DINAMO PRESS

Dinamo Press
08 06 2015

5000 lire per un sorriso era il nome di un noto concorso di bellezza, nato da un'idea del celebre pubblicitario Dino Villani e di Cesare Zavattini per sponsorizzare una marca di dentifricio, che elesse dal 1939 al 1944 la “ragazza più bella d'Italia”, finchè poi nel 1946 venne ribattezzato direttamente Miss Italia. Concorso che ebbe il suo apice negli anni ’50, tra le macerie del secondo dopoguerra, collocandosi perfettamente nell’immaginario di un’epoca che vedeva in film come Poveri ma belli, Belle ma povere, (entrambi di Dino Risi), Bellissima (di Visconti), Luci del varietà (di Lattuada e Fellini), La fortuna di essere donna (di Blasetti), Le ragazze di Piazza di Spagna (di Emmer), opere che ne rispecchiavano i sogni, le ambizioni, anche se chiaramente in un contesto di critica sociale più o meno articolata.

Sicuramente un concorso di bellezza non è l’unico ambito oggi, come ieri, in cui ci viene richiesto di sorridere continuamente, di essere “carine” con tutti, simpatiche, spigliate. La nostra immagine, il nostro carattere, le nostre qualità, la nostra cortesia sono indispensabili per riuscire a stare nel mondo universitario prima e nel mercato del lavoro poi, per poter lavorare, anche se vanno ad iscriversi in tutte quelle “mansioni in più” non previste da nessuna parte e non retribuite nel nostro stipendio. Si chiama personal branding questa attitudine, questo continuo promuovere sé stessi nel tempo. Una vera e propria occupazione che ci cattura anche fuori dagli orari di lavoro stabiliti (dal contratto se ce l’hai…) e che chiama in causa anche la nostra capacità di networking, di relazionarsi , di sapersi presentare “al meglio” e di “capitalizzare” le proprie risorse continuamente.

Dobbiamo essere originali, finte stupide, seducenti, socievoli, con la parlantina e la battuta pronta, ma anche silenziose al momento giusto, operative, energiche, remissive, disponibili, ma in sintesi poi, docili e flessibili. Dei veri e propri curriculum vitae ambulanti, continuamente valutate, giudicate ed analizzate, dal post su facebook, al vestito troppo o poco scollato, al tatuaggio adatto se fai la commessa trendy per H&M o che va coperto se fai la hostess al centro commerciale la domenica con le famiglie. Senza contare l’essere sempre reperibile, dato per scontato anche dentro le mura domestiche… Perché “tutto fa curriculum” che è la nuova massima di vita che ognuno ha ben stampata nella mente, più di evergreen come “Carpe diem” o di “Cogito ergo sum”, o di altri aforismi da Baci Perugina. Quindi in un contesto simile, forse anche un titolo come Miss Sapienza se sei una studentessa nell’università in questione può andar bene.

Ci riferiamo a questa kermesse di bellezza, il film dei nostri tempi, andato in onda circa un mese fa in una nota discoteca romana. Lo scenario: nessun patron naturalizzato in Liguria, ma un consesso giudicante comunque dei più appetibili. Rettore, professori, eminenti giurati, altro che esame per il dottorato! Una svolta proprio! Senza contare i premi in questione, buoni da spendersi in una clinica estetica, perché si sa a 20 anni le rughe sono una piaga sociale.
Una gioventù nata e cresciuta negli anni del berlusconismo imperante e che ora si ritrova a vivere nell’epoca del suo epigono toscano (ma più antipatico) Renzi col suo stile che, si sa, fa proseliti dove trova terreno fertile.

Pensiamo al prototipo della donna renziana, la ladylike, la donna che va tutte le settimane dall’estetista e che se viene candidata pone la questione nella campagna elettorale (v. Alessandra Moretti, che dopo le ultime elezioni è meglio se davvero lo prende in gestione un centro estetico), perché: "Dobbiamo e vogliamo essere belle, brave, intelligenti ed eleganti", poiché la bellezza "non è incompatibile con l'intelligenza". Frase che sintetizza da sé lo spessore concettuale di tale modello culturale di donna direttamente dal vangelo secondo Renzi. Non la velina muta, troppo scosciata ed esigente e poco utile a conti fatti, ma la femmina che in quanto quota rosa viene posizionata e guidata dal sapiente capo, mentre impara a stare zitta e a parlare per slogan senza autonomia fasciata magari in un tubino simply chic, involucro troppo spesso sprecato purtroppo e che nell’insieme contribuisce a formare il prototipo della saraca renziana (pesce conservato sotto sale messo in salamoia e a volte affumicato).

E non solo nella società, nella politica, nel mondo del lavoro, ma anche e nell’università del merito, a quanto pare il ranking arriva dappertutto, perfino alle misure del giro vita.
Il merito come dispositivo teorico-pratico che oltre a costruire una particolare narrativa efficientista sulle forme di studio, di vita e di lavoro, è diventato la cassa di risonanza per ogni “riforma” e definanziamento per colpire il mondo della formazione da decenni. E la Buona Scuola renziana rappresenta uno degli ultimi tasselli.
L’università di Roma La Sapienza non si è mai sottratta all’applicazione letterale e pratica di ogni riforma che negli anni si è data il cambio per smantellare pezzo per pezzo il sistema universitario. Ed anche il rettore Gaudio non è da meno. Accanto alla promozione del modello competitivo aziendale, che nega alcuni presupposti necessari per riformare l’istituzione accademica, quali ad esempio il lavoro collettivo e l’uscita dall’autoreferenzialità dei saperi trasmessi, vengono di fatto proposti meccanismi che incoraggiano superficialità, ritualismo, opportunismo culturale sempre in un quadro economicamente complesso di premi e di punizioni, di selezione e di sanzioni.

E La Sapienza è anche preda continua di un land grabbing speculativo da parte di enti, imprese che occupano con stand, gazebo, iniziative di dubbio gusto, convegni militaristici, feste kitsch, il suolo, le mura e gli edifici di quella che dovrebbe essere una istituzione culturale. In cui, poi, di conseguenza, vengono posti vincoli continui ad iniziative davvero includenti di riappropriazione culturale autorganizzate dal basso dagli studenti che quella università la vivono davvero ogni giorno.
Quindi una fascia da Miss, un buono e qualche raccomandazione dal giurato con le mani in pasta di turno potrebbe essere qualcosa di più sostanzioso per accompagnare un pezzo di carta triennale e un tirocinio gratuito all’università. Come sostenere il contrario? In fondo “Che volete ragazzi miei? “Poco è meglio di niente, no?” – sintetizzava con estremo “candore” la pupilla renziana e altra ladylike Maria Elena Boschi.

Peccato che noi giovani, studenti, precari non ci accontentiamo del “poco”, ovvero del nulla, elemosinato attraverso programmi fallimentari come La Garanzia Giovani, stages e tirocini gratuiti, perché chissà-forse-non sia mai-che alla fine ti assumono e poi-forse- ti pagano (con buona pace del cinico cantante Jovanotti) oppure di buoni di centri estetici dal concorso di bellezza di turno…
Peccato che i nostri corpi imperfetti, insubordinati, ostinati, ribelli non hanno bisogno di essere esaminati, stilizzati e classificati da nessun dispositivo meritocratico e livellatore.
Il corpo non si presenta come oggetto docile, ma come soggetto opaco, che resiste a qualunque schematizzazione perché i corpi messi a profitto secondo l’imperativo produttivista contemporaneo, appigli sicuri in cui individuare meccanismi possibili di sfruttamento, sono al tempo stesso centri indipendenti dell’espressione di potenza produttiva.

