DINAMO PRESS

Spagna, "el cambio" parte dalle città

Dinamo Press
26 05 2015

Trionfo in Spagna delle liste municipali appoggiate da Podemos: a Barcellona Ada Colau sarà sindaco, a Madrid si discute di una coalizione tra Ahora Madrid e il PSOE. Il bipolarismo spagnolo ne esce con le ossa rotte, mentre Pablo Iglesias suona la carica verso le politiche di novembre

Le elezioni comunali e regionali di ieri hanno visto saltare completamente il bipolarismo spagnolo, arretrare il PSOE e quasi sparire Izquierda Unida, che ha perso circa mezzo milione di voti. Gli schemi dell’"alternanza" tanto cari ai seguaci del bipolarismo sono definitivamente saltati, con un quadro partitico in continua evoluzione, in cui le nuove forze di “Podemos” e “Ciudadanos” stanno progressivamente erodendo le fasce di consenso delle altre forze politiche.

E’ giusto ricordare come già nelle elezioni europee del 2014 il classico schema bipolare spagnolo aveva subito un duro colpo, ma ora si parla di elezioni amministrative, votazioni dove c’è, come si dice in gergo, “la ciccia”.

La lista municipale Ahora Madrid, appoggiata da Podemos e costruita attraverso un lungo processo che ha coinvolto associazioni, movimenti, assemblee di quartiere, ha oggi la concreta possibilità di andare al governo della capitale spagnola col 31.85 % dei voti e 20 seggi conquistati. A Madrid il PP manteneva da 24 anni la maggioranza assoluta dei voti, oggi la candidata del PP ha conquistato 21 seggi – dieci in meno delle ultime elezioni – e un’eventuale coalizione col PSOE o, come sembra più probabile in queste ore, un’eventuale appoggio esterno da parte della lista “municipalista”, farebbero perdere al partito di Mariano Rajoy il governo della capitale dopo decenni.

A Barcellona la lista Barcelona en Comù, capitanata da Ada Colau, ex portavoce della PAH (Plataforma de Afectados por la Hipoteca) e militante dei movimenti di lotta per la casa, ha conquistato il 25% dei voti e la maggioranza dei seggi nella capitale catalana. “La vottoria di davide contro Golia,” ha dichiarato Colau appena appresi i risultati. Un successo storico, che affonda le sue radici nel 15M e nelle esperienze di sindacalismo metropolitano che lì si sono sviluppate. E’ vero che Ada Colau non fa più parte della PAH da quando ha deciso di intraprendere l’avventura elettorale, ma è altrettanto vero che la sua reputazione e la sua presenza pubblica si sono costruite proprio lì, negli escraches e nelle occupazioni delle banche per impedire gli sfratti per insolvenza.

A Madrid e Barcellona si aggiungono gli ottimi risultati delle liste “municipaliste” a Valencia, Saragoza, Coruña, Cádiz. Risultati migliori di quelli che ha ottenuto Podemos alle regionali presentandosi col suo simbolo. Dati che fanno riflettere e che probabilmente riapriranno il dibattito interno tra macchina comunicativa e organizzazione territoriale. Tra un’idea di organizzazione centrata sulla presenza mediatica e una maggiormente articolata sui territori e in relazione più forte coi movimenti. I risultati straordinari di ieri partono infatti dall’alleanza coi movimenti locali e dalla costruzione concreta di rapporti col territorio. Rapporti spesso conflittuali, soprattutto nella definizione delle liste e dei meccanismi elettorali della primarie, decisi, come nel caso di Ahora Madrid, dopo settimane di trattative serratissime. Ma sicuramente non è un caso che Pablo Iglesias abbia dichiarato stamattina che “le grandi città sono le locomotrici del cambiamento”. Locomotrici che devono tirare la volata alla campagna elettorale delle elezioni politiche di novembre.

No Ombrina, in 60mila in piazza a Lanciano

Dinamo Press
25 05 2015

Corteo immenso a Lanciano, in 60.000 contro le trivelle per salvare l'Adriatico. Il Governo blocchi Ombrina e gli altri progetti petroliferi, oggi l'assemblea nazionale contro lo Sblocca Italia.

Leggi l'appello e la lettera di invito alla partecipazione a cura di Zona 22, centro sociale di San Vito Chietino.

Un corteo incredibile e commovente, un atto di popolo contro la deriva petrolifera e per salvare l'Adriatico. Una manifestazione ancora più imponente di quella di Pescara di due anni fa che portò in piazza 40.000 persone. Una scommessa vinta dagli organizzatori che hanno scelto Lanciano, un centro molto più piccolo, come sede della manifestazione.

Sessantamila persone e 482 adesioni di comitati, associazioni ed enti, molte provenienti anche da altre regioni, per una manifestazione di carattere nazionale. Comitati da tutta Italia che stanno lavorando insieme per fermare le politiche del Governo Renzi.

Il coordinamento ringrazia i partecipanti e le migliaia di persone che in questo mese hanno collaborato a questa iniziativa, da chi ha condiviso una foto sui social a chi è stato impegnato nell'organizzazione, dal Comune di Lanciano, medaglia d'oro per la Resistenza, che si è attivato per questa nuova forma di lotta, per l'ambiente salubre e l'economia diffusa del turismo e dell'agroalimentare, agli altri enti, comitati ed associazioni. Domani a Pescara vi sarà l'assemblea nazionale Blocca lo Sblocca Italia, dove i comitati da tutta Italia decideranno assieme le prossime iniziative per salvare il nostro Belpaese.

INFO: www.stopombrina.wordpress.com

Plurale, femminile, senza fine: l’eroe migrante

Dinamo Press
20 05 2015

L'epica migrante è al centro della nuova puntata di "Conflitto, esperienza e letteratura". Una rilettura del romanzo Madre Piccola, di Cristina Ali Farah, la storia di una famiglia somala durante la diaspora

Il fine ultimo dell’eroe è sempre stato tornare: con un bagaglio di conoscenze insperate e un’esperienza superiore a qualunque altro essere umano. E tornando, raccontare, fondare o rifondare, affinché la terra dei padri possa continuare a esistere. Il principio dell’eroe è sempre stato un contratto, sancito con l’istituzione – terrena o divina – che imponeva il viaggio come prova o punizione. Al termine della sua sfida, l’eroe chiude sempre il cerchio, o quasi, e per questo merita che le sue gesta vengano raccontate. Se non torna, se non chiude o risolve, se non fonda o rifonda, non è eroe. Che senso ha narrarne? Meglio è parlarne poco: il suo discorso potrebbe annullare e deviare altre propensioni alla gloria e con esse frammentare, alterare e smascherare un inganno ancestrale: l’ordine del racconto è il racconto dell’ordine. Al di fuori di questo spazio, perimetrato e sottoposto a sorveglianza, gli eroi scoprono di non avere fine, e che la loro unica certezza è quella di dover passare.

