DINAMO PRESS

Se ami qualcuno lo proteggi

Dinamo Press
01 09 2015

Parla la famiglia palestinese che ha respinto il soldato israeliano che voleva arrestare il loro ragazzo a Nabi Saleh, in Cisgiordania. Tratto da East middle eye,, traduzione a cura di dinamopress.

La famiglia Tamimi ha dichiarato che la presenza dei giornalisti è stata cruciale per respingere il soldato israeliano che voleva arrestare il loro Mohammed di 11 anni. Nariman Tamimi racconta che lei e suo figlio stavano guardando la manifestazione da lontano quando ha notato che qualcosa non andava. I soldati, che di solito cercano di bloccare la protesta prima che raggiunga il ripido pendio del suo villaggio, sembrava stessero incoraggiando i dimostranti a scendere il pendio. Quando ha capito il motivo, era troppo tardi. Racconta che una dozzina di soldati si erano nascosti dietro gli alberi e dei massi lungo il fianco di una collina, saltando fuori per catturare manifestanti impreparati.

“Abbiamo visto che i soldati avevano preso mio nipote e un'attivista straniero, stavano per arrestarli e tutti siamo corsi per aiutarli” dice Nariman. Quando gli altri manifestanti sono corsi in aiuto dei due manifestanti che erano stati arrestati, il figlio di Nariman, Mohammed Tamimi, 11 anni, è rimasto dietro e continuava a guardare a distanza. Questo è il momento in cui è stato catturato solo. Quello che è accadduto successivamente è stato ripreso da una macchina fotografica in una serie di foto, che ritraggono un giovane ragazzo buttato a terra da un soldato israeliano, mentre la madre del ragazzo, la zia e la sorella combattono per togliere l'uomo adulto via dal bambino.

Diffusione virale

Le foto e i video dell' incidente si sono diffusi rapidamente attraverso i social media, catturando l'attenzione delle agenzie di stampa internazionali. La famiglia Tamimi, noti attivisti palestinesi, sono rimasti impressionati per quanto velocemente si fossero diffuse le foto. Bilal Tamimi, uno degli zii del ragazzino fermato nel filmato, haripreso l'intera aggressione.

“(Uno dei miei video) ha raggiunto più di un milione di visualizzazioni solo oggi” Bilal ha dichiarato al Middle East Eye dalla casa della sua famiglia nel piccolo villaggio di Nabi Saleh appena fuori Ramallah. “Non ci posso credere, nessuno di noi può crederci”

La zia di Mohammed, Nawal Tamimi che è stata ripresa nel video mentre disperatamente tirava e colpiva la faccia e il corpo del soldato – cercando con tutte le sue forze di tirare via il soldato da suo nipote – dichiara che è riconoscente del fatto che le telecamere fossero lì. Questi tipi di incidenti non sono rari per Nabi Saleh e per la Palestina”, dice Nawal. “Siamo grati del fatto che le persone stanno guardando queste foto e vedono cosa accade sotto l'occupazione, ma cose peggiori di queste si verificano sempre. Se non ci fossero state così tante persone con le telecamere, quel giorno loro ci avrebbero tranquillamente sparato e avrebbero preso Mohammed, non sarebbe stato anormale”.

Il villaggio di Nabi Saleh organizza settimanalmente la manifestazione del venerdi– senza alcuna eccezione – dal 2009, come protesta contro l'occupazione israeliana del territorio palestinese, e contro la confisca delle terre di Nabi Saleh ad opera del vicino insediamento illegale di Halamish. Il villaggio è conosciuto per l'intensità degli scontri che ci sono durante le proteste e per l'organizzazione del suo comitato di resistenza popolare. La forza del movimento di resistenza di Nabi Saleh significa che le forze israeliane effettuano incursioni nelle case durante la notte e che gli scontri sono frequenti.

Nessun luogo è sicuro

Tutti i bambini di Nariman, anche il suo figlio più piccolo, prendono parte alle manifestazioni di Nabi Saleh. Spiega che durante le proteste non tiene a casa i suoi figli perchè nemmeno nelle loro case sono al sicuro. Nelle foto, il giovane ragazzo che è stato immobilizzato, indossa un gesso al braccio, una ferita, dice sua madre, che è stata causata quando le forze israeliane hanno attaccato la loro casa solo due giorni prima dell'incidente di Venerdì. “Si può vedere dalle foto che indossa un gesso” afferma Nariman “I soldati hanno lanciato lacrimogeni dentro casa e rotto le finestre, uno di questi contenitori di metallo che è caduto dentro, ha colpito il suo braccio e gli ha rotto il polso”.

“Quindi, a Nabi Saleh non esiste un luogo sicuro nè dentro nè fuori, ma i bambini sono meno traumatizzati restando fuori ed affrontando le loro paure piuttosto che stare qui a nascondersi, li fa sentire meglio, psicologicamente” insiste Nariman.

Se ami qualcuno lo proteggeresti

I fotografi sono stati i primi a raggiungere Mohammed, riprendendo i momenti iniziali dell'incidente di venerdì, mentre urlavano contro il soldato affinchè rilasciasse il ragazzo e avvertendolo che il braccio del ragazzo era rotto. La sorella di Mohammed, Ahed, 14 anni, è stata la prima che fisicamente è arrivata in suo aiuto. “All'inizio ho provato a parlare con il soldato per convincerlo a lasciare andar via Mohammed, ma lui non voleva così ho fatto qualsiasi cosa in mio potere per liberare mio fratello da lui. Chiunque avrebbe fatto lo stesso per il proprio fratello o per qualcuno che si ama, se ami qualcuno lo proteggi” ha spiegato Ahed.

Una delle foto più condivise tra la serie di immagini virali, mostrano Ahed mordere la mano del soldato durante lo scontro per liberare Mohammed. “Non so cosa stessi facendo, stavo solo facendo qualsiasi cosa per liberare mio fratello” afferma. Ahed e la madre di Mohammed possono essere viste mentre graffiano la faccia e la maschera del soldato condividendo lo stesso sentimento. Nariman è arrivata sulla scena subito dopo Ahed. Nel video, prima che raggiungesse lo scontro tra i suoi due figli e il soldato, la si sentiva urlare “Mio figlio, mio figlio” ripetutamente. “Non stavo pensando ad altro tranne che a togliere il soldato da sopra mio figlio, non importa come” afferma Nariman quando le viene chiesto se a un certo punto si fosse spaventata delle possibili conseguenze di un contatto fisico con un soldato israeliano. “Quella mitragliatrice stava penzolando lì vicino alla testa di mio figlio e la sua mano era attorno alla sua gola.”

Quando Nariman ha visto le foto per la prima volta, dice che è stata attraversata da un turbine di emozioni. “Ridevo e piangevo. In un primo momento, quando ho visto la faccia mia e di mia figlia mentre lei mordeva il soldato e io lo colpivo e lo sguardo sulla faccia del soldato, ridevo”. Esclama. “Ma quando ho visto e realizzato la paura nel volto di Mohammed mi sono messa a piangere. Nessuna madre vorrebbe vedere sulla faccia del proprio figlio una tale paura”.

Mentre Mohammed guarda terrorizzato le foto, subito scarta l'idea che l'incidente sarebbe potuto essere il momento piu spaventoso dei suoi 11 anni di vita. “Il momento più pauroso della mia vita non è stato venerdì” spiega Mohammed, raccogliendo la stoffa sfilacciata sul braccio gessato. “è stato quando avevo nove anni. I soldati arrivarono al villaggio nel mezzo della notte e allora non c'era nessun giornalista a guardare e ci siamo messi a correre via da loro, ma i bambini più grandi erano più veloci”

Come venerdì, Mohammed è stato separato dal gruppo, il resto dei suoi cugini più grandi, si erano messi su una collina, ma lui e un altro cugino erano ancora in basso, con i soldati vicino, racconta. I soldati stavano per arrestarci, ma i nostri cugini iniziarono a buttare i sassi e noi siamo riusciti a scappare, ma quando ho raggiunto il resto dei ragazzi hanno sparato a mio cugino giusto di fronte a me. Questo è stato il momento più pauroso, non ieri.

Nariman non è estranea a situazioni intense, ma spiega che ogni madre potrebbe fare quello che lei ha fatto di istinto, senza curarsi del rischio. “Sei sei una madre proteggeresti i tuoi figli senza pensarci. Anche un gatto, se vede qualcosa che sta ferendo il suo piccolo, lei lo attaccherebbe, e questo è quello che ho fatto io.” Nariman insiste con fervore. “Loro non stavano solo provando ad arrestarlo, il modo in cui la mano del soldato era attorno al collo di mio figlio lo avrebbe potuto uccidere.”

