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HUFFINGTON POST

Huffingtonpost
30 12 2014

Un Medio Oriente in fiamme. Stati che restano tali solo sulla carta, e Stati che sulla carta non esistono ma che controllano territori, impongono la loro legge alle popolazioni conquistate, tessono alleanze, commerciano e combattono per estendere la propria "sovranità". Comunque lo si giri, il 2014 è l'anno del "Califfo". L'anno dello Stato del terrore. L'anno del primo Stato jihadista al mondo. L'anno dell'Isis e del suo capo riconosciuto, temuto e amato come e più del fondatore di al Qaeda. L'anno di Abu Bakr al-Baghdadi.

La portata epocale del fenomeno Isis è bene inquadrata da Loretta Napoleoni nel suo libro Isis. Lo Stato del terrore. "Per la prima volta dalla fine della Prima guerra mondiale - rimarca Napoleoni - un'organizzazione armata sta ridisegnando la mappa del Medio Oriente tracciata da francesi e inglesi", cancellando i confini fissati nell'Accordo Sykes-Picot formulato nel 1916. Ed oggi, annota ancora Napoleoni, "la bandiera nera e dorata dell'Isis sventola su un territorio, più vasto del Texas e del Regno Unito, che va dalla sponda mediterranea della Siria ino al cuore dell'Iraq...".

Così è. Le vecchie cartine geografiche dell'epoca post-coloniale fanno ormai parte del passato. Le identità nazionali scompaiono, sostituite da quelle "comunitarie". È il segno inquietante della dissoluzione irachena. È il tragico approdo della guerra siriana. È il caos armato che regna nella Libia del dopo-Gheddafi. È il tragico paradosso siriano: un dittatore sanguinario, Bashar al-Assad, che si erge a paladino di stabilità contro l'incubo-Isis, e che, in questi nuovi panni, cerca di stringere un'alleanza con l'America di Barack Obama, il presidente dell'iper potenza mondiale che ammette: "Non abbiamo ancora una strategia".

Sul piano geopolitico, non c'è un evento così sconvolgente dell'affermarsi dello Stato del terrore. 2014: l'anno che nel Grande Medio Oriente segna la dissoluzione di Stati-nazione che restano tali solo sulla carta. Iraq, Siria, retti da governi centrali che non hanno più il controllo di gran parte del territorio nazionale. E sembra solo l'inizio di un effetto domino devastante.

Altri Stati "artificiali", come la Libia, lo Yemen, la Giordania, il Bahrein, l'Oman e l'Arabia Saudita, potrebbero disgregarsi del tutto. Il futuro del Medio Oriente è a tinte scure. Nere. Come le bandiere qaediste. I nuovi emiri non hanno come orizzonte, se non in qualche declamazione propagandistica che viaggia in rete, il Jihad globale. L'obiettivo vero, quello praticato sul campo, è ridisegnare le mappe del Medio Oriente, inserendosi, da attori protagonisti, nella definizione dei nuovi equilibri di potenza regionali.

L'anno dell'Isis, che riempie i vuoti prodotti dall'implosione dei suoi nemici. 2014: l'anno dei taglia gole che ostentano la loro spietatezza, infieriscono sul nemico, massacrano i prigionieri, sgozzano gli ostaggi. E poi distribuiscono via Internet i video delle decapitazioni, o lanciano sondaggi in Rete su come far fuori i prigionieri: terrificanti strumenti di propaganda e di proselitismo per il "Califfo Ibrahim". Oggi, alla decaduta suggestione panaraba si sostituisce quella, ben più aggressiva e mobilitante, della Umma, la comunità musulmana che spazza via gli Stati-nazione coloniali.

Il 2014: l'anno della piovra qaedista che estende i propri tentacoli in un numero crescente di Paesi: Siria, Iraq, Libia, Egitto, Arabia Saudita, Yemen, Somalia, Afghanistan, Pakistan, Indonesia, Australia, Canada, Bosnia, Croazia, Albania, Algeria, Tunisia, Mali, Marocco, Libano, Giordania, Filippine, Tagikistan, Azerbaigian, Kenya, Tanzania, Nigeria, Kashmir in India e Cecenia in Russia.

Comunque si concluda questa vicenda, una cosa resta agli atti: l'ascesa dell'Isis narra anche (perché in qualche modo ne è il frutto avvelenato) il fallimento delle politiche dell'Occidente nella regione, il lascito di avventure militari - a cominciare dalle due guerre irachene - che pretendevano di stabilizzare il Medio Oriente ma che, al contrario, lo hanno reso una polveriera (nucleare) pronta a esplodere, con conseguenze devastanti che andrebbero ben oltre i confini regionali. Come testimonia il disastro libico.

È il "disastro libico". Un disastro che chiama in causa pesantemente l'Europa e la scellerata idea che le armi potessero surrogare una strategia politica inesistente. Un disastro che testimonia come la guerra della Nato abbia distrutto le istituzioni libiche e creato in un lampo uno Stato fallito. Ed ora, fuori e dentro la Libia, c'è chi arriva a rimpiangere i tempi del Colonnello (Muammar Gheddafi), temendo quelli del "Califfo". Nuova Somalia" o provincia dello Stato della Jihad, una cosa è certa: la transizione democratica in Libia non è mai iniziata. L'Europa ha spodestato un despota, ma non è riuscita a mettere in campo uno straccio di strategia politica che puntasse decisamente alla ricostruzione di una società che non aveva tradizioni di democrazia. Il salto di qualità del nuovo jihadismo di cui l'Isis è espressione sta nel rapporto più stretto tra strumenti e fini.

E, in questo contesto, emerge il salto di qualità strettamente militare operato dall'esercito del "califfo Ibrahim". Veterani di Saddam Hussein alla guida della struttura militare, un ceceno leader dei volontari stranieri, pozzi di petrolio per alimentare le finanze, e i miliziani in costante movimento: è la radiografia dello Stato islamico quale emerge da rapporti americani ed europei, come da uno studio dell'Università della Florida del Sud riportato dal New York Times.

