radi, 35 anni, una donna marocchina che voleva separarsi dal marito, Mohamed El Ayani. Infine l’anno di sangue si chiude il 3 dicembre 2011 con una storia di malattia e disperazione che si consuma a Bologna, dove Elsa Boni, 67 anni, malata di Alzheimer, che muore con il marito, Orlando Di Domenica, entrambi “volati” dalla finestra di casa.

Negli ultimi 5 anni aumentate del 50% le richieste di aiuto. “In questa ricerca – fa rilevare Roberta Granelli, della Casa delle donne per non subire violenza – la regione Emilia Romagna risulta avere una media più alta (38,2%) rispetto a quella italiana (31,9%) anche per la violenza fisica o sessuale”. Queste percentuali, pubblicate nel 2007 dall’Istat e relative all’anno precedente, riguardano il fenomeno dei maltrattamenti e dunque sembrano avere un andamento parallelo rispetto gli omicidi. “Tra il 2006 e il 2007 – aggiunge Angela Romanin, responsabile della formazione e dell’ufficio stampa della onlus bolognese – le donne che si sono rivolte a noi sono aumentate del 50% e siamo a più di 600 persone all’anno che cercano il nostro aiuto, tra persone nuove e chi invece è già seguita da noi. In parte questo incremento deriva da una maggiore consapevolezza, ma anche da un maggior coraggio perché, per denunciare, ce ne vuole molto”.

“In Italia non accade come in Spagna o in Gran Bretagna, dove gli uomini vengono processati da tribunali specializzati”, aggiunge. “Qui è la donna che si deve far carico di attivare la procedura giudiziaria e le relative spese legali e solo chi ha un reddito inferiore ai 10 mila euro lordi all’anno ha diritto al gratuito patrocinio. Questa è solo una delle difficoltà di un fenomeno che cresce facendosi più acuto da sud a nord. I ricercatori dicono che una ragione è la maggior propensione femminile a ribellarsi nelle aree settentrionali, a cui conseguono con maggior frequenza le ritorsioni maschili. Ma solo ipotesi perché i dati vengono raccolti dai centri anti violenza mentre il ministero dell’Interno finora non ha mai fornito dati disaggregati sulla violenza di genere da analizzare”.

Come intervenire? “È una questione complessa – conclude Angela Romanin – Occorre proteggere meglio le vittime, fermare gli autori sanzionandoli in modo ancor più rigoroso e combattere una cultura misogina e maschilista forte e radicata nel tempo, come rileva anche l’Onu dando la sua definizione di violenza di genere”. Per questo, per lavorare su informazione e consapevole, nella seconda metà di novembre tornerà a Bologna il festival “Violenza illustrata”, giunto alla settima edizione e articolati su 15 giorni di eventi.

Casa delle donne di Bologna: il Comune taglia i fondi.  Per quest’anno, come per il 2011, il Comune di Bologna ha tagliato 25 mila euro alla Casa delle Donne. Per l’associazione femminile ci si dovrà accontentare dei 70 mila euro comunali di base, più i 45 mila della Provincia di Bologna e alcune migliaia dai comuni della provincia bolognese. Ma il servizio base di protezione alle donne, che comprende ospitalità e supporto nell’accudimento dei bambini, costa già più del doppio dei 70 mila euro comunali. Così la Casa delle Donne navigherà anche quest’anno a vista: un po’ con il 5 per mille e un po’ con il fundraising. A Ravenna con 200 mila euro, come a Reggio Emilia, il fabbisogno minimo delle omologhe strutture locali, è coperto dai finanziamenti comunali. La presidente della sede bolognese, Susanna Bianconi: “Noi siamo la cenerentola della Regione”

Il Fatto Quotidiano
21 08 2012

Conferma su tutta la linea della decisione del gip di Taranto Patrizia Todisco e, quindi, nessuna possibilità di utilizzo degli impianti a cui sono stati posti i sigilli. La pronuncia dei magistrati non lascia molto spazio alla discussione. Secondo i giudici le modalità di gestione dell’Ilva sono state tali da produrre un “disastro doloso”, “azioni ed omissioni aventi una elevata potenzialità distruttiva dell’ambiente (…), tale da provocare un effettivo pericolo per l’incolumità fisica di un numero indeterminato di persone”. Un disastro “determinato nel corso degli anni, sino ad oggi, attraverso una costante reiterata attività inquinante posta in essere con coscienza e volontà, per la deliberata scelta della proprietà e dei gruppi dirigenti”. Il Tribunale del Riesame ha depositato stamani le motivazioni in base alle quali il 7 agosto ha confermato il sequestro degli impianti a caldo dell’Ilva. Confermato il sequestro degli impianti a caldo dell’Ilva senza concedere la facoltà d’uso, che peraltro – viene sottolineato – non era stato richiesto neppure dai legali del Siderurgico. Il Riesame dispone che non si continuino a perpetrare i reati contestati nel provvedimento cautelare.