Eppure, riprendendo David Harvey: “Qual è l’effetto della circolazione del capitale variabile (l’estrazione della forza-lavoro e del plus valore) sui corpi (le persone e le soggettività) di coloro che ne vengono attraversati?”.
La differenziazione tra i corpi, che non è mai neutrale, passa allora nella distinzione tra visibilità e invisibilità. In alcuni casi questi corpi, quelli delle puttane, dei migranti, ma anche dei precari,degli studenti, dei lavoratori, degli ultimi, diventano carne da schernire,sfruttare, reprimere, ghettizzare, marginalizzare, nascondere, scacciare.
A meno che quei corpi invisibili non decidano di emergere e ribellarsi, assumendo così una visibilità rischiosa per il potere.

di Ambra Lancia

 

Alzati che sta arrivando lo sport popolare

Dinamo Press
03 06 2015

Occupata dai movimenti l'area incompiuta delle piscine dei mondiali di nuoto. Una domenica all'insegna dello sport popolare e del diritto alla città

Roma Domenica 31 maggio. Sono ripresi i lavori nella piscina di San Paolo. Quella dei “mondiali” , quella che ha visto la propria copertura cedere quando ancora non era stata terminata di costruire, quella che quando si è andato a misurare la lunghezza della vasca ci si è accorti che mancavano 5 centimetri a raggiungere i 50 metri canonici, quella, soprattutto, della “cricca” la metastasi affaristica clientelare innestata sul corpaccione rappresentato dal Provveditorato delle Opere Pubbliche del Lazio. Ora la medesima “struttura di missione” che fa capo alla Presidenza del Consiglio, che tanto spreco aveva permesso e tollerato, non dicendo una parola sui costi che, lievitando del 60% , hanno raggiunto i 16 milioni di euro per produrre una non piscina, ha dato un nuovo appalto per, almeno, sistemare la copertura collassata.

La nuova impresa ha redatto una radiografia precisa. Quel tetto non poteva stare in piedi perché era stato male progettato e ancor peggio realizzato. Ora ci sta mettendo le mani. Per la vasca non c’è nulla da fare. Un errore di posa del fondo ha prodotto un handicap nelle misure complessive che rende ormai impossibile il suo utilizzo agonistico. Tutto questo sta avvenendo senza nessuna informazione verso chi la città abita, ne nessuno si è mai chiesto quanto costerà gestire questo mostro anche se è facile prevedere che lieviteranno anche questi costi e poi sarà assegnato al privato di turno che ne farà un centro sportivo aperto ai …portafogli del’utenza,non certo al quartiere.

Così ieri chi a Roma fa sport popolare nei centri sociali, nei luoghi di aggregazione sociale, chi la città abita guardando a chi lo fa senza pensare al proprio tornaconto personale, chi combatte chi sparge odio e discriminazioni, chi giorno dopo giorno si batte contro chi, volendo trasformare tutto in merce, costruisce , come è avvenuto nella piscina di san Paolo, queste vere e proprie armi edilizie di distruzione dell’abitare di massa, ha risposto con partecipazione ed entusiasmo alla proposta della Rete Diritto alla città Zona Sud.

Una lunga passeggiata che, snodatasi nel quartiere, ha toccato uno ad uno i luoghi sportivi dove a farla da padrone sono le pratiche a pagamento, per poi approdare sulle rive di quest’impianto per dire che chi la città abita vuole decidere che farne. Al sindaco Marino che minaccia sgomberi a go-go contro gli spazi sociali liberati proprio con le occupazioni è stata dedicata questa giornata di lotta . Nell’impianto così per molte ore le realtà sportive che aderiscono alla rete Diritto alla città Roma Sud hanno dato vita ad incontri e dimostrazioni delle pratiche sportive che svolgono nei propri spazi, raccogliendo una continua affluenza dei cittadini del quartiere, che su come utilizzare questo spazio hanno dimostrato di avere le idee chiare. Sottrarlo al profitto selvaggio riconoscendosi nello striscione issato sul tetto della piscina “Alla FIFA e alle sue marchette preferiamo lo sport popolare senza mazzette”.

Per oggi è Taz (Temporary Autonomous Zone). Domani (e nei giorni seguenti) è un altro giorno.

A Varsavia, sulle tracce dell'Europa

Dinamo Press
03 06 2015

WE, the PRECARIAT: un campagna sociale per denunciare le trasformazioni del lavoro che in Polonia stanno facendo del precariato una condizione sociale sempre più diffusa della forza lavoro metropolitana, tanto nei settori dei servizi quanto nei settori classici dell’industria.

MY PREKARIAT: la prima manifestazione sul precariato, poco più di una settimana fa, nella Varsavia porta dell’est Europa, promossa da un’interessante quanto originale coalizione tra il sindacato indipendente Workers Initiative e Krytyka Polityczna, un’organizzazione politica che gestisce una casa editrice e che, negli ultimi anni, sta lavorando con particolare attenzione al tema dei beni comuni a livello urbano e metropolitano.

Dalla piazza antistante il ministero del lavoro, dopo gli interventi di apertura di attivisti e lavoratori, tra cui il laboratorio dello sciopero sociale di Roma e i lavoratori tedeschi in mobilitazione di Amazon, il corteo si è mosso per le vie del centro città, per concludersi di fronte al palazzo presidenziale. Nel mezzo della manifestazione altri interventi hanno animato questa iniziativa, tra cui gli studenti che, proprio qualche settimana fa, con i professori dell’Università di Varsavia hanno dato vita alla più grande protesta studentesca dalla fine degli anni Ottanta.

Parlando con molti dei partecipanti è emerso come in Polonia, in particolare nell’ultimo anno, ci sia una conflittualità sempre più crescente e diffusa, accompagnata alla crescita di collettivi e di un nuovo protagonismo di “sinistra”, certo non facile nel Paese dove le ultime elezioni sono state vinte dall’ ultranazionalista Andrzej Duda, conservatore e euroscettico. Un dato elettorale, quest’ultimo, che allontana la Polonia un po’ più dall’Europa, e che rende questa manifestazione un evento ancora più prezioso.

Di questa giornata sono stati molti i toni capaci di richiamare un percorso che, nei prossimi mesi, potrebbe virtuosamente intrecciare quanto si sta facendo a livello transnazionale sulle pratiche dello sciopero. Un inizio, anche se molto fragile, che deve trovare la forza per continuare e per crescere; un’occasione per ripensare la stessa categoria di precariato nei territori della traduzione tra esperienze politiche e sociali differenti.

Un inizio, speriamo, utile per pensare una scala delle lotte, anzitutto a partire dalla mobilità interna della forza lavoro, accentuatasi in Europa durante la crisi. Come spazializzare le lotte sociali a partire dalle migrazioni interne tra Sud e Nord, tra Est e West, di quella forza lavoro che l’Europa la sta materialmente costruendo? Seguire le tracce dal Sud e dall’ Est Europa di quei lavoratori giovani, qualificati e precari, e fare di questa mobilità interna la bussola della dimensione transnazionale delle lotte sul lavoro, i saperi e il welfare, è forse il metodo per costruire l’Europa politica di oggi.

Regionali 2015: the day after

DinamoPress
03 06 2015

Inizia il dopo-elezioni e tutti si stanno riposizionando, mentre Renzi comincia a fare i conti con la realtà e si accorge che media e collaboratori, dopo averlo illuso, adesso prendono le distanze.

Riflettiamo un po’ sulle cifre.

1) Un italiano su due non ha votato alle Regionali. In un solo anno la partecipazione è caduta di dieci punti (un po’ meno per le contemporanee elezioni comunali). Di seguito vediamo come se ne sono distribuiti gli effetti sui voti espressi.

2) Il Pd ha dimezzato i voti in assoluto rispetto alle Europee dell’anno scorso e in percentuale è passato dal conclamato 41% al 23%. Rispetto alle ultime Politiche (2013) ha perso un milione di voti (un terzo).

3) la Lega ha raddoppiato i voti rispetto alle Politiche e li ha aumentati del 50% rispetto alle Europee, raggiungendo una percentuale fra il 15 e il 18% (se si toglie la Campania dove non era presente) e superando nettamente FI. Aumenti assai vistosi in Toscana e Umbria, minori paradossalmente nel Veneto (pur calcolando la lista Zaia).