Le parole chiave della nuova strategia jihadista 2.0 sono viralità e coinvolgimento: snodi centrali di una propaganda orientata sui social media, che accompagna sistematicamente l'azione militare-terroristica dell'Esercito del Califfo. I militanti dell'Isis sembrano preferire Twitter come piattaforma di comunicazione. Grazie al coinvolgimento di esperti informatici è stata lanciata l'app The Dawn, in grado di coinvolgere e tenere aggiornato un elevato numero di utenti i quali, dopo aver scaricato sul proprio telefonino l'applicazione, mettono i loro account Twitter a disposizione dei terroristi che possono così coordinare e ampliare l'efficacia dei messaggi. Grazie a questa app si è registrato il picco di 40.000 tweet inviati nel giorno in cui le milizie dell'Isis sono entrate a Mosul. Nonostante Twitter abbia chiuso molti account in odore di jihad,le nuove leve del terrorismo digitale sfruttano l'impatto degli hashtag per veicolare messaggi di terrore. L'Isis, organizzando dei tweetstorm mirati, è ormai in grado di coordinare delle vere e proprie campagne social. Tramite l'aggregatorre Active Hashtags gli argomenti rilanciati dall'Isis toccano una media di 72 retweet per messaggio riuscendo in questo modo a entrare nelle classifiche dei topic trend.

Questo mix di modernità e spietatezza, oltre che un'organizzazione militare senza precedenti nella storia del jihadismo armato, fa dell'Isis molto più di una sorta di Al Qaeda 2.0. È un disegno che si fa Stato, una "rivoluzione della sharia" capace di attrarre anche migliaia di giovani europei (i "foreign fighters") alla ricerca di una identità smarrita, di una ragione di vita e di morte. Per contrastare questo disegno non basteranno raid aerei o una nuova avventura militare di un Occidente incapace di andare oltre la fallimentare logica del Male minore". Occorrerebbe una nuova visione, ideale e politica, nei rapporti con il mondo islamico e una profonda riflessione autocritica su un passato segnato da ripetuti fallimenti. Senza questo cambio di rotta, il 2015 rischia di essere l'"anno dei Califfi": i nuovi capi di un mondo "jihadizzato". Il rischio è immanente. Ma il 2014 ci lascia con una certezza. Inquietante. Per dirla con Loretta Napoleoni: "Che il Califfato riesca o meno ad affermarsi nel prossimo futuro, il nuovo modello che ha sperimentato ispirerà inevitabilmente altri gruppi armati. L'incapacità dimostrata dall'Occidente e dal mondo di affrontare questo specifico tema avrà conseguenze devastanti per l'ordine mondiale".

1 medico su 2 dice sì all'eutanasia

Huffingtonpost.it
23 12 2014

"La dolce morte è una pratica consolidata in tutti gli ospedali italiani ma per ragioni di conformismo e di riservatezza non se ne parla". Così dichiarava Giuseppe Maria Saba, 87 anni, già ordinario di Anestesiologia e Rianimazione prima all'università di Cagliari poi alla Sapienza di Roma. L'intervista a L'Unione Sarda venne definita shock e portò alla protesta di (pochi) medici in interviste successive. Eppure oggi i dati del "Medscape Ethics Report 2014" confermano le parole di Saba.

L'indagine, presentata il 16 dicembre, è stata svolta su oltre 21 mila medici di diverse nazionalità: 17 mila statunitensi e 4 mila europei provenienti da 35 paesi, in particolare inglesi, tedeschi, italiani, francesi e spagnoli. Nella prima parte, dedicata a "Vita, morte e dolore" emerge come il 54% dei medici statunitensi e il 41% di quelli europei siano favorevoli a una legislazione sul suicidio assistito. Percentuali in netta crescita sia negli Usa (+8%) che in Europa (+10%). In particolare, in Italia i medici favorevoli (42%) superano quelli contrari (34%). Per il 24% dei medici "dipende" dalle condizioni del paziente. I risultati coincidono dunque con quelli dei sondaggi di opinione tra gli italiani (58,9% secondo l'Eurispes 2014).

L'Italia si posiziona dopo Regno Unito e Germania (47% dei medici favorevoli) ma prima di Francia (40% di medici favorevoli e dove comunque si stanno facendo passi avanti sul tema) e Spagna (36%); nel totale del campione, solo il 18% dei cardiologi e il 14% degli oncologi somministrerebbero terapie di sostegno vitale ai propri pazienti se queste siano ormai futili; altro dato da rilevare è quell'86% di medici che dichiara che non sono i pazienti a influire sulla decisione di interrompere i propri supporti vitali.

"Non è anestesia letale ma dolce morte. L'ho favorita - diceva ancora Saba a L'Unione Sarda - ogni volta che mi è stato possibile, almeno un centinaio nella mia carriera. L'ho fatta anche per mio padre e mia sorella". Alla luce dei dati del "Medscape Report", il professore sardo non è certo il solo ad aver interrotto le sofferenze dei pazienti. È tra i pochissimi ad aver avuto il coraggio di parlare.

Huffingtonpost
14 12 2014

A Sergio Zavoli, che alla strage di Piazza Fontana ha dedicato uno dei capitoli fondamentali de "La notte della Repubblica", in replica in questi giorni su Rai Storia, abbiamo chiesto di ricordare quell'evento che ha segnato la storia del nostro Paese, dando il via alla strategia della tensione. Ecco i suoi appunti, tra cronaca e riflessione, nello stile rigoroso che ha sempre contraddistinto il suo lavoro di giornalista e scrittore:

Il 12 dicembre del 1969 cade di venerdì. A Milano, per tutta la notte, è piovuto. Il tempo si manterrà incerto fino a sera. E' giorno di mercato. La sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura, in piazza Fontana, è colma di clienti venuti soprattutto dalla provincia. Gli altri istituti di credito hanno chiuso alle 16,30; qui gli sportelli restano aperti più a lungo. Sono le 16, 37 quando nel grande salone dal tetto a cupola scoppia un ordigno contenente 7 chili di tritolo. Nella grande sala, orrendamente mutilati, i 16 corpi delle vittime. Per un'ora e mezzo le ambulanze fanno la spola con gli ospedali più vicini, dove vengono ricoverati i feriti: 87.

Lo stesso pomeriggio, a Roma, scoppiano altre tre bombe, una nel sottopassaggio della Banca Nazionale del Lavoro in via San Basilio, due sull'Altare della Patria: 16 feriti. Una quinta bomba, contenuta in una borsa, viene trovata inesplosa a Milano, nei locali della Banca Commerciale di piazza della Scala. La borsa è recuperata, ma l'ordigno, che potrebbe fornire elementi preziosi per le indagini, viene fatto brillare la sera stessa dagli artificieri. Da Milano il prefetto Libero Mazza telegrafa al presidente del Consiglio, Mariano Rumor: "L'ipotesi attendibile che deve formularsi indirizza le indagini verso gruppi anarcoidi".

