AVVENIRE

6 milioni di anziani senza tutele

  • Apr 21, 2018
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Van Gogh, Uomo Anziano nel DispiacereMatteo Marcelli, Avvenire
19 aprile 2018

Se è vero che in Italia si vive di più, in molti casi lo si fa peggio, con la paradossale conseguenza di avere più tempo a disposizione e di ritrovarsi a spenderlo per curarsi. È la fotografia scattata dall’Osservatorio nazionale sulla Sanità delle regioni italiane.
Il giudizio che ne viene fuori è quello di un Sistema sanitario nazionale piuttosto resiliente, perché ancora sostenibile nonostante la riduzione (o il mancato adeguamento) delle risorse.

A Palermo la nave dei bambini: 241 minori, 120 sono soli

  • Ott 14, 2017
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Bambini migranti PalermoNello Scavo, Avvenire
14 otobre 2017

Sono più di duemila i migranti partiti dalla Libia e sbarcati in Italia negli ultimi quattro giorni. Quasi tutti i barconi sono partiti da Zuara, la località nella quale si sono svolti aspri combattimenti tra clan rivali. Traversate che si aggiungono a quelle dalla Tunisia, sempre ad opera dei trafficanti libici, e che dimostrano come gli accordi per l’interruzione del traffico di esseri umani incontrino tensioni e resistenze tra le milizie libiche.

L'autismo ci chiede cure, inclusione e una rete

  • Apr 02, 2017
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Giornata Mondiale AutismoViviana Daloiso, Avvenire
1 aprile 2017

Ne parliamo ancora come se fosse un male raro, misterioso. E invece nel mondo, a soffrire di autismo, sono circa 60 milioni di persone. In Italia, dove sarebbero tra 300mila e 500mila, le ultime stime parlano di un bambino ogni 100. Quelli del cosiddetto spettro autistico, d’altronde, sono un gruppo complesso e variegato di disturbi dello sviluppo cerebrale,

Rom, l’integrazione è in salita

  • Ott 29, 2014
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Avvenire
29 10 2014

Non è cambiato nulla, l’Italia resta il paese dei campi rom. A oltre 30 mesi dall’avvio della Strategia nazionale per l’inclusione dei rom presentata dal governo alla Commissione europea «permane un approccio emergenziale, continuano gli sgomberi e va avanti la politica dei campi». La denuncia proviene dall’Associazione 21 luglio che ieri, a Milano, ha presentato il rapporto "La tela di Penelope", monitoraggio della società civile sull’inclusione dei rom. Tema attualissimo. Pochi giorni fa a Borgaro, cintura torinese, gli atti di teppismo sul bus dei ragazzi del grande campo dell’Aeroporto hanno spinto il sindaco del Pd a chiedere all’azienda trasporti un autobus solo per loro, suscitando polemiche.

All’indomani dell’approvazione, il 24 febbraio 2012, la Strategia era stata accolta positivamente da diversi attori della società civile perché segnava un’importante discontinuità rispetto al passato. In primo luogo, si esprimeva per il superamento della prospettiva emergenziale, dell’approccio assistenzialista, e della soluzione dei "campi nomadi", e si proponeva di promuovere la partecipazione. Ma il bilancio tratteggiato dalla "21 luglio" presenta molte ombre. «La Strategia – spiega il presidente Carlo Stasolla – si percepisce come una meta irraggiungibile, simile alla tela di Penelope: nei propositi mattutini si cuce, nelle azioni concrete si disfa».

A parole si prospetta la fine dei campi, nella pratica «sono stati costruiti, progettati o sono in fase di realizzazione 20 nuovi campi rom in tutta Italia», sottolinea Stasolla. Tra questi il progetto approvato il 15 maggio scorso dal Comune di Napoli a Scampia, da finanziare con 7 milioni di euro. In base al rapporto, la situazione segregante degli insediamenti formali e informali riguarda circa 40mila rom e sinti ed essa «continua a caratterizzare la geografia di molte aree urbane».

