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INGENERE

Due parole sulle dimissioni in bianco: mai più

  • Set 24, 2015
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InGenere
24 09 2015

Il decreto legislativo così detto delle “Semplificazioni”, che rende operativa una parte del Jobs Act, contiene una norma chiara ed efficace contro le dimissioni in bianco. Finalmente, dopo 8 anni, viene ripristinato un principio di civiltà e viene eliminato un ricatto che pende sulla testa delle persone durante tutta la vita lavorativa. Capita spesso infatti che, insieme al contratto di assunzione, proprio nel momento di maggior fragilità, venga fatta firmare una lettera di dimissioni in bianco, in bianco perché senza data, come condizione per l’assunzione; che spesso viene perfino spacciata per una consueta procedura amministrativa.

Quella lettera verrà compilata con la data dall’impresa, successivamente, quando quella persona, quasi sempre una giovane donna (ma non solo), non è più desiderabile per l’azienda, magari perché incinta, perché ha deciso di sposarsi, o a causa di una lunga malattia o in virtù di opinioni non gradite.

Che questo succeda è testimoniato da dati raccolti, tutti per difetto da Istat e uffici sindacali, e nell’esperienza di tanti e ha ispirato film recenti (Calopresti, Cortellesi). Ma fino ad oggi, nonostante iniziative legislative e movimenti di opinione, non esisteva una procedura efficace.

Da oggi nessuno potrà più compiere questo abuso: le dimissioni volontarie dovranno essere dichiarate compilando un modulo con numerazione progressiva e scadenza (reperibile sul sito del Ministero del Lavoro o presso le direzioni territoriali del lavoro), che quindi non potrà essere retrodatato e fatto firmare al momento dell’assunzione.

La battaglia contro le dimissioni in bianco parte da lontano: nel 2007 l'allora governo Prodi approva la norma (L.188/2007) contenuta oggi nel decreto attuativo del Jobs Act, che però ha vita breve. Nel giugno del 2008 il ministro del lavoro Sacconi, come primo atto del governo Berlusconi appena eletto, la cancella. Durante il governo Monti la ministra Fornero - dopo mesi di iniziativa politica di donne diverse dentro e fuori il Parlamento (Comitato per la 188) - introduce un’apposita disciplina per eliminare la pratica delle dimissioni in bianco. Inefficace, però, perché ex post e non preventiva come quella approvata: la procedura, peraltro molto complicata, prevedeva infatti un controllo a posteriori della veridicità della volontà delle dimissioni con tutte le complicazioni ovvie insite nell’accertamento a posteriori della volontà estorta, e solo nel caso di denuncia, apertura di vertenza o di maternità. La nuova norma prevede l’utilizzo di un modulo, con codice alfanumerico e numerazione progressiva, con l’obiettivo di prevenire l’abuso in modo semplice e privo di costi. Ed è una tutela a vantaggio dei lavoratori e delle lavoratrici, ma anche delle aziende oneste e corrette che soffrono la concorrenza sleale di chi non rispetta le regole.

Qualcuno nella foga polemica contro il Jobs Act ne ha sminuito il senso: si è detto che nel nuovo contesto normativo, cioè con l’utilizzo del contratto a tutele crescenti che non prevede il reintegro nei casi di licenziamenti economici senza giusta causa, la nuova norma contro le dimissioni in bianco non serve a nulla. In realtà, l’abuso delle dimissioni in bianco è praticato, quasi totalmente, in imprese sotto i 15 dipendenti dove non si è mai applicato l’articolo 18.

La legge contro le dimissioni in bianco si colloca lungo una strada, forse imperfetta ma chiara nella sua direzione: un'assunzione di responsabilità verso un paese per donne e uomini, in cui la maternità sia libera scelta. Una strada in cui si inseriscono: la legge elettorale con doppia preferenza e norma antidiscriminatoria nella definizione dei 100 capilista, la riforma costituzionale che prevede l'applicazione dell'articolo 51 della Costituzione nelle leggi elettorali e regionali, la "buona scuola” che contiene norme per educare al rispetto delle differenze e contro le discriminazioni, il Jobs Act con il decreto attuativo sulla conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, l'estensione della indennità di maternità e la sua erogazione anche in assenza del versamento dei contributi da parte dei datori di lavoro, l'uso del part time in alternativa ai congedi parentali, la destinazione del 10 per cento del Fondo di sostegno alla contrattazione aziendale per misure di conciliazione, i 100 milioni per gli asili nido.

Molto c’è ancora da fare ma la strada è quella giusta.