4) Il M5s, che pure ha consolidato la sua presenza sul territorio, dove finora era piuttosto debole, tuttavia perde due milioni di voti rispetto alle Politiche (quasi due terzi) e un milione (40%) rispetto alle Europee.

5) Forza Italia perde due milioni di voti (67%) rispetto alle Politiche 840.000 (47%) rispetto alle Europee. Il tutto (come per il Pd) al netto delle liste collegate, più o meno clientelari o camorristiche.

Che panorama ne esce, al di là delle prime valutazioni che abbiamo pubblicato a caldo? Renzi ne esce indebolito: gli esperimenti di Partito della Nazione in Liguria e Veneto sono clamorosamente falliti (e già qualcuno della maggioranza renziana fa marcia indietro), i migliori risultati (Toscana e Puglia) sono intestati a figure indipendenti (Rossi) o addirittura concorrenziali (Emiliano) e la conquista della Campania con l’impresentabile De Luca costituisce più un problema giuridico e un segnale di mancato controllo del personale politico che un successo.

Quello che è saltato, però, è il quadro in cui si inseriva la “vocazione maggioritaria” del Partito della Nazione o Partito di Renzi. È saltato (come in Spagna e in Inghilterra, tanto per fare esempi di elezioni recenti) il bipolarismo, dogma ufficiale degli ultimi venti anni, sostituito da uno schieramento a tre o quattro poli. Si è aperto un contrasto pauroso fra realtà politica del Paese e forzatura dell’Italicum in direzione del ballottaggio, tanto da spuntare per Renzi l’arma delle elezioni anticipate (che neppure Berlusconi ha ora più interesse a richiedere). Ci sono ormai quattro schieramenti per svariate ragioni (oltre il premio di lista e non di coalizione) non apparentabili: Pd (lacerato), M5s, Fi (lacerata) e Lega: l’unica in ascesa, ma con difficoltà a prendere la leadership dell’intera destra, per eccesso di populismo anti-europeo e compromissione con i fasci dichiarati. Metà degli italiani non vota e i votanti esprimono in larga misura un voto anti-sistema.

Possiamo rallegrarci dell’astensionismo e della trasformazione di uno schema binario o dell’egemonismo renziano in quadripolarismo? Certo che no, la palude politica esprime una difficoltà di resistenza sociale alle politiche neo-liberali, non solo il fallimento della loro gestione governamentale. La crisi sempre più accentuata della rappresentanza si manifesta nelle forme più facili e passive e non ne esce nessuna polarizzazione a sinistra nella frammentazione del sistema. Non c’è (tranne in Liguria, dove i dissidenti di Pastorino hanno fatto cadere la Paita conseguendo peraltro uno score non eccelso) neppure un’ombra di Podemos, peggio abbiamo nel M5s un surrogato di Podemos+Ciudadanos, con qualche tocco parodistico, una differenza genealogica (la non-provenienza da movimenti di lotta reali) e un’indisponibilità alla negoziazione e alle alleanze che attira consensi ma nel contempo lo esclude dal gioco post-elettorale.

Infatti, il risultato della caduta del bipolarismo è che si apre uno spazio di negoziazione, cui Renzi è ora costretto (molto controvoglia) sia verso FI sia verso gli oppositori e concorrenti interni (da Bersani a Emiliano, tanto per intenderci), determinanti per i voti popolari e al Senato. Trafficheranno in parallelo Berlusconi e Salvini, di qui al 2018., mentre Grillo cercherà di tenere fuori il M5s da ogni trattativa. Del resto né l’opposizione interna Pd né Grillo rappresentano qualcosa dei movimenti. Che dunque hanno poco, al momento, da rallegrarsi, se non sul piano di un legittimo sfogo emotivo e nella prospettiva di uno spazio potenziale aperto per la tuttora misteriosa Coalizione sociale di Landini. Syriza e Podemos restano lontani, ma il problema di un riposizionamento dei movimenti in Italia si fa più urgente – perfino al livello attuale delle lotte sindacali e di massa. La ricomposizione trasversale di quelle in corso (i due fronti della scuola e dei pensionati sono tuttora attivi e il fallimento delle politiche occupazionali ne apre di nuovi) e la contestazione dell’insidiosa ascesa fascio-leghista sono certo i motivi più pressanti, ma lo è altrettanto il mutare la forma dei movimenti dando loro un’espressione politica, che prenda atto definitivamente della fine del sistema dei partiti, di cui i partitini erano una sottospecie. La deriva camorristica o il fallimento del Partito della Nazione (e, a mio sommesso parere, un incipiente indebolimento della personalizzazione retorica della leadership) sono il sigillo di quella crisi. Se ne è accorta perfino la stampa di regime.

Dunque, il problema più ravvicinato e forse la logica di più lungo periodo è quello di una coalizione e non di un partito, però di una coalizione politica e non meramente sociale, o meglio di una formazione che si lasci alle spalle le differenze tradizionali di “politico” e “sociale” e le relative pretese di “autonomia” o subordinazione. Tutto quanto apparteneva, insomma, al mondo della “rappresentanza” e del “lavoro”. E abbiamo anche il problema di come dirlo, perché trovare parole adatte e comprensibili per un discorso teorico ancora fumoso è un primo passo indispensabile per pensare meglio e agire di conseguenza.

Vinti e vincitori

DinamoPress
03 06 2015

"Ancora una volta, come accade ormai da anni, la crisi della rappresentanza non apre immediatamente spazi di libertà o partecipazione: al contrario produce anomalie, fenomeni insoliti, contraccolpi. Produce condizioni che imporrebbero ragionamenti e pratiche al di fuori di schemi consolidati".

Primo dato oggettivo all'indomani delle elezioni in sette regioni: Matteo Renzi da oggi è più debole. Quel “quasi 41 per cento“ delle europee, numero magico da sventolare in faccia ai “gufi”, si sgonfia sotto i colpi dell'astensione, è sgretolato dall'affermazione di liste locali e clientele territoriali, incrinato dalla fine della luna di miele tra il premier e il paese. Il candidati del Pd che vincono sono quelli, poco renziani, del Sud. Il Pd vince ma non stravince negli storici insediamenti di Umbria, Marche e Toscana. I veri esperimenti del Partito della Nazione, Raffaella Paita in Liguria e Alessandra Moretti in Veneto, falliscono clamorosamente. Renzi vince, non i suoi candidati. In Campania vince l'istrionico De Luca con il suo carrozzone. La dirigenza nazionale del Pd è costretta ad applaudire, ma come è noto avrebbe preferito un altro candidato e un altro presidente.

La formazione fascioleghista di Matteo Salvini è ormai il primo partito della destra, con l'eccezione della vittoria del mezzobusto Toti che consegna qualche barlume di visibilità al berlusconismo, garantendo il tramonto sulle coste occidentali al miliardario di Arcore. Si afferma al centro con un risultato clamoroso in Toscana e Umbria, ma non ce la fa al Sud dove evidentemente non basta il nome di Salvini sul simbolo per acchiappare voti (almeno per ora). È una destra frantumata e divisa, quella che è riuscita ad arginare lo strapotere più virtuale che reale di Renzi. È una destra che a Renzi piace perché probabilmente non andrà al governo nel breve-medio periodo: l'opposizione perfetta di Sua Maestà.