A Milano i campi autorizzati sono passati da sette a cinque (chiuso via Novara, in via di chiusura quello di via Martirano) mentre una quindicina di accampamenti abusivi sono stati sgomberati in città e aree limitrofe. «Aree e campi che esistevano da molto tempo, sono stati chiusi e non più occupati – sottolinea l’assessore alla sicurezza, Marco Granelli – e a tutti gli occupanti offriamo la possibilità di avviare un percorso all’interno dei due centri di emergenza sociale, senza separare le famiglie». Nelle strutture di via Lombroso e via Barzaghi i rom hanno la possibilità di restare sei mesi: gli adulti seguono un percorso di integrazione, i bambini vanno a scuola. «In questi due anni abbiamo accolto 733 persone, circa 500 sono usciti – spiega Granelli – e, di questi, 225 hanno iniziato percorsi di integrazione mentre gli altri, purtroppo, hanno avuto esiti negativi».

Il rapporto evidenzia come sia continuato l’approccio emergenziale al fenomeno: malgrado le promesse, gli sgomberi non si sono mai fermati e restano i megacampi. A Roma, sotto la giunta di Ignazio Marino, ci sono stati ben 37 sgomberi, con un costo medio di 1.250 euro a persona. Mentre per la gestione degli 11 insediamenti capitolini si sono spesi 24 milioni di euro nel 2013. «Programmi e attività – si legge nel rapporto – registrano un ritardo generalizzato e l’assenza di indicazioni per la traduzione in chiave operativa degli indirizzi della Strategia». Altro elemento critico: la partecipazione dei rom risulta solo formale a livello nazionale ed è scarsa a livello locale.

Le conclusioni avanzano diverse richieste al premier Matteo Renzi. Su tutte il riconoscimento dei rom come minoranza nazionale, la promozione di politiche abitative non discriminatorie per superare i grandi campi monoetnici delle periferie. «È urgente affrontare questa tematica – sottolinea don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità – la situazione è sempre più difficile e bisogna agire presto per evitare che i rom diventino capro espiatorio di tanti problemi».

Alice ha due mamme

  • Set 10, 2014
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Micromega
10 09 2014

Alice ha cinque anni. La descrivono come una bella bambina serena e allegra, con buoni rapporti con i bambini della sua età. Alice ha due mamme, Anna e Alessia. Anna l’ha portata in grembo, entrambe le fanno da mamma da sempre. Alice ha sempre avuto una famiglia normale: Anna e Alessia hanno una buona posizione, si amano e sono sposate da anni.

Adesso la famiglia di Alice è persino banale. Le sue due mamme sono le sue due mamme anche per la giustizia italiana. Da oltre trent’anni c’è una legge che consente a chi vive con il genitore biologico di un minore, a prescindere dal suo stato civile e dalle sue scelte sessuali, di poterlo adottare. Nell’interesse e per il bene del minore stesso. È una legge che non era mai stata applicata a un coppia dello stesso sesso, fino alla decisione del Tribunale dei minori di Roma di qualche giorno fa. Una sentenza basata su tante altre sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, della Corte costituzionale e della Corte di Cassazione, come ha autorevolmente ricordato Stefano Rodotà su Repubblica.

Alice ha una famiglia normalissima, ma qualcuno vuole farle credere che è anormale. I vecchi bigotti del Nuovo Centrodestra hanno sostenuto che i giudici sono stati “leninisti”, “eversivi”; esponenti di Forza Italia hanno parlato di “golpe sudamericano”, di “decisione illegale”. Hanno cercato di far credere che Alice sia una povera orfanella affidata a una coppia di donne debosciate.