Titti Di Salvo

Vent'anni dopo Pechino La conferenza delle donne a Milano

  • Set 21, 2015
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Ingenere
21 09 2015

A Milano, dal 26 al 28 settembre prossimi si terrà la conferenza mondiale delle donne, vent'anni dopo Pechino


Un percorso a tappe, estremamente democratico perché da voce a tutte, ma proprio a tutte le donne senza far caso alla loro cultura o al loro vissuto, un percorso condiviso perché spontaneo, nato e cresciuto dal basso ma che riesce con sforzo, dedizione e passione a elevarsi quotidianamente portando con sé tutte quelle che ci credono, senza pregiudizi, steccati o costrizioni di sorta. Questa in estrema sintesi l'essenza degli Stati generali delle donne che approdano alla Conferenza mondiale Pechino 20 anni dopo e già si preparano alla prossima tappa Matera città della cultura 2019. Perché questo "agglomerato" di donne che può cambiare composizione ma non modifica l'idea centrale della valorizzazione di tutte per aiutare il mondo non si ferma mai. È in perpetuo fermento ed evoluzione.

Sono convinta che se chiedessimo a Isa Maggi se corrisponda oggi a quello che ipotizzava più di un anno fa la metteremmo un po' in imbarazzo. Perché anche i visionari, mi piace definirla così, riferendomi alla accezione positiva del termine italiano che non in tutto corrisponde all'inglese, anche i visionari dicevo ad un certo punto, probabilmente, si stupiscono di quanto hanno realizzato, di come l'idea ha preso forma. E l'idea in questo caso ė molto semplice: dare voce e mettersi in ascolto per fare in modo che "non vi siano luoghi privilegiati per le opportunità", come recita lo slogan di lancio della conferenza. Tant'è che di recente Maggi ha dichiarato: "a chi mi chiede in questi giorni perché abbiamo organizzato la conferenza mondiale delle donne con impegno e dedizione giornalieri, mettendoci tempo, energia e risorse personali e perché in breve tempo siamo riuscite a organizzare un movimento così ampio e a dare voce a un mondo infinito, la risposta che mi viene spontanea è che: ci crediamo! Abbiamo messo in azione un gruppo appassionato di donne attive in tutte le regioni con competenze fantastiche, con voglia di fare e di mettersi in gioco. Il primo obiettivo è stato raggiunto. La squadra c'è e sta lavorando".

Quando a dicembre in tante si sono riunite a Roma per gli stati generali delle donne per favorire una partecipazione attiva di tutte, hanno capito subito, insieme, che occorreva spostarsi sui territori, dove operano le donne normali, quelle del quotidiano, protagoniste a volte ignare e spesso inascoltate, donne con mille istanze e mille proposte concrete, per raccogliere le loro esperienze e i loro bisogni, ma anche semplicemente i loro pensieri. Senza piangersi addosso ma mostrando e trovando soluzioni. Da qui gli stati generali regionali che che si sono svolti a partire dall'inizio dell'anno e si concludono in questi giorni. Di questa esperienza concreta, di questo patrimonio di dati, di esperienze, di progetti verrà presto dato conto con una pubblicazione di sintesi.

Date le premesse non deve stupire che in alcuni contesti il percorso e gli eventi regionale siano stati gestiti o, se vogliamo, abbiano avuto una responsabile locale - intendendo per responsabile una persona che si è addossata oneri, responsabilità appunto - senza ottenere in cambio altro che il piacere del fare, una responsabile dicevamo inserita in un ambito istituzionale, sovente una Consigliera di parità, una Presidente di CPO, o una componente dei Comitati per l'imprenditoria femminile, e in altri si sia scelta una persona poco conosciuta, ma attenta, preparata e disponibile. Perché la "scelta" e la selezione è stata naturale e spontanea, quasi un cercarsi e trovarsi riconoscendosi in comunità di sentire. Nè ci si deve meravigliare della volontà ferma a mantenersi lontane dalla politica, o meglio dalla partitica, nonostante molte delle donne coinvolte appartengano anche alla politica. Non rappresentare nessuno può essere la premessa per rappresentare tutte, purché non si tratti di un comodo passe-partout. E queste donne non sono certamente alla ricerca di vie facili, visto che operano, al momento, in una dimensione di puro volontariato.

Scorrere il programma della conferenza da un'idea dello sforzo organizzativo e della determinazione che unisce. Così come la lettura degli obiettivi che ci si prefiggono.

