IL FATTO QUOTIDIANO

26 06 2012

Bologna, 24 giugno 2012. Dalla Caserma di San Ruffillo Brenda S. viene accompagnata insieme a Marcello Zuinisi nella Stazione Centrale dei Carabinieri di Bologna, poi nell’ufficio dove vengono prelevate le impronte digitali e le foto, quindi di nuovo nella Stazione Centrale ed infine nella Stazione di San Ruffillo.

Radio Città del Capo raggiunge telefonicamente Marcello Zuinisi che rilascia un intervista su quanto sta accadendo. Viene ringraziato pubblicamente il Corpo dei Carabinieri che ha permesso alla giovane rom di denunciare la violenza sessuale subita e le percosse subite all’interno della Questura di Bologna. Il Maresciallo Luciano ringrazia Marcello Zuinisi per il lavoro svolto nella tutela della minore rom Brenda S.

Nel verbale redatto dai carabinieri viene esplicitata la volontà dell’Associazione Nazione Rom e del suo legale rappresentante Marcello Zuinisi, un educatore professionale altamente qualificato sulla questione rom,  di procedere a richiesta verso il Tribunale dei Minori di Bologna per avere l’affidamento e la tutela giuridica di Brenda S. L’obiettivo condiviso con la giovane coppia rom è quello di assicurargli una abitazione per strapparli alla vita di strada e proteggere il bambino che aspettano. Richiedere ed ottenere la cittadinanza onoraria per entrambi ed una vita di dignità e rispetto dei diritti fondamentali sino ad oggi negati.

Al ritorno nella Caserma dei Carabinieri ci sono due Assistenti Sociali per minori ad attenderla. Vogliono sapere anche loro da Brenda cosa è successo. La ragazza è stanchissima, non vuole più parlare. Ogni volta che torna con la memoria alla notte dell’aggressione prova dolore. Viene mostrato il verbale sottoscritto dalla minorenne alle assistenti sociali che la informano della volontà del Magistrato di inviarla in Comunità. Brenda non vuole andare alla “Ginestra”, non le piace e viene accompagnata in un’altra comunità nel centro della città. A distanza di poche ore scappa di nuovo e torna dal proprio giovane marito Ljubo H.

Nelle giornata di domenica il Sindaco di Pianoro Gabriele Minghetti si reca a Rastignano da Ljubo e Brenda. Vuole sapere come stanno, quello che hanno vissuto, il loro dramma. Un altro piccolo segnale di umanità ed affetto arriva alla coppia. Sul web sono decine i cittadini, i giovani e le donne indignati per quanto successo a Bologna. Vengono denunciati quei quotidiani che non hanno riportato i fatti, l’indifferenza e la complicità con chi ha tentato di coprire questa ennesima aggressione e violenza sessuale, il comportamento dell’Ospedale di Sant’Orsola e quello della Questura di Bologna.


Solo il giornale “il Fatto Quotidiano” riporta la notizia, anche se con un titolo fuorviante. Non sono i Carabinieri ad aver trattato con malgarbo Brenda S., ma la Polizia di Stato. I carabinieri hanno tutelato Brenda ed hanno permesso di raccogliere la sua denuncia.


Risulta sconcertante come la stampa e l’associazionismo “istituzionale” italiano abbiano delibratamente ignorato un caso tanto grave, cercando – inutilmente – di farlo passare sotto silenzio. E’ proprio questa rete di complicità e interessi che consente alle autorità di tradire la Costituzione e la Carta dei diritti fondamentali nell’Unione europea, perpetrando sgomberi, espulsioni, persecuzione giudiziaria e azioni di propaganda xenofoba. Ben diverso l’atteggiamento di denuncia e sdegno che caratterizza anche in questo frangente le più serie organizzazioni internazionali che tutelano i diritti del popolo Rom, a partire da Union Romani.

Link correlato, dal blog di Nazione Rom:

29 08 2012

Nonostante i suoi abiti civili, non c’era alcun dubbio che l’uomo che ha fatto irruzione dal lato passeggero della Toyota, cercando di bloccare le riprese del pestaggio di una donna da parte dei suoi colleghi –alcuni in uniforme, altri no- che Mariah, mia figlia diciassettenne, stava effettuando con la sua Nikon, fosse un poliziotto. L’otturatore di Mariah è stato più veloce di lui, così le si è scagliato addosso nel tentativo di strapparle la videocamera e graffiandole il viso. Mariah ne è uscita illesa. La donna in strada no.