Tra gli eroi che non tornano, più che destinati, costretti al viaggio da un tradimento inenarrabile – cacciati da quella stessa istituzione, la patria, lo stato nazione, che doveva proteggerli e, un tempo, li chiamava tutti fratelli, esortandoli spesso al sacrificio – ci sono le donne e gli uomini migranti. Viaggio di vita, il loro, sfida ardua e insostenibile, fuori dal perimetro delle storie ufficiali, il cui racconto è la traccia di un’epopea spuria, un’avventura non omologabile – hanno fatto fatica e, ci auspichiamo ne faranno ancora, a trovargli un posto nel canone letterario – un’epica che più di ogni altra parla – metafore e allegorie al seguito – alla moltitudine.

In Italia, una delle opere più rappresentative di questa letteratura è Madre Piccola di Cristina Ali Farah, pubblicato nel 2007 da Frassinelli. Storia di intrecci familiari, svoltisi durante la diaspora somala, ha una struttura polifonica – qualità questa riscontrabile in molte opere della letteratura migrante. I narratori principali, nonché protagonisti, e dunque eroi, sono due donne Domenica Axad e Barni. La struttura della narrazione è circolare, di fatto segue il movimento di Domenica verso Barni, dalla loro prima separazione al nuovo incontro. Una circolarità che a differenza di quella evocata nella riflessione sull’eroe classico, qui diventa traccia di un principio etico fondato sulla relazione con l’altro, la reciprocità e la responsabilità. Il loro riavvicinamento è un’azione definita e concepita come una rinascita, una rideterminazione, sviluppata grazie alle relazioni personali che hanno imposto il superamento delle rispettive finzioni individuali, di quelle ostinazioni identitarie di cui l’eroe in viaggio non può più servirsi:

“[...] se smetteremo questa maschera immobilizzante, se ci libereremo dall’involucro in cui tutto è familiare, se strapperemo la pellicola che ci isola dalla gente tra cui viviamo; se ci lasceremo scalfire, qualcosa si rinvigorirà dentro.”

Queste le parole di Barni, a conclusioni delle loro avventure.

Al centro del discorso di cui si fa carico il romanzo, c’è proprio la rinuncia alle predestinazioni e alle prescrizioni imposte da quei discorsi istituzionali che, dopo aver costretto il soggetto alla fuga, continuano a manifestarsi con la presunzione di imporre ancora le loro leggi. E in breve, e forse inevitabilmente, questa tensione tra opposte direzioni, tra desideri e doveri, tra norme e trasgressioni, assume il carattere di uno scontro di genere. Sono le donne in Madre Piccola a scoprire ed esperire sulla loro pelle che nonostante il disastro della comunità da cui provengono, anche durante l’esilio, l’ossessione identitaria lungi dal ridimensionarsi, continua a essere motore di sofferenza. Così Domenica racconta a Barni le difficoltà di Shamsa, una loro connazionale, scappata dalla Somalia contro la volontà del padre:

[...] Ma – demistificando – credo di aver riconosciuto la radice di quel male. [...] quello che mi opprimeva in quei mesi – quando accompagnavo i figli di Shamsa a scuola [...] – era un sospetto che si insinuava sottilmente. Non riuscivo a spiegarmi perché la mia gente, che credevo così solidale, sta abbandonando questa ragazza a se stessa. [...] Io credo di capire che ci sia sotto una storia di disubbidienza. Shamsa non era partita contro il volere di suo padre, lo zio Foodcadde?
Il processo di crisi che ha coinvolto la comunità – a cui tutti i personaggi del romanzo appartengono – situa da un lato le donne come soggetti attivi, competenti – per via delle esperienze vissute e delle competenze acquisite – e di conseguenza critici e dall’altro il consesso degli uomini – statici, severi, incapaci di affrontare le trasformazioni. Le prime sono radicalmente opposte a ogni forma di genealogia, i secondi sono vincolati a essa e rappresentano il fallimento di un’istituzione e del suo processo di disciplinamento. La loro unica esigenza continua a essere quella di riconoscere e ricondurre il medesimo al medesimo.

Così Taageere, isolato negli Stati Uniti, parla di suo figlio e di sua moglie Domenica:

[...] Il bambino per te è oro fuso? Sono felice quando ti sento parlare così. [...] E conosci anche il bene di nostro figlio? Allora perché hai dimenticato che i bambini di norma hanno bisogno di un padre? [...]

La sua posizione si rafforza in breve con un riferimento alla legge che esso rappresenterebbe in quanto uomo:

[...] Prendermi le mie responsabilità? Se me lo permettono. Ma lo ripeto ancora una volta: è grazie a me che l’hai potuto tenere, io te l’ho lasciato crescere. Lo sai che siete tutti e due miei. Eravate miei e lui continua a essere mio. Mio figlio, mia appartenenza.

Quello a cui si richiama è il rispetto di un ruolo che esiste al di là delle azioni in cui si concretizza nella quotidianità, la sua è un’etica che deriva la sua forza dalla tradizione:

[...] Il diritto di decidere per mio figlio, io lo conservo, non lo dimenticare. Tu e lui, due persone distinte, ma finché lui è un bambino io ho i miei diritti anche su di te.

Tutti gli uomini del romanzo – Taageere, Saciid Saleebaan, lo zio Foodcadde – interpretano gli eventi solo secondo i precetti – sono mariti e padri che puniscono senza comprendere, sempre privi di responsabilità dirette, insolventi rispetto ai doveri a cui l’esperienza dell’espulsione e del transito li espone. Al contrario gli eroi femminili propongono letture eretiche delle leggi e delle tradizioni. Lo fanno non in virtù di un capriccio, ma a seguito delle loro esperienze di vita. Esemplare è ancora il caso di Barni, che reinterpreta la parabola somala del figlio snaturato che abbandona il padre anziano sotto un albero:

“ [...] Il figlio snaturato, una volta vecchio, è a sua volta condotto dal proprio figlio sotto l’albero accanto al termitaio. [...] quando capisce che il destino che gli spetta è lo stesso [...] chiama a sé il figlio [...]. Lo chiama per dirgli che lui sa quello che il figlio sta per fare [...]. e non cerca di convincere il figlio a non abbandonarlo. [...] assolve suo figlio e lo manda via con una benedizione. [...] assume su di sé il peccato e libera il figlio dalla colpa. [...] Non è quello che vedono tutti, che i vecchi vanno rispettati se si vuole essere rispettati da vecchi, ma che il cerchio va spezzato, che bisogna avere il coraggio di perdonare e di rompere il circolo”.