Alice ha due mamme, l’omofobia ha invece molti padri. Il quotidiano dei vescovi Avvenire ha ospitato un commento non firmato – attribuibile quindi al direttore – dal titolo Se il sogno impossibile diventa «diritto» sulla pelle del più debole, in cui si parla di “danno enorme” e di “sfregio alle leggi e al normale buon senso”. Agli occhi della dottrina, Anna e Alessia hanno gravemente peccato almeno quattro volte: con il loro amore, con il loro matrimonio, con il ricorso alla fecondazione assistita, con la richiesta di adozione. Avvenire le accusa di aver “pagato la vita” di Alice. La legge e la sentenza parlano dell’interesse e del bene di Alice, il quotidiano cattolico no, si limita al livore verso Anna e Alessia.

Siamo l’unico paese dell’Europa Occidentale che non riconosce le unioni omosessuali.

Alice non lo sa, ma non vive in un paese normale. Forse lo sarà quando Alice sarà grande. Grazie anche a famiglie come la sua.

PS: i nomi sono di fantasia, tutto il resto no.

Raffaele Carcano, segretario Uaar – Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti


Baby prostitute, la piaga che rimane senza cura

  • Gen 13, 2014
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Avvenire
13 01 2014

La “fortuna” è quando, a prostituirsi, hanno cominciato da poco e qualcuno fa una segnalazione: «Da un paio di giorni c’è una ragazzina che fa avanti indietro dall’appartamento di sopra. Non l’ho mai vista prima». Se l’appartamento è stato preso in affitto apposta dai suoi sfruttatori, se i volontari riescono a entrare in contatto con lei, portandola a fidarsi di loro, c’è una possibilità.

E quella possibilità è tutto. Salvare una vita o perderla per sempre viaggiano lungo lo stesso, sottilissimo filo: quello del caso. Quando tutto si incastra nel verso giusto, allora «riusciamo a prenderle in tempo, le ragazzine. Riusciamo a restituirgli una vita. Quando siamo sfortunati, è già troppo tardi: le minori sono merce preziosa, la domanda è altissima». Loro, le baby prostitute col corpo da donne e la testa da bambine, entrano nella parte, «si sentono “reginette”. Il ruolo che gli viene attribuito il più delle volte le fa sentire importanti, le gratifica. E allora c’è il rischio che cambino e si perdano per sempre».

Mirta Da Pra è la responsabile Prostituzione e tratta del Gruppo Abele e a poco meno di due mesi dalla vicenda delle due adolescenti di Roma vuole tornare sull’argomento. Perché senza la concomitanza di notizie che lo scorso novembre ha scoperchiato il vaso di Pandora della prostituzione minorile – dopo il caso di Roma quello delle “ragazze doccia” di Milano e quelli denunciati all’Aquila – «nessuno parla, nessuno interviene».
E la baby prostitute d’Italia continuano a vendersi nel silenzio e nell’indifferenza dei “grandi”. Niente di nuovo, nell’inferno dello sfruttamento minorile, dove prostitute e prostituite sono sempre e comunque vittime. «Negli anni Ottanta le chiamavamo “ragazzine dalla faccia pulita”, si vendevano per comprare il montone. Oggi lo fanno per una borsa o un paio di scarpe».
L’abisso che corre tra le due sponde è la politica, «che trent’anni fa – continua la Da Pra – considerava prioritario il problema della prostituzione dei soggetti deboli e della tratta degli esseri umani e oggi l’ha completamente abbandonato». E il maledetto web, dove unità mobili e volontari non possono arrivare. Dove sempre più ragazzine (e ragazzini) iniziano a vendersi per gioco e vengono risucchiati nella spirale della prostituzione. Quella vera però.