*Tratto da eastmiddleeye.net, traduzione a cura di dinamopress.

Dinamo Press
01 09 2015

di Dimosthenis Papadatos-Anagnostopoulos*

Pubblichiamo un’interessante e approfondita riflessione di Dimosthenis Papadatos-Anagnostopoulos* che ripercorre alcuni passi ed errori che hanno portato SYRIZA all’esito finale delle trattative, a dover votare il terzo memorandum e alla spaccatura che sta vivendo proprio in questi giorni.

L’articolo è stato pubblicato prima dell’annuncio delle elezioni, dunque alcune cose sono già cambiate (tra queste la partecipazione dell’autore al Comitato Centrale del partito, da cui si è dimesso venerdì scorso). Ciononostante, rimane un testo molto utile a comprendere meglio gli avvenimenti degli ultimi mesi.

Chi non risica, non rosica. Dopo la rilevante approvazione delle assemblee nazionali di Germania, Olanda, Spagna, Austria e Lettonia, la Commissione Europea e l’ESM hanno annunciato l’approvazione del prestito biennale di 86 miliardi di euro alla Grecia. Questo accade solo pochi giorni dopo che il Parlamento ha approvato il terzo memorandum presentato da un governo di sinistra sostenuto dai partiti borghesi e dai media mainstream, ancora una volta dopo un iter parlamentare auto-umiliante e stringente sotto il peso di una decisione dell’Eurogruppo ancora in sospeso.

Dietro l’angolo ci sono un’altra elezione generale e un congresso del partito che era stato deciso dal Comitato Centrale ma è ancora da confermare [dimettendosi Tsipras ha evitato che il congresso si tenesse prima delle prossime elezioni, ndt], che sembrano niente più che un processo per riaffermare il predominio del Primo Ministro Tsipras sul partito e sul sistema politico. Se qualcuno avesse detto a inizio di luglio che saremmo arrivati a questo punto, sarebbe stato accusato di essere fuori dalla realtà. E invece.. siamo proprio qui!

Tutti noi che abbiamo lottato per SYRIZA negli ultimi 11 anni e soprattutto nei 7 anni dell’attacco della crisi, tutti noi che abbiamo sostenuto il primo governo di sinistra in Europa successivo alla Seconda Guerra Mondiale, tutti noi che abbiamo creduto che un simile governo, in fondo un governo di sinistra moderata, sarebbe potuto sopravvivere nelle tenebre neoliberali dell’UE, possiamo dire oggi che siamo nel mezzo di una sconfitta schiacciante. Questa sconfitta dovrebbe essere discussa e registrata come una sconfitta politica, non come un tradimento morale. Cioé, la capitolazione forzata del governo è un fallimento collettivo e rappresenta un inquietante segno dell’intrusione imperialista oltre ogni prerogativa democratica. Ci sono numerose ragioni oggettive e soggettive per questo fallimento – e per quanto riguarda le ultime, ci sono individui nella gerarchia del governo e del partito e nell’area ideologica e politica di SYRIZA, che condividono, anche se non in maniera eguale, questa responsabilità.

La situazione è già chiara: il trauma e le conseguenze di questa sconfitta, sigillata dal terzo Memorandum lascerà una traccia indelebile. SYRIZA non sarà mai più la stessa – e questa particolare “fine” è già un fattore chiave della crisi politica in corso. L’attuale crisi, come continuazione della crisi della rappresentanza del 2007, ha già avuto un impatto su tutte le manifestazioni delle forze politiche di sinistra in Europa nella sfida politica e sociale della fase del terzo Memorandum, che è appena iniziata. Ed è troppo presto per dire come potrebbe risolversi la crisi, figuriamoci per essere ottimisti sul suo esito. Nonostante questo, abbiamo urgentemente bisogno di tirare fuori delle “ipotesi di lavoro” rispetto ai prossimi passi, in modo da poter difendere i giovani e i lavoratori contro il terzo Memorandum, da mantenere lo scontro che il recente referendum ha dimostrato essere vivo – in modo che la sinistra per-il-NO [cioé quella che vuole dare seguito al NO del referendum, ndt] possa immaginare a cosa dovrebbe assomigliare nella nuova fase una sinistra capace di vincere.

Il referendum

L’ovvio punto di partenza di ogni valutazione e pianificazione è l’esito vittorioso di uno scontro di classe che ha assunto una dimensione internazionale il 5 luglio, che dopo solo una settimana è stato capovolto e ridotto all’umiliante accordo del governo con la Troika. Tutti noi che abbiamo combattuto in questa battaglia sappiamo che in termini politici il tempo non è mai sembrato più intenso, che il nostro scontro non è mai stato così genuino e per la sopravvivenza, che la gioia per questa vittoria collettiva non è mai stata più grande. Ma allo stesso tempo sappiamo che i deficit della dirigenza e nella pianificazione non sono mai stati così cruciali per un scontro di classe su questa scala: lasciatemi solo ricordare che fino al mercoledì prima del referendum non sapevamo proprio se il referendum ci sarebbe stato; fino al giovedì ascoltavamo i ministri e i deputati rassicurare l’elettorato che ci sarebbe stato un accordo (alcuni di loro si sono spinti al punto di suggerire di votare SÍ); per un’intera settimana siamo stati testimoni della neutralità dell’emittente pubblica ERT mentre i media borghesi complottavano e il nostro popolo veniva ricattato sui posti di lavoro e alle code dei bancomat senza che noi fossimo in grado di difenderlo. Il governo ha giustamente condannato il colpo di Stato dell’UE. In quei giorni, semplicemente distribuendo volantini ci siamo sentiti come se fossimo membri dell’Unidad Popular mentre Allende era minacciato.

Questo è un punto chiave che dobbiamo considerare: che il referendum, vale a dire il coinvolgimento dei cittadini, è stata una scelta quasi istintiva del governo, nel tentativo di fermare la spirale discendente dei negoziati – una specie di spasmo di sopravvivenza appena prima di affogare; l’interruzione di una tattica continua di compromesso con i vertici e di continue pacificazioni della base (l’accordo è stato una “questione di giorni” per quattro mesi…) e di una tattica che, già dal 20 febbraio, non prevedeva assolutamente alcun ruolo per le masse, e nessun ruolo per SYRIZA come partito.

Dall’(ultra)continuità dello Stato alla capitolazione di classe

Ma se la moneta e il supporto del popolo sono oggi le fonti del potere nelle nostre società, il governo ha sospeso il suo fondamentale vantaggio per cinque mesi, non schierando le masse. Invece, ha chiamato il popolo in prima fila quando la sua tattica era già fallita sotto uno schiacciante rapporto di forza, quando la sua “linea rossa” si era già sbiadita nella “proposta di 47 pagine”, che in sé era difficile da difendere a causa della mancanza di potere. Questa fase si è conclusa con le masse ancora una volta dalla parte del progetto del governo, con l’interpretazione rassegnata del mandato del referendum e con la riunione dei leader dei partiti politici, completamente fuori da qualsiasi procedura del partito.

Ovviamente la responsabilità di queste scelte è diversa per ognuna delle persone coinvolte e può essere chiaramente attribuita ad alcuni noti individui. Allo stesso tempo i documenti costitutivi di SYRIZA avevano previsto che i negoziati non sarebbero stati una discussione amichevole tra partner. Questo tipo di modello di governance non partecipativa, con il partito completamente soggetto al governo, non era l’opzione preferita da tutti. Nonostante ciò, la valutazione della sinistra non può essere limitata a specifici momenti nel tempo o a particolari individui, dovrebbe dipendere da processi più ampi e, in ultimo, dal livello della lotta di classe. Quello che voglio dire è che invece di parlare di “tradimento” e traditori al più alto livello della dirigenza, sarebbe molto più costruttivo sostenere che la borghesia greca ha combattuto una battaglia di sopravvivenza per il SÍ contro un solido blocco internazionale, attivando meccanismi e alleanza al fine di supportare l’obiettivo altrettanto necessario alla sua sopravvivenza di restare nell’Eurozona.