In Madre Piccola l’epica migrante svela il significato allegorico con cui si rivolge alla moltitudine. Descrive un passaggio da una condizione definita e immutabile, i cui valori sono confini invalicabili – l’identità individuale, nazionale, di genere; il destino come ciò che è stabilito fermamente, e dunque irrevocabile – a una nuova forma relazionale che non accetta vincoli, se non quelli determinati dalle necessità dei soggetti agenti. Qui all’alterità vista come negazione del sé, nemico letale, si oppone una visione che la traduce in possibilità, luogo di transizione, evoluzione degli esseri. Siamo dentro i principi dell’etica della responsabilità e della cura. Questo eroe è in viaggio e forse lo sarà per sempre: è un’impresa che non si chiude mai la sua, che non fonda miti eterni, che si rigenera nell’incontro, che non impone direttive e direzioni appellandosi al precetto, che cura sé con gli altri, e che riesce a declinarsi al meglio soprattutto al femminile.

Dinamo Press
20 05 2015

Zyed e Bouna, 15 e 17 anni, sono morti a Clichy-Sous-Bois il 27 ottobre 2005 fulminati dopo essersi nascosti nella centralina elettrica di un cantiere per sfuggire ad un controllo della polizia. I poliziotti che li hanno inseguiti sono stati definitivamente assolti dopo dieci anni di processi.

Il 18 maggio resterà nella memoria delle banlieues e delle famiglie di tutte le vittime delle violenze di Stato. La parola dei poliziotti responsabili della morte dei due adolescenti e delle gravi ferite di un terzo ragazzo, Mutthin, ha vinto in cassazione, al Tribunale di Rennes. Accusati di non aver soccorso i ragazzi, ora sono liberi, come tutti i loro colleghi, di continuare ad imporre la loro legge, quella che dà loro il permesso di uccidere impunemente.

Dopo anni di battaglia giudiziaria, il tribunale, che non ha concesso alle famiglie di costituirsi parte civile, ha preso in considerazione la sola versione dei poliziotti stabilendo che "non avevano chiara coscienza del grave e imminente pericolo" e aggiunge che se i poliziotti accusati avessero capito che i ragazzi correvano un pericolo, avrebbero "senz'altro reagito e li avrebbero avvisati e soccorsi". Non è stato tenuto conto di tutte le testimonianze che argomentano il "contesto" in cui sono morti due adolescenti che avevano appena finito di giocare a pallone. Mentre rientravano a casa si sono imbattuti in una pattuglia motorizzata della Bac (brigade anti-criminalité) che li ha inseguiti per interpellarli senza alcuna ragione. I ragazzi in fuga vengono inseguiti da numerose macchine della BAC, impauriti entrano in un cantiere da dove ne usciranno morti. La tragedia di Zyad, Bouna e Mhuttin aveva provocato settimane di sommosse nelle 'banlieues' francesi. Per la prima volta dopo la guerra con l'Algeria, il governo aveva decretato lo "stato d'emergenza" in tutto il paese. Sarkozy (allora ministro dell'interno) governava già da tempo con la polizia la la rabbia ed il disagio delle periferie. In un contesto di esclusione che si riproduce sin da decenni, questo dramma fu il pretesto per giustificare nuovi controlli e violenze sull'intero territorio. Divenne operativa, già al tempo, la politica che oggi, con più evidenza e grazie all'attentato al "Charlie", fa l'equazione tra islam e terrorismo, in particolare nei quartieri popolari.

La responsabilità politica nella gestione della morte di Zyed e di Bouna è stata evidente da subito: l'incidente fu negato per giorni dalle autorità, da Sarkozy, dal primo ministro Dominique Villepin, ma anche dal (allora all'opposizione) Partito Socialista, assente nei quartieri al tempo dei fatti come oggi.

Regolarmente, la "società civile" e quella politica francese si svegliano e si interrogano, per qualche giorno o settimana, quando ci sono "les émeutes", le sommosse nelle ""cités" delle periferie urbane. Poi la Giustizia segue il suo lento e implacabile corso, derisorio se non fosse tragico per tanti, troppi. I casi di poliziotti che beneficiano di un'impunità giudiziaria si moltiplicano (casi Ali Ziri, Abou Bakari, Tandia, Mohammed Boukrourou, Lamine Dieng… ). Al di sopra della legge, i "tutori dell'ordine" operano con atteggiamenti continuamente provocatori, minacce, controlli d'identità abusivi che finiscono con multe e condanne per offesa, o peggio violenze e mutilazioni.

Le fratture sociali e razziali in Francia sono sfacciatamente evidenti, la polizia imperversa armata, si contano a decine i ferimenti e gli omicidi, fuori e dentro i commissariati della Polizia. Questa è la verità che i tribunali non vogliono vedere e da cui prendono le distanze proteggendo l'operato delle forze dell'ordine e di chi ne è responsabile, le autorità di governo. Non poteva un processo risolvere i nodi politici di una République che nel 2015 continua ad essere potenza coloniale verso una grande parte della popolazione francese. Non poteva un processo risolvere quelle contraddizioni che hanno fatto esplodere le rivolte del 2005. Il valore simbolico di questa sentenza resta comunque fortissimo: non siamo uguali davanti alla Legge se non siamo bianchi, se siamo neri o di origine araba, se abitiamo qui nelle periferie.

Dopo le lacrime in tribunale, la collera nelle piazze. Molti i presidi in tutta la Francia all'annuncio della sentenza, a Bobigny in Seine-Saint Denis, "lieu des tous les non-lieux", dove i poliziotti vengono sistematicamente assolti, circa 400 persone si sono date appuntamento davanti al tribunale per denunciare la complicità dello Stato nell'assassinio di Zyed, di Bouna e di tutte le persone che hanno subito le violenze della Polizia. La polizia ha caricato i manifestanti, tra cui famiglie delle vittime che stavano intervenendo, per allontanare attivisti dei comitati di solidarietà e militanti della rete dei movimenti contro la repressione e le violenze di Stato .

Dinamo Press
19 05 2015

Continua la mobilitazione della “Coalizione 27 febbraio” per l’equità previdenziale, la sostenibilità fiscale, il welfare universale.

24 giugno Speakers’ Corner sotto il ministero del Lavoro e del Welfare

Dopo la riuscita mobilitazione dello scorso 24 aprile, l’incontro con Boeri che di essa è stato importante completamento, la “Carovana dei diritti” non si ferma. Lo ha deciso la partecipata assemblea della “Coalizione 27 febbraio” che si è svolta sabato 9 maggio presso l’atelier autogestito Esc. La “Carovana dei diritti” tornerà a far sentire la sua voce mercoledì 24 giugno, sotto il ministero del Lavoro e del Welfare (via Veneto).

La scelta è in parte conseguenza del confronto serrato con il presidente dell’INPS Tito Boeri: molte delle rivendicazioni presentate il 24 aprile, infatti, chiamano direttamente in causa il governo e i suoi interventi normativi in materia di lavoro e di ammortizzatori sociali. Fondamentale dunque rivolgere direttamente al governo e al ministro Poletti le richieste elaborate dalle associazioni e dai movimenti di professionisti atipici e degli ordini, dei lavoratori parasubordinati e dei ricercatori non strutturati, degli studenti e degli iscritti alla Garanzia giovani che compongono la “Coalizione 27 febbraio”.