Nascono i primi dubbi. La sera della strage, da me intervistato per Tv7, Indro Montanelli si era dichiarato contrario all'ipotesi della pista anarchica. Ecco la tesi del giornalista: "Io ho escluso immediatamente la responsabilità degli anarchici per varie ragioni: prima di tutto, forse, per una specie di istinto, di intuizione, poi perché conosco gli anarchici. Gli anarchici non sono alieni dalla violenza, ma la usano in un altro modo: non sparano mai nel mucchio, non sparano mai nascondendo la mano. L'anarchico spara al bersaglio, in genere al bersaglio simbolico del potere, e di fronte. Assume sempre la responsabilità del suo gesto. Quindi, quell'infame attentato, evidentemente, non era di marca anarchica o anche se era di marca anarchica veniva da qualcuno che usurpava la qualifica di anarchico, ma non apparteneva certamente alla vera categoria che io ho conosciuto ben diversa e che credo sia ancora ben diversa...".

Il 15 dicembre 1969 si svolgono i funerali delle vittime di piazza Fontana. Il Paese, quel lunedì, è tutto a Milano. La democrazia si riconosce in questa voce, raccolte da Tv7 di quella settimana: "Hanno voluto seminare il terrore e io penso che non si debba raccogliere l'invito al caos... Piuttosto, sì, preoccupazione per i giorni futuri. E' stato un delitto terribile commesso contro gente semplice, contro tutta la gente, contro la collettività, contro il popolo...".

Questo lutto popolare così silenzioso, e così eloquente, conferma che gli italiani sono sensibili ai grandi moti dell'animo, ma avverte anche che sono capaci di fare un attento uso della ragione; e questa è una scelta che si accompagna a un rifiuto. Di fronte a ciò che potrebbe mettere in gioco il bene comune della libertà, così duro da pagare, prima, e da consolidare, poi, il Paese, nella grande piazza del Nord in cui è per tanti versi riconoscibile il volto dell'Italia che cambia, ha rifiutato il rischio di dividersi.

Un'altra voce del popolo: "Sappiamo di essere divisi da mille contrasti, da mille problemi, ma di fronte a una cosa così mostruosa ci siamo ritrovati forti e uniti, noi milanesi, noi italiani, tutti, dico tutti, per dimostrare che il Paese è compatto, che tutto è risolvibile con la forza della nostra volontà, della nostra democrazia e della libertà che mio padre e i padri di mille e mille altri hanno saputo conquistare".
Legge 24 ottobre1997, numero 801. Articolo 12: Sono coperti dal segreto di Stato gli atti, i documenti, le notizie, le attività e ogni altra cosa la cui diffusione sia idonea a recar danno all'integrità dello Stato democratico anche in relazione ad accordi internazionali, alla difesa delle istituzioni poste dalla Costituzione a suo fondamento, al libero esercizio delle funzioni degli organi costituzionali, alla indipendenza dello Stato rispetto agli altri Stati e alle relazioni con essi, alla preparazione e alla difesa militare dello Stato. In nessun caso possono essere oggetto di segreto di Stato fatti eversivi dell'ordinamento costituzionale.

Da più parti, in tanti anni di attese sempre frustrate, è stata chiesta la sospensione, almeno in questi casi, del segreto di Stato. D'altronde, il delegare in misura così ampia ai tribunali la ricerca della verità - lavorando al tempo stesso perché non traspaia, come se essa non andasse cercata prima e altrove - è un modo per non volere giustizia.

E' pericoloso - si sostiene ragionevolmente - trasformare l'aula giudiziaria nella sede unica e sacrale della verità, specie quando questa vi giunga indelebilmente sfigurata da inconfessabili interferenze. Ancora peggio è dare ascolto a quella ben calcolata strategia dell'ingiustizia che, consegnando tutto all'impossibilità di far luce sui fatti, punta impassibile alla sfiducia e alla resa della gente. Indignarsi per le assoluzioni, piene o parziali, non restituisce nulla a chi non ha avuto giustizia; giustizia che, in uno Stato di diritto, deve poter rimanere credibile anche quando assolve. Il dramma è un altro: sta nel nascondere prima e altrove, come si è detto, colpe e colpevoli.
La verità entra in un cono d'ombra. Il Paese è turbato dalla sequenza di depistaggi e inquinamenti che impediscono alla giustizia di venire alla luce.

Emblematica, in questo senso, la storia giudiziaria della strage di piazza Fontana.
ROMA, 23 FEBBRAIO 1972, inizia il processo. Principali imputati: Valpreda, Merlino. Dieci giorni dopo, processo trasferito a Milano per incompetenza territoriale. Poi, trasferimento a Catanzaro per motivi di ordine pubblico.

CATANZARO 18 MARZO 1974, secondo processo. Sospeso dopo trenta giorni per coinvolgimento di nuovi imputati: Freda, Ventura.

27 GENNAIO 1975, terzo processo. Coimputati: anarchici, neofascisti. Dopo un anno, nuova sospensione: Incriminato: Giannettini

18 GENNAIO 1977, quarto processo. Imputati. Anarchici, neofascisti, Sid.
Sentenza: ergastolo per Freda, Ventura, Giannettini. Assolti: Valpreda e Merlino.
Sentenza d'appello: tutti assolti.
La Cassazione annulla la sentenza, proscioglie Giannettini e ordina un nuovo processo.

13 DICEMBRE 1984, quinto processo. Imputati: Valpreda, Merlino, Freda, Ventura.
Nuova sentenza: tutti assolti.
La Cassazione conferma.

26 OTTOBRE 1987, sesto processo. Imputati i neofascisti: Fachini, Delle Chiaie.

20 Febbraio 1989. Assolti per non aver commesso il fatto.

5 LUGLIO 1991, la Corte d'assise d'appello di Catanzaro confermerà l'assoluzione.

E via così, fino a oggi, lungo una serie di nascondimenti, di false piste, distruzioni di prove, costruzioni infondate, omissis e... dimenticanze, trasformismi, inganni. Ma la storia del nostro Paese vive una inedita, clamorosa realtà: è una violenza, la più cinica e risoluta, che introduce nella politica una contradittoria, avventurosa, tragica interpretazione delle categorie ideologiche e del principio di partecipazione collettiva alla lotta per affermare la "diversità", e sarà l'habitat delle rivoluzioni, per paradosso, senza popolo, destinate, direbbe Machiavelli, a "ruinare". Ma è nata anche una nuova consapevolezza: nulla potrà essere più come prima nella vita sociale e politica del nostro Paese. E' morto un vecchio, e non di rado iniquo, equilibrio; si faranno strada nuove istanze e vecchie resistenze.