Dall’altro lato e nella misura in cui il ricatto “Memorandum o default disordinato e Grexit” era genuino e veritiero, il governo avrebbe dovuto prepararsi a condizioni rivoluzionarie. In un tentativo di evitare queste condizioni, il piano del governo è stato quindi limitato a spostare il confronto da un livello di potere economico e politico in Grecia e nell’UE a un livello di “salvataggio nazionale” e “comune sentire europeo”. Questo è il motivo per cui alla fine si è ridotto a un tentativo di evitare il peggio scegliendo l’opzione meno orribile.

Questo spostamento e il conseguente ritiro dallo scontro hanno portato: (A) alle ambiguità programmatiche e alla retorica nazional-populista durante la campagna elettorale prima delle elezioni generali del 25 gennaio, (B) alle scelte di Pavlopoulos per la Presidenza della Repubblica, dei politici di ANEL e DIMAR per ministeri chiave, nonché all’assegnazione di “esperti tecnici” appartenenti all’establishment in posizioni chiave nel governo e nel più ampio settore pubblico, e (C) alla celebrazione della “vittoria” dell’accordo del 20 febbraio nonostante il fatto che il governo si impegnava a ripagare “per intero e in tempo” un debito insostenibile e ad astenersi da ogni “cambio unilaterale di politiche e riforme strutturali che avrebbero avuto un effetto opposto sugli obiettivi fiscali, sulla ripresa dell’economia e la stabilità finanziaria in base alla valutazione delle istituzioni” [con istituzioni qui si intende la Troika, ndt].

La crisi politica

Delineare lo sfondo della capitolazione del 12 luglio e del voto del terzo Memorandum il 14 agosto, è importante perché ci permette di fare un passo in avanti da una discussione su piani e pianificazione che domina il discorso pubblico della sinistra e ci aiuta a capire che qualsiasi “piano” richiede una soggettività – una soggettività che SYRIZA ha fallito nel determinare mentre mentre era all’opposizione. Una soggettività che avrebbe avuto una chiara comprensione dei limiti e delle potenzialità delle circostanze, che avrebbe capito che non c’è spazio per una via di mezzo nel mezzo di una crisi e di una feroce lotta di classe senza ritorno e che sarebbe stata in grado di aiutare a disegnare la tattica e la strategia necessarie, invece di sostituire l’una con l’altra.

Non è per niente certo che questa ipotesi avrebbe portato SYRIZA alla vittoria delle elezioni di gennaio e nemmeno che avrebbe permesso a SYRIZA di riequilibrare la pressione di una UE totalitaria che, al di là delle sue rivalità interne, resta unita sulla base della razionalità di classe e dell’austerità estrema. Tuttavia, è assolutamente certo che se la strategia di SYRIZA non fosse stata così esclusivamente centrata sul parlamento, se SYRIZA fosse stata sicura che c’era qualcosa in più della pianificazione e del processo decisionale rispetto alla discussione tecnica superficiale sulla moneta nazionale, se SYRIZA avesse proceduto ad azioni unilaterali sul sistema bancario per fronteggiare la fuga di capitali e sul sistema fiscale per aumentare i fondi necessari per una politica completa che avrebbe sostenuto i gruppi sociali che rappresentava, se non avesse abbandonato le strade, se SYRIZA avesse creduto realmente in quello che predicava rispetto all’UE e all’euro, in breve, se SYRIZA avesse combattuto la battaglia su un reale livello di potere invece di rimanere nel mondo immaginario di una soluzione benefica sia per i lupi che per le pecore, le cose oggi sarebbero diverse.

Invece di quei “se”, abbiamo un governo che assomiglia tristemente e sempre più all’ultima DIMAR [partito di centro-sinistra nato da una scissione del PASOK, ndt], un partito che è sull’orlo di un’irrevocabile spaccatura. Il terzo Memorandum è disegnato con una tale precisione che SYRIZA strangola con le sue mani i gruppi sociali che ha rappresentato fino al 2010, uno ad uno. E fa questo in un contesto di stretto monitoraggio che lascia poco spazio per le manovre. E tutto ciò sta accadendo nonostante ognuno sappia che il programma sia tutt’altro che fattibile e mentre la Grexit continuerà a incombere sulle nostre teste sia come mezzo per disciplinare il governo – e così accelerare la sua mutazione pro-Memorandum –, sia come la possible destinazione finale del nuovo corso.

Limiti, bisogni e possibilità

Oggi c’è poco spazio per l’ottimismo per una serie di ragioni: il fatto che alcune parti della società hanno familiarizzato con la realtà del Memorandum; la magra consolazione che il governo almeno ha portato avanti una lotta; il predominio del Primo Ministro dentro SYRIZA e nel sistema politico; il fatto che perfino le correnti radicali sono intrappolate in una vera e propria impasse; nonché l’aggressiva giustificazione del Memorandum come una strada senza alternative da parte del governo e del partito che ha spinto le cose al limite con l’aiuto della Troika e della borghesia greca. Di conseguenza, la ferita nel corpo del partito che ha sostenuto le proteste di dicembre [2008 successive all’omicidio di Alexis Grigoropoulos, ndt], le proteste nelle piazze e la battaglia contro i Memorandum avrà bisogno di molto tempo e sforzo per guarire – ammesso che sia possibile che guarisca. Ma se questo è vero, allora è anche vero che l’intensa fase politica chiama a riorganizzarsi il prima possibile.

Ovviamente se SYRIZA si trasformerà in DIMAR, se, in altre parole, SYRIZA internalizzerà l’effetto di un colpo di Stato come suo stesso programma, se SYRIZA passerà dal “niente sacrifici per l’euro” al “rimanere al potere, col Memorandum e nell’euro a tutti i costi”, allora SYRIZA morirà nel medio periodo. È anche chiaro che SYRIZA non può continuare a promettere “negoziati più duri”, in un’Unione Europea che ha dimostrato di essere ostile a ogni idea di sovranità popolare. Quindi, per mantenere il discorso che ha costruito in questi anni, soprattutto di fronte alla minaccia reale del partito neo-nazista, SYRIZA ha bisogno di scontrarsi con il Memorandum, la borghesia greca e l’UE. Ha bisogno di qualcosa che non è accaduto quando il rapporto di forza era più favorevole: la nazionalizzazione delle banche sotto il controllo sociale, la pesante tassazione dei capitali, l’ottenimento di una solidarietà politica e concreta da parte della comunità che ha riconosciuto il 12 luglio come un colpo di Stato, l’internazionalizzazione della lotta contro l’UE, le proteste.

Senza dubbio, la sinistra per-il-NO affronterebbe meglio un governo pro-Memorandum guidato da SYRIZA che la marmaglia che ha approfittato del potere fino allo scorso gennaio. Ma allo stesso modo la sinistra per-il-NO deve necessariamente guardare oltre a questo, verso un nuovo cammino attraverso lo sviluppo della soggettività e del piano necessari. Fino ad ora, all’interno di SYRIZA e della sinistra c’è stata solo propaganda, piuttosto che una elaborazione seria per l’alternativa da far funzionare in termini tecnici (cioé bancomat, cambio della valuta dei contratti, gestione dell’inflazione e delle importazioni necessarie) e soprattutto in termini politici e sociali. Questa dovrebbe essere la missione di una sinistra per-il-NO unita che rispetti le diverse strade e i punti di vista soggettivi, mentre assicura le condizioni per una lotta unitaria e qaunto più possibile efficace. Siccome l’ultima alternativa democratica è stata spazzata via dal ricatto della Troika, siccome adesso la lotta è per i bisogni basilari (forniture d’acqua e di energia, casa, democrazia), la nostra comune lotta sarà una lotta per la sopravvivenza: dobbiamo prepararci a questo il prima possibile, ma, soprattutto, dobbiamo vincere.

* Dimosthenis Papadatos-Anagnostopoulos è membro della redazione di RedNotebook e AnalyzeGreece!

Tradotto in inglese da Mary Zambetaki per AnalyzeGreece!, tradotto in italiano da Atene Calling
Dello stesso autore, leggi anche su atenecalling: La politica di SYRIZA: neokynesiana o anti-capitalista?

Su le maschere!

DinamoPress
31 08 2015

La comunicazione, inquadrata nell’intera molteplicità dell’odierno spazio mediatico, determina la creazione di verità. È indubbiamente un terreno cruciale per esprimere un’azione radicale sul reale, ma come?

Una ruiflessione collettiva in vista del seminario di Euronomade "Costruire potere nella crisi", Roma 10-13 settembre.