Il Movimento 5 Stelle è davvero l'anomalia difficile da continuare ad ignorare, talvolta con sufficienza altre con imbarazzo, nello scenario politico. Per la prima volta raccoglie vasti consensi, al netto dell'astensione, su elezioni locali in larga scala. È una vittoria, quella dei pentastellati, che arriva dopo la prima campagna elettorale non egemonizzata dai comizi-spettacolo di Beppe Grillo, passo indietro ambivalente perché esclude del tutto gli eventi collettivi (seppure verticali) dal raggio di azione del grillismo. È una vittoria che non serve a impedire che il Pd governi, ma che consente di occupare spazi mediatici. Una vittoria, ancora, che giunge nonostante candidati alla presidenza tutt'altro che autorevoli: un'ex elettrice berlusconiana in Puglia (dove il M5S è primo partito), una funzionaria di Equitalia in Campania, un comunicatore già pannelliano nelle Marche. L'elettorato premia i 5 Stelle perché riconosce loro la narrazione semplice della coerenza, l'alterità assoluta alla Casta. La tattica centrifuga di Podemos, che sulla scala locale vince alleandosi con movimenti e mettendo da parte il brand, viene sostituita da quella centripeta del Movimento 5 Stelle. È la vittoria di Di Maio e Di Battista, uomini-immagine delle due facce sapientemente dosate del partito franchising grillino. Uno leccato ed ambizioso, l'altro agitato e barricadero. È la vittoria di un partito che da mesi batte sul tema del reddito di cittadinanza e che non è stato intaccata dagli abbozzi di coalizione alla sinistra del Partito democratico. Con l'eccezione della Liguria, dove il Pd è stato tanto arrogante da spingere persino Cofferati e Civati alla rottura, la sinistra parlamentare è ininfluente: non c'è spazio per una sinistra balbettante, a maggior ragione in assenza di conflitti e movimenti potenti.

Renzi esce malconcio dalle urne. Forse recepirà il segnale di stanca che arriva dal blocco sociale tradizionale del centrosinistra. I voti di lavoratori, insegnanti e pensionati allontanati da riforme e tagli non sono stati rimpiazzati dai voti in libera uscita dal berlusconismo e dal grillismo. Il presidente del consiglio ha ancora dalla sua qualche anno di governo e condizioni di vantaggio non indifferente. Le opposizioni, nelle loro differenze e con le loro articolazioni locali, paiono cucite su misura per i bisogni del Premier: assorbono rancori, frustrazioni e fobie generate dalla crisi e dall'aumento delle diseguaglianze per renderli innocui. Spostano la rabbia sul terreno reazionario e xenofobo oppure puramente rappresentativo e a volte autistico che abbiamo definito in tempi non sospetti “guerra civile simulata”, nei suoi aspetti potenzialmente innovativi incapace (quando non esplicitamente indisponibile e dunque parte della fatwa che i palazzi hanno lanciato contro le lotte sociali) a farsi contagiare da sommovimenti sociali e istanze partecipative.

Ancora una volta, come accade ormai da anni, la crisi della rappresentanza non apre immediatamente spazi di libertà o partecipazione: al contrario produce anomalie, fenomeni insoliti, contraccolpi. Scava voragini che vengono occupate dai più disinvolti. Produce condizioni che imporrebbero ragionamenti e pratiche al di fuori di schemi consolidati.

 

Dinamo Press
01 06 2015

I fatti di Battistini ci mettono di fronte ai nostri stereotipi sui rom: nomadi, ladri, accattoni. Ma la realtà ci parla della segregazione dei poveri e delle nuove forme di apartheid nelle nostre metropoli

Certo che due cose si potrebbero verificare prima di spararle a caso sui giornali e ai comizi. A partire dalla risoluzione del problema a passo di ruspe, che per il territorio romano rappresentano tutto fuorché una novità. Qui da noi gli sgomberi forzati venivano praticati già ai tempi in cui Salvini non era che un giovane e irrequieto segretario provinciale della Lega Nord, condannato, ironia della sorte, per lancio di uova nei confronti dell’ex premier Massimo D’Alema. Tra l'ottobre del 1999 a la primavera successiva l'allora sindaco Rutelli diede il via a centinaia di sgomberi generalizzati, e senza soluzioni alloggiative alternative. Viene ricordato dalle cronache come “il giubuleo nero degli zingari”.

Il suo successore, Walter Veltroni, volle fare di meglio. Il 30 ottobre 2007 un giovane rumeno, residente nella piccola baraccopoli di Tor di Quinto, aggredì e uccise Giovanna Reggiani. Due giorni dopo il Consiglio dei Ministri approvò un Decreto Legge contenente “disposizioni urgenti in materia di allontanamento dal territorio nazionale per esigenze di pubblica sicurezza”, una misura che impattava anche con la normativa europea sulla libertà di circolazione dei cittadini neocomunitari. Quel decreto, un anno e mezzo prima del Piano Nomadi, dava al Prefetto il potere di espellere direttamente un cittadino straniero per “motivi imperativi di pubblica sicurezza”. Il giorno successivo il campo abusivo di Tor di Quinto venne raso al suolo dalle ruspe del Comune di Roma, inaugurando una serie di provvedimenti simili, soprattutto sulle sponde del fiume Tevere. Le ragioni propagandistiche dell'ordine pubblico e della sicurezza portarono l'allora sindaco Veltroni a sottolineare pubblicamente come risultato positivo la cifra di circa 5000 Rom sgomberati o “trasferiti” durante il suo primo mandato. Andando oltre la parentesi Alemanno, la tradizione “sinistra” di Rutelli e Veltroni non poteva di certo arrestarsi con Marino: nel 2014 sono stati 34 gli sgomberi forzati, i quali hanno coinvolto oltre 1000 persone. E nel 2015 gli sgomberi di baraccopoli stanno procedendo con una media di due al mese, l'ultimo dei quali ha interessato l'insediamento di Ponte Mammolo, sulla Tiburtina, dove da 10 anni risiedevano eritrei, sudamericani, indiani, ucraini, la maggior parte dei quali ancora oggi senza una nuova sistemazione.

Ma a guardare le molteplici nazionalità di Ponte Mammolo si pone un primo dubbio. Eritrei? Sudamericani? Ma nelle baracche non ci sono solo gli zingari? No. Le baracche e “i campi” non sono una forma “culturale”, ma la forma abitativa della povertà più estrema. Che siano ormai considerate dal senso comune, mediatico e politico, come “campi nomadi” è frutto del pregiudizio e della propaganda. Paradossale e grottesco poi che oggi si scarichino sui rom tutte le problematiche di un modello che non hanno scelto, ma subito. Se in Italia i campi sono abitati soprattutto da rom è per via delle scelte politiche nefaste che, negli anni '70 e '80, tendevano a rinchiudere i primi immigrati dall'est nello stereotipo storico dello zingaro nomade, assegnando loro baracche e roulotte in spazi e terreni, sempre più grandi, che venivano “autorizzati” dalle autorità per garantire una presunta valenza culturale senza alcun riscontro nella realtà.

Lo si vede chiaramente nelle Leggi Regionali che furono emanate negli anni '80 per garantire la “Tutela dell'etnia e la cultura dei nomadi” e che legiferarono sulla strutturazione, il finanziamento e la regolamentazione di quelli che allora venivano chiamati Campi Sosta. Con gli anni '90 e l'immigrazione generalizzata dall'est Europa che si disgregava, i campi si ingrandirono e le autorità locali risposero, oltre che con gli sgomberi generalizzati dei nuovi insediamenti spontanei, con la costruzione di mega-campi, chiamati “villaggi attrezzati” (o con una tragica retorica “villaggi della solidarietà”) nelle periferie estreme delle città. Decine e decine di ettari recintati, sorvegliati, con fogne mal funzionanti e container prodotti per i cantieri edili ed invece assegnati come case a famiglie anche di 6 o 7 persone. Oggi si calcola che circa 40000 persone vivono tra i villaggi attrezzati e gli insediamenti abusivi. Generazioni, in molti campi siamo alla quarta, cresciute in una vera e propria condizione di apartheid.

Apartheid che ha prodotto due danni enormi a tutta la popolazione romanì italiana. Il primo, evidentemente, è il livello di emarginazione sociale senza uguali nel nostro paese di chi vive dentro i campi. Il secondo è l'affermazione nel senso comune, ma anche nell'informazione di massa e, come abbiamo visto, nella legislazione a diversi livelli, dell'assioma rom-nomadismo-campo applicata a tutta la popolazione romanì.