Sergio Zavoli

Huffingtonpost
14 12 2014

In questo terzo post affronterò i problemi relativi all'accessibilità dei locali pubblici romani (bar, ristoranti pub ecc...) che incontrano ogni giorno le persone disabili. La domanda che mi porrò nello specifico è la seguente: una persona in carrozzina o con problemi di deambulazione (non necessariamente deve essere disabile) è in grado di accedere autonomamente a queste strutture? Prima di rispondere è obbligatorio fare una premessa che si riallaccia al post precedente sui mezzi pubblici. Se il disabile decidesse di recarsi in questi locali "a piedi" si troverebbe di fronte ad un'impresa tutt'altro che semplice. I marciapiedi di Roma sono infatti piedi pieni di buche e sprovvisti di scivoli, il che costringe a spostarsi sul lato della strada con non pochi pericoli che credo non ci sia bisogno di spiegare. Ma torniamo all'argomento preso in esame.

Ogni volta che decido insieme ai miei amici di andare per locali a prendere qualcosa da bere o da mangiare devo fare una chiamata preliminare per accertarmi se la struttura è accessibile e spesso, pur essendo dei posti molto belli, sono costretto a scartarli. Nei casi in cui invece il locale è accessibile mi trovo spesso e volentieri di fronte ad un altro problema: la maggior parte dei bagni non sono attrezzati. I maniglioni sono disposti male oppure hanno il logo della sedia a rotelle ma sono comunque impraticabili (cosa ancora peggiore).

Di seguito farò un breve accenno alle norme che regolano l'abbattimento delle barriere architettoniche. L'articolo 3 della Costituzione sancisce che "è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto le libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana". Precisamente, la legge che disciplina l'abbattimento delle barriere architettoniche è la numero 13/1989, che stabilisce i termini e le modalità per l'accessibilità a vari ambienti con particolare attenzione ai luoghi pubblici. Il Decreto ministeriale 236/1989 è però molto più rigoroso nella definizione di termini e concetti. Esso sancisce che persone affette da disabilità fisica o psichica hanno il diritto di raggiungere l'edificio e le relative unità immobiliari e ambientali, di entrarvi agevolmente e di godere dello spazio e delle attrezzature in condizioni di sicurezza e autonomia. Inoltre essi hanno il diritto di accedere agli spazi di relazione e almeno ad un servizio igenico in ogni unità immobiliare e di modificare lo stabile secondo le proprie esigenze.

Esaminiamo ora la legge quadro sull'handicap (104/1992). Essa stabilisce che il rilascio delle concessioni edilizie sia vincolato al rispetto delle norme sull'abbattimento delle barriere. Le opere pubbliche devono essere considerate inagibili e inabitabili qualora i disabili abbiano difficoltà ad accedervi e sono previste delle sanzioni per i responsabili. Il decreto del presidente della Repubblica numero 503/1996 disciplina l'eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici pubblici, con particolare riferimento all'accessibilità diretta ai servizi e regolamenta anche le soluzioni che la pubblica amministrazione deve adottare per garantire l'accesso ai servizi erogati ai cittadini. Infine il ministero per i Beni e le attività culturali il 16 maggio 2008 emanò un decreto (il numero 114) in cui vi erano contenute le linee guida per il superamento delle barriere architettoniche nei luoghi culturali.

Come ho scritto nel post precedente, a luglio ho avuto occasione di fare una vacanza di 4 giorni a Berlino e ancora una volta mi dispiace dire che qui il disabile può entrare nei locali pubblici senza difficoltà. Infatti ci sono montascale, i bagni sono più spaziosi e i maniglioni sono posizionati un po' dappertutto. Pur capendo che Roma è una città antica e di conseguenza le strutture sono un po' vecchie, le leggi che regolamentano il superamento delle barriere architettoniche, come abbiamo visto, esistono ma non sono applicate (mistero). E, dispiace notarlo, è inaccettabile che alle soglie del 2015 lo Stato non si renda conto che l'accesso ai locali pubblici è un diritto di tutti. Come afferma un proverbio la speranza è l'ultima a morire e io voglio essere fiducioso che il futuro sarà migliore.

Huffington Post
11 12 2014

Fahd Ghazy è detenuto illegalmente a Guantánamo dall'età di diciassette anni. Adesso ne ha trenta. Il suo rilascio è stato autorizzato nel 2007. I suoi interessi vengono rappresentati dal Center for Constitutional Rights.

Tanto per cominciare, vi prego di perdonarmi se non sarò in grado di dire le cose giuste, o di fare il mio punto in maniera abbastanza chiara. Fra me che scrivo e voi che leggete ci sono differenti culture e tante esperienze diverse.

Mi duole non avere il lusso di potermi esprimere. Vorrei avere l'onore di farmi sentire con la mia voce, e raggiungervi senza una mediazione -- voi, la gente che pensa. A voi dico grazie perché v'importa. Siete disposti a considerarmi un essere umano, e questo per me è qualcosa di particolarmente prezioso.

Il mio primo impatto con il mondo è stato a Guantanamo. Quando mi hanno spedito qui avevo diciassette anni. All'epoca solo di rado mi era successo di vedere la televisione o di ascoltare la radio. Ogni singolo evento importante nel corso della mia vita, dai funerali al mio matrimonio, alla nascita della mia amata figlia, Hafsa, è accaduto nel Diwan di casa mia. Oggi ho quasi trentuno anni.
E questo significa che a Guantanamo ci sono cresciuto. Sono cresciuto in questo sistema. Sono cresciuto con la paura. Spero che questo possa aiutarvi a comprendermi.

Spero di esser ascoltato.

Qui a Guantanamo, non lo sono mai. M'ignorano soltanto. Nei tredici anni d'imprigionamento senza un capo d'accusa non sono mai stato in grado di spiegare a qualcuno chi fossi davvero.

Io non sono ISN 026. Quello è un numero [assegnatomi] dal governo.

Io mi chiamo Fahd Abdullah Ahmed Ghazy. Sono un essere umano -- un uomo -- che ama ed è amato.

Mi piacerebbe essere in grado di descrivere i tredici anni trascorsi a Guantanamo. Ma quando provo a rifletterci su, la mia mente si blocca. E non ho parole in grado di farvi capire davvero.