Poche ore dopo Mary Lawlor, Direttrice di Front Line Defenders, ed Eric Scottas, Fondatore di World Organization Against Torture, si sono recati presso l’ospedale locale per intervistare Soukaina Jed Ahlou, Presidentessa del Forum delle Donne Saharawi, che, nello scontro con la polizia, aveva riportato ferite ed abrasioni.

Non siamo stati gli unici testimoni. Un gruppo di donne vestite con i tipici abiti colorati Saharawi, composti da un lungo drappo di tessuto nel quale si avvolgono con grazia dalle caviglie alla testa, aveva circondato la loro sorella durante la protesta nel vano tentativo di difenderla dalla polizia. Abbiamo visto un poliziotto in uniforme blu. C’era anche un gruppetto di teppisti, che i leader delle organizzazioni locali in difesa dei diritti umani che erano con noi ci hanno indicato come membri del DST, la versione marocchina della Stasi. Inoltre c’erano anche due informatori in borghese che ci hanno seguiti tutto il giorno –quando Mariah ha tentato di scattare loro una fotografia hanno tentato di coprirsi i volti e poi di nascondersi dietro la macchina. Un paio di teppisti ha tentato di nascondere il pestaggio della donna alla nostra vista, mettendosi davanti ai vetri della macchina su cui ci trovavamo. Un terzo ha insultato Mariah, appellandola in modo irripetibile e bloccando la macchina fotografica con la mano.

Aminatou Haidar, vincitrice del Robert F. Kennedy Human Rights Award nel 2008, ha subito riconosciuto i membri del DST. Uno di loro, calvo e con la barba, Al Hasoni Mohamed, era lo stesso uomo che aveva avvicinato suo figlio tredicenne minacciando che lo avrebbe stuprato fino a renderlo paralizzato.

Conosciuta come “la Gandhi del Saharawi”, Aminatou è una dei più importanti attivisti dei Diritti Umani del Saharawi. Da oltre 20 anni ha ingaggiato una resistenza non violenta contro l’occupazione marocchina della sua terra natìa. Le autorità del Marocco l’hanno detenuta illegalmente, imprigionata, picchiata, torturata e minacciata di morte. Ha trascorso quattro anni e mezzo in isolamento, bendata. Nonostante gli abusi dei militari, Aminatou considera i cittadini marocchini suoi “fratelli” e mantiene coraggiosamente il suo impegno non violento battendosi per il rilascio dei prigionieri di coscienza, cercando di rafforzare i diritti umani della popolazione locale attraverso sistemi di monitoraggio e premendo affinché il referendum –concordato da entrambe le parti più di due decadi fa e che farebbe sì che le popolazioni Saharawi possano votare in futuro – sia finalmente attuato.

La violenza a cui abbiamo assistito non è stato un incidente isolato. Abbiamo incontrato una dozzina di donne i cui figli e mariti sono stati picchiati e si trovano tuttora in prigione a causa del loro attivismo non violento. Abbiamo incontrato un gruppo di uomini che ci hanno mostrato dei video in cui dimostranti pacifici venivano attaccati, presi a calci e picchiati con manganelli da poliziotti in uniforme ed in borghese. Abbiamo parlato con un gruppo di avvocati che hanno detto che dal 1999 in poi hanno rappresentato oltre 500 casi come quello a cui abbiamo assistito oggi, dimostranti pacifisti aggrediti, picchiati e, troppo spesso, uccisi e sempre, sempre accusati di qualche crimine. Ma in tutti questi anni le corti competenti hanno dichiarato innocenti solo tre vittime Saharawi.

L’ufficio regionale del governo marocchino ha dichiarato che Jed Ahlou non è stata picchiata e che si è trattato solo di una messa in scena. Non è quello che è sembrato a noi. Le sue ferrite ed i suoi lividi, insieme al suo pallore, erano assolutamente reali.

Mi trovo qui per una missione di una settimana con una delegazione del Robert F. Kennedy Center for Justice and Human Rights per valutare la situazione dei diritti umani sia nei territori Saharawi che nei campi per rifugiati in Algeria, dove vivono molti Saharawi. Ne abbiamo avuto un assaggio il primo giorno, e ne rimangono ancora sei. 