Con lo Speakers’ Corner del 24 giugno la “Carovana dei diritti” intende ribadire, con forza, la necessità:

* di ridurre (al 24%) l’aliquota della gestione separata dell’INPS e, chiaramente, di cancellare l’aumento previsto dalla riforma Fornero;

* di introdurre un reddito minimo garantito;

* di rivedere in senso solidaristico il sistema previdenziale contributivo;

* di estendere la DIS-COLL ai ricercatori non strutturati e ai dottorandi;

* di estendere la Naspi (Nuova assicurazione sociale per l’impiego) – con risorse provenienti dalla fiscalità generale – anche ai lavoratori autonomi;

* di sollecitare un monitoraggio effettivo, da parte del ministero del Lavoro, nei confronti delle casse previdenziali ordinistiche;

di rivedere la riforma degli ordini professionali del settembre 2012.

Sono solo una parte delle rivendicazioni che porteremo al ministro Poletti. Saremo lieti di raccogliere – come abbiamo fatto prima del 24 aprile – suggerimenti e ulteriori rivendicazioni attraverso la rete: scrivete a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o contattateci su Fb.

Il 24 giugno sarà la mobilitazione della “Coalizione 27 febbraio”, ma anche di tutti coloro che vogliono affermare e praticare, contro ogni corporativismo, una effettiva solidarietà intercategoriale e interprofessionale.

Per l’equità previdenziale, la sostenibilità fiscale, il welfare universale è il momento di agire!

Coalizione 27 febbraio (ACTA, ADU – Associazione degli avvocati Difensori d’Ufficio, ANAI – Associazione Nazionale Archivistica Italiana, Archivisti in Movimento, Assoarching, Associazione delle guide turistiche, Camere del Lavoro Autonomo e Precario – CLAP, Comitato per l’Equita Fiscale, Comitato Professioni Tecniche – Ingegneri e Architetti, F.N.P.I. – Federazione Nazionale Parafarmacie Italiane, Geomobilitati – Geometri, IVA sei Partita, Inarcassa Insostenibile, Intermittenti della Ricerca – Roma, MGA – Mobilitazione Generale degli Avvocati, Rete della Conoscenza, Sciopero Sociale – Roma, Stampa Romana)

Dinamo Press
18 05 2015

Pochi giorni fa un bambino senegalese litiga con una sua compagna di classe. Parte la crociata dei media italiani: "Spintonata perché portava il crocifisso". La retorica del mostro non risparmia neanche i bambini, soprattutto se stranieri.

“Va garantito l'anonimato del minore coinvolto in fatti di cronaca, anche non aventi rilevanza penale, ma lesivi della sua personalità, come autore, vittima o teste; (…) va altresì evitata la pubblicazione di tutti gli elementi che possano con facilità portare alla sua identificazione, quali le generalità dei genitori, l'indirizzo dell'abitazione o della residenza, la scuola, la parrocchia o il sodalizio frequentati, e qualsiasi altra indicazione o elemento: foto e filmati televisivi non schermati, messaggi e immagini on-line che possano contribuire alla sua individuazione”, Carta di Treviso, norme 2 e 3.

Da un paio di giorni le home page dei principali quotidiani nazionali – Repubblica e Corriere della Sera in primis – mettono in primo piano una notizia: “Bimba aggredita fuori scuola perché portava crocifisso al collo”. Secondo quanto riportato dai solerti giornalisti, la ragazzina sarebbe stata spinta da un compagno di classe, senegalese, per la sua appartenenza religiosa: da qui è partito un fitto lancio d’anatemi contro il bambino e la sua famiglia a cui, ovviamente, ha partecipato anche Matteo Salvini che, su Facebook, ha scritto: “A Terni una ragazzina di 12 anni è stata aggredita da un coetaneo all'uscita della scuola, 20 giorni di prognosi per la bimba.

L'aggressore è un ragazzino africano (non imputabile perché troppo giovane) che da giorni insultava e minacciava la coetanea, perché portava al collo una collanina con il CROCIFISSO. Il ragazzino, e i suoi parenti, vengano rispediti AL LORO PAESE!!! Che bella integrazione”.

La psicosi de “l’immigrato che viene in Italia a delinquere”, dei “miliziani dell’Isis che arrivano con i barconi” e, ultimo ma non meno importante, dello “straniero che ci ruba casa e lavoro”, è ormai totalmente fuori controllo. Nonostante nessuna statistica e ricerca fino a oggi abbia mai mostrato l’equazione “migrante-criminale”, nonostante si faccia notare che chi arriva con i barconi è chi scappa dall’Isis, nonostante gli stranieri siano i più discriminati e sfruttati sul posto di lavoro e, se arrivano prima in graduatoria per avere la casa (cosa che in realtà accade abbastanza di rado), è solo perché stanno messi molto peggio di altri cittadini, c’è chi ancora parla per falsi luoghi comuni e ritornelli intrisi d’odio. Ma odio verso di chi?

Non verso i palazzinari e i costruttori, che della speculazione edilizia hanno fatto un’arte, non verso i datori di lavoro che vogliono assumere solo persone da sfruttare per i propri profitti – meglio poi se clandestine, così sono anche più ricattabili -, non verso i vari Buzzi e Carminati che, grazie al business dei centri d’accoglienza hanno fatto più soldi sulla pelle dei migranti che con il traffico di droga. No. L’odio è piuttosto indirizzato verso le principali vittime di questo stesso sistema di ricatto e sfruttamento.

È vero che non sempre si possono costringere le persone a ragionare, ma è anche vero che c’è chi ce la sta mettendo davvero tutta per alimentare il clima d’odio nei confronti di chi è più povero, diverso o emarginato. Una fetta consistente di questa responsabilità ce l’ha la classe politica che, da anni ormai, ha capito che le campagne elettorali che funzionano sono quelle che toccano le corde più basse dall’animo umano: e quale miglior soggetto dello spauracchio dei giorni nostri, del migrante, l’uomo nero per eccellenza? Un tempo erano gli “zingari”, poi il pericolo sono diventati gli albanesi e i rumeni, adesso è la volta di africani, arabi e – ormai un’evergreen – dei rom. Da Grillo a Salvini il linguaggio politico odierno è intriso d’odio verso queste persone, capro espiatorio di qualunque male attraversi il paese. Quindi si inscenano giornalmente siparietti che vanno dalla Santanché, che chiede quale sia la nazionalità dei piloti dell’Airbus della German Wings a Salvini, che si sente in dovere d’intervenire in una banale lite tra ragazzini delle medie.