In tutto questo tempo ho perso tanto, sia qui, dentro la prigione, che là fuori, nel mondo che mi sono lasciato alle spalle.

Mi manca casa -- fin troppo. Ma la verità è che se domani tornassi al villaggio, non sarei che uno straniero, anche in mezzo a quelle stesse persone che più mi vogliono bene.

Qualche giorno fa Omar mi ha portato dozzine di foto del mio villaggio, scattate durante le riprese di Waiting for Fahd. Le ho riportate con me in cella, e le conservo come un tesoro - contemplo ogni volto, ogni edificio e ogni picco di quei monti. Sono rimasto in piedi fino all'alba, prima della preghiera del Fajr, analizzando quelle immagini una per una. La mia mente, così come il mio cuore, erano in tumulto. Avrei voluto essere in grado di riconoscere ogni dettaglio di quelle foto, per rammentarmi della vita prima di Guantanamo. Ma era quasi impossibile.

Non riconoscevo nemmeno i volti dei miei migliori amici.

Il mio fratello minore, Abdur-Raheem, di cui una volta ero solito prendermi cura, che nutrivo e tenevo in riga, non mi conosce più. Ora sa solo che esisto.

Gli altri bambini del villaggio erano piccoli quando me ne sono andato. Per loro ormai non sono che un nome. Nel villaggio oggi ce n'è perfino un altro, di Fahd Ghazy, un mio nipote. È già adolescente, ha quasi l'età che avevo l'ultima volta che ho visto casa.
E la generazione precedente? Se ne sono andati quasi tutti, uno ad uno, mentre aspettavo.

Il lutto più tragico che ho sofferto a Guantanamo è stata la repentina morte di mio zio. Per me era stato come un padre quando il mio se ne andò. Mi aveva fatto da insegnante e da mentore. Io mi affidavo a lui, e lui si prendeva cura di me.

Non ha retto al dolore, sapendo che ero stato imprigionato qui dentro. Ogni volta che mi consentivano di mettermi in contatto con la mia famiglia, non partecipava. Non permetteva a se stesso di vedermi qui dentro, o di parlarmi. Non riusciva a sopportare neanche l'idea di scrivermi.

Ma a me mancava terribilmente, e sono stato un egoista. Volevo rivedere il suo volto, solo per poterlo ricordare, e consolarmi. Gli ho scritto. Mi sono appellato agli altri membri della famiglia. L'ho supplicato di accettare una mia videochiamata. Alla fine aveva acconsentito.

A Camp Echo erano le 8 di un mercoledì mattina. Gli operatori della Mezzaluna Rossa avevano elencato i nomi dei miei familiari di Sana'a venuti a partecipare alla videochiamata. Piansi, non appena sentii annunciare il nome di mio zio. Ero sopraffatto, lui invece mantenne la sua compostezza.

"Noi tutti qui ti vogliamo bene", disse. "Ti stiamo aspettando. E continueremo ad aspettarti".

E in quel preciso istante, proprio di fronte ai miei occhi, morì. Smise di parlare, e la testa gli cadde all'indietro. La famiglia corse a sostenerlo, e la linea cadde. Rimasi seduto in silenzio, ammanettato alla sedia, impotente.

Quando si riuscì a riprendere la linea non c'era più l'immagine. Sentii solo la voce di mio fratello, Mohammed. "Se n'è andato", disse. "Per lui è stato troppo".

Fu allora che compresi esattamente che cosa fosse Guantanamo, e quanto potere avesse su di noi che c'eravamo dentro, e su quelli rimasti là fuori.

Il tempo mi ha lasciato alle sue spalle, a Guantanamo. Dovrei accettarlo, ma la cosa mi fa sentire tanta solitudine e isolamento. Visto da fuori sembra che io stia bene, ma è dall'interno che vengo distrutto.

Non c'è colpa né innocenza, qui a Guantanamo. Quelle sono idee vuote. È solo un gioco che si fa.

Ma esiste sempre ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. E questo non cambierà mai.

Anche quelli che mi hanno imprigionato sanno ciò che è giusto. Ciò che è giusto sarebbe liberarmi. Sono stato autorizzato. E qui a Guantanamo significherebbe anche parecchio, a patto che tu non provenga dallo Yemen. Il mio rilascio è stato autorizzato sin dal 2007, ma sono ancora in attesa della mia libertà.

È una vita che attendo di riprendere la mia vita.

La prima volta che ho visto Omar di ritorno dallo Yemen ero pieno di gioia per il solo fatto di poter vedere qualcuno che era stato faccia a faccia con mia figlia e la mia famiglia. Li aveva potuti toccare. Qui, davanti a me, c'era qualcuno che era stato davvero dentro casa mia, e aveva mangiato il cibo che mangiavo un tempo. Aveva ascoltato la voce di mia madre. Aveva esperito tutto ciò che avevo, e che vorrei tornare ad avere. Riuscivo quasi ad afferrarlo. Per un breve istante, sentivo di essermici rimesso in contatto.

Quello che vedrete guardando Waiting for Fahd è il mio sogno. Ma non voglio che sia solo un sogno. Voglio che diventi realtà. E voi potete aiutarmi a realizzarlo. Voi potete aiutarmi.

Bambini, a voi chiedo di pensare a mia figlia, Hafsa.

Ai giovani: ricordate [che all'epoca avevo solo] diciassette anni. Pensate a come io sia stato privato di tutto ciò di cui un giovane ha bisogno per diventare maturo nella vita: di un lavoro, di un'istruzione, e delle esperienze da cui poter imparare.

Mogli, pensate a mia moglie, che ha trascorso la primavera della sua vita -- la sua giovinezza -- ad aspettarmi, prendendosi cura di Hafsa da sola.

Madri, ricordatevi di me quando pensate ai vostri figli. Pensate a mia madre, che rivorrebbe disperatamente il suo.

Padri, pensate a ciò che significa cercare di tendere una mano a mia figlia da qui dentro.

Mi sono perso i migliori momenti di cui un padre potrebbe gioire: i primi passi di Hafsa; accompagnarla a scuola; seguirne i progressi; aiutarla quando inciampa. Non vedo l'ora che arrivi il giorno in cui non mi mancherà più. Sarò al suo fianco, e da quel momento non mi perderò più neanche un minuto.

Bramo quegli istanti, quando mi guarderà e sorriderà, o dirà qualcosa di bello, o riderà.

Quello è il desiderio che alberga nel più profondo della mia anima.