Questo assioma privo di fondamento va smontato. La decostruzione dello stereotipo è necessaria sui media, nelle amministrazioni pubbliche, ma anche nell'associazionismo “pro-rom” che spesso ricade nello stesso meccanismo e costruisce, accanto allo stereotipo del rom sporco e ladro, quello del rom “figlio del vento”, che ama la libertà e il viaggio. Non è così. Dei 12.000.000 di rom residenti in Europa, solo il 5% ha ancora uno stile di vita non stanziale. Quello che è invece percepito, e propagandato, come nomadismo è frutto dei movimenti stagionali (che è tutt'altra cosa) e delle politiche di sgomberi ed esclusione. Dicono le stime di studiosi e associazioni che in Italia vivono circa 150.000-180.000 rom e romnì. Un numero estremamente esiguo – soprattutto se paragonato ai 650-800.000 in Spagna o ai 280.000 in Francia – che rappresenta secondo le stime più generose lo 0.25% della popolazione residente in Italia. Più o meno quanti i tifosi del Genoa secondo i dati della Lega calcio, quanto i partecipanti ad un concerto degli U2 o del Papa Day a San Pietro. Eppure, ci dice l’Ispo , che la pubblica opinione italiana è convinta si tratti di milioni. Uno degli effetti della scellerata campagna su un’Emergenza che non esiste. Le stesse stime affermano anche che sono circa 40.000 a vivere in condizioni di disagio socio-abitativo, nei campi e nelle baraccopoli. Ed è nella comparazione tra questa minoranza dannata e il resto della comunità che si può facilmente smontare la retorica razzista.

Si perché mentre la grande maggioranza dei rom studia, lavora regolarmente e non presenta alcun legame con presunti aumenti di specificità criminali come ha avuto modo di affermare il Consiglio di Stato smentendo il Governo italiano , la minoranza relegata nei campi vive in condizioni inumane, in cui non sono garantiti i minimi diritti umani. I dati forniti da istituzioni e Ong sono impietosi: il 90% dei residenti nei campi vive al di sotto della soglia di povertà, il 20% vive senza alcuna copertura sanitaria, l’aspettativa di vita risulta essere 10 anni al di sotto della media nazionale (ai livelli di Nicaragua, Vietnam e Bielorussia). In termini di diritti sociali la situazione è anche peggiore. Riguardo la formazione l’accesso all’istruzione superiore riguarda appena l’1%, soglia che si abbassa allo zero per quanto riguarda l’università. Più o meno la stessa possibilità di uno studente italiano non rom di diventare astronauta. Nelle scuole non è inusuale trovare classi paria dove i bambini rom vengono relegati, spesso in risposta al razzismo delle famiglie degli altri alunni, senza garantire loro una regolare istruzione.

In merito all’emergenza abitativa è stata necessaria una sentenza del Tar del Lazio per fare in modo che la popolazione dei campi venisse considerata nelle liste d’assegnazione per l’edilizia popolare, dopo l’esclusione discriminatoria decisa dall’ex sindaco Alemanno. E’ evidente quindi come non sia nella cultura o nell’etnia la causa dell’emergenza, quanto nella povertà estrema, nell’esclusione sociale, nell’assedio mediatico che viene lanciato contro gli ultimi. Un modello non così insolito quello della guerra ai paria, che offre un modello di governance volto a spostare la detestabilità della povertà, di cui sarebbero responsabili la collettività e soprattutto le istituzioni, sul povero. Per questo si alimenta l’odio verso la comunità romanì: per scaricare le responsabilità sociali della città neoliberista e delle inumanità che produce sugli stessi soggetti che la subiscono. La New York di Giuliani, Rio de Janeiro, Città del Messico sono esempi solo geograficamente molto lontani. Ma anche muovendosi nel tempo piuttosto che nello spazio forti analogie possono essere trovate nelle baraccopoli di tante città italiane del secondo ‘900.

La soluzione non può quindi che essere ricercata in un altro modello di città. Una città solidale, accogliente, a disposizione di tutti i suoi abitanti e che ha priorità diverse da quelle del profitto e della rendita privata. Una città in cui le oltre 50mila case invendute non restano vuote dinanzi ad un’emergenza abitativa crescente e che non riguarda di certo solo la comunità rom o migrante. Una città che non si chiede se i rom abbiano anche loro diritto all’esigua edilizia pubblica, ma se per caso non vada messa a disposizione l’edilizia privata per tutti. Oggi la giunta Marino aggiunge una nuova grottesca proposta, da affiancare alla demolizione dei campi. Vogliono casa? Se la costruiscano da soli! Non ci può essere cartina al tornasole migliore di questa per comprendere l’atteggiamento delle istituzioni davanti alla povertà estrema rappresentata dal modello baraccopoli: abbandono, disinteresse, nessuna volontà di impiego di risorse se non quelle destinate a foraggiare il business dell’accoglienza ormai tristemente noto all’opinione pubblica attraverso l’inchiesta di Mafia Capitale.

Il modello della metropoli neoliberale non ha tempo, spazio e risorse per occuparsi degli ultimi. O riescono da soli a trovare una via di fuga o l’alternativa è la gogna pubblica, la persecuzione, l’espulsione. Perché le stirpi condannate alla solitudine ancora oggi non devono avere una seconda possibilità sulla terra.

San Lorenzo paura non ne ha

Dinamo Press
28 05 2015

Il presidente Gerace fa leva sul razzismo per favorire i suoi progetti sul quartiere. Le associazioni, impegnate da anni nell'accoglienza e nell'integrazione, rispondono: a San Lorenzo nessuno è straniero!

A partire da sabato 23 maggio si sono rincorse diverse notizie, quasi tutte contraddittorie e inattendibili, circa il trasferimento di una sessantina di migranti nel quartiere di San Lorenzo.

Abbiamo faticato a prendere parola immediatamente perché abbiamo dovuto cercare la verità, controllare ogni notizia. Ci sarebbe molto da dire sul ruolo che in questa vicenda hanno giocato alcuni soggetti dell’informazione, e in particolare il quotidiano il Messaggero, costruendo una campagna mirata a creare allarmismo, a scatenare paura e rabbia, anche attraverso notizie false e semplificazioni pericolose e strumentali. A quanto abbiamo potuto appurare, la realtà è decisamente diversa da come è stata raccontata. Diversa e complessa.

Iniziamo quindi a fare chiarezza. A San Lorenzo sarebbero dovute arrivare famiglie di sbaraccati in emergenza abitativa (circa 60 persone in tutto). Si tratta principalmente di rifugiati politici eritrei e di lavoratori provenienti dall’Ucraina. Queste persone hanno vissuto per anni in abitazioni di fortuna nei pressi di Ponte Mammolo, in una piccola borgata come tante ce n’erano ai tempi di Mamma Roma. Malgrado le difficili condizioni, avevano costruito delle abitazioni precarie ma evidentemente preferite ai centri di accoglienza che il Comune di Roma appalta a mafiosi e speculatori, e si erano integrate nel quartiere, diventato a tutti gli effetti la loro casa.

Per prima cosa, vogliamo denunciare l’operato del Comune di Roma che non ha organizzato alcun tipo di intervento sociale preventivo, mandando avanti le ruspe. Per questo motivo, decine di persone sono state costrette a dormire in strada per settimane, a volte con bambini molto piccoli, sotto la pioggia, senza alcun tipo di aiuto da parte delle istituzioni. Solo i cittadini e le cittadine di Ponte Mammolo, i centri sociali, le associazioni di volontariato e le organizzazioni cattoliche si sono attivati per fronteggiare quest’emergenza umanitaria prodotta dalle istituzioni stesse. A causa di un simile operato e della perenne gestione emergenziale dei fenomeni migratori e di quelli legati alla povertà, la ricollocazione di poche decine di persone ha assunto le dimensioni di un problema.

In secondo luogo, ci preme denunciare l’operazione mistificatoria portata avanti dal presidente del secondo municipio Gerace, il quale non ha mai avuto grande interesse per l’opinione e l’operato delle associazioni e delle esperienze di partecipazione attive sul territorio che governa, ma che proprio stavolta ha utilizzato come scudo per venir meno ai propri doveri. Nessuna associazione, a quanto ci risulta, è stata preventivamente consultata dal presidente Gerace sulla questione accoglienza. La responsabilità di aver chiuso le porte del municipio è soltanto sua.