I membri della delegazione del RFK center sono: Kerry Kennedy, Presidente del Robert F. Kennedy Center for Justice and Human Rights (USA); Mary Lawlor, Direttrice del Front Line Defenders (Irlanda); Margarette May Macaulay, Giudice dell’ Inter American Court (Giamaica); Marialina Marcucci Presidente del Robert F. Kennedy Center – Europe (Italia); Eric Sottas, ex Segretario Generale del World Organization Against Torture (Svizzera); María del Río, Membro dei Trustees della Fundación José Saramago (Spagna); Santiago Canton, Direttore dei RFK Partners for Human Rights, Robert F. Kennedy Center for Justice and Human Rights (Argentina); Marselha Gonçalves Margerin, Direttrice dell’advocacy del Robert F. Kennedy Center for Justice and Human Rights (Brasile); Stephanie Postar, Assistente del dipartimento di Advocacy del Robert F. Kennedy Center for Justice and Human Rights (USA); Mariah Kennedy-Cuomo (USA). 
28 06 2012

La riforma del lavoro targata Fornero è stata definita un’opera di macelleria sociale, ma a giudicare dai suoi contenuti sembra piuttosto un intervento chirurgico mirato a cancellare alcune delle norme che i lavoratori stanno usando per riacquistare un minimo di potere nei confronti delle aziende. Insomma si può accusare Fornero di tutto, ma non di non avere dei consulenti che sanno benissimo quali norme e codicilli possono fare più male a lavoratrici e lavoratori.

Prendiamo il comma 31 dell’articolo 4 del ddl Fornero: “Ulteriori disposizioni in materia di mercato del lavoro”. Questo comma prevede un’importante modifica dell’articolo 29 della Legge Biagi, ovviamente peggiorativo per noi. Cosa dice l’articolo 29 della vituperata Biagi, che veniva utilizzato in decine di cause da parte di precari e precarie? Semplicemente prevede la possibilità per il lavoratore di richiedere le eventuali retribuzioni e contributi non corrisposti non solo al datore di lavoro appaltatore ma anche, ecco l’elemento fondamentale, al committente.

Per capirci: prendiamo un lavoratore dipendente di una cooperativa di educatori che gestisce i servizi sociali di un Comune. Oppure una lavoratrice precaria che lavora in un call center per una società che a sua volta fornisce i suoi servizi tramite appalto a un’azienda più grande. Con il vecchio articolo 29, se questi lavoratori per esempio non avevano percepito lo stipendio, potevano richiederlo direttamente non solo alla cooperativa medesima (cioè al datore di lavoro), ma anche alla società o all’ente che aveva appaltato il servizio. Questo meccanismo, che si chiama responsabilità solidale tra committente e appaltatore, permetteva quindi al lavoratore di rivalersi nei confronti del soggetto più forte: il committente, aumentando la possibilità di riavere i propri soldi in un tempo relativamente breve.

Con la riforma Fornero questo meccanismo sembra in apparenza immutato, ma in realtà la sua efficacia è stata fortemente ridimensionata. Il lavoratore, infatti, potrà chiedere il pagamento delle retribuzioni e/o contributi non pagati al committente solo dopo aver proceduto esecutivamente nei confronti dell’appaltatore datore di lavoro, ovvero dopo aver pignorato il patrimonio della sua cooperativa o piccola impresa. Ciò significa che prima di poter agire nei confronti del soggetto economicamente più forte, il lavoratore dovrà attendere in media un anno. Questo è infatti il termine minimo per poter concludere l’iter di un’esecuzione nei confronti di un’azienda.

Questa modifica ovviamente limita le nostre possibilità di recuperare i soldi che ci sono dovuti. Ma non è tutto, dato che incide negativamente nei rapporti tra committenti e appaltatori. Prima della riforma la “responsabilità solidale” rappresentava un deterrente per il committente, che era spinto a controllare l’esatto pagamento delle retribuzioni da parte dell’appaltatore per evitare di trovarsi in futuro a dover tirar fuori i soldi. Infatti se un lavoratore o lavoratrice chiedeva il pagamento delle retribuzioni direttamente al committente, quest’ultimo appena ricevuta l’ingiunzione di pagamento alzava il telefono e chiamava l’appaltatore minacciandolo di risolvere il contratto di appalto nel caso non avesse pagato i lavoratori. Ed ecco che magicamente i soldi saltavano fuori.