Ora che avete ascoltato la mia storia, e conosciuto i miei sogni, non potrete voltarmi le spalle. Sareste giustificati solo se non sapeste. Ma ora che lo sapete, non potrete voltarmi le spalle.

A voi chiedo: Siate la voce di coloro che sono senza voce -- di un altro essere umano che soffre.

Fahd Ghazy

(Traduzione di Stefano Pitrelli)

Huffington Post
11 12 2014

Quattrocento milioni di euro per la non autosufficienza e 2,1 milioni di disabili gravi: i conti nell'handicap non tornano mai. Quasi come ci trovassimo in un mondo parallelo, dove anche i diritti sono più deboli, dove a malapena si sopravvive, senza vivere.

È questa l'amara certezza di fronte ai numeri della disabilità messi a confronto con le risorse appena stanziate dal governo per la non autosufficienza, che devono bastare anche a coprire gli interventi di sostegno alle persone affette da Sla. Lo stesso governo ha deciso, nel frattempo, di non rifinanziare il fondo previsto dalla legge 68/99 per il diritto al lavoro dei disabili, pari a 20 milioni di euro nel 2014, e ha lasciato a quota zero anche le voci del bilancio relative allo sport e all'abbattimento delle barriere architettoniche.

Parliamo ancora di numeri, perché, a differenza degli slogan, restano. Secondo l'Istat nel nostro paese ci sono 3,2 milioni di persone con "limitazioni funzionali". Ma cosa fanno nella vita? Di certo a lavorare sono in pochi. Stando agli ultimi dati diffusi dal ministero del Lavoro, infatti, lo scorso anno hanno trovato un impiego solo 18.295 persone su poco meno di 680 mila iscritti agli elenchi unici provinciali del collocamento obbligatorio. Si tratta del minimo storico, il dato più basso mai rilevato.

E se sono diminuite le opportunità, nel 2012 gli avviamenti al lavoro sono stati 19.114, ovviamente le speranze le hanno seguite, vista la flessione di circa 50 mila iscritti agli elenchi unici registrata nel 2013. È questo il quadro emerso dalla relazione al Parlamento sull'attuazione della legge per il diritto al lavoro dei disabili firmata dal ministro Poletti, mentre la prospettiva futura, a costo zero per il governo, appare davvero drammatica. Oltre a ripartire senza risorse, infatti, in questa catena manca anche un altro anello: quello dei controlli.

Se è vero che ci sono circa 41 mila posti riservati alle persone con disabilità ancora scoperti tra aziende pubbliche e private, è vero anche che il ministero del Lavoro non sembra troppo solerte nell'esercitare un controllo sull'adempimento degli obblighi previsti dalla legge. Nel biennio 2012-2013, infatti, le sanzioni comminate per ritardato adempimento degli obblighi di assunzione sono state appena 309, 150 nel 2012 e 159 l'anno successivo, mentre le sanzioni per ritardato invio del prospetto informativo obbligatorio sono state in tutto 46, 23 per anno. A quanto pare il 42% degli uffici provinciali competenti non ha risposto, ma il dubbio resta: perché oltre ad azzerare il fondo di 20 milioni destinato al collocamento dei soggetti disabili, il ministero non procede in maniera adeguata a far rispettare la legge?

A trarne vantaggio sarebbero proprio i disabili disoccupati, visto che un articolo della legge 68/99 prevede di destinare ai fondi regionali gli importi derivanti dalle sanzioni.

Merita, infine, qualche parola anche la battaglia infinita contro le barriere architettoniche. Anche questa a costo e a risultati zero. L'ultima a constatare la totale indifferenza dello Stato nei confronti di problemi fondamentali per i disabili come la mobilità e la possibilità di accedere liberamente agli edifici, è stata la Corte dei Conti, con una relazione su "La gestione degli interventi di ristrutturazione e di adeguamento delle strutture pubbliche per l'eliminazione delle barriere architettoniche" diffusa a ottobre scorso.

L'indagine ha preso in considerazione i finanziamenti pubblici predisposti sul capitolo 7344 dello stato di previsione della spesa del ministero delle Infrastrutture e trasporti e ha messo nero su bianco la costante riduzione dei fondi giunti al completo azzeramento dal 2010-2011. Tutto ciò nonostante le battaglie delle associazioni dei disabili e delle loro famiglie. Anche questo, purtroppo, è un terreno fertile per gli slogan elettorali: si parla sempre di barriere architettoniche prima delle elezioni, ma poi, evidentemente, tutto finisce lì.

Ileana Argentin

 

 

 

Non esistono mamme buone e mamme cattive

Deborah Dirani, Huffington Post
10 dicembre 2014

Le mamme non nascono buone e non nascono mamme. L'errore di fondo sta tutto qui, o almeno sta qui nella società occidentale contemporanea che ha fatto dell'istinto materno una sorta di replica di Immacolata Concezione.

Huffingtonpost
05 12 2014

Silvia Fabbi, giornalista del Corriere dell'Alto Adige, ha intervistato un ragazzo musulmano di 23 anni residente a Bolzano che ha aperto una pagina Facebook con il nome "Convertirsi all'Islam". Per questo articolo sta ricevendo insulti pesantissimi sui social, anche dai politici locali. Uno di questi è stato candidato sindaco della Lega Nord a Merano, Sergio Armanini: "Ma perché non le mettiamo un Burka e la facciamo andare in Nigeria? Forse dopo il centesimo stupro si sveglierà”.

La prima esponente politica ad attaccare Fabbi è stata Maria Teresa Tomada, consigliere comunale di Bolzano, che dopo aver letto l'intervista si è scagliata contro la reporter accusandola di buonismo ottuso. Una opinione che ha dato la stura alle peggiori ingiurie.

Armanini e Tomasa si sono poi scusati, ma gli attacchi continuano. Sul sito di Blitz Quotidiano è apparso il seguente commento: "Ci auguriamo venga prima stuprata selvaggiamente, poi massacrata e infine decapitata. Chi difende i musulmani merita questo".

Il direttore del Corriere dell'Alto Adige, l'ordine dei giornalisti del Trentino Alto Adige e il sindacato della stampa, ma anche numerosi colleghi giornalisti, hanno manifestato aperta solidarietà alla cronista: "Si condanna categoricamente questa inaccettabile aggressione verbale rivolta - non a caso - a una giornalista donna. Questo fatto rappresenta una violenza vera e propria. Sindacato, Ordine e Cdr condannano anche il comportamento della consigliera comunale bolzanina Maria Teresa Tomada (Fratelli d'Italia/Alleanza Nazionale), sul cui profilo Facebook è avvenuto il fatto. Tomada non ha, infatti, immediatamente cancellato questo spregevole intervento di Armanini, ma l'ha addirittura commentato, accusando Fabbi di 'buonismo ottuso'".