É oltretutto molto grave che una figura istituzionale si permetta di fare equazioni tra immigrati, movida e spaccio, dimostrando di voler far leva sui pregiudizi, invece di fare chiarezza sulla realtà di Ponte Mammolo e su chi ci viveva. Il problema di Gerace, in realtà, è un altro: rispondere all’emergenza abitativa di queste persone rischia di essere in contraddizione con i progetti speculativi sul quartiere e con il progetto urbano San Lorenzo, che di sociale non ha traccia. Del resto, abbiamo segnalato più volte l’esistenza di spazi vuoti nel nostro quartiere, così come di gente e progetti senza casa.

Crediamo che l’accoglienza di migranti e rifugiati, così come le politiche sociali che riguardano i poveri di qualsiasi nazionalità, vadano pianificate in modo strutturato, evitando di trasformare le problematiche sociali in questioni di ordine pubblico e di fomentare, attraverso l’incapacità di amministrare di alcuni e la malafede razzista di altri, una guerra tra poveri. Crediamo che queste tematiche debbano essere sempre e comunque prioritarie rispetto alla protezione degli interessi speculativi sui territori.

PENSIAMO ANCHE CHE SIA GIUNTO IL MOMENTO DI ROMPERE IL MURO DI PAURA CHE SI STA COSTRUENDO INTORNO ALL’ACCOGLIENZA DEI RIFUGIATI. SAN LORENZO HA CONOSCIUTO A FONDO LA TRAGEDIA DELLA GUERRA. I PALAZZI BOMBARDATI SONO FERITE CHE NON SI POSSONO CANCELLARE E SU CUI L’IDENTITÀ DI QUESTO QUARTIERE SI È FORMATA: L’IDENTITÀ DI UN QUARTIERE RESISTENTE E SOLIDALE, CHE HA SOFFERTO LA GUERRA E LA FAME E CHE PER QUESTO NON HA PAURA DI CHI DALLA GUERRA E DALLA FAME FUGGE.

La composizione sociale di San Lorenzo si è modificata negli anni, mischiando le radici operaie e popolari con un nuovo tessuto giovanile di studenti e precari. Sulla tradizione ribelle e solidale del quartiere si sono giocati meccanismi di speculazione edilizia e commerciale, producendo spesso tensioni tra la vita diurna e quella notturna. Nonostante le tante contraddizioni e difficoltà, nonostante il sistematico disinvestimento degli enti locali, San Lorenzo ha saputo rinnovare l’antica apertura popolare, la spinta a essere luogo di incontro tra estrazioni e culture differenti, nel segno del rispetto e della solidarietà. Questo è il patrimonio più grande che abbiamo e a cui lavoriamo quotidianamente.

Vogliamo quindi affermare che il trasferimento nel quartiere di alcune famiglie in emergenza abitativa, al di là della loro provenienza geografica, non ci fa paura. Ben conoscendo le lacune degli interventi istituzionali, vogliamo far presente che come tessuto attivo e vivo del quartiere, come esperienze di mutualismo, autogestione, associazionismo e volontariato religioso e laico, siamo da tempo operativi sul terreno dell’accoglienza e dell’integrazione e intendiamo rafforzare questo lavoro costruendo una rete dell’accoglienza dal basso. Vogliamo creare un ponte tra i vecchi e i nuovi residenti del quartiere, senza alcuna posizione ideologica, ma provando a discutere insieme di possibili problemi e di soluzioni efficaci.

Di una cosa siamo consapevoli: solo dal basso è possibile costruire le condizioni per una reciproca conoscenza e per un reciproco rispetto. Tutti insieme possiamo riuscirci. Tutti insieme ci riusciremo. A San Lorenzo nessuno è straniero!

Libera Repubblica di San Lorenzo

Dinamo Press
27 05 2015

Dopo le potenti lotte sindacali di queste settimane, in Germania si sta discutendo una nuova regolamentazione del diritto di sciopero e della rappresentanza sindacale. All'insegna dell'ordoliberalismo tedesco.

La Germania è diventata uno “Streikland”, scriveva un paio di giorni fa la Süddeutsche Zeitung. Con lo sciopero dei macchinisti della Deutsche Bahn, che per settimane è riuscito a paralizzare il paese, quello dei lavoratori e degli educatori dei Kindergarten e quello di una parte del personale della Deutsche Post, il 2015 rischia di diventare l'“anno di fuoco”, l'anno col maggior numero di giorni di sciopero in Germania. Le statistiche, prontamente pubblicate sui maggiori quotidiani tedeschi, riportano però subito alla realtà, mostrando come, in confronto a paesi quali la Francia o la Danimarca o la Spagna, i numeri tedeschi tornino subito a ridimensionarsi, ripiombino entro il recinto della norma. Placate subito gli animi dunque, non sta accadendo nulla di eccezionale!

E se tante volte qualcuno nutrisse ancora qualche dubbio, puntuale come una mannaia, il Governo Federale Tedesco ha pensato immediatamente a scioglierlo. Dopo che la GDL, sindacato minore che ha condotto con determinazione radicale le settimane di sciopero dei macchinisti, aveva acconsentito a una tregua temporanea, nel momento in cui l'azienda aveva accettato, oltre l'aumento salariale del 5% e la diminuzione delle ore di lavoro, anche la possibilità che la GDL rappresentasse altre categorie lavorative (in aperta contrapposizione col maggiore sindacato del settore, la EVG), ecco giungere, con inquietante e scientifica puntualità, una proposta di legge di nuova regolamentazione del diritto di sciopero e della rappresentanza sindacale nei posti di lavoro. Non casualmente critici e oppositori l'hanno anche chiamata “Lex GDL”, in quanto risposta immediata e diretta, forse in primo luogo, contro il sindacato che più ha dato filo da torcere al governo nell'ultimo periodo. Proposta di legge che, neanche a dirlo, viene dalla SPD, in particolar modo dalla giovane socialdemocratica Andrea Nahles, Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali nel governo di coalizione di Angela Merkel. “Il conformismo, che è sempre stato di casa nella socialdemocrazia, non riguarda solo la sua tattica politica, ma anche le sue idee economiche. Ed è una delle cause del suo sfacelo successivo”, scriveva Walter Benjamin nel 1939. Suonerà banale e ridondante, ma forse, di questi tempi, è bene tenerle sempre a mente queste parole.

Venerdì 22 Maggio la legge è stata approvata con la grande maggioranza del Parlamento: soltanto 17 sono stati i voti contrari. Se non dovessero esserci ulteriori intralci di percorso e se il Presidente della Repubblica Federale, Joachim Gauck, dovesse quindi sottoscrivere subito la legge, quest'ultima potrebbe entrare in vigore già a Luglio. Chiamata anche “Tarifeinheit”, vale a dire unità contrattuale, la legge prevede che nel luogo di lavoro viga il contratto stipulato dal sindacato con il maggior numero di iscritti e che, conseguentemente, sia sempre questo stesso sindacato ad avere il diritto e l'unica legittimità a proclamare eventuali scioperi. I sindacati minori sarebbero così tenuti ad adeguarsi e a trovare, obbligatoriamente, un accordo e una “linea comune e condivisa”, relativa al contratto di lavoro, col più grande. Sotto l'emblematica espressione “Ein Betrieb, ein Tarifvertrag”, un'impresa, un contratto di lavoro, è stata infatti anche riassunta la legge (e come non sentir risuonare qui l'eco nostrana del nostro “socialdemocratico” Presidente del Consiglio e del suo auspicio al sindacato unico...). La Ministra del Lavoro Andrea Nahles, dopo i turbolenti dibattiti che si sono susseguiti in questi giorni, ha avuto anche il coraggio di dichiarare che “il diritto di coalizione e il diritto di sciopero non sono stati intaccati” in alcun modo. Dall'altra parte, a fronte del chiaro tentativo di marginalizzazione e isolamento, i sindacati minori, spesso quelli indipendenti e più conflittuali, si dicono pronti ad andare davanti la Corte Costituzionale Federale per denunciare l'incostituzionalità di tale intervento legislativo, nella misura in cui mette in serio rischio lo stesso diritto di sciopero e la libertà dei lavoratori.