Se questa norma verrà stravolta dalla riforma Fornero, far saltar fuori i soldi diventerà molto più difficile e lungo, e molti lavoratori e lavoratrici dovranno aspettare mesi e anni per recuperare il maltolto, a tutto vantaggio degli imprenditori disonesti. Un piccolo comma studiato chirurgicamente per causare un grande danno.
Il Fatto Quotidiano
13 07 2012


Parla Antonino Valguarnera, uno dei dieci imputati che aspettano oggi il verdetto di Cassazione. Militare a Sarajevo, premiato da Ciampi, candidato Pd, nel 2001 sfilò con il blocco nero. "L'accusa di devastazione e saccheggio è assurda, ma se condannato mi presenterò spontaneamente in carcere".
16 10 2012 
 
“Una sessualità sicura esprime un progetto di donna che ama e sa farsi amare nel modo giusto in un rapporto di coppia paritario perché basato su scelte condivise”. Lo sostiene Rossella Nappi, ginecologa, endocrinologa e sessuologa, docente all’Università di Pavia. Ma c’è ancora tanta strada da fare perché le giovani donne, e in generale gli adolescenti, abbiano rapporti sessuali protetti, non esponendo loro stesse e il partner al rischio di gravidanze indesiderate e di malattie sessualmente trasmissibili. I dati a riguardo parlano chiaro.

Secondo un’indagine Eurisko, condotta tra le giovani dai 18 ai 26 anni, 45 ragazze su 100 dichiarano di non usare alcun contraccettivo, nonostante abbiano una vita sessuale attiva. Ventitre su 100 hanno fatto ricorso alla pillola del giorno dopo e 11 su 100 hanno alle spalle una gravidanza indesiderata. E le cose non vanno certo meglio tra coloro che pensano di essere al sicuro perché adottano un anticoncezionale efficace come la pillola: 1 su 4, infatti, dichiara di averla dimenticata almeno una volta nell’ultimo mese. Ed ecco che il suo cattivo utilizzo ne compromette l’efficacia.

Anche secondo la Società italiana di ginecologia e ostetricia, i teenager italiani sono bocciati all’esame del sesso sicuro. Da un sondaggio, realizzato nell’ambito del progetto ‘Scegli tu’, è emerso che oltre la metà degli adolescenti, infatti, ignora le regole basilari della sessualità consapevole: il 51% ritiene la doppia protezione (pillola e preservativo) inutile, o addirittura di ostacolo al rapporto. Il 71% si crede al riparo dalle malattie sessualmente trasmissibili perché si fida del partner, il 28% adotta meno precauzioni dopo la “prima volta”, il 54% si affida alla contraccezione di emergenza e il 59% al coito interrotto.

È dedicata a loro, dunque, la campagna ‘Pillola senza Pillola’, partita lunedì 14 ottobre, che porta le informazioni sui metodi contraccettivi attualmente disponibili direttamente ai ragazzi, nelle università italiane. Gli stand di ‘Pillola senza pillola’, dove sarà distribuito materiale informativo e sarà presente un ginecologo per colmare il gap informativo e sfatare alcuni miti sulla contraccezione, saranno allestiti all’Università di Salerno, Firenze, al Politecnico di Torino (da mercoledì 17 ottobre anche all’ateneo piemontese), per poi arrivare a Cassino (il 18 ottobre), Bari (il 22 all’Università e il 24 al Politecnico), Roma (il 22 a Tor Vergata e il 24 alla Sapienza), Milano (il 22 alla Bicocca e il 24 al Politecnico) e Palermo (il 22).

“L’obiettivo – spiega la professoressa Nappi che, insieme alla ginecologa Novella Russo, è la responsabile scientifica dell’iniziativa promossa da MSD Italia – è quello di ‘sfruttare’ la capacità del passaparola di questa generazione. Educando e informando correttamente un ragazzo o una ragazza, sappiamo che automaticamente si formerà una rete di ‘buone informazioni’. Al momento, il passaparola è purtroppo ricco di tanta disinformazione”. “Del resto – continua – pillola del giorno dopo, maternità indesiderate e interruzioni di gravidanza sono una sconfitta per una società che vuole educare i propri ragazzi a una sessualità consapevole”.

Secondo la sessuologa, dietro al mancato utilizzo di metodi contraccettivi da parte delle giovani donne ci sono fondamentalmente due motivazioni: la non conoscenza della contraccezione e la paura che hanno nei confronti di quella ormonale. “Ma, anche in questo caso, c’entra la disinformazione. Le ragazze oggi desiderano un contraccettivo che sia sicuro, ben tollerato e senza effetti indesiderati anche sul piano estetico. Temono la cellulite e la ritenzione idrica, e hanno paura di ingrassare. E vogliono un contraccettivo che non le costringa a doverci pensare tutti i giorni. Ma i nuovi contraccettivi ormonali uniscono all’efficacia, la praticità di un’assunzione non giornaliera. L’anello vaginale, per esempio, a fronte di un basso dosaggio ormonale, le libera dall’appuntamento quotidiano, ha infatti un’efficacia contraccettiva a prova di dimenticanza e anche di disturbi gastrointestinali, e può essere rimosso in qualsiasi momento. Può rappresentare, dunque, il loro contraccettivo ideale. Ma non lo conoscono”.