L’episodio dei giorni scorsi, quello del bambino sbattuto in prima pagina perché si era picchiato con una compagna di classe, è stato uno dei momenti più bassi del giornalismo italiano. “Picchiata perché portava il crocifisso” è stato il titolo di apertura di questi articoli: nessuno si è preoccupato di verificare una fonte più attendibile della bambina e della mamma, nessuno si è preoccupato di sentire anche la versione del bambino ma, cosa ancora più scandalosa, nessuno ha pensato al fatto che una “notizia” del genere non avrebbe proprio dovuto essere data. Una banale lite tra ragazzini fuori da scuola è diventato un caso nazionale grazie al quale adesso, con molta probabilità, la famiglia e il ragazzino si troveranno a vivere una situazione non poco di disagio nella piccola cittadina in si sono inseriti. Lo sciacallaggio mediatico è arrivato a un punto talmente vergognoso da pubblicare le foto del bambino - definito aggressore – mentre gioca a biliardino in parrocchia.

“Sbatti il mostro in prima pagina anche quando non esiste” è il nuovo imperativo della politica e dei media: poi, se l’informazione si rivela errata, non ha nessuna importanza se si sia intanto rovinata la vita di un’altra persona, anche se questa fosse solo un bambino.

È doveroso far notare a queste persone che gli spintoni tra bambini non sono cose che capitano solo ai giorni nostri, da imputare alla presenza di bambini stranieri all’interno delle classi: queste cose succedono dall’alba dei tempi e, se ogni prima pagina avrebbe dovuto parlare delle risse accadute fuori dalle scuole medie, i quotidiani avrebbero dovuto avere il triplo delle pagine e parlare solo di quello.

Oggi interessava rovinare la vita di quel bambino perché funzionale sia al clima politico sia alle direttive editoriali di qualche giornale. La banalità di quei due spintoni – dati, si è poi scoperto, perché erano giorni che il bambino era preso in giro perché di colore e non per il crocifisso – non è nemmeno paragonabile alla banalità del male che ha permeato questa vicenda. Perché non è possibile che chi ha gettato benzina su una vicenda del genere, non fosse consapevole delle torture psicologiche cui avrebbero sottoposto un bambino di dodici anni.

Dinamo Press
18 05 2015

di Garantiamoci un futuro

Grazie alle mobilitazioni di precari e studenti il rimborso per il tirocinio con Garanzia Giovani nel Lazio è stato aumentato da 400 a 500 euro al mese. Una prima vittoria: solo la lotta paga.

Ci chiamano neet, giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano. Siamo due milioni e mezzo l’unica Garanzia che abbiamo visto era di lavorare a meno di 3 euro l’ora! In questi mesi ci siamo mobilitati per denunciare lo stato di cose andando nei centri per l’impiego e occupando il centro Porta Futuro fino a ottenere un tavolo istituzionale con la Regione Lazio. All’assessore per il lavoro Lucia Valente abbiamo chiesto di innalzare il rimborso mensile per il tirocinio con Garanzia Giovani e intervenire per rimediare ai ritardi insostenibili nei pagamenti, frutto di inefficienze e di rimpalli fra la Regione e l’Inps.

Abbiamo vinto! La Regione Lazio ha innalzato l’importo del rimborso, che ora sarà di 500 euro al mese, il tetto massimo previsto dal programma! Il fallimento di Garanzia Giovani è ormai evidente a tutti: a fronte di un 1,5 miliardi di Euro di fondi europei investiti, le reali opportunità per i giovani sono esigue. Lo stesso Ministro Poletti è in difficoltà. I numeri dimostrano che la percentuale dei beneficiari che si sono iscritti è bassa e ancor più bassa è quella di coloro che hanno ricevuto un’offerta valida di formazione e tirocinio.

Insomma, le cifre sembrano proprio smentire l’assunto che buona parte della disoccupazione giovanile sia frutto del mancato incontro tra domanda e offerta e l’unica certezza è che i fondi stanziati andranno a riempire le casse dei soliti noti: agenzie del lavoro private ed enti di formazione. Lavorare 140 ore per 400 euro significa lavorare per meno di 3 euro l’ora: è questa la proposta del Governo per contrastare la disoccupazione giovanile?

Come sempre la lotta paga! Abbiamo ottenuto l’aumento e non ci fermeremo qui!

In un momento in cui la disoccupazione giovanile sta raggiungendo il 44% gli stage i tirocini possono trasformarsi in uno strumento di ricatto e di lavoro povero, al pari di altre forme contrattuali: per questo riteniamo importante che sia riconosciuta l’esigenza di una retribuzione più dignitosa per chi, al di là della retorica sulla formazione, nei fatti sta svolgendo un lavoro.

Molta strada è ancora da percorrere e non ci fermeremo: sono 6500 i tirocini svolti nella Regione Lazio e appena 400 i rimborsi accreditati. Vogliamo garanzie e tempi certi sui pagamenti e vogliamo che siano mensili e non più bimestrali!

Vita riproduttiva ai tempi del neoliberismo

Danza MatisseAmbra Lancia, DinamoPress
15 maggio 2015

Pochi giorni fa la Marcia per la Vita. La novità del neofondamentalismo dei giorni nostri è la riproposizione della proprietà sessuale, economica, produttiva e riproduttiva, illimitata, oltre il futuro, dei corpi delle donne.

Corpi e vita riproduttiva ai tempi del neoliberismo

Dinamo Press
15 05 2015

Pochi giorni fa la Marcia per la Vita. La novità del neofondamentalismo dei giorni nostri è la riproposizione della proprietà sessuale, economica, produttiva e riproduttiva, illimitata, oltre il futuro, dei corpi delle donne.

Il 10 maggio a Roma c’è stata l’ennesima (la quinta nella capitale) marcia per la vita. Niente di nuovo, insomma. La solita manifestazione degli invasati oltranzisti cattolici, fascisti, sessisti, omofobi e molto altro. Tra i vari gadget (quasi tutti rigorosamente a forma di feto, sic.) cartelli contro la 194, la pillola del giorno dopo, l’aborto, e contro le donne che procedono in questa scelta, ne spiccavano alcuni come: “io non sono un grumo” e “l’utero è mio e decide Dio” (!). Slogan per affermare” la sacralità della vita e la sua intangibilità dal concepimento alla morte naturale senza alcuna eccezioni e […] compromesso”. La “vita” in questione da difendere, è chiaramente quella dell’embrione e del feto, non certo quella delle donne.

E poi ricordiamoci che qui conta più un embrione che gli esseri umani vivi di questo mondo. Ma a quale momento del concepimento si riferiscono esattamente? Da quando scatta il regime di sacralità? Sembra non esserci una logica in queste sparate fantasiose degne dell’annosa questione sull’uovo e la gallina. Eppure è proprio questo il problema, poiché spesso cotanto fanatismo morboso e macabro viene liquidato come fenomeno folkloristico, ma se ci soffermiamo un po’ non è esattamente così nella società odierna, considerando che tutte queste convinzioni si sono infilate da tempo nel servizio sanitario, negli ospedali pubblici e nei consultori.