Di fronte a questa nuova “sacra caccia alle streghe” contro “lo spettro” dello sciopero e dei diritti dei lavoratori che si aggira per la “vecchia Europa”, si impone con rinnovata urgenza una riflessione sulle forme di resistenza, di auto-organizzazione e di difesa del mondo del lavoro, soprattutto di quelle figure frammentate, precarie, atipiche, prive di tutela e di rappresentanza sindacale. Si impone una volta di più una riflessione comune su cosa possa voler dire costruire uno sciopero sociale transnazionale dentro e oltre l'Europa.

 

 

 

Dinamo Press
27 05 2015

Quest’anno segna quindici anni dalla vittoria delle comunità della Bolivia sulle grosse imprese private dell’acqua. Non soltanto i poteri popolari hanno invertito il piano per privatizzare l’acqua, ma le molte centinaia di comunità che circondano Cochabamba sono riuscite a mantenere l’acqua come diritto , controllata e gestita dalla comunità direttamente e democraticamente.

Gli scorsi decenni sono stati testimoni di un massiccio aumento dei tentativi di mercificare le risorse naturali. La maggior parte di questi tentativi si è scontrata con potenti mobilitazioni e resistenza della comunità. Ci sono state molte vittorie, ma anche non soltanto poche sconfite. Si sono avuti dei successi, per esempio in Argentina, con la sconfitta della Monsanto, di tre imprese minerarie una dopo l’altra, e di una cartiera al confine con l’Uruguay. Anche altri luoghi nel mondo sono riusciti almeno a contenere le privatizzazioni e le attività minerarie, come Salonicco, con la lotta per mantenere pubblica l’acqua e la regione greca di Halkidiki. In questi esempi, e anche in molti altri, le lotte sono fondate su una particolare forma di potere popolare. Come nel caso dell’esperienza di Cochabamba, sono state persone normali e comunità organizzate nelle strade (non partiti, sindacati o altri settori) che hanno usato l’azione diretta e assemblee esplicitamente democratiche per prendere le decisioni.

Importanti lezioni possono e dovrebbero essere apprese nelle nostre lotte per difendere la terra e i beni comuni da quello che è avvenuto e continua ad avvenire in Bolivia. Mentre ci si riferisce alla lotta boliviana come Guerra dell’Acqua, questo non riflette tutto ciò che è avvenuto: non è stata soltanto una guerra per la privatizzazione delle risorse, ma, come sarà spiegato qui sotto, è stata ed è una lotta per mantenere l’autonomia e l’autorganizzazione, esperienze che in certi posti risalgono a centinaia di anni fa. I Cochabambini non hanno soltanto cacciato le compagnie private per l’acqua, ma sono riusciti a mantenere i loro modi di organizzarsi e di essere – i loro beni comuni.

Ho parlato con Marcela Olivera nel maggio 2015 di questi 15 anni di continue lotte per l’autonomia e l’autorganizzazione dei beni comuni - l’acqua. Marcela si è occupata di organizzare i problemi dell’acqua, per 15 anni, non certo una coincidenza. Abbiamo iniziato la conversazione ripercorrendo i primi giorni delle Guerre dell’acqua a Cochabamba nell’aprile del 2000.

Ci può spiegare un poco in che modo è stata coinvolta nel problema di difendere l’acqua e le risorse?

All’inizio sono stata coinvolta in questo problema come migliaia e migliaia di Cochabambini (gli abitanti di Cochabamba) 15 anni fa, per difendere la nostra acqua. C’erano già delle attività organizzative nelle quali non ero realmente coinvolta. Il mio primo ricordo della faccenda è aver visto alla televisione come i contadini, donne e bambini, venivano picchiati dalla polizia sulla strada e aver provato tanta rabbia – e così, insieme a mia sorella, siamo andate nelle strade – credo il motivo per cui per la prima volta molte migliaia di altre persone siano scese nelle strade fosse simile. All’inizio non ci siamo completamente identificate con il problema, personalmente io all’epoca vivevo con i miei genitori e non pagavo le bollette, ma come me, molte persone vedevano l’ingiustizia di questa problema e sono scese in strada. E’ stato qualcosa che non avevo mai visto prima in vita mia e penso che non lo vedrò più finché vivrò.

Ha parlato di democrazia e di quella che chiama vera democrazia. Può spiegare come erano le cose in pratica?

Quando si parla di democrazia e di tutte queste parole, delle volte non capiamo realmente che cosa significhino davvero. Penso però di essere stata testimone di che cosa è realmente la democrazia e di come dovrebbe funzionare e di come non abbiamo quel tipo di democrazia nella nostra vita quotidiana. Ci fanno credere che eleggere qualcuno è democrazia, ma non è vero. Quello che ho visto durante le Guerre per l’Acqua era vera democrazia, democrazia diretta, dove le persone si uniscono e prendono le decisioni. Sentivo che la mia voce contava. Non ero dirigente di un sindacato e non appartenevo a un settore organizzato, ma la mia voce contava. Avevo la sensazione che la gente mi ascoltasse e che io ascoltassi gli altri e che insieme avremmo preso le decisioni - eravamo sempre nella situazione di prendere decisioni. Talvolta non eravamo d’accordo su certe cose, e c’erano persone con opinioni diverse riguardo alle strategie, ma quello che contava davvero era il modo in cui prendevamo le decisioni insieme. Ecco che cosa è la vera democrazia. Le persone nelle strade erano persone proprio come me – non erano parte di organizzazioni; il movimento sindacale era praticamente sparito dopo che era stato imposto il modello neoliberale, e quindi la classe operaia era sparita, ma allora eravamo noi la classe dei lavoratori – persone come me – senza un settore, che lavoravamo principalmente per conto nostro, senza una tradizione di attività organizzate…ma potevamo incontrarci e trovarci tra di noi e vedere l’altro lato della gente, e poi incontrarci con coloro che erano organizzati, come i coltivatori delle piante di coca (cocaleros), i contadini e gli operai delle fabbriche locali. Tra di noi non c’erano differenze, non c’era la gerarchia dovuta alle differenze basate sul fatto che si appartenesse o no a un certo settore. Avevamo uno scopo comune e questo era ciò che contava.

Mi ricordo che lei e altre mi raccontavate la storia della Coordinadora per la difesa dell’acqua e della vita già nel 2006. Me la può dire di nuovo? Sono particolarmente curiosa perché lei descrive un movimento orizzontale e partecipativo, e tuttavia la gente insisteva nel vedere il movimento come un movimento con un leader?

[ride] Intendi dire di come la gente pensava che la Coordinadora fosse una donna, giusto? In questo periodo sono state messe in atto molte riforme e il governo ha nominato molte persone nei loro ruoli specifici, come la Difensora del Pueblo, e quindi la gente, la coalizione ha assunto un nome basato su quell’azione. Hanno quindi deciso riguardo al Coordinamento per la Difesa dell’acqua e della vita, in spagnolo Coordinadora. Per farla breve, la gente parlava della Coordinadora che in spagnolo è un nome femminile, come se si trattasse di una donna. Molte persone che non erano profondamente impegnate, pensavano che fosse una persona, come la Defensora del Pueblo – anche sui media e sulle vignette di genere politico era mostrata come una donna. Era sempre rappresentata come una chola [donna di sangue indigeno] con una gonna, insomma, come una tradizionale donna indigena. La gente si chiedeva: chi è quella donna coraggiosa che affronta la polizia e il governo? Mi ricordo che dopo la lotta c’era un vecchio che veniva a cercare la Coordinadora e abbiamo cercato di spiegargli che siamo tutti la Coordinadora , non è una persona, siamo tutti noi, e allora finalmente hanno mandato una donna per parlargli. Una volta è venuto e ha chiesto della Signora Coordinadora dell’Acqua e ci siamo messe tutte a ridere e l’uomo era imbarazzato e ha detto: oh, scusate, è una signorina? Si pensava sempre che fosse una donna che lottava pei popolo. E’ buffo, perché tutti i portavoce erano uomini, c’era quindi questa specie di contraddizione, ma abbiamo sempre pensato e visto che le lotte sono per lo più fatte e guidate dalle donne. Se guardate delle foto, vedrete che sono state le donne a essere in prima linea. Tuttavia gli uomini si incaricano di parlare…penso che a loro piaccia parlare e a noi agire.