La campagna, allora, vuole sensibilizzare e promuovere, anche attraverso il sito www.lapillolasenzapillola.it, stili di vita corretti, in campo riproduttivo e sessuale. Ricordando anche l’importanza di proteggersi dalle malattie a trasmissione sessuale. Perché, come sottolineava lo spot promosso nel 2008 dal Ministero della Salute nell’ambito della campagna di comunicazione contro l’Aids, “un piccolo gesto di responsabilità può evitare una malattia terribile”. Ed è il preservativo, il principale strumento di protezione dalle malattie sessualmente trasmissibili.

Ma a tal proposito, la disinformazione in Italia continua a farla da padrona. “Sembra quasi un paradosso – fa notare Novella Russo – che a fronte di tante informazioni che i ragazzi e le ragazze possono trovare facilmente ci sia tanta disinformazione”. “Per questo, una corretta informazione sull’importanza della contraccezione è fondamentale, andrebbe fatta nelle scuole, anche nelle medie inferiori visto che si è abbassata l’età in cui i giovani hanno il primo rapporto sessuale” aggiunge Secondo Guaschino, docente di ostetricia e ginecologia all’Università di Trieste, che sottolinea la differenza tra il nostro Paese e quelli del nord Europa, dove ormai da tempo l’educazione sessuale è entrata nei programmi scolastici. “È importante, per esempio, che gli adolescenti capiscano che il preservativo è fondamentale per praticare il sesso in modo sicuro, perché proprio i più giovani (under 25) sono particolarmente vulnerabili alle malattie sessualmente trasmesse”. Contrastare l’ignoranza su tutto ciò che concerne l’attività sessuale allora è prioritario. “Durante i rapporti non ci si protegge e se lo si fa, lo si fa male – ribadisce il ginecologo, che coordina l’attività dell’ambulatorio per la contraccezione al Burlo Garofolo di Trieste – Per esempio, si usa il preservativo esclusivamente come contraccettivo, poco prima dell’eiaculazione, ma questo non evita il contagio. Una maggiore alfabetizzazione alla salute, dunque, è un intervento fondamentale di prevenzione”.
di Silvia D'Onghia, Donne di Fatto
29 giugno 2012

"Lei sta parlando con una che nel 1976 ha organizzato la manifestazione ‘Riprendiamoci la notte’. Figuriamoci se mi spavento". Bianca Maria Pomeranzi non è una che le manda a dire. Sa di aver vinto una sfida non facile – essere eletta al Comitato per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne delle Nazioni Unite, 26 candidate per 11 posti –, ma sa anche che quella che l’attende è una battaglia lunga e complicata.
Il Fatto Quotidiano
19 12 2012


di Monica Lanfranco

“Vedi come è piccolo, rispetto ad altri testi sulla violenza o il femminicidio? In questo modo non intimidisce un ragazzo o una ragazza, se si propone di leggerlo”. Ha pensato anche a questo Cristina Obber, autrice di “Non lo faccio più”, libretto che raccoglie l’inedito intreccio tra le parole dei giovani stupratori e delle loro vittime, storie terribili che però possono aprire spazi di cambiamento.

Più che un libro “Non lo faccio più” è uno strumento per entrare nelle scuole italiane a parlare, ma soprattutto far parlare, di violenza, sessualità e lacerazione. E sappiamo bene quanto ce ne sia bisogno, specialmente nella fascia d’età tra i 13 e i 25 anni.

“Ciò che manca ai ragazzi, anche e soprattutto a quelli che hanno fatto violenza, spesso giovanissimi stupratori, talvolta in gruppo, di coetanee, è la consapevolezza della fisicità di quel gesto: si deve, e si può, con le parole giuste, parlare loro di lacerazione del corpo e dell’anima della vittima di stupro –racconta Obber-. Spesso invece si gira intorno a questo punto, non si nominano la carne e il sangue. Bisogna raccontare che c’è un corpo ferito, altrimenti si fa solo del falso pudore”.