Di certo, oggi, non attraverso un lungo testo come questo. Il primo passo per un’analisi sulle forme di comunicazione è infatti assumere che la forma del testo scritto che siamo soliti impiegare non è all’altezza dell’istantaneità assunta oggi dalla comunicazione; esso non riesce a permeare la società nella quale vogliamo intervenire; banalmente, non comunica, non riesce a veicolare messaggi se non all’interno delle nostre cerchie. Tutto ciò non significa, ovviamente, che sia inutile scrivere un testo utilizzando più di 140 caratteri, quanto piuttosto che sia ingenuo pensare che esso possa essere genericamente diretto a tutt*. Insomma, se il testo di 4-5 pagine è il codice più efficace per confrontarsi e far circolare posizioni politiche all’interno degli ambienti del “movimento” in Italia, esso va usato con la consapevolezza di questo particolare “target” a discapito di altri, rispetto ai quali tale codice si mostra del tutto inefficace.

Proviamo dunque, con un documento del tipo sopra descritto, a fornire alcuni strumenti analitici utili alla discussione di Roma, e in particolare al workshop sui social network, per la costruzione di un metodo nel terreno comunicativo che sia in grado tanto di aprire a sperimentazioni pratiche, quanto di tracciare linee programmatiche.

Innanzitutto, l’analisi del sistema dei media: complessivamente ne usciamo perdenti, ormai lo percepiamo chiaramente. Assistiamo ad una diffusa estraniazione nei confronti delle narrazioni mediali la cui strutturazione gerarchica ed antidemocratica è maggiormente solida. Tale estraniazione, che investe in primis l’attivismo sociale e la vecchia sinistra ma non solo, pensando in generale alle giovani generazioni, non determina in alcun modo la fine della subalternità degli “estraniati” nei confronti della funzione di verità svolta da grandi televisioni e testate giornalistiche, dalle loro regole e dalle loro maschere.

Più nel particolare, l’analisi delle reti– e più propriamente il terreno dei social network – ci vede al contrario più capaci, più reattivi. Analizzare nel dettaglio i codici funzionanti su questo terreno, tanto nelle espressioni vicine ai movimenti quanto in quelle esterne, deve fornirci un implemento della capacità di agire all’interno dello spazio mediatico.

Ci sembra però utile, anche in questo campo, partire dai problemi riscontrati per elaborare le nostre contromisure strategiche.
Innanzitutto registriamo che i tempi delle notizie, delle storture e degli attacchi al corpo sociale svolti dal potere attraverso i media sono incommensurabilmente superiori ai nostri. Le nostre risposte sono spesso tardive rispetto alle accelerazioni di dibattito provocate dai “temi caldi”. Inoltre, la forma di risposta nettamente più usata, quella del comunicato scritto di cui sopra, rimarca e perpetua oggi quella “lentezza” già accumulata nel seguire l’accadere degli eventi e la possibilità di intervenirvi politicamente.

Con che forma allora si interviene sui temi imposti dall’agenda dei grandi media nemici?

Nei social network si evidenzia già un ruolo determinante nella produzione di (contro)informazione e discorso politico attraverso una moltitudine di “profili”, collettivi e individuali, tra i quali troviamo quelli di molti di noi. La nostra partecipazione “di parte” nelle reti sociali va identificata e definita più chiaramente per poterne chiarire i difetti e le potenzialità. Per fare un esempio, in un momento come l’attuale, certamente difficile per la capacità delle lotte di contendere al potere la costruzione di senso nello spazio mediatico, le risposte che riescono maggiormente a catalizzare i consensi dei nostri sciami d’opinione ci paiono spesso, ahinoi, volti ad un pessimismo pericoloso. Ciò rischia di investirci infatti di una valutazione morale della moltitudine (frutto degli allarmi sulle passioni razziste e sessiste che investono l’Italia con preoccupanti primati nel contesto europeo) che non permette una azione costruttiva di discorso, non aprendo alla prassi.

Ci sono per fortuna anche alcuni profili, che possiamo chiamare maschere, molto vicini a noi e che funzionano. Esse si nutrono di meccanismi di viralità che sono trasversali al successo negli ambiti delle reti sociali: ad esempio, la capacità tecnica specializzata nei microcampi dell’arte visiva (Zerocalcare) e la forte impronta ironica, asse portante della viralità stessa dei social network (Spinoza). Dalla scoperta di questi elementi come efficaci è importante partire per costruire forme di comunicazione differenti, specifiche, che riescano a smuovere le stasi che gli stessi media mainstream impongono nella loro costruzione di senso e a cui crediamo nel momento in cui vediamo espressi pessimismo e rassegnazione.

Gli esperimenti migliori di mobilitazione sociale tentati nell’azione sui social network hanno funzionato in una determinazione visiva, costruendo delle maschere utilizzabili da chiunque (Strikers nello Sciopero Sociale, V per Vendetta in Anonymous, Pulcinella nelle mobilitazioni campane). Analizzare queste esperienze, che su scala globale, regionale e urbana hanno determinato processi politici importanti, può aiutarci a costruire degli strumenti per valutare e sperimentare i processi comunicativi che mettiamo in campo.

Il tema della maschera ci porta ad affrontare una questione che ci pare determinante nel panorama mediatico complessivo. Sono le maschere, in fondo, segni che riescono a transitare tra le differenti sfere dello spazio mediatico. Per maschera intendiamo da un lato la funzione ricoperta dai corpi e dai volti dei singoli che intervengono nello spazio mediatico, in televisione come in rete, permettendo a chi vi entra in relazione, guardandoli, ascoltandoli, condividendoli, una forma di riconoscimento collettivo; dall’altro invece il profilo incorporeo che costruisce la sua fisicità attraverso un’identità che è insieme personale e collettiva, in particolare sui social network. In questo spazio, assistiamo sia al dispiegamento di una notevole capacità personale d’intervento, sia alla costruzione di forme d’identità mobile e allargata come nel caso della maschera di anonymous o dello striker.

Come lo striker per lo Sciopero Sociale, come la maschera di V per Anonymous, è il tweet di Renzi o la sua quotidiana “scenetta” che rappresenta oggi in Italia la maschera con cui il potere detta e distribuisce la sua agenda, la sua notizia, il dato attorno a cui spingere gli sciami.

Il focus su ciò che abbiamo chiamato “maschera”, ci riporta alla centralità di un altro elemento basilare del meccanismo comunicativo: il mittente. L’importanza di questo elemento comunicativo, oltre a quelli di codice/forma e destinatario da cui siamo partiti, rischia di rimandarci ad una questione fin troppo spinosa riguardante, in senso ampio, l’identità. Il problema che possiamo però porci da subito sul tema del mittente nei quotidiani tentativi di fare opinione politica sui social network è se, ad esempio, i fondamentali profili di informazione alternativa e quelli degli spazi occupati – i più utilizzati nei nostri ambienti per intervenire sui temi caldi nei social network – siano effettivamente gli strumenti migliori, le migliori maschere, per produrre opinione su temi specifici su cui il potere indirizza l’attenzione. La nostra impressione in merito è che la facilità di creare, ex novo, voci che non siano immediatamente identificabili per trattare i temi più in voga nel sistema mediale, ci doti di una potenzialità nell’intervento sui social network che dobbiamo approfondire, utilizzare e inflazionare per creare maschere transitorie che sappiano contendere in modo più specifico e tematico la creazione di senso.

Le maschere riportano infine al centro una corporalità che è integrata nei meccanismi di efficacia di tutti i contesti comunicativi e che la potenza dell’audiovisivo, persino nelle forme spettacolarizzate da questo assunte, esprime anche nei nuovi spazi comunicativi delle reti sociali. Sarebbe interessante continuare ad indagare la relazione che questa dimensione corporale della maschera e la sua efficacia ha con la questione della personalizzazione e dell’identità nei processi comunicativi di creazione di senso sul reale.

Tuttavia, ciò che può essere utile per imbastire una discussione volta alla costruzione di occupymaskwallmeccanismi pratici di comunicazione, è piuttosto tener presente l’in-mediata potenza della funzione corporale-visiva che abbiamo chiamato maschera, in tutte le sue forme. Dobbiamo dunque scoprire le prerogative, i meccanismi efficaci nei contesti di rete, consapevoli di dover sperimentare e quindi essere disposti a costruire maschere, persino individuali laddove già accade nei profili personali dei social network, che possano essere, sempre transitoriamente, utili nelle differenti fasi della lotta contro il violento potere, anche mediatico, che ci troviamo di fronte.

Pubblicato su euronomade.info come contributo alla discussione verso la Scuola Estiva di Roma 10-13 settembre 2015.