In Italia la legge 194, frutto di una conquista delle lotte delle donne, formalmente garantisce la possibilità di scegliere e di abortire, ma di fatto, viene quotidianamente svuotata di senso, resa inefficace dalle politiche governative e dal numero enorme dei medici obiettori (in Lombardia, Basilicata, Molise e Sicilia il numero degli obiettori supera l'80%, mentre nel Lazio si va oltre il 90%). L'obiezione di coscienza sull'aborto garantisce la carriera di molti medici, diventa misura del ricatto, cattiva abitudine che si insinua nelle pratiche correnti degli ospedali e che rallenta e di fatto impedisce a centinaia di donne di poter scegliere per sé. Non a caso, di fronte agli ostacoli e alle umiliazioni che ogni donna deve subire, in Italia è in aumento il numero degli aborti clandestini, soprattutto tra le adolescenti e le donne migranti. All’estero anche il mercato dei farmaci illegali online, dove senza ricetta è possibile acquistare il misoprostolo.

I movimenti pro-life sono dei veri e propri gruppi di pressione a livello mondiale che condizionano ogni tipo di scelta politica, economica e sociale. E’ un dato di fatto. Negli Stati Uniti in questi decenni hanno acquisito un potere senza precedenti. È stato George W. Busch a formalizzare l’apologia della vita dopo l’evento dell’11 settembre 2001 da lui definito e reinterpretato come un atto di violenza contro la vita in sé. Di conseguenza a livello pubblico-mediatico il passaggio verso la “guerra per preservare e proteggere la vita in sé” è breve.

Sempre nello stesso anno è stata estesa la copertura sanitaria ai non-nati, i primi negli USA a beneficiare di un garantito e incondizionato diritto alla salute, almeno fino al momento della nascita. Neoconservatorismo, economia neoliberale e cultura pro-life, dunque: qual è il nesso?

Pensiamo a uno dei più influenti divulgatori delle idee economiche neoliberali, il giornalista del Wall Street Journal (ma non solo) George Gilder (per un periodo ghostwriter di Nixon), uno degli esponenti di spicco della destra evangelica e creazionista, sostenitore della natura essenzialmente religiosa dei fenomeni economici.

Come suggerisce Melinda Cooper, in “La vita come plusvalore – Biotecnologie e capitale al tempo del neoliberismo”, la “teologia del capitale di Gilder afferma nel mondo la fede nei poteri generativi e redentivi dell’imperialismo del debito americano”. “Non a caso l’opera di Gilder è molto studiata e citata nel mondo del management finanziario sugli investimenti e il debito, dove creazione della vita e creazione di denaro (di plusvalore da debito, di attese e promesse) sono questioni trattate in modo analogo dalla dottrina teologica”.

L’impresa economica deve essere sostenuta da una “nazione forte”, ovvero quanto più possibile svincolata da ogni “obbligo sociale” verso i propri membri, in cui la misura originaria del valore è la nazione, appunto, “che è la forma della proprietà che si concretizza nella più conservatrice delle istituzioni morali: la famiglia”.

E la nozione di “diritto alla vita” del non nato, è l’emblema di questo insieme di norme economiche, politiche, morali, secondo cui il non nato rappresenta anche la nazione, il potere “creativo e rigenerativo” del debito contenuto all’interno della politica sessuale della vita familiare eterosessuale, possibilmente bianca. Il neoliberismo riconfigura significativamente le relazioni tra debito e vita diversamente da come si erano formalizzate nello stato sociale della metà del XX secolo.

Un ritorno e una reinterpretazione aggiornata al ventunesimo secolo al modello liberale classico della crescita, più influenzato dalla biologia e dalle teorie evoluzioniste che da quelle meccaniche.

La novità del neofondamentalismo ai tempi dell’economia neoliberale, della finanziarizzazione dell’economia e di una politica che opera in modo speculativo, è la riproposizione della proprietà sessuale, economica, produttiva e riproduttiva, illimitata, oltre il futuro, dei corpi delle donne.

Anche la concezione della vita stessa diventa una risorsa bioeconomica da colonizzare ed espropriare. “Studiose come Saskia Sassen e Isabella Bakker hanno analizzato la sinergia creatasi tra l’asservimento al debito e la diffusione di forme di lavoro estremamente flessibili e femminilizzate (lavoro affettivo, sessuale, domestico)”.

Il capitalismo avanzato investe e trae profitto dal controllo scientifico ed economico e dalla mercificazione di tutto il vivente. Controllare la riproduzione in tutti i suoi aspetti “è altamente produttivo” (prefazione di “Biolavoro globale. Corpi e nuova manodopera di Melinda Cooper, Catherine Waldby).

Il mercato della riproduzione assistita è in espansione, considerando che molte persone desiderano avere un figlio proprio ricorrendo alla maternità surrogata, oppure alla fecondazione in vitro. Una esternalizzazione della fertilità, in cui la biologia va a rinegoziare i limiti della riproduttività femminile, ma solo per chi può permetterselo.

L’altra faccia “progressista” del capitalismo avanzato è quella che, invece, esalta l’emancipazione femminile, ma in senso esclusivamente individualistico e “unidimensionale”, come a ragione scriveva Nina Power nel suo “La donna a una dimensione”. Un femminismo neoliberale che rivendica un ruolo più attivo delle donne nei luoghi di lavoro, ma quali precondizioni garantisce loro? La nuova forma di capitalismo neoliberale non vuole le donne a casa come madri full time, anzi: le vuole lavoratrici, ma con stipendi più bassi.

E in molti casi è il datore di lavoro che scandisce i ritmi e i tempi di vita. Il livello più alto in tal senso è stato toccato nella Silicon Valley, con la proposta di Google e Apple di erogare benefits aziendali a sostegno di adozione e procreazione, comprensivi di migliaia di dollari per il congelamento degli ovuli delle loro dipendenti. Nel tech-world, ancora largamente dominato dagli uomini, dare la possibilità di programmare una famiglia a lungo termine, offrirebbe un’attrattiva e una fidelizzazione in più per le lavoratrici, assicurando il loro talento e ritmo a tempo pieno nell’azienda il più a lungo possibile, contribuendo a divulgare esternamente l’immagine della wonder woman, la donna che vuole e può avere tutto.

In realtà si tratta semplicemente di posticipare l’ipotesi di mettere su famiglia non secondo una propria scelta, ma adattando il proprio ciclo biologico all’agenda aziendale. Anche qui sottomettendo il proprio corpo al capitalismo delle corporations.
Nel mondo (in Italia è un’altra storia…) inizia ad essere sempre più evidente la tendenza a normare in senso neoliberalista le nuove tecnologie di procreazione assistita e in senso sempre più fondamentalista la contraccezione e l’aborto.