«Il passaggio dalla teoria alla pratica è drammatico. L’esperienza di chi ci lavora, polizia postale ed esperti del settore, ci dice che moltissimi minori agganciati online avevano cominciato col sesso a mo’ di sfida, o provocazione». Ma tra il virtuale e il reale, tra una chat erotica e un appartamento con la fila di clienti fuori, scorre la tragedia della baby prostituzione. Di cui ci si occupa soltanto quando scoppia uno scandalo e si possono snocciolare intercettazioni pruriginose. «La verità è che proprio come la Rete, anche gli appartamenti sono le montagne inespugnabili contro cui il volontariato sociale oggi deve fermarsi – continua la Da Pra –. I numeri ci dicono che la prostituzione al chiuso sta crescendo, che i clienti cercano protezione.
Ed è proprio al chiuso, dove non possiamo arrivare, che cresce il mercato dei e delle minori». Un mercato che negli ultimi dieci anni è aumentato quasi del 10%, passando da un 5% del totale della prostituzione a quasi il 15%: «Significa che in alcuni territori quasi 15 prostitute su 100 sono minori. È un dato davvero allarmante». Poco importa se siano italiane o straniere, se abbiano cominciato a prostituirsi per una ricarica telefonica o siano state costrette da uno sfruttatore: l’emergenza c’è ed è tempo di intervenire.

Come? «Con una strategia globale e di investimenti sociali,culturali e di contrasto – prosegue decisa la Da Pra –. Negli ultimi anni abbiamo visto scomparire le postazioni locali del Numero verde antitratta, l’Osservatorio sulla prostituzione, l’interesse dei governi che si sono succeduti. Ma il fenomeno della prostituzione non è scomparso, e quella della tratta è in forte aumento in tutte le sue forme».
Stessa ricetta da Roberto Gerali, responsabile Prostituzione e tratta per la Papa Giovanni XIII, che torna con forza anche sul ruolo del cliente: «Tanto si sta diffondendo il fenomeno della prostituzione minorile “volontaria”, tanto più odioso è il ruolo del cliente, che non smetteremo mai di dirlo: va punito! Ci sono quasi nove milioni di padri, nel nostro Paese, che vanno con le loro figlie. Si tratta di una follia collettiva da bloccare subito». Uno strumento ragionevole, secondo Gerali, sono le multe: in Svezia è applicato dal 1999, in Norvegia dal 2009, in Francia hanno deciso lo scorso dicembre. «Non si può più stare a guardare».
Viviana Daloiso

"Ripensiamoli partendo dalla promozione dell’uomo"

  • Nov 30, -0001
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Avvenire
04 10 2012


?I Centri di identificazione ed espulsione? Sono «gabbie, luoghi di reclusione meno tutelati delle carceri», che «generano conflittualità, violenza, autolesionismo, perché la persona non è tutelata». Inoltre «al loro interno non vi sono progetti lavorativi, scolastici e di tutela». Insomma, si tratta di «una forma di reclusione che non aiuta la promozione della persona e che costituisce una vergogna nel sistema europeo di controllo delle persone migranti irregolari».

A poche ore dall’inchiesta pubblicata ieri da Avvenire sul mondo dei Cie, monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes della Cei, torna a bocciare queste strutture e spiega: «Riproporre il tema dei Cie come luoghi disumani, come Centri in cui gli appalti sono costruiti dal gioco al ribasso, che genera, oltre al malaffare, anche la mancata tutela delle persone, credo costituisca un gesto importante per costruire responsabilità sociale e tutelare la legalità attorno a persone deboli, sfruttate e in fuga».

Perego sollecita quindi una rilettura, a livello di Ue, «di questo strumento, perché possa essere adattato alle migrazioni irregolari, ai tempi del rimpatrio, alla tutela delle persone che non hanno un titolo di soggiorno».
Limpida la posizione della Caritas, espressa dal responsabile dell’Ufficio immigrazione, Oliviero Forti: «Noi siamo per un ripensamento totale del sistema dei trattenimenti e delle identificazioni. Per farlo, occorrerebbe una consultazione ampia coinvolgendo chi è impegnato come noi nella promozione umana e nella sensibilizzazione». Non c’è più tempo di rinviare perché, aggiunge Forti, «queste strutture, che andrebbero prima di tutto "umanizzate", non riescono più a svolgere le attività per le quali sono nate». Inoltre, il trattenimento di chi vi entra fino a 18 mesi «è improponibile».

Forti, oltre a un "tavolo allargato" lancia un’altra proposta: parte dei soldi impiegati (male) «per il contrasto all’immigrazione irregolare, dovrebbero essere reinvestiti nelle politiche di integrazione, a tutto vantaggio del Paese e delle stesse persone interessate».