Dinamo Press
31 08 2015

Le misure cautelari per Gianmarco, colpito dal divieto di dimora, risalente al codice Rocco. Rivendichiamo la libertà immediata per Gianmarco, con cui ci sentiamo complici e solidali. Sabato 29 a Bologna conferenza stampa e presidio di solidarietà.

Con rabbia apprendiamo oggi della misura cautelare che ha colpito Gianmarco, attivista del Tpo di Bologna, che abbiamo incontrato in questi anni nelle lotte, nelle piazze, nelle assemblee assieme a tanti e tante che non si arrendono alle ingiustizie e alle miserie del mondo che viviamo. La vendetta poliziesca giustifica il divieto di dimora con i fatti che si sono verificati durante lo sgombero di Villa Adelante, casa occupata da decine di famiglie colpite dalla crisi. Come avviene da qualche tempo, chi difende il diritto all'abitare, ed in generale si oppone alle politiche neoliberiste e ai diktat dell'austerità viene colpito da misure punitive. Come se con l'intimidazione si potessero fermare tutti quelli che si organizzano quotidianamente per costruire un presente degno per tutti nella miseria della crisi.

In tante città italiane, ed a Bologna in particolare, continui provvedimenti punitivi colpiscono gli attivisti, tentando di trasformare le questioni sociali in problemi di ordine pubblico, in questioni giudiziarie, in persecuzioni e messe al bando. Ma per costruire un presente e un futuro di dignità e libertà vanno respinte queste ignobili ed insopportabili intimidazioni, costruendo solidarietà e rivendicando la libertà di movimento per tutti. Per questo siamo vicini a Gianmarco e a tutti gli attivisti colpiti da misure restrittive, e siamo al fianco di tutti i compagni e le compagne che saranno in piazza domani a Bologna. Gianmarco libero, liberi tutti!

Da Roma - DinamoPress


Pubblichiamo di seguito la convocazione del presidio di domani: Gianmarco libero!

Soltanto qualche misera ora. Per il giudice Letizio Magliaro e il P.M. Antonello Gustapane tutti gli affetti, la famiglia, un figlio di nemmeno un anno di età, una nota attività commerciale, le amicizie e il legame con tutti i suoi compagni e le compagne di mille battaglie valgono soltanto qualche ora.

Poco fa a Gianmarco è stato comunicato che entro le 19.00 dovrà lasciare Bologna, costretto da una misura cautelare del codice Rocco, risalente al ventennio più buio della nostra storia: il divieto di dimora.

A Gianmarco e a molti di noi viene imputata la resistenza al vile sgombero di Villa Adelante, dove per 9 mesi trovarono casa famiglie, pensionati, giovani precari e disoccupati che hanno deciso di non piegarsi alla crisi. Ma non basta: la più grave colpa di Gianmarco sarebbe quella di essere sempre presente in ogni luogo in cui si lotta per i diritti, per la dignità delle persone, per la possibilità di costruire una città più libera.

Per noi, invece, la sua costanza nell’essere stato sempre partecipe ai percorsi di lotta e di liberazione di questa città è motivo di orgoglio.
A Gianmarco promettiamo che non sarà mai lasciato solo e che la battaglia contro l’uso scellerato di queste misure cautelari è appena cominciata. Una battaglia fondamentale per tutti gli attivisti e le attiviste di Bologna, che soprattutto negli ultimi mesi ne hanno subito la violenza. Il nostro abbraccio va anche a Gloria e al piccolo Leonardo, che da oggi sentiranno la loro casa più vuota.

Gianmarco libero. Liber* tutt*

Sabato 29, alle ore 12.00 conferenza stampa al TPO con la presenza degli avvocati. Invitiamo tutta la città a un presidio in piazza San Francesco alle ore 20.00 di sabato 29 per la libertà di dimora per Gianmarco e tutti/e.

Cs TPO

No gold No masters. Dal campeggio di Beyond Europe

Dinamo Press
31 08 2015

Il comunicato finale del campeggio di Beyond Europe in Calcidica, Grecia. Una settimana di dibattiti e azioni, culminata il 23 di agosto in una manifestazione al fianco della lotta degli abitanti della Calcidica contro le miniere d'oro della El Dorado Company. Here the English version

Domenica, 23 agosto 2015, circa 2000 persone hanno partecipato a una manifestazione tra le montagne di Skouries. Durante questa manifestazione ci sono stati pesanti scontri tra manifestanti e polizia, dove la polizia ha fatto uso massiccio di gas lacrimogeni e granate assordanti. 78 persone sono state arrestate, di cui 4 sono ancora detenute in custodia.

La manifestazione è stata organizzata dalla piattaforma antiautoritaria contro il capitalismo, Beyond Europe, insieme con i comitati di attivisti dei villaggi locali nella zona di Skouries. Questa marcia di protesta è stata il culmine del campeggio internazionale di Beyond Europe, che ha avuto luogo presso la spiaggia di Ierissos vicino alla zona di Skouries. Al campeggio hanno partecipato 400-500 antiautoritari provenienti da tutta Europa per scambiarsi idee e discutere di analisi e pratiche politiche. Il luogo è stato scelto molto consapevolmente per sostenere le lotte ecologiche e sociali in corso, contro l'estrazione di oro e altri metalli pesanti in Skouries. E, naturalmente, non siamo attivi nel nome di, ma a fianco degli attivisti locali. Da molto tempo ormai, gli attivisti di Beyond Europe sono impegnati nella solidarietà pratica e il supporto per questa lotta. Questa lotta ha un forte impatto per i movimenti sociali in Grecia e di tutta Europa come un’importante prima linea nella lotta contro la riconfigurazione del capitalismo europeo attraverso la Troika sulle spalle dei molti.

Per noi, il campeggio e soprattutto la manifestazione sono stati un successo politico, siamo stati nel posto giusto al momento giusto. Nel gennaio 2015 il partito di sinistra Syriza ha assunto il potere e ha evocato la speranza in molti attivisti di sinistra. Riguardo alla questione della Skouries, Syriza ha interpretato il ruolo del partito di movimento mentre era all’opposizione, ma ha agito in maniera molto diversa dal momento in cui è stato al potere. Poco prima della manifestazione il governo di Alexis Tsipras si è dimesso, solo due giorni dopo l'inizio del campeggio di Beyond Europe e da quando Syriza era venuta a conoscenza della nostra manifestazione. Nel frattempo, il 19 agosto, il ministro dell'energia Panos Skourletis ha ordinato di sospendere l'attività di estrazione in Calcidica, sostenendo che la società abbia violato le clausole contrattuali ambientali.

Attribuiamo l'annuncio di chiudere la miniera alla nostra scelta di organizzare un campeggio qui, ma l'annuncio del governo non ha significato la fine della lotta – e ne abbiamo trovato la giustificazione. Un giorno dopo l'annuncio, durante la nostra passeggiata dal campeggio alla montagna vicino al villaggio Megali Panagia abbiamo potuto vedere che i lavori delle miniere continuavano. Questo è stata solo un’altra espressione della lezione più semplice ma importante nelle questioni del rapporto tra partiti e movimenti: anche se i partiti possono migliorare delle cose piccole all'interno della loro limitata capacità, la possibilità di creare un reale progresso e di emancipazione sta nelle nostre mani. Delegare desideri di cambiamento verso i partiti sarà sempre un vicolo cieco, dal momento che i partiti al potere dovranno sempre lavorare per rappresentare l’interesse nazionale. Siamo d'accordo con Syriza che le miniere della Skouries devono essere chiuse, ma spetta a noi adempiere a tale compito. La nostra azione ha inviato questo messaggio a tutti i partiti che prenderanno il potere nelle ri-elezioni greche nel mese di settembre.

La manifestazione di domenica ha messo di nuovo sul tavolo la lotta importante e vitale di Skouries. Il suo impatto è stato sentito profondamente in tutta la Grecia e non solo. Vediamo questo come un successo politico perché ora, per la prima volta dopo il grande sciopero generale del 2012, una nuova dinamica politica dal basso si sta creando in Grecia. Dopo un periodo di siccità dei movimenti sociali da quell'anno, il sequestro di Syriza al potere sembrava aver paralizzato gran parte di essi a causa della posizione di dover concedere al governo Tsipras del tempo. Il nostro campeggio e la manifestazione sono stati un tentativo di mettere fine a questa siccità e contare sulla nostra arma più forte – l’autorganizzazione e le lotte sociali.