In passato lei ha parlato molto riguardo all’idea dei beni comuni e di come lo avete imparato dai movimenti. Ci vuole spiegare come è organizzata la fornitura e la distribuzione dell’acqua? Potrebbe anche parlarmi delle differenze tra i diritti, e il controllo pubblico e privato...

Quello che accadeva era a due livelli; prima volevano prendere le concessioni dal sistema idrico a Cochabamba e c’era anche la legislazione nazionale che avrebbe fatto dell’acqua una merce - e quindi la privatizzazione dell’acqua e dei sistemi idrici. Il popolo boliviano, per tradizione, ha gestito l’acqua in base ai suoi usi e abitudini (in spagnolo nel testo: usos y custumbres), e quindi gli usi sono l’uso dell’acqua e come viene impiegata e le abitudini sono la tradizione dell’uso dell’acqua e cioè: chi la usa, quali sono gli accordi tra le comunità riguardo al modo in cui viene usata, ecc. Grazie alla Guerra dell’Acqua entrambe queste cose sono finite, e quindi la privatizzazione è stata rispettata e la legislazione per l’acqua è stata cambiata in base alle richieste della gente.

Quindici anni dopo non credo che la situazione sia cambiata troppo: dobbiamo ancora lottare. Subito dopo la Guerra per l’Acqua, quando abbiamo recuperato il sistema idrico c’è stato tutto questo mettere in discussione e pensare tra di noi, e ci siamo chiesti che cosa volevamo: volevamo che l’acqua venisse controllata da mani pubbliche, cioè le mani dello stato o volevamo qualcosa di diverso? Molte volte parliamo soltanto in quei termini: se è pubblico o privato e non pensiamo a una/la terza via. Dopo la Guerra per l’Acqua è diventato evidente che l’altro modo di gestire l’acqua è tramite la comunità – questa è la terza via: ci siamo resi conto che esisteva già e che è possibile. Questo è quanto è avvenuto nel corso degli anni e che abbiamo cercato di rendere evidente: in che modo le comunità gestiscono la propria acqua, senza aspettare che lo stato lo faccia, ma le persone lo fanno, gestendo i propri sistemi idrici. Tutta questa democrazia che abbiamo visto nelle strade viene replicata ogni giorno da questi sistemi idrici. La gente si organizza in assemblee e decide insieme che cosa faranno con l’acqua e come lo faranno.

Questa è una realtà che non sapevamo esistesse, che abbiamo conosciuto in seguito. Proprio intorno all’area intorno a Cochabamba ci sono 600 o 700 sistemi idrici gestiti dalle comunità. Questo significa che il 50% della popolazione si procura l’acqua in questo modo. Sono esattamente questi sistemi idrici ciò per cui si sta combattendo, stavano combattendo per continuare a gestire i loro sistemi idrici. Talvolta ci sono 500 famiglie e talvolta 50 di grandezze diverse e con forme interne diverse di democrazia. Alcune fanno tutto in comune, altre no, ognuna decide il modo migliore di governarsi. Dato che ci sono tante comunità di questo tipo, e che sono così diverse, molti non ne sapevano nulla.

Negli scorsi 15 anni in cui ho lavorato a questa iniziativa, ho anche imparato che questo tipo di cose avviene in tutto il mondo. La gente gestisce la propria acqua e le proprie risorse e non aspetta lo stato. La stessa realtà esiste in Colombia, per esempio, e anche in Perù e in Ecuador; non è quindi soltanto una realtà di Cochabamba, ma di molti luoghi del mondo. E così quello che facciamo e che abbiamo cercato di fare, è rendere evidente ciò che sta già accadendo. Nessuno guarda in che modo può essere gestita l’acqua, la gente guarda la sfera pubblica o privata.

Questa è veramente una cosa da vedere: come la gente ha gestito la propria acqua e che lo abbia fatto in modi che vanno oltre ciò che è privato, oltre ciò che è pubblico e oltre lo stato.

Che cosa pensa della recente municipalizzazione dell’acqua? E’ simile all’idea dei beni comuni?

Una cosa che vediamo di recente è l’esaltazione della ri-municipalizzazione delle fonti idriche. L’ho visto nel movimento per l’acqua in generale, per esempio a Parigi, Buenos Aires e in altre parti del mondo dove le municipalità hanno rilevato la fonte dell’acqua da risorse private. Nel nostro caso avviene il contrario: lo consideriamo come una specie di privatizzazione della sorgente idrica, quando lo stato cerca di intervenire e di gestire qualcosa che non abbiamo fatto per tanti anni, in alcuni casi per centinai di anni. Mentre questa è una cosa che si può esaltare al nord, qui ha un significato diverso. Potrebbe non indicare il trasferimento delle risorse al settore privato, ma che ci si leva il potere decisionale dalle mani, il che ci porta a credere che non riguardi soltanto l’acqua, che riguardi qualche altra cosa. E’ un luogo dove possiamo riunire molti altri aspetti della nostra vita. Le commissioni per l’acqua a Cochabamba, per esempio, parlano di molte altre cose collegate alla comunità nel suo insieme, di come vanno le cose alla gente, se qualcuno ha bisogno di sostegno o di aiuto, se qualcuno è morto in una comunità si parla di come aiutare la famiglia. Si organizza un campionato di calcio. E’ quindi un posto dove le persone organizzano molti aspetti della loro vita sociale – è qualcosa di diverso.

*tratto da znetitaly

 

 

 

 

 

 

Dalla parte di Nicola Grigion

Dinamo Press
27 05 2015

Alcuni giorni fa un interrogazione parlamentare contro Nicola Grigion, attivista delle reti antirazziste e nostro compagno di mille battaglie. Il comunicato di Resistenze Meticce.

Siamo indignati per le parole e i toni dell'interrogazione parlamentare a firma PD contro la nomina di Nicola Grigion a Tutor territoriale per il Servizio Centrale SPRAR nel Veneto, nel Trentino Alto Adige e nel Friuli Venezia Giulia. L'interrogazione si riferisce a una presunta incompatibilità per motivi politici, nonostante si tratti di una nomina trasparente avvenuta in base al curriculum e alla competenze effettive di Nicola. Competenze che a differenza di molti non si fermano alla carta, ma sono state sperimentate sul campo in anni e anni di battaglie per i diritti dei migranti e dei rifugiati, con l'obiettivo di garantire il rispetto dei diritti umani fondamentali nei confronti di soggetti vulnerabili, spesso privati ingiustamente di dignità e di parola.

Con queste poche righe vogliamo sostenere la scelta del Servizio Centrale Rifugiati. Probabilmente, selezionando Grigion si ambisce a imprimere una svolta in termini di qualità, dedizione ed esperienza in un momento delicato. Proprio quando lo SPRAR si trova in mezzo a forti tensioni: da un lato, le richieste europee di adeguare gli standard dell'accoglienza italiana; dall'altro l'incapacità del governo e degli enti locali di pianificare una politica strutturata dell'accoglienza, che spesso va di pari passo con gli interessi mafiosi e/o speculativi di tante cooperative.

Sosteniamo con decisione Nicola, non solo come compagno di molte battaglie e punto di riferimento di analisi e approfondimenti puntuali sul tema delle migrazioni, ma anche come persona che, nel ruolo richiesto, potrebbe contribuire a segnare un salto di qualità alle politiche di accoglienza.

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