Huffingtonpost
02 12 2014

È da leggersi per intero nella sua disarmante chiarezza, pacatezza e verità, la lettera indirizzata attraverso La Repubblica al presidente della Repubblica dal giovane ricercatore Cosimo Lacava, cervello in fuga dopo una formazione accademica ricevuta in Italia ed oggi residente in Gran Bretagna. Nella prima parte, la lettera contiene un'esortazione consegnata nelle mani del capo dello stato a sostegno delle coperture da destinarsi alla ricerca accademica nella prossima legge di stabilità. Nella seconda parte, invece, Cosimo ci racconta la sua storia di passione per la formazione scientifica e dei sacrifici personali e familiari che ne conseguono.

Molti di coloro che conoscono il mondo della formazione e della ricerca universitaria non possono che condividere le osservazioni ed il carico di sconforto della lettera di Lacava, che ben racconta come la ricerca scientifica ed accademica sia forse una delle occasioni più preziose che possa essere consegnata ad un giovane studioso, un'esperienza che concretizza il proprio significato nel ricercare, nelle diverse discipline, quei mezzi attraverso cui migliorare la qualità della vita delle persone. Eloquente la cifra di circa 500.000 euro per dottore di ricerca che Cosimo riporta e che rimanda alla spesa pubblica in capo allo Stato per la formazione sino ai più alti gradi d'istruzione pubblica (per non dire di cifre non molto distanti in capo alle famiglie degli studenti stessi), uno Stato che poi troppo spesso finisce per disperdere o lasciare alle nazioni straniere quelle risorse che ciascun cittadino (attraverso l'imposizione fiscale) ha in qualche modo contribuito a formare.

Un altro aspetto particolarmente rimarchevole della lettera è che essa non assegna alla ricerca scientifica nell'ambito delle scienze applicate - da cui Lacava proviene - alcun primato, ma lo scritto rimanda piuttosto ad un'alleanza delle diverse branche di quello che Cartesio nel Seicento chiamava "l'albero della conoscenza". In molti, è un discorso che spesso si sente nella vulgata, hanno la tendenza ad apprezzare maggiormente la conoscenza applicativa a scapito della conoscenza umanistica e artistica, un errore che con grande accortezza Cosimo Lacava evita, mentre egli rimarca la necessità di un adeguato sostegno istituzionale alla generalità della formazione scientifica (un'esortazione su cui addirittura Adam Smith nel Settecento dedicava quasi un intero capitolo del suo capolavoro La Ricchezza delle Nazioni).

Tutte le branche del sapere devono tornare ad essere adeguatamente sostenute attraverso politiche istituzionali sensibili rispetto ai risultati dell'apprendimento (i cosiddetti "learning outcomes") ed al loro effetto a sostegno non solo di una più completa crescita della ricchezza nazionale, ma soprattutto rispetto alla qualità ed alla tenuta del nostro sistema liberaldemocratico.

Come ha rivelato la ricerca quasi decennale di Tom Schuller, già direttore presso l'Ocse di Parigi del Centre for educational research and innovation, "i benefici dell'apprendimento sono destinati alla società nel suo complesso", ma attenzione va prestata al lampante fatto che anche i costi del mancato apprendimento e di un insufficiente sostegno istituzionale alla ricerca scientifica sono costi che si misurano in termini di impoverimento della qualità della nostra democrazia. Come argomentava efficacemente Tullio De Mauro nella sua introduzione all'edizione italiana dello studio del 2010 Non per profitto, scritto dalla filosofa della Law School di Chicago Martha Nussbaum, il sapere che oggi si richiede ai discenti è un sapere di taglio critico e non un sapere eminentemente nozionistico. È un libro, l'ultimo della Nussbaum dedicato al filone delle politiche formative, che viene spesso citato in quanto ben dimostra i rischi che corrono le democrazie contemporanee nel momento in cui dimenticano i benefici sociali della formazione. In quel saggio, Nussbaum riporta i casi di alcuni ingegneri meccanici indiani dello Stato del Gujarat i quali, pur avendo appreso i mezzi per diventare competitivi nello sfrenato mercato globale, fomentati dal messaggio nazionalista dell'estremismo induista propugnato dal partito Hindutvà, finiscono per non sapere chi sia, o addirittura per elogiare la figura di Hitler ed il suo progetto nazionalsocialista.

Senza arrivare ad argomenti dal sapore iperbolico, pensiamo di essere oggi molto lontani da un'evenienza di questo genere nel momento in cui si ascoltano anche solo accendendo la tv su qualche quiz, risposte a semplici domande chenon sanno collocare storicamente il periodo fascista o che finiscono per scambiare la provincia di Frosinone con quella di Pordenone? La recente e progressiva disaffezione alla politica nazionale concepita come incapace di risolvere i problemi, ma anzi concausa di essi, è un campanello di allarme che passa attraverso uno sconsolato - ma spesso ragionato - qualunquismo che ormai intende tutti i partiti come uguali e che non passa più dall'espressione dei propri bisogni per mezzo dello strumento del voto (lo abbiamo visto recentemente in Emilia e in Calabria).

Nel suo Discorso sopra la libertà degli antichi e dei moderni (1819), il filosofo svizzero Benjamin Constant sosteneva che a differenza degli antichi greci per cui il significato primo della politica era quello di partecipare alle sorti della polis in prima persona, i moderni cittadini desiderano null'altro che il libero godimento dei propri affari privati, mentre delegano la partecipazione alla politica attiva ad alcuni rappresentanti scelti attraverso l'istituto moderno della "rappresentanza politica". Il pericolo di una politica che non tenti di sventare i rischi della progressiva perdita di partecipazione è quello di una selezione impoverita della classe dirigente che passa attraverso una doppia delega: in primo luogo la delega alla politica rappresentativa di occuparsi di affari che toccano la vita di ciascuno ed in secondo luogo la delega solo ad un ristretto nucleo di partecipanti alle elezioni di stabilire in maniera non adeguatamente rappresentativa chi siano i decisori da mandare ai diversi consessi decisionali. Ecco perché occorre di nuovo invertire la rotta anche dal punto di vista non marginale della formazione alla politica, un ruolo che i partiti devono tornare a far proprio se vogliono ravvivare la propria - fortemente erosa - soggettività politica.