I pro-life hanno un loro peso anche in Europa, 27 circa nel parlamento europeo. E in Italia la legge 40/04 l’hanno praticamente rimaneggiata loro, i pro-life.

E’ evidente che il nodo della riproduzione rimane troppo aperto, considerando che alle donne spetta sempre l’ultima parola su tutto. La domanda è ancora: cosa succede ai nostri corpi, alla nostra libertà sessuale, riproduttiva, ai tempi del neoliberismo e delle nuove tecnologie?. “Vengono incitati costantemente a produrre, a non sprecare, a riprodurre e conservare l’eccesso”. Corpi continuamente messi a lavoro, normati, sfruttati. Eppure, probabilmente, un primo passaggio sarebbe quello di abbandonare l’ossessione individualista e “unidimensionale” insita nella forma del capitalismo avanzato, in cui l’atomizzazione forzata nel mondo del lavoro, nei luoghi abitativi, etc, viene presentata come una scelta individuale, come la tua libertà. E invece non lo è.

Ambra Lancia

Teologia degli storni

Dinamo Press
13 05 2015

Il bilancio luci e ombre della manifestazione milanese NoExpo del 1° maggio è stato autorevolmente tratto dai partecipanti più responsabili e non è il caso di ripeterlo. Se non per trattenersi in un angolo visuale da cui meglio afferrare l’insieme.

Di rabbia spontanea ce n’è in giro parecchia, scaturisce dalla destrutturazione degli status sociali e delle aspettative ancor più che dall’impoverimento, ma è una favola che a Milano si sia soggettivata e incarnata in un’eccedenza. La disgregazione produce passività fluttuante e offre combustibile a veloci scoppi d’ira, ma in certi riot abbiamo a che fare con portatori di disegni complessivi, che si teorizzano come tali, abbastanza indipendenti dai contesti locali. Li (si) chiamano black bloc (necessità del brand). Non è lo Spectre, ma una struttura flessibile di tipo non partitico, un corpo di pronto intervento che si muove per vertici e controvertici secondo un piano di attacco al capitale globale; una specie di flash mob per la guerra simulata.

Per l’Autonomia diffusa mondiale –uno degli eteronimi con cui quest’area si autodefinisce, non un soggetto con sede, targa e iscritti– ha esposto una parte del suo programma e chiede con insistenza di essere considerata una forza con un progetto proprio, criticando chi «non riesce a vedere una “strategia politica” nella sequenza dei riot europei a decentrarsi». Occorre prendere sul serio tale pretesa, valutarla e combatterla, nella misura in cui implica una notevole dose di spirito di scissione, al punto da asserire che sono in gioco due ipotesi: puntare al governo, tipo Podemos e Syriza, oppure «tentare una diversa “verticalizzazione” delle lotte, cioè organizzarle in un movimento rivoluzionario». Le due possibilità «non sono compatibili e a ben guardare nemmeno alternative tra loro: sono nemiche». Chiaro, no?

Trascurando il piccolo particolare, omesso di regola in tutte le drastiche dicotomie, che è possibile praticare percorsi diversi da Podemos e Syriza, pur guardandoli con interesse critico, senza ridursi alle coreografie dei militanti alfa. Quelle esperienze di mezzo sono parti decisive del reale e delle sue contraddizioni, di cui il momento elettorale e di governo sono un polo, l’altro le lotte di strada, il mutualismo, le occupazioni. Mentre una coreografia è bella o brutta e la sua verticalità è tutta metaforica. Potere destituente? Prendiamolo per buono: chi e dove è stato destituito? a parte i relitti dei vecchi movimenti e social forum…

Non si può certo recriminare che tali componenti non prendano parte ad accordi preliminari con altre formazioni in occasione di manifestazioni (se ne considerano, alla Schmitt, “nemici” e non “rivali” o competitor) ed è sgradevole che adottino nei loro confronti espedienti che discendono dritti dal Catechismo del rivoluzionario del nichilista Nečaev (mettere alle corde i “riformisti” e ancor più gli imitatori zelanti, comprometterli, ricattarli, infilarsi al centro di cortei non organizzati da loro) –ma anche questo è marginale, caso mai impone determinate cautele e contromisure. Occorre andare a fondo, criticare e smantellare la loro logica senza rimpiangere pratiche improponibili del passato: le teste di corteo, i servizi d’ordine, le sfilate (processionali o vivaci), le “scadenze”. Una ritualità congrua a forme ormai desuete di sovranità e di governo, di cui costituivano la controparte sovversiva, extraparlamentare, come partiti e sindacati ne erano quella ufficiale e integrata. Quel mondo fordista e sovranista non c’è più, la maggioranza dei attivisti è addirittura nata dopo. Non vedranno (per fortuna) gli intergruppi, non vedranno (purtroppo) le pensioni. Il fascino della proposta black deriva dalla rottura apparentemente irreversibile con un antagonismo datato e fallito.

Ma è tutto oro il nuovo rilucente posizionamento?

Il 14 ottobre 1952, a conclusione del XIX congresso del Pcus, Stalin affermò che la borghesia aveva buttato nel fango le sue bandiere (le libertà democratiche, l’indipendenza e sovranità nazionali) e che toccava ai comunisti occidentali raccoglierle e portarle avanti. Un’operazione propagandistico-difensiva nel breve periodo (prendere fiato in una fase acuta della guerra fredda), ma che avrebbe innestato una deriva riformista dei partiti satelliti con la scusa di un pericolo fascista imminente. Negli anni ’50 l’imperialismo Usa non era il nazi-fascismo degli anni ‘30, così come nel 1973 la sanguinaria dittatura di Pinochet era l’avanguardia armata del neo-liberalismo di Chicago (ciò che rendeva il compromesso storico di Berlinguer una ripetizione inefficace di tattiche passate) e l’odierna governance multipolare non è lo “Stato d’eccezione”, cioè il paradigma unificato di un esercizio normalmente eccezionale del potere dopo l’11 settembre 2001, la condensazione della guerra civile legale e della tanatopolitica verso ogni avversario e gruppo resistente. I black non sono stalinisti o togliattiani o berlingueriani (figure di cui si è persa memoria), ma condividono un analogo errore dell’obbiettivo e adottano dunque armi improprie.