Angelo Chiorazzo, della società cooperativa Auxilium, che gestisce, tra gli altri, il Cie romano di Ponte Galeria, punta su un modello diverso, di «socializzazione». «Con il garante dei detenuti del Lazio – afferma – abbiamo realizzato a Ponte Galeria un campo di calcetto, proposto corsi di italiano e di teatro, e, per le donne, corsi di cucito. Ci sono una chiesa e una moschea, oltre a una biblioteca». Alcune attività sono poi state sospese per pericolo di gesti di autolesionismo. «Ma secondo me – incalza Chiorazzo – bisogna incrementare queste iniziative, lavorando come se dall’altra parte ci fossimo noi. Grazie alla disponibilità della prefettura di Roma cerchiamo di venire incontro alle esigenze degli immigrati prevenendo problemi che l’inchiesta di Avvenire ha messo in luce».

Inchiesta richiamata anche da Giuseppe Scozzari, del Consorzio Connecting People, per il quale «l’unico indicatore per l’aggiudicazione di una gara in favore di società gestionali, non può essere il criterio del maggior ribasso». Inoltre, «ci sono tanti aspetti che vanno rivisti. Inizierei dalle piccole cose. Per esempio, consegnare a queste persone una scheda telefonica periodica da 5 euro è quasi inutile. Ci sono strumenti più economici, quali Skype o la posta elettronica, utilizzati anche in Paesi in via di sviluppo». Un altro suggerimento: «Molte persone che arrivano nei Cie hanno un profilo carcerario, e quindi una identificazione già accertata da parte del ministero della Giustizia. I cui dati potrebbero essere condivisi dal ministero dell’Interno per evitare l’inizio di nuovi iter identificativi».

Nel dibattito interviene anche Gabriella Guido, della campagna "LasciateCIEntrare": «Chi visita i centri – dice – riconosce che queste strutture ledono i diritti civili e la dignità umana. Il trattenimento fino a 18 mesi è del tutto inefficace ai fini dell’identificazione e gli accordi con gli Stati extraeuropei non funzionano». Sul capitolo dei servizi erogati, Guido dichiara che ci sono «appalti assegnati senza bando di gara»; è «il "business" dell’immigrato». Paradossale, poi, la vicenda dei cittadini stranieri «che provengono dal carcere, "liberi" per aver scontato una condanna penale ma ora rinchiusi per una nuova detenzione amministrativa».

Vito Salinaro

ASIA BIBI, NUOVO APPELLO PER RECLAMARE GIUSTIZIA

  • Gen 30, 2011
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Avvenire
15 07 2011

A poco più di due anni dal suo arresto avvenuto il 19 giugno del 2009, dopo 755 giorni trascorsi in cella, il “caso” di Asia Bibi continua ad essere focale nell’attenzione del mondo verso la difficile realtà delle minoranze in Pakistan. Indebolita nel fisico e prostrata dalle minacce e dalla condizione di clandestinità in cui la famiglia è costretta a vivere, la donna non ha tuttavia rinunciato a pregare e a lottare. Nei giorni scorsi il suo avvocato ha rivolto un altro appello formale contro la sentenza capitale comminata nel novembre dello scorso anno, pur sapendo che la pressione fondamentalista è al momento elemento decisivo nell’atteggiamento delle autorità e dei giudici nella vicenda. «L’influenza dei radicali religiosi è troppo forte, solo un miracolo può  salvarla, secondo l’opinione di un esperto legale citato da AsiaNews.