Ieri, come sempre, quando le lotte sociali sono efficaci, la repressione dello Stato ha continuato. Nei diversi anni delle lotte di Skouries, la polizia e i servizi segreti hanno tentato di reprimere fortemente i movimenti locali tramite molestie, arresti e i procedimenti giuridici. Anche ieri, la polizia ha disperso violentemente la manifestazione, ha arrestato 78 persone e ferito molte altre. Una persona ha subito una frattura alla gamba mentre veniva arrestata dai poliziotti. Vanno a lei i nostri auguri per una veloce guarigione e a tutti coloro i quali sono stati malmenati o feriti dai gas. E, naturalmente, siamo solidali con i quattro ancora detenuti, così come tutti gli altri attivisti processati negli ultimi anni. Questo potrebbe essere stato solo un piccolo passo verso una organizzazione anti-autoritaria oltre i confini e contro la tristezza dell’esistente e reale capitalismo, ma in ogni caso è stato un passo. E molto altro deve ancora venire.

Traduzione a cura di dinamopress.it, tratto dal sito di Beyond Europe

Quel muro che si sgretola, dal silenzio alla parresia

Dinamo Press
31 08 2015

Parlano le colleghe di Paola Clemente. Prosegue l'inchiesta di Gaetano De Monte per Dinamo Press sul caporalato in Puglia, il sistema alla base della produzione agricola regionale.
È il giorno dopo la riesumazione del corpo di Paola Clemente, la bracciante morta in circostanze misteriose nelle campagne di Andria il 13 Luglio scorso; mentre si attendono per la settimana prossima i risultati definitivi dell’autopsia e degli esami tossicologici disposti dal pubblico ministero della Procura di Trani, Alessandro Pesce e affidata al medico legale Alessandro dell’Erba e al tossicologo forense Roberto Gagliano Candela ( entrambi dell’università di Bari) a parlare sono le colleghe di Paola.

Lucia e Teresa (nomi di fantasia) le incontriamo di notte mentre aspettano l’autobus gran turismo di colore grigio marchiato “ Grassi viaggi”, lo stesso su cui saliva anche Paola. Hanno ancora nella mente gli ultimi istanti di vita della loro collega. A cominciare da quel viaggio da San Giorgio Jonico ad Andria, durante il quale “cominciava a non sentirsi bene e ad avere un’abbondantissima ed anomala sudorazione”. Così raccontano:

abbiamo cercato di farla riprendere, asciugandole il sudore con le nostre magliette. Abbiamo anche avvisato l’autista del mezzo, Salvatore, e colui che organizza i viaggi, Ciro Grassi, ma tutti e due continuavano a ripetere che non era possibile tornare indietro, perché dovevano accompagnare le altre donne per la giornata in campagna. Una volta poi arrivati ad Andria, circa tre ore dopo, Paola non si era ancora ripresa e chiese a Ciro di poter parlare con il marito per farsi venire a prendere. È troppo distante Andria da San Giorgio Jonico, è inutile, le fu detto, e di sedersi sotto un albero per farsi ombra perché così il malessere le sarebbe passato in fretta.

Sembra cominci a sgretolarsi (anche se a fatica) quello che il procuratore di Trani, Carlo Maria Capristo aveva definito il muro di gomma sul caporalato. “ La gente non collabora, preferisce guadagnare pochi spiccioli e non collabora alle nostre indagini”, aveva ribadito. Si indaga per omicidio colposo e omissione di soccorso, sono queste le ipotesi di reato alla base dell’inchiesta condotta dalla Procura di Trani. Ad essere stati iscritti nel registro degli indagati, per il momento sono in tre: l’autista del mezzo, Salvatore Filippo Zurlo, il proprietario del’agenzia noleggio e trasporto persone con conducente, Ciro Grassi, infine, Luigi Terrone, uno dei titolari dell’azienda Ortofrutta meridionale, presso cui lavorava la donna, “con cui non avevamo nessun tipo di rapporto, era Ciro a gestire tutto. Era sempre lui che ci diceva di avere sempre con noi la borsa con i documenti del contratto, quello che avevamo firmato con l’agenzia di Bari, casomai ci fosse stato un controllo della polizia sulla strada, come a volte è successo, avremmo dovuto esibirlo"; così proseguono il loro drammatico racconto, Lucia e Teresa:

I particolari di quella mattina non li dimenticheremo mai. Sul posto giunse una pattuglia dei Carabinieri che provò a rianimare Paola praticandole la respirazione bocca a bocca. Poi arrivarono due ambulanze del 118. La prima, priva di attrezzature per il soccorso d’emergenza, giunse in ritardo. Non è facile orientarsi tra le contrade di campagna. La seconda autoambulanza giunse quando ormai era troppo tardi. Se fosse stata soccorsa con tempestività, forse si sarebbe potuta salvare.

Resta, nelle colleghe di Paola la rabbia per non esserla riuscita a salvare, “ pure il padrone era dispiaciuto, si vedeva”. Rimangono numerosi interrogativi. Non si comprende, innanzitutto, per quale ragione non sia stata fatta subito l’autopsia sul corpo di Paola per poter accertare le cause del decesso. Si avanzano numerosi sospetti, gli stessi a cui il marito della donna, Stefano Arcuri ha fatto riferimento davanti ai magistrati di Trani che lo hanno ascoltato come persona informata sui fatti. Ovvero: “possono, diversi giorni passati a lavorare sotto un tendone ad oltre 40 gradi di temperatura ed in coltivazioni periodicamente trattate con anticrittogamici, aver avuto una concausa nella morte di mia moglie” si è chiesto l’uomo. E poi ancora: “se fosse stata soccorsa tempestivamente ed in maniera adeguata, avrebbe potuto salvarsi ”?

Ad ascoltare le voci di alcune braccianti, chi conduceva il pullman e chi era il responsabile delle lavoratrici non ha inteso accompagnarla prima possibile presso un posto di pronto soccorso, preoccupandosi, invece, soltanto di giungere sul posto per consentire alle altre braccianti di svolgere il loro lavoro, per 27 euro al giorno. Dunque, sono ancora tante le domande a cui in queste ore si sta provando dare risposta.

Paola Clemente avrebbe compiuto 50 anni tre giorni fa, il 23 Agosto. Festeggiando, probabilmente, insieme ai tre figli ventenni, al marito e alle colleghe. Gli stessi che per tenerne vivo il ricordo, ora pretendono giustizia, esercitando la parresia, l’arte e il coraggio di dire al verità, al potere, soprattutto. Ciò in cui Michel Foucault ha visto, in Grecia, l’origine di quell’arte che in Occidente adesso è chiamata critica e che ha in Socrate il suo primo grande esempio ed interprete. Il coraggio di dire la verità. Da contrapporre al silenzio che, spesso, si ascolta nelle campagne in cui si nega la stessa vita.

di Gaetano De Monte

No Ombrina a L'Aquila, Renzi scappa!

Dinamo Press
28 08 2015

Comunicato stampa del Coordinamento No Ombrina, il popolo abruzzese in marcia per difendere l'Adriatico dalla trivelle. L'Abruzzo ama il suo mare e la sua terra, Renzi i petrolieri.

La manifestazione di ieri a L’Aquila ha confermato la grande indignazione degli abruzzesi verso l’operato del governo Renzi che invece di amare l’Italia e la sua bellezza sta solo difendendo a spada tratta gli interessi dei petrolieri e le loro trivelle. Ombrina mare, vogliamo ricordarlo, è solo uno dei progetti petroliferi che il Governo vuole imporre alle comunità italiane. Trivelle stanno arrivando nelle Marche e in Romagna, le prospezioni fino al Salento e nello Ionio, altre trivellazioni di fronte la Sicilia. Tra poco potrebbe arrivare il via libera ad Elsa2 davanti a Francavilla al mare. L’Adriatico non deve diventare una distesa di piattaforme dove basta un solo incidente per mandare sul lastrico decine di migliaia di operatori turistici, della pesca e dell’agricoltura di qualità. Ricordiamo che Ombrina mare, per stessa ammissione dell’azienda, darebbe lavoro, forse, a 15 persone. Un ristorante della costa assicura maggiore occupazione!