Il progetto del libro, che si accompagna con la proposta di momenti di incontro e formazione a partire dal secondo ciclo delle superiori fino all’università, è nato non a tavolino, ma durante un viaggio in auto. Obber racconta che qualche mese fa l’ennesima notizia di un nuovo stupro di gruppo che coinvolgeva giovanissimi carnefici e un altrettanto giovanissima vittima non l’ha attraversata in fretta, come purtroppo accade, anche per istinto di conservazione.

Da quel momento è scattata la determinazione che qualcosa lei lo doveva fare. E così è stato: il bisogno di andare alla fonte, di guardare negli occhi i ragazzini stupratori, che non sono mostri, ma ragazzi che potrebbero essere figli tuoi, i nostri ragazzi, ha preso corpo nel testo.

E se passare all’azione è stato certo più complicato che decidere, l’esperienza di Obber svela che, dietro alla cortina di silenzio, e spesso disinteresse mediatico per il quotidiano lavoro di chi si occupa di prevenzione della violenza, c’è una rete, in Italia, fitta e attivissima di persone, associazioni e gruppi che senza denaro a sufficienza (e spesso senza nemmeno quello insufficiente) formano il tessuto connettivo che resiste, che continua a creare luoghi e occasioni di ascolto, e che si attiva per riparare i danni. Maggiori informazioni a questo link.
27 06 2012

“Quando una madre uccide”: è il titolo dell’incontro pubblico che si svolgerà oggi presso il Castello di Ferrara alle 18, ultimo di un ciclo di incontri organizzati in tutta la penisola per sensibilizzare la gente su un problema che quando si deve affrontare è perchè è già troppo tardi: l’infanticidio commesso da una madre vittima di depressione post-partum. Durante l’evento di Ferrara, Intervita onlus presenterà i suoi progetti per aiutare donne e bambini colpiti dal terremoto in Emilia: a Ferrara aprendo uno sportello di supporto psicologico per donne in gravidanza e neo-mamme, a Finale Emilia consegnando materiale per i centri estivi, e a Crevalcore ricostruendo un asilo. Stasera, con l’aiuto della pellicola ‘Maternity Blues’, si parlerà di questa patologia, dal nome quasi musicale, che in realtà è un mix di malinconia e ansia che nei giorni immediatamente successivi al parto colpisce il 70 per cento delle donne, e che può trasformarsi in depressione.

I NUMERI. Gravidanza e maternità non sempre sono uno dei momenti più felici nella vita di una donna. Molte si trovano a dover convivere e lottare con l’ombra della depressione. In media il 16% delle donne soffre di disturbi mentali durante la maternità, con percentuali che vanno dal 10 al 23 per cento in gravidanza e dal 10 al 40 per cento dopo il parto. In quest’ultimo caso con possibili ricadute successive. ”La gravidanza – spiega Francesca Merzagora, presidente di Onda (Osservatorio nazionale salute donna) – rappresenta per la donna un periodo di profondi cambiamenti fisici e psicologici. Molto importante è dare ascolto a ciò che si prova dentro di sé, perché tristezza, sconforto e ansia possono trasformarsi in sintomi di depressione”. Difatti il 13 per cento delle donne sperimenta un disturbo dell’umore già durante le prime settimane dopo il parto, il 14,5 per cento nei primi tre mesi postnatali, con episodi depressivi maggiori o minori, ed il 20 per cento nel primo anno dopo il parto. Non vanno dimenticati neppure gli episodi di maternity blues (50-80%), condizione fisiologica transitoria che dura circa 1 settimana, e che nel 20 per cento dei casi sfocia in una depressione post-partum, e le psicosi post-partum (1 su ogni 1.000 parti). ”Vi sono alcuni fattori di rischio per la depressione nella maternità – aggiunge Claudio Mencacci, direttore del dipartimento di Neuroscienze dell’ospedale Fatebefratelli di Milano – come conflitti, mancanza di supporto in famiglia, e violenze, e altri invece protettivi, come il lavoro”.

PIU’ RISCHI DOPO I 40 ANNI. La situazione può essere ancora più pesante per le donne che diventano madri dopo i 40 anni. Un gruppo sempre più numeroso, visto che quasi il 30 per cento dei cicli di fecondazione assistita viene fatto in donne over 40enni. Per loro il rischio di soffrire di depressione dopo il parto è 5 volte maggiore. ”L’ansia che una donna quarantenne vive – spiega Claudio Giorlandino, segretario generale della Società italiana di diagnosi prenatale e medicina materno fetale – è molto forte, e il suo atteggiamento durante la gravidanza è caratterizzato nella maggior parte dei casi da molta preoccupazione. Arriva infatti ad essere in stato interessante per la prima volta spesso dopo diversi tentativi andati a male, o comunque dopo un’inseminazione artificiale.Vive la gravidanza con ansia per la salute sia sua che del bambino”.