L’avvocato S.K. Chaudhry ha nuovamente consegnato la richiesta di appello dopo la sostituzione improvvisa di quattro giudici dell’Alta Corte di Lahore, capoluogo del Punjab. Chaudhry aveva presentato a gennaio un primo appello contro le prove consegnate per sostenere la condanna, a suo parere «palesemente false». Nel silenzio ormai pesante delle autorità, con una condanna a morte decretata dai radicali estremisti assai più concreta di quella comminata dai giudici di prima istanza nel novembre scorso, Asia Bibi continua la sua lunga detenzione in segregazione, ancora più stretta dopo che lo scorzo marzo un cristiano condannato all’ergastolo per blasfemia, Qamar David, è deceduto in circostanze sospette nella prigione centrale di Karachi.

«È fragile e può a malapena parlare, ma mantiene una forte fede in Dio e non ha perso la speranza», hanno fatto sapere il marito e una delle figlie che recentemente l’hanno visitata in carcere. Ashiq Masih ricorda come «Bibi chiede ogni volta dell’Alta Corte e ogni volta devo dirle con dispiacere che stiamo ancora aspettando che il tribunale si occupi del caso». «Siamo costretti a pagare la conseguenza delle determinazione nella fede di mia madre. Tuttavia preghiamo per lei e manteniamo la speranza che un giorno saremo di nuovo insieme per vivere normalmente – ha riferito la figlia maggiore ad AsiaNews –. «Ogni volta che sento parlare di persecuzione o di blasfemia sono terrorizzata perché temo che qualcosa possa capitare a mia madre». Un rischio concreto ed elevato che il carcere sembra accrescere anziché ridursi.

Come sottolinea un legale impegnato per i diritti delle minoranze, Saleem Murtaza, «il ritardo dell’Alta Corte nell’affrontare il caso di Asia Bibi, è dovuta alla pressione id estremisti e guide religiose. C’è la possibilità concreta che il tribunale possa confermare la pena capitale, magari anche perché intimidito dalla pressione degli estremisti e dalla taglia offerta per l’uccisione di Asia. La chiusura dei tribunali per 15 giorni in agosto (periodo di Ramadan) e un’altra settimana per una ricorrenza musulmana non fa sperare in una soluzione in tempi brevi».

Dopo l’uccisione di Shahbaz Bhatti, compianto ministro federale per le Minoranze, sembrano essersi chiuse le porte a qualunque ipotesi di revisione della “legge antiblasfemia” ma non per questo la pressione sulle minoranze è calata. Con la fine del ministero per le Minoranze il 30 giugno, ufficialmente per rendere effettivo il processo di “devolution” dei poteri del governo centrale, potrebbe aprirsi una nuova fase nei rapporti tra Stato e componenti religiose minoritarie. In questa prospettiva, gli attivisti cattolici stanno cercando nuove strategie sotto la guida di Paul Bhatti, fratello del ministro assassinato, che mettano al centro istruzione, sicurezza, rispetto delle libertà civili e tutela legale.


Stefano Vecchia

 

ABUSI SUI MINORI, AMBIGUITA' DAL CONSIGLIO D'EUROPA

  • Nov 30, -0001
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avvenire.it
5 10 2010