Un progetto che prevede la piattaforma, 4-6 pozzi e la meganave raffineria da 330 metri ancorata per 25 anni a pochi chilometri da una costa, quella teatina, che sta conoscenza un boom di presenze turistiche. Un impianto che prevede comunque grandi emissioni in atmosfera e che in situazioni similari, secondo la bibliografia, può comportare perdite di idrocarburi in mare anche durante il normale funzionamento. Ricordiamo che nel 2011 una nave simile perse 40.000 barili di petrolio in mare di fronte alla Nigeria, con macchie di greggio che hanno ricoperto decine di chilometri quadrati di mare. Nel 2015 ne è esplosa un’altra di fronte alle coste brasiliane. Dovremmo accettare tutto questo per cieca fedeltà a Renzi e al suo sostenitore Chicco Testa?
Sorprende l’accoglienza ossequiosa e docile con cui gli amministratori regionali abruzzesi hanno accolto il premier a L’Aquila. Timidi accenni nei loro discorsi per non innervosire il manovratore di turno, un potere, però, dopo quanto visto a L’Aquila, sempre più vuoto. Non c’erano sostenitori di Renzi in piazza. Rivendicare e pretendere scelte opportune per il territorio dovrebbe essere l’unico intento degli eletti a vario titolo in Abruzzo.

Stridono le loro timidezze rispetto alla determinazione del popolo abruzzese che da anni sfila in enormi manifestazioni da decine di migliaia di persone per poter scegliere quale futuro assicurare al proprio mare, alla propria terra e all’economia. L’arroganza del potere si sta trasformando pericolosamente in assenza della politica e di democrazia. Siamo sempre più distanti dal perseguire quella “democrazia ad alta intensità” di cui hanno parlato i vescovi abruzzesi nel loro documento contro il Decreto Sblocca/Sporca Italia.

In poche ore, con pochissimo preavviso e con un tam tam sui social, si è formata una manifestazione di centinaia di cittadini che per l’ennesima volta ha fatto quello che avrebbero dovuto fare gli amministratori regionali e i parlamentari abruzzesi. Insieme con i comitati aquilani, di Sulmona, di Avezzano, con gli studenti e i lavoratori, siamo riusciti almeno ad ottenere la fuga di Renzi, un premier di un grande paese, dalla porta di servizio, laddove gli amministratori regionali presenti non hanno dimostrato di essere in grado di incidere sulle scelte governative che potrebbero trasformare la regione verde d’Europa in una regione “nera petrolio”.

Una manifestazione a viso aperto, solo con le nostre bandiere e con le nostre idee da portare avanti, con inutili momenti di confusione e tensione che hanno determinato alcuni feriti, connessi probabilmente allo scarso preavviso che Renzi, pur di evitare contestazioni, ha dato alle stesse forze dell’ordine. A tutti, dai manifestanti e alla poliziotta che è inciampata nella concitazione (come dimostra chiaramente e in maniera inequivocabile il video pubblicato su repubblica.it http://video.repubblica.it/politica/renzi-contestato-all-aquila-fuori-dall-abruzzo/210063/209190), auguriamo, ovviamente, una pronta guarigione.

Noi vogliamo tutelare le spiagge e la qualità dell’Adriatico che già oggi è in forte sofferenza dal punto di vista ambientale e che certamente non può subire altre forme di pressione antropica. Vogliamo evitare nuove tragedie come quella dell’esplosione del gasdotto di Mutignano avvenuta pochi mesi fa. E’ normale che per portare il gas in nord Europa senza alcun vantaggio per gli abruzzesi si debba far passare il grande gasdotto SNAM sulla faglie sismiche dell’aquilano, tra le più pericolose d’Europa? Anche su questo non vediamo alcuna indignazione nei confronti del potere romano e, soprattutto, quella rottura nei rapporti politici doverosa quando un governo va contro gli interessi dei cittadini. In altri tempi, con manifestazioni come quella di Lanciano con 60.000 persone, il Governo e i partiti avrebbero fatto marcia indietro correndo ad annunciare il blocco dei progetti petroliferi durante la manifestazione stessa. Constatiamo che la democrazia sta facendo passi indietro ed è questo che dovrebbe preoccupare.

A L’Aquila, in ogni caso, abbiamo dimostrato di essere cittadini, non sudditi e, al contrario di altri, di amare profondamente la nostra terra e il nostro mare.

SEGRETERIA COORDINAMENTO NO OMBRINA 2015
tratto da stopombrina.wordpress.com

L'affondo

Dinamo Press
26 08 2015


Riduzione del salario, fisco, carità: l'agenda neoliberale del governo Renzi. Leggi anche Andatevene!

Il rapporto 2015 dell'Ocsel, l'osservatorio sulla contrattazione di secondo livello della CISL, ha censito 4.100 accordi siglati tra il 2009 e il 2014. Tanti. La lezione è semplice: non è vero che con la crisi si è fermata la contrattazione; è vero che si contratta diversamente. La contrattazione di secondo livello, neanche a dirlo, ha come obiettivo principale il contenimento o la riduzione del salario. Nel 2009, infatti, la contrattazione sugli aumenti salariali ricorreva nel 53% degli accordi, nel 2014 nel 13%. La CISL, lo stesso sindacato che paga ai suoi funzionari compensi superiori ai 300 mila euro l'anno (circa 25 mila euro al mese, poco meno di 1.000 euro al giorno), si compiace per il lavoro fatto. La CISL, esperimento riuscito di sindacato neoliberale, dalla parte dei più forti.

Tra i target autunnali delle imprese, conseguentemente di Renzi, c'è proprio la contrattazione. Ridurre al minimo quella nazionale, liberandola dai contenuti redistributivi; estendere al massimo quella aziendale. Spostando interamente – salvo i minimi (?) – la contrattazione salariale sul piano aziendale, il salario si trasforma in variabile dipendente dai risultati. Di più, si scambia salario con welfare aziendale: meno soldi ma il nido per i bimbi, tanto quello pubblico, distrutto dalla spending review, non sarà mai disponibile. Tutto torna.

E sarà proprio la spending review, di 10 miliardi quella prevista per il 2016, a favorire la nuova politica fiscale del governo: 35 miliardi di tagli nei prossimi 3 anni. Si comincerà dalla Tasi e dall'Imu agricola, si proverà a disinnescare l'aumento Iva previsto dalla clausola di salvaguardia, poi Irap (nel 2017) e Irpef (nel 2018). Mentre proseguirà, seppur lievemente ridotta, la decontribuzione (5 miliardi l'anno circa) per le imprese che accendono contratti a tutele crescenti, siano essi nuovi o semplici trasformazioni. Sembrerebbe mossa positiva, perché di certo la pressione fiscale italica è insostenibile, ma a pagarla saranno nuovamente i poveri, tanta sarà la riduzione dei servizi pubblici essenziali, in primo luogo la Sanità. Seppur non dichiarata come tale, è una mossa che rende l'imposta regressiva, in pieno stile thatcheriano. Poco o niente, inoltre, si fa per il mondo del lavoro professionale non imprenditoriale (3,5 milioni circa, tra professionisti atipici e ordinisti), quel mondo sempre più stremato da compensi bassi (il 50% circa dei freelance fattura non più di 15-18 mila euro l'anno), completa assenza di welfare, fisco e previdenza troppo onerosi (in particolare l'aliquota della gestione separata INPS).

Fermi tutti, il “ganzo” fiorentino si occuperà anche dei poveri, lo ha promesso a Caritas e Acli. Si chiama ReIS, Reddito di Inclusione Sociale, e piace a tanti, CISL e CGIL comprese. Una misura a dir poco marginale, rivolta alle famiglie che vivono in condizione di 'povertà assoluta', ovvero incapaci di accedere a beni primari quali la casa, l'acqua, la luce, il riscaldamento. Secondo i dati ISTAT, nel 2014 la povertà assoluta ha segnato il 5,7% delle famiglie, quella relativa il 10,3%. Va da sé che «tutti i membri della famiglia [che riceverà il ReIS] tra 18 e 65 anni ritenuti abili al lavoro devono attivarsi in tale direzione. Si tratta di cercare un lavoro, dare disponibilità a iniziare un’occupazione offerta dai Centri per l’impiego e a frequentare attività di formazione o riqualificazione professionale». Dunque: misura caritatevole, familiare, fortemente condizionata. Non solo welfare to work, ma workfare caritatevole.