INFANTICIDIO. La depressione post partum a volte può sfociare anche in tragedie come l’infanticidio o figlicidio. Eventi per fortuna calati di circa il 50% rispetto a 10 anni fa in Italia, visto che sono passati dai 17 registrati nel 2001 ai 7 del 2011. “Quando si verificano dei casi del genere comunque – precisare Roberta Anniverno, responsabile del Centro psiche donna di Milano – non sono mai dei fulmini a ciel sereno. Alle spalle c’è il non aver riconosciuto dei fattori di rischio molto forti o il non aver ascoltato la madre quando aveva provato a raccontare i suoi problemi”.

LE RISPOSTE. In Italia sono circa una ventina i centri di eccellenza e riferimento presso asl e ospedali per questa patologia. Per uniformare l’approccio diagnostico e di trattamento Onda ha elaborato delle linee guida in collaborazione con specialisti e i sei centri d’eccellenza di Milano, Torino, Pisa, Ancona, Napoli e Catania. Sempre in un’ottica di uniformare le risposte terapeutiche, le senatrici della commissione Sanità del Senato, Fiorenza Bassoli (Pd), Maria Pia Rizzotti (Pdl) e Rossana Boldi (Lega) hanno scritto al ministro della Salute Balduzzi per chiedergli di istituire presso l’Istituto superiore di sanità un tavolo tecnico per redigere ‘Linee guida nazionali dedicate agli operatori sanitari per la prevenzione, la diagnosi e la cura della depressione perinatale’, ma non se ne conoscono gli sviluppi.

L’orco non va mai in vacanza

09 08 2012

Cappuccetto rosso non ha il mantello della fiaba, indossa un pantaloncino e una t-shirt. Sono le sette di sera e il sole cerchiato di rosso del tramonto si tuffa a mare. Cappuccetto rosso chiede alla madre se può andare a fare una passeggiata sulla spiaggia, portandosi per mano i suoi sogni di adolescente. Si sente grande, anche se i suoi 14 anni rivelano il fisico acerbo di una piccola donna che ha voglia di crescere. Il lupo cattivo è nascosto dietro la scogliera. Si sente bollire il sangue nella testa quando aggredisce la sua vittima di spalle e la trascina in un tunnel di orrori.

Il mare limpido e cristallino di Paros, perla delle Cicladi, l’isola cara agli dei, unico testimone di tanta brutalità, le urla della ragazza si perdono tra i flutti inermi. Sono luoghi dall’anima antica, culla della mitologia, gli stessi dove Era fu violentata dal gigante Eurimedonte, come racconta il poeta epico Euforione (III secolo a.C). A seguito dello stupro, la dea mise al mondo Prometeo. Quando Zeus sposò Era e venne a sapere del fatto, scagliò Eurimedonte agli Inferi.

Non ci sarà, invece, nessun cacciatore a salvare Cappuccetto rosso dalla malvagità del lupo cattivo. Il bruto pakistano la violenta, la stupra, la massacra di botte. E la lascia lì, come un burattino rotto, il bel viso abbronzato in una maschera di sangue. E lì, un paio d’ore più tardi, la trova la madre, agonizzante; accanto, buttato nella sabbia, il cellulare che suonava a vuoto. All’ospedale il referto medico parla di coma cerebrale. Dal test si risale al dna e la bestia nera viene arrestata. A questo punto il conflitto di giurisdizione con tanto di dilemma delle autorità: sconta la pena nelle nostre prigioni o lo rispediamo nel suo paese?

Mentre il destino economico della Grecia è ancora appeso a un filo, l’evento ha una ripercussione mediatica che lo rende ancora più tragico. E un’ondata xenofoba attraversa il paese: “I pakistani sono gente più disperata di noi, disposta a tutto” – dice il tassista Kosta Lopoulosk  che lamenta un calo del suo business  del 40% solo nell’ultimo anno – Con tutto quello che è stato detto e scritto della Grecia c’è stato un tonfo di presenze di turisti. La nostra media è di 5 milioni all’anno, un anno che, di fatto, si riduce da aprile a fine ottobre. Fin ad adesso siamo a scarsi due milioni”.