Oggi un videogioco di successo aggiorna quella logora strategia rovesciando la teologia politica dell’agonico Sovrano novecentesco in una teologia della rivolta (la stasis, la stasis!), in cui a gestire l’eccezione è un’avanguardia ribelle invisibile e mobile, le cui azioni esemplari insurrezionali finirebbero per produrre il “popolo che manca”, il significante vuoto di Laclau al centro di una catena di equivalenti. Alla Repräsentation schmittiana dall’alto, che produceva un popolo assente disprezzando i compromessi liberali e corporativi, si contrapponevano simmetricamente, suoi degni avversari, il mito sorelliano dello sciopero generale e la paura della democrazia diretta soviettista. Peccato che oggi le cose non funzionino più così e il capitalismo finanziarizzato globale nel segno del neo-liberalismo si sia dato organi e strumenti diversi. La dimensione globale è ben presente agli attivisti della nuova Internazionale anarco-insurrezionalista (nome di fantasia), ma il loro discorso resta alternativo a un modello di decisione e di sovranità che è stato sostituito da meccanismi altrettanto micidiali di comando, non più identificabili e afferrabili con quelle modalità. Vai a combattere la governance con le rivolte a sciame…

Spettacolo garantito ma si recita su un palcoscenico di sotto-sistema, senza misurarsi con quanto si gioca a livello di sistema globale e insieme articolato. Le due performances mediatiche sono deliberatamente opposte ma non entrano mai in contatto come, su una mappa il quadrante “riottoso” di Milano e il traballante Eden dell’Expo a Rho. Indovinate quale narrazione prevale?

Micidiali sono i vantaggi tattici dell’Autonomia diffusa nei confronti di un movimento confuso e in via di ristrutturazione mentale e organizzativa, debolissimo il suo impatto sull’avversario di classe. Un’estetica delle rovine (perseguita con maggior efficacia dall’agenzia di moda che ha postato la modella accanto alla macchina rovesciata) e della «ridefinizione dell’arredo urbano» (chapeau!) fa presa facile –più facile della retorica bavosa del “decoro” e del “ripuliamo la nostra città”– su un precariato frustrato e incazzato che non ha nulla da perdere. È un movimento “nomadico”: non nel senso della macchina da guerra deleuziana, ma della geometria variabile dei voli di storni al tramonto (rubo la leggiadra similitudine a Lanfranco Caminiti), compreso però il tappeto di guano che lasciano in loco. Comunque esso prevale su sedentari disorganizzati e litigiosi, sull’usura dei linguaggi e dei simboli. Non c’è simmetria possibile fra litanie e un immaginario “altro”, quale rivendica un successivo e alquanto difensivo documento a firma simile.

Ben poco incide, però, questa grande Repräsentation apocalittica all’inverso sui meccanismi della governance, prontissima a perimetrare la guerra simulata in un settore a basso costo: scope, detersivi e spese per processare i soliti quattro sbandati presi a caso. La messa in scena, mediaticamente curata secondo i canoni della società dello spettacolo, lo è purtroppo di forme di lotte che andavano bene in una fase anteriore del comando del capitale. Per paradosso, i black bloc sono gli eredi "brutti e cattivi" della protesta democratica e solidale, bloccati da un nemico fantasmatico –non perché non ci sia ma perché sta in un posto diverso, va quindi affrontato con pari energia ma con modi più efficaci.

Filosoficamente l’idea di eventi assoluti, irruzioni del miracolo nella storia, scioglie le sequenze significative nel vuoto, cortocircuita in maniera illegittima Schmitt e Badiou –che infatti bolla siffatte operazioni per gauchisme spéculatif rivendicando il carattere locale e localizzabile dell’evento, mai isolato ma connesso a una serie di conseguenze iscritte in un tessuto. Politicamente l’attribuzione alla Stato di un’eccezione permanente (Benjamin dirottato da Agamben) schiaccia la concreta governance neo-liberale su un fascismo metafisico, cui opporre una altrettanto metafisica destituzione, che fa del riot non un sintomo di crisi ma un mezzo privilegiato di risoluzione.

La critica di quella strategia a retroterra “teologico” non ci deve però impedire di comprendere perché essa conosca un effimero successo e comunque segnali i limiti di impotenza del movimento. Allo stesso modo il disgusto per il corteo scopaiaolo (in senso osceno, cioè di far pulizia) dietro Pisapia non cancella il parziale fallimento della contestazione dell’Expo. Come uscire dal circolo vizioso fra sovversione inane e ritorno all’ordine? Dalla parodia ambrosiana, non esente da tentazioni di linciaggio, di quanto si verificò con la ripresa gollista della piazza a fine maggio 1968 e con la marcia dei 40.000 nell’ottobre 1980 dopo l’occupazione alla Fiat?

Denunciamo il carattere residuale e ultra-novecentesco di uno stile minoritario e, a differenza dagli anni ’70, militarmente assai fragile, dopo di che il problema è che non propongono un modello inclusivo, diffusivo, trasversale, praticabile da settori sufficienti della moltitudine precaria. Non coinvolgono, anzi allontanano una pluralità di soggetti e rendono impossibile, per metodo e per discontinuità territoriale e temporale, qualsiasi costruzione di istituzioni del comune. L’altro problema è che ci riusciamo poco e saltuariamente anche noi che li critichiamo.

La pazienza non va raccomandata ai poveri e agli insorgenti, ma ai militanti rivoluzionari (ai poveri e insorgenti in quanto militanti rivoluzionari) sì. Servono fluttuazioni più lente e molecolari, in cui si definiscano soggettività non standard, più rispondenti a come il vecchio si mischia il nuovo. Una situazione assolutamente continuativa quale il mondo della scuola, che appartiene al tessuto della prima repubblica e del lavoro pre-fordista, oggi svolge una forte azione di contrasto alla modernizzazione neo-liberale con la scontata arma dello sciopero. Il Social strike ha cercato, con esiti limitati ma promettenti, di dare voce al mondo eterogeneo del precariato con forme di lotta che con quelle tradizionali della scuola hanno solo somiglianze di famiglia. Quel disagio occupazionale e lavorativo è tipicamente giovanile e sembra non aver alcun rapporto con il terremoto che si annuncia fra i percettori di pensioni medie e basse dopo la sentenza della Corte costituzionale sull’adeguamento al costo della vita: eppure sappiamo benissimo che esiste una complementarità nel bilancio familiare fra trasferimenti dei nonni e mantenimento dei nipoti precari. Solo un reddito universale di cittadinanza è in grado di redistribuire i costi fra le generazioni e riavviare una dinamica delle retribuzioni e dei consumi. I migranti regolari, privi di diritti politici, chiudono il circuito versando i contributi pensionistici che altrimenti mancherebbero, e quelli irregolari (che gli apologeti di stragi chiamano “clandestini”) sono il bacino privilegiato del capitalismo “estrattivo”.

Sebbene finora insoddisfacente, il lavoro in queste e in aree consimili è l’unico degno di nota, un tentativo realistico di ricomporre l’infranto senza forgiare gratis per il nemico armi di distrazione di massa. Almeno per cominciare, su scala locale, intuendo che probabilmente il discorso è estendibile altrove. Ci abbiamo provato con Blockupy ed è la sfida dei prossimi mesi.

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