Quanto costa il ReIS? A regime, cioè solo a partire dal quarto e ultimo anno di transizione, il ReIS costa 6 miliardi di euro l'anno, lo 0,34% del PIL. Sappiamo che l'ISTAT reputa necessari 14 miliardi l'anno, per la proposta di Reddito Minimo Garantito del M5S, e 19 miliardi l'anno, per quella depositata da SEL. Quando parliamo di ReIS, parliamo di briciole, utili a tenere a freno il disastro e a sostenere la gabbia familiare italica, l'unico welfare che c'è per milioni di giovani disoccupati e precari. D'altronde Cameron, riferimento renziano tra i più importanti, sta per sostituire i sussidi di disoccupazione con «work boot camp», campi di addestramento obbligatori al lavoro. Gli echi nefasti delle parole, si sa, non spaventano neanche un po' i vampiri neoliberali. Il sangue dei giovani disoccupati è così eccitante, no?

Questa è l'agenda, questa la merda che ci toccherà in sorte nei prossimi mesi. Vale la pena, senza girarci attorno, farsi le domande che contano. Saremo in grado di costruire una mobilitazione moltitudinaria capace di connettere lavoro precario e disoccupati, lavoro autonomo e stabile, cattolicesimo di base e sindacati conflittuali, ma soprattutto di pretendere reddito di base (incondizionato, rivolto ai singoli, per tutti, ecc.) e welfare universale? Saremo capaci di inventare e/o consolidare nuovi dispositivi sindacali in grado di organizzare (quotidianamente) i non organizzati (partite Iva, precari, lavoro migrante, ecc.)? Sapremo estendere sul piano europeo il conflitto anti-austerity e per l'uguaglianza (salario minimo europeo, imposta progressiva, tassazione delle rendite finanziarie, tetto ai compensi di manager privati e pubblici, ecc.)? Queste a me paiono le domande alle quali movimenti e coalizioni che non si rassegnano alla marginalità dovrebbero rispondere. O almeno provarci.

Sgomberato Degage

Dinamo Press
25 08 2015

A Roma nuovo sgombero di uno stabile occupato. Mentre la città vive una situazione disastrosa arriva l'ennesimo attacco a chi ogni giorno costruisce risposte alla crisi.

Questa mattina è stato sgomberato da un massiccio schieramento di forze di polizia l’occupazione abitativa “Degage”, liberata nel 2013 da studenti e precari durante una delle giornate dello “Tsunami Tour”.

Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza si sono presentati alle porte dell’occupazione e vi hanno fatto irruzione. Circa 30 occupanti sono stati fermati e portati in questura per l’identificazione e la denuncia. Uno degli occupanti ha accusato un malore ed è stato portato in ospedale per accertamenti.

Mentre infuriano le polemiche sul funerale dei Casamonica, mentre quel che resta delle istituzioni cittadine si divide tra chi è ancora in vacanza e chi già si riempie la bocca con la parola legalità, l’unico intervento concreto in città è stato l’ennesimo sgombero di uno spazio sociale.

Del resto, si tratta di una storia vecchia che continua a ripetersi: a Roma politici e forze dell’ordine sono accomodanti e collusi con la criminalità organizzata, mentre conservano il pugno di ferro per chi lotta per una casa, per il reddito, per i diritti sociali.

Lo sgombero di Degage, segue lo sfratto di centinaia di persone a Milano, è l’ennesimo episodio di un lungo attacco contro i movimenti. Esprimiamo solidarietà agli occupanti. Un torto fatto a uno, è un torto fatto a tutti!

Andatevene!

Dinamo Press
25 08 2015

Jobs act, bolla occupazionale e il messaggio per le giovani generazioni

Era in attesa Renzi, ma il momento è arrivato. I dati INPS, in contrasto con le ultime rilevazioni mensili dell'ISTAT, ratificano il successo del Jobs Act: nel primo semestre del 2015, in rapporto al primo del 2014, sono cresciute del 36% (+252.177) le assunzioni con contratti a tempo indeterminato. L'Italia «cambia verso», anche l'OCSE conferma, i giovani possono finalmente prendere in mano il loro futuro. Scrive Renzi su Fb: «I dati diffusi dall'INPS dicono che siamo sulla strada giusta contro il precariato e che il Jobs Act è un occasione da non perdere, soprattutto per la nostra generazione». Grazie Renzi, i giovani ti amano.

Soltanto pochi giorni fa, il presidente dell'ISTAT, Giorgio Alleva, intervistato dal Fatto Quotidiano aveva detto: «Valutare il saldo tra attivazioni e cessazioni dei contratti come se fosse un aumento di teste, cioè di occupati, è una approssimazione non accettabile. Il governo fa il suo mestiere, ma a me preoccupa molto quando si sbandierano dati positivi dello 0,1%, anche perché poi – come si è visto – portano a fare dietrofront il mese dopo». Basterebbero queste precisazioni, relative al metodo, per mettere all'angolo il “ganzo” fiorentino. Così come sarebbe opportuno insistere sull'aumento del 30% (+331.917) delle trasformazioni dei contratti a tempo determinato o di apprendistato in contratti a tutele crescenti. Ma vogliamo essere generosi, e andare – o tornare – al punto.

Si tratta di una bolla occupazionale, tra l'altro già fortemente ridimensionata dal rinnovato aumento della disoccupazione (12,7%) nel mese di giugno. Ragioni della bolla? Semplice: il contratto a tutele crescenti, al contrario di quanto viene affermato a ogni piè sospinto da Governo e Confindustria, non è un contratto a tempo indeterminato; la decontribuzione triennale – per ogni nuovo contratto di lavoro “stabile” acceso – garantita alle imprese dalla scorsa Legge finanziaria (2014). Dunque il Jobs Act funziona, certo, perché senza articolo 18 il lavoro non è stabile. La tutela che cresce, col tempo, è solo il quantum dell'indennizzo in caso di licenziamento. C'è di più: senza la decontribuzione, di 8.024 euro l'anno per lavoratore, neanche il Jobs Act sarebbe sufficiente. E i dati INPS sono utili a Renzi, che può raccontare al Paese stremato nuove balle, ma servono soprattutto alle imprese, che a gran voce chiedono risorse certe per il 2016 e il 2017, così come la riduzione ulteriore del cuneo fiscale.

A esser meno severi, però, meno «accecati dalle ideologie», anche noi ci accorgeremmo che qualcosa sta crescendo. È vero. Il travaso degli inattivi nelle file dei disoccupati, seppur lievemente, sta aumentando. Rispetto al primo semestre del 2014, il numero dei voucher da 10 euro per il lavoro accessorio venduti è cresciuto del 74,7%. Alla faccia della stabilità del rapporto. E poi un'impennata tra tutte, forse quella che sta più a cuore a Renzi: gli utili per le 40 big di Piazza Affari (le cosiddette «blue chip») sono saliti a 12 miliardi. Dalle banche agli esportatori, i profitti ridono: negli ultimi 12 mesi, Azimut ha registrato un aumento degli utili del 120%, Mediolanum del 38%, Intesa Sanpaolo del 178%, Luxottica del 29%. Brilla FIAT-Chrysler: 54% in più nell'ultimo semestre, 250% in tre anni. L'euro debole che favorisce l'export, insiste il Sole 24 ore. Certo, il Quantitive easing aiuta, ma la verità è che il lavoro costa meno ovvero è più povero. Woorking poor.

Mentre Renzi droga il mercato del lavoro, c'è chi, giovanissimo, di droga muore. E allora esplode l'emergenza estiva. Ad agosto, si sa, rompono i coglioni migranti in eccesso e giovani irrequieti. Ma quest'anno l'accanimento si fa cruento. Ripetono senza sosta politici, “esperti” e giornalisti: “che adolescenti e giovani la smettano di divertirsi, non lo sanno fare! Tornino in famiglia e la famiglie tornino a fare il loro mestiere”! Parola d'ordine, parola ordinativa contro la dissipazione, la mancanza di morale. Sulla droga ci sarebbe molto da dire, ma altri lo hanno fatto meglio di me. Ciò che conquista la luce, con la violenza efferata della vetrina televisiva, è la guerra generazionale in corso. Anche i morti vanno puniti, perseguitati. Perseguitati affinché i vivi smettano di festeggiare. L'ideologia della Festa è così cara, solitamente, al capitalismo neoliberale, sempre pronta com'è a sostenere la norma della concorrenza. No, nell'Europa del Sud bisogna smettere anche di ballare. L'indicazione, forse, è più chiara di quello che sembra. A maggior ragione se afferrata alla luce dell'aumento, senza sosta, della disoccupazione giovanile. In modo secco, deciso, i potenti italici esortano: “andatevene”! Se restate, continua il messaggio, povertà, sotto-occupazione e vita in famiglia. Bella merda.

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