Non solo con i pakistani, ma anche con i siriani, se la prende Nikos Spyromilions: “Ci dovrebbero essere controlli più severi, le nostre frontiere sono piene di “buchi”, entrano da lì. Siamo la porta di più facile accesso all’Europa. Stime non ufficiali, c’è chi parla di mezzo milione fra siriani  e pakistani, e il numero è in aumento”.

Un altro macigno nel pantano delle polemiche lo lancia Kiriaki, tre figli, proprietaria del Remvi Studio a Pounda, all’altra estremità di Paros dove è successo il fattaccio: “L’infame pakistano lo affiderei alla “giustizia” delle nostre carceri. I nostri bambini non si toccano”. Poi passa ad altre considerazioni:  ”In Grecia siamo undici milioni e un milione sono dipendenti statali. Sono i mantenuti del governo, stipendio e pensione garantiti a vita. Sono loro la vera zavorra alla nostra debolissima economia”.

Stereotipando sui disabili

05 09 2012

Capita spesso di incrociare, per strada, una coppia classica, uomo e donna. Capita di vederli far la spesa insieme, passeggiare nel corso, chiacchierare seduti su una panchina. Il primo pensiero che viene in mente è che siano, appunto, una coppia.  Sposati o fidanzati, magari amanti. E’ un pensiero comune, logico, non sempre corrispondente alla realtà ma generalmente quello è il primo e, spesso, pure il secondo pensiero. Immaginate adesso che l’uomo di questa coppia sia un disabile (o diversamente abile, come va di moda dire adesso). Credete che il primo pensiero sia lo stesso, cioè che si tratti di una coppia? Dovrebbe essere così, ma non lo è. Fatte le dovute eccezioni, il primo pensiero è che la donna sia la sua  assistente familiare.  Non lo dico come supposizione personale ma come esperienza provata più volte sulla mia pelle e confermata da molte altre coppie nella stessa situazione.  

Ok, molti disabili possono avere una badante/assistente. Vero. Molti disabili, purtroppo, hanno difficoltà nel trovare una compagna o un compagno. Vero anche questo. Però per forza di cose deve essere proprio questo il primo pensiero? Si può dire che esista un’idea stereotipata sulla disabilità? Il primo pensiero, in genere, nasce dal “timbro” della cultura in cui vivi. Che tu lo voglia o no, spesso è così. Il secondo pensiero può essere più soggettivo, ragionato. Ma la retorica di una cultura stereotipata è sempre in agguato. In questi casi non basta neanche spiegare che la tua compagnia quotidiana è anche il tuo amore.
Ci scappa spesso un «complimenti, te la sei scelta bella ,vedo..», come se un disabile, avendo grosse difficoltà nel trovare una donna che lo ami, debba per forza accontentarsi della prima che gli dice sì, senza voler e poter scegliere e, magari, ringraziando la buona sorte. Oppure che la vita sessuale di coppia di un disabile sia solo platonica, frutto d’immaginazione, forse perché molti sono convinti che in quella condizione non possa vivere pienamente la propria sessualità. Ne consegue, a volte, pure una sorta di compassione mista ad ammirazione nei confronti dell’esemplare femminile che, nonostante tutto, ti ama lo stesso. Di queste e altri tipi di “compassioni” ci parla anche Sofia nel suo articolo, citandole con i «Ti Stimo».

Il paradosso è che ti vedono come un “eroe” per ogni cosa che fai, pure le più semplici e comuni ma poi, in realtà, non ti considerano per cose altrettante banali. Esempio: alle casse dei negozi, in banca, negli uffici, si rivolgono sempre a chi ti sta vicino e quasi mai a te disabile. Ok, mettiamo che non conoscendo la mia patologia, non sappiano se relazionarsi, parlarmi normalmente o se ho delle minorazioni a livello intellettivo (lo stereotipo disabile = deficit mentale).  Ma nel momento in cui mi rivolgo a te, senti il mio tono e capisci che posso comunicare con te, perché devi continuare a rivolgerti al tuo accompagnatore? Finisce l’alibi e inizia la colpa: il medico che parla con tua madre o con tua moglie invece che con te. Il fisiatra che dopo aver messo una firma su di un documento ti dice «bravo…», come se avessi fatto una capriola all’indietro.

Molti disabili, compreso me, non si fanno turbare più di tanto da simili atteggiamenti ma molti altri sì. Il punto però è che ogni piccolo gesto può portare con sé una grave falla nella cultura generale.  

Il disabile, spesso, non può neanche mostrare le sue debolezze, non sono facilmente comprensibili e la compassione che potrebbe scaturire è spesso quella più umiliante.

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