Un disastro ambientale doloso “ancora in atto”, secondo il Riesame, che “potrà essere rimosso solo con imponenti e onerose misure d’intervento, la cui adozione, non più procrastinabile, porterà all’eliminazione del danno in atto e delle ulteriori conseguenze dannose del reato in tempi molto lunghi”. L’Ilva – secondo il tribunale del Riesame – deve, da un lato, eliminare “la fonte delle emissioni inquinanti (con la rimodulazione dei volumi di produzione e della forza occupazionale)”, dall’altro “provvedere al mantenimento dell’attività produttiva dello stabilimento”, solo dopo averla resa “compatibile” con ambiente e salute. Un intervento ineludibile e urgente, per i magistrati, nel quale è “opportuno e necessario” il coinvolgimento dei vertici aziendali “proprio per la complessità nella scelta e nell’adozione delle misure tecniche che portino al raggiungimento dello scopo cui il sequestro è rivolto”.

Il Riesame ribadisce comunque che dallo spegnimento degli impianti Ilva, da cui potrebbe derivare la “compromissione irrimediabile della funzionalità”, discendono “importanti ricadute” che vanno ad intaccare interessi, pure costituzionalmente rilevanti, quali la “tutela d’impresa produttiva” e “tutela dell’occupazione di mano d’opera”.

Clini: “Dai giudici la stessa linea del governo”. Per il ministro dell’Ambiente Corrado Clini la motivazione del Tribunale del Riesame è molto chiara: indica una strada convergente con quella seguita dal governo. Lavoriamo concretamente nella stessa direzione, ora spetta ad Ilva investire”. ”Oggi difendere l’ambiente vuol dire difenderlo con lo sviluppo tecnologico – aggiunge Clini – Difenderlo facendo e non bloccando. Difendere bloccando vuol dire bloccare lo sviluppo del Paese aprendo la strada a fenomeni sociali che sarebbero drammatici”.

A giudizio del ministro nella vicenda Ilva “la via di uscita è fare in modo che l’impresa investa in nuova tecnologia che il governo, l’Unione europea, la magistratura locale hanno indicato”. A questo percorso, ha aggiunto riferendosi ad alcune frange ambientaliste, “chi si oppone sono quelli che vogliono la chiusura che non è la soluzione, basta guardare – ha proseguito – Cogoleto, Bagnoli, Porto Marghera, Crotone, che sono un deserto da bonificare”. “Dobbiamo confrontarci con chi alza i cartelli con il numero dei morti, lo sappiamo, i morti sono la tragedia di uno sviluppo sbagliato. Se si blocca l’industria senza un nuovo sviluppo tecnologico – ha concluso – si lascia un deserto di contaminazione di terra e di acqua”. E Clini risponde anche a Antonio Di Pietro (“Faccia il suo mestiere, cosa che non ha fatto in tutti questi anni”): ”Dal 1999 non mi sono più occupato di questioni ambientali italiane e non ho più potuto seguire i piani di risanamento. Non ho mai avuto la possibilità di farlo perchè non mi hanno fatto toccare palla al ministero dell’Ambiente su questo tema. Da quando sono ministro ho cominciato a occuparmi delle bonifiche bloccate. Mi occupo di Taranto ripartendo dal 1993 e non dal 2011“.

Ferrante: “Motivazioni ragionevoli e di buon senso”. Positiva anche la reazione del presidente dell’Ilva Bruno Ferrante: “Le motivazioni del tribunale del Riesame relative agli impianti chiariscono il senso del dispositivo individuando un percorso ragionevole e di buon senso. In particolare il Tribunale del Riesame attribuisce importanza al coinvolgimento dell’azienda accanto ai custodi definendo precise responsabilità”. “Tale percorso – continua Ferrante – permette all’Ilva di non chiudere gli impianti e ci convince, una volta di più, della necessità di accelerare i processi di innovazione tecnologica e riduzione delle emissioni inquinanti. Va ribadita la massima collaborazione con tutte le autorità, governo e istituzioni locali comprese, per il raggiungimento di un obiettivo, quello della salvaguardia della salute, dell’ambiente, del lavoro e dell’impresa che è patrimonio di tutta la collettività”.

Il Riesame: “La soluzione del problema tocca la Costituzione”. Uno dei passaggi più significativi del provvedimento del Riesame parla anche dell’eventualità dello spegnimento degli impianti e dell’equilibrio necessario tra lavoro, ambiente e salute. Scrivono i giudici: “Prendendo spunto da questo dato di fatto (cioè che lo spegnimento potrebbe equivalere alla compromissione irrimediabile della funzionalità degli impianti), non può non aggiungersi che la questione relativa ai limiti ed ai poteri dell’autorità giudiziaria ed ai limiti ed ai poteri dei custodi nel caso di sequestro preventivo di un enorme e complesso stabilimento industriale quale il siderurgico di Taranto, non è meramente tecnica e fine a se stessa, visto che dalla sua soluzione discendono importanti ricadute concrete, che vanno ad intaccare contrapposti interessi, pure costituzionalmente rilevanti, quali quello della tutela dell’impresa produttiva e quello della tutela dell’occupazione di mano d’opera”.

“Non si tratta certo – concludono – di operare compromessi fra questi ultimi ed i primari interessi alla vita, alla salute e alla integrità ambientale, assolutamente preminenti, quanto piuttosto di individuare quelle soluzioni che, nel giungere alla cessazione delle emissioni inquinanti, consentano di pregiudicare il meno possibile gli ulteriori interessi in gioco.

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