APPUNTAMENTO A STRASBURGO
Doppio delicato appuntamento al Consiglio d’Europa. Oggi pomeriggio l’assemblea parlamentare del Consiglio prende in esame e vota una risoluzione mirante a garantire la piena protezione per i minori vittime di abusi sessuali nelle istituzioni. Il documento costituisce uno dei punti più delicati della sessione dell’assemblea parlamentare del consesso di Strasburgo che si è aperta ieri e termina venerdì. Dopodomani, giovedì, è inoltre in programma un documento che punta a limitare l’obiezione di coscienza nei casi di aborto.
Il documento sulla pedofilia, di cui è relatrice la socialista tedesca Marlene Rupprecht, si inserisce in un quadro di iniziative del Consiglio. Il 1° luglio scorso è entrata in vigore una convenzione per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali e inoltre il 29 e il 30 novembre a Roma partirà una campagna europea su questo tema. Da notare che proprio in novembre, il giorno tre, sempre a Roma, il Consiglio celebrerà i sessant’anni dalla firma della convenzione dei diritti dell’uomo siglata appunto nella Capitale all’indomani della seconda guerra mondiale. La risoluzione in discussione oggi, che chiede al comitato dei ministri di Strasburgo (i responsabili degli Esteri dei Paesi membri) di riferire nel gennaio del 2013 sulla applicazione dei contenuti del documento, ha provocato le critiche del capogruppo del Ppe Luca Volontè, non tanto sui contenuti del dispositivo da votare, quanto sul memorandum che lo accompagna. L’appunto è duplice: primo, aver preso in considerazione solo gli abusi nelle istituzioni, e, secondo, in questo specifico campo di essersi concentrati in prevalenza sui casi che hanno riguardato la Chiesa cattolica rilanciati dalla stampa. «È chiaro che questo rapporto è stato redatto in fretta – osserva il parlamentare italiano - per pubblicarlo ed adottarlo in connessione con il lancio della campagna del Consiglio d’Europa contro gli abusi sui minori a Roma».
Quanto al dispositivo della risoluzione, giudicato «nell’insieme positivo» dal capogruppo del Ppe, chiede, tra l’altro, agli Stati membri di adottare la procedura d’ufficio per gli abusi, un sistema graduato di pene, adozione di termini di prescrizione adeguati. Si sollecitano inoltre la fissazione di criteri per l’abilitazione degli educatori, certificati della polizia anche per i volontari, nei quali dovranno essere riportati anche reati minori. La risoluzione prospetta anche una dichiarazione d’illegalità di alcune pratiche utilizzate nelle punizioni dei bambini e degli adolescenti. Un punto del documento sollecita anche un esame delle «lacune strutturali» che facilitano gli abusi in ogni tipo di istituzione, ed il rafforzamento di «regole e modalità di controllo esterno».
Pierluigi Fornari

http://www.avvenire.it/Mondo/abusi+ambiguità+consiglio+europa_201010050727544630000.htm

AVVENIRE: "BESTEMMIA INSOPPORTABILE"

  • Nov 30, -0001
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avvenire.it
02 10 10


Un più alto dovere di sobrietà e di rispetto
Ci mancava solo la bestemmia dentro la barzelletta del presidente. Un video – puntuale come una maledizione – ce l’ha servita via internet, mentre un altro video – sempre tramite web – ci ha proposto un Silvio Berlusconi che giochicchia con consunti stereotipi sugli ebrei. Tutto questo ieri, all’indomani della riconfermata fiducia al governo e delle parole pesate e pesanti che il presidente del Consiglio dei ministri aveva pronunciato nelle aule di Camera e Senato, tra l’altro sottolineando la sua ben nota amicizia per Israele e riaffermando l’impegno dell’esecutivo a sviluppare una politica responsabile ed eticamente attenta su tematiche delicatissime, care anche e soprattutto al mondo cattolico.

Si potrebbe ragionare all’infinito sullo strano timer che governa il "rilascio" mediatico – come se si trattasse di mangime per pesci o polli – di battute e gaffe «private» (o semi-pubbliche) del premier. E non sarebbe un ragionare strano o inutile. Ma il problema principale stavolta non è il timer. Il problema è il deposito di battute e gaffe (vere o presunte). Il problema è che dal deposito sia affiorata anche un’insopportabile bestemmia (anche se vecchia di mesi e mesi non è, purtroppo, meno tale).

C’è una cultura della battuta a ogni costo che ha preso piede e fa brutta la nostra politica. E su questo tanti dovrebbero tornare a riflettere. E farebbero bene a pensarci su davvero anche coloro che bestemmie di vario tipo e barzellette mediocri (tristemente dilaganti tra pseudo-satira e pseudo-cultura) non le sopportano solo quando spuntano sulla bocca di un avversario, meglio se di Silvio Berlusconi. Ma su ogni uomo delle istituzioni, su ogni ministro e a maggior ragione sul capo del governo grava, inesorabile, un più alto dovere di sobrietà e di rispetto. Per ciò che si rappresenta, per i sentimenti dei cittadini e per Colui che non va nominato invano.

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