Alla formazione continua devono altresì concorrere le imprese, non potendo fermarsi alla presunzione di ricevere un "pacchetto completo" confezionato dal sistema educativo formale, ma anzi rinunciando a quel circolo vizioso di un sistema privato italiano che finanzia solo in modo insufficiente ed inaccettabile la ricerca e lo sviluppo, rinunciando in partenza ad ampie quote di innovazione, sviluppo e soprattutto crescita futuri.

Recentemente un rapporto del Cedefop dell'Unione europea (Centro europeo per lo sviluppo della formazione professionale) ha messo in evidenza come i paesi mediterranei (e tra essi, ovviamente, l'Italia) siano i primi ad essere gravati dallo skills-mismatch ovverosia dalla discrepanza tra le competenze richieste dal mercato del lavoro e le qualifiche formative, in particolare al caso italiano si applicano le asimmetrie dell'ipo-qualificazione e dell'iper-qualificazione, essendo la prima condizione quella che grava sugli individui che non sono riusciti a raggiungere adeguate qualifiche formative e la seconda condizione quella che grava sulle persone che hanno più qualifiche rispetto a quelle richieste dal lavoro offerto. Vengono adeguatamente divulgati questi dati? Come vengono attuate strategie tese a rendere nell'immediato e con urgenza più compatibili l'offerta delle competenze con la domanda di lavoro? Le istituzioni si stanno adeguatamente impegnando nel cercare di invertire la tendenza con effetto immediato o, con effetto di più lungo periodo, cercare di prevedere quali saranno in futuro i settori economici in crescita e maggiormente capaci di intercettare le richieste del mercato del lavoro al fine di orientare i percorsi formativi (iscrizioni alle superiori ed immatricolazioni universitarie) della popolazione più giovane? Gli spunti di riflessione su questa questione non mancano, ci sono esperimenti lodevoli come quello del consorzio AlmaLaurea, da anni impegnato ad offrire "un ponte tra l'Università ed il mondo del lavoro e delle professioni", eppure gli sforzi istituzionali dovrebbero essere accresciuti nel senso di migliorare la concezione di un sistema formativo che manifesti le sue ricadute in termini di 1) crescita sostenibile e 2) qualità di un sistema liberaldemocratico in crisi di efficienza e di significato.

Il problema del finanziamento alla formazione, dopotutto, risiede proprio qui: se investo 10 posso ricevere indietro dal "cittadino" che ho formato 1, posso ricevere indietro solo 5 o posso ricevere indietro 100, ma i guadagni sono misurabili solo sul lungo periodo (si parla a tal proposito di "time lag"), ragion per cui si preferisce rinunciare a quote di sviluppo futuro per una effimera crescita contingente. Anche negli Stati Uniti, per esempio, alcuni studi commissionati dal Congresso Usa da Richard Apling e Nancy Lee Jones dimostrano che la formazione pubblica viene finanziata in maniera di gran lunga al di sotto del 50% di quanto previsto dalla disciplina giuridica fornita dalla No child left behind education act, la legge che regola la legislazione educativa (in particolare solo tra il 32 ed il 50% della spesa per la formazione finanziata dallo Stato sulla base degli obiettivi di legge nel caso della formazione delle persone con disabilità).

Nessuno può presumere ragionevolmente che la legislazione italiana possa in questa fase ottemperare a tutte le necessità di cui il sistema formativo nel suo complesso avrebbe bisogno, eppure invertire la tendenza non solo si può, ma si deve!

Morire di scuola

Huffingtonpost
02 12 2014

Gentile onorevole Malpezzi mi preme renderle noto che per i quota 96 è stata una giornata particolarmente triste, non per la bocciatura di un emendamento che prevedeva la nostra uscita dal mondo del lavoro ma per quella anticipata da questo mondo spietato ed ingiusto di un nostro collega di Prato che, a quasi 67 anni se ne è andato stroncato da un malore mentre faceva lezione in classe.

Tatjana ribadisce di non voler strumentalizzare la vicenda e io le credo. Ho conosciuto personalmente molti di questi quota 96, insegnanti con tanti anni di servizio sulle spalle che per un errore della riforma Fornero che non ha tenuto conto della specificità del comparto scuola nel quale si va in pensione solo il primo di settembre per garantire la continuità didattica, si trovano ancora tra i banchi a fare lezione.

Molti di loro insegnano alla scuola primaria, moltissimi a quella dell'infanzia. Insegnanti che da soli si definiscono nonni dei loro alunni e che in fondo chiedono solo che venga sanato l'errore di cui sono state vittime. L'Italia risulta essere il Paese in Europa con la percentuale più alta di insegnanti ultra cinquantenni e quella più bassa di insegnanti al di sotto dei 30 anni. Mandare questi docenti in pensione, al di là del tristissimo episodio di Prato, sarebbe doveroso, soprattutto per la credibilità di uno Stato che se riconosce l'errore deve anche provare a porre rimedio e nello stesso tempo utile perché ringiovanirebbe la classe docente.

Già alcune sentenze si sono pronunciate a favore dei Quota 96 e per chi crede nelle buone leggi risulta difficile accettare che il diritto venga esercitato solo attraverso sentenza. Con l'ultima legge di stabilità, votata in questi giorni alla Camera, grazie ad un emendamento del Partito democratico, sono state eliminate le penalizzazioni previste dalla Riforma Fornero sui pensionamenti con meno di 62 anni per chi entro il 2017 maturerà almeno 42 anni e un mese di contribuzione.

Un netto segnale, certo, accompagnato dal disegno su "La buona scuola" che con l'organico funzionale prevede che un insegnante non debba svolgere il suo lavoro necessariamente in classe ma possa essere a disposizione dei diversi progetti della scuola. Rimane peró un punto fondamentale: i quota 96 meritano almeno una risposta. Chiara. definitiva. La politica é chiamata a scegliere e le ragioni possono essere innumerevoli. Ma la responsabilitá della chiarezza nei confronti dei cittadini rimane sacrosanta. Rimango quindi anche io in attesa della risposta all'interrogazione (5/04059) della collega Manuela Ghizzoni che per prima, ancora nella scorsa legislatura, si era fatta carico del problema e che ne ha seguito tutte le fasi travagliate, anche quando altre forze politiche, silenti in precedenza, hanno incominciato a cavalcare la questione. Un'interrogazione che chiede solo chiarezza. Nulla di piú.

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