Sensibilizzare gruppi, enti nazionali e sovranazionali e pubbliche amministrazioni nelle politiche di gender mainstreaming, incoraggiare, supportare e accompagnare attivamente la ricerca di soluzioni per risolvere il problema della disoccupazione femminile, favorire l’integrazione delle donne, dare valore a nuove politiche aziendali favorevoli ad una innovativa organizzazione tra il tempo per il lavoro e il tempo per le famiglie.
Costruire politiche efficaci di contrasto alla violenza maschile sulle donne, nella convinzione che la violenza perpetrata alle donne abbia la stessa matrice della violenza verso la Madre Terra.
Riflettere e contrastare i matrimoni precoci.
Stimolare approcci innovativi nell’organizzazione del lavoro aziendale compatibili con le responsabilità familiari al fine di tentare di raggiungere il tasso di occupazione previsto dagli obiettivi dell’Ue per il 2020.
Favorire e incoraggiare la presenza di donne in posizioni di leadership, presenza riconosciuta elemento chiave per la performance e il business in ogni Paese.
Costruire una nuova economia al femminile, immaginare un nuovo modello di sviluppo sostenibile centrato sui principi e i valori. Ridare dignità al lavoro delle contadine e costruire piccole economie locali fondate su una agricoltura di sussistenza e famigliare che rispetti la Terra e la biodiversità.
Aumentare e sostenere la presenza femminile in tutte le sfere della società.
Raggiungere posizioni top senza cambiare l’identità dell’essere donna, dando il via ad una profonda rivoluzione culturale. Un passaggio fondamentale svolto con le giovani donne, in un percorso comune di riflessione e di ricambio generazionale.
Tornando al programma nella prima giornata sono stati invitati "Donne e uomini che stanno cambiando il mondo", per dimostrare che il dialogo con la componente maschile va cercato e coltivato, e saranno premiate le "Donne che ce l'hanno fatta " a superare il proprio e personale tetto di cristallo. Ogni Regione riferirà della sua esperienza e porterà le sue proposte concrete e infine sfilerà, con la partecipazione dei gonfaloni di tutte le realtà coinvolte, la "Trama delle donne" un manufatto composto di tanti piccoli quadri (25x25 cm.) realizzati con le tecniche più disparate dalle donne italiane. Nella seconda si partirà dalla testimonianza delle donne che erano a Pechino nel 1995, si discuterà di nuova economia, di formazione, di comunicazione, di sport, di religioni e si terrà un incontro delle donne Young. Nella terza il tema di punta sarà il lavoro in tutte le sue accezioni ma ci si occuperà pure di democrazia paritaria, integrazione, innovazione, cultura, salute e territori, con particolare attenzione per il Mediterraneo senza dimenticare le aree interne. Nelle tre giornate saranno attivi laboratori e mostre, proiezioni e un salotto letterario. I nomi italiani e stranieri si sprecano, riduttivo e inutile citarne solo alcuni.

Dei lavori della conferenza sarà fatto giornalmente un resoconto giornalistico per non dimenticare e condividere anche con chi non potrà essere presente. Le idee, i suggerimenti, i fatti che costituiranno oggetto dello stare insieme confluiranno nella Carta delle donne del mondo che sarà consegnata a Ban Ki-moon in un incontro già programmato. E perché le belle cose per essere veramente operative necessitano anche di un po' di finanza è stato costituito a partire dagli Stati Generali del Friuli Venezia Giulia un "ufficio progettazione" che sta cercando di preparare alcuni progetti che coinvolgano e valorizzino molte delle realtà locali e straniere di fatto già operative su argomenti di comune interesse. Si parla ad esempio di un "modello mediterraneo" di riorganizzazione dell'imprenditoria, della rinascita a nuova vita delle zone interne alpine e appenniniche, del ruolo di una formazione che favorisca il dialogo continuo tra domanda e offerta di lavoro.

Se qualcuno che ha letto fin qui ha pensato che l'articolo sia di parte me ne scuso e confermo, lo è. Partecipo dall'inizio a questa avventura, ho trovato in questo contesto lo "spirito nuovo" che cercavo e...ci credo!

Leggi il programma completo della conferenza

Educare alle differenze, al via la seconda edizione

  • Set 16, 2015
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Ingenere
16 09 2015

Torna a Roma il 19 e il 20 settembre 2015 Educare alle Differenze, la rete nazionale - nata lo scorso anno dall’appello promosso da SCOSSE (Roma), Stonewall (Siracusa) e Progetto Alice (Bologna) - per "sostenere la scuola pubblica, plurale, inclusiva e democratica". 250 co-promotori tra associazioni, gruppi di ricerca, comitati genitori, 9 tavoli tematici paralleli, oltre 60 relatori/relatrici selezionati grazie a una call pubblica, oltre 500, le pre-iscrizioni individuali pervenute da ogni parte d’Italia per assistere ai workshop gratuiti: questi i numeri alla vigilia della due giorni dedicata all'educazione alle differenze e all’affettività.

I protagonisti? Insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, genitori, docenti universitari, esperti/e in studi umanistici e scienze sociali, in comunicazione e politiche europee, case editrici, attiviste/i lgbt, giornaliste/i, assistenti sociali, artisti/e e rappresentanti delle istituzioni. Tutti in diversi modi attivi all'interno di laboratori, scambio di buone pratiche, condivisione orizzontale di metodologie e strumenti didattici incentrati sulla valorizzazione delle differenze, il contrasto alla violenza di genere e al bullismo omofobico dentro e fuori la scuola.

Un programma ricco, quello dell'edizione 2015, che prevede anche dei tavoli di discussione con istituzioni ed enti locali. "In un clima inquinato da violente polemiche e gravi mistificazioni sui contenuti, le metodologie e gli obiettivi dei progetti di educazione sentimentale e sessuale nelle scuole" scrivono le associazioni promotrici "Educare alle differenze è l’occasione giusta per conoscere che cosa davvero si fa nelle aule italiane per promuovere parità e rispetto e costruire una società aperta e inclusiva".

 

Se l'educazione di genere fa paura

  • Set 15, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
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inGenere
15 09 2015

In questi giorni stanno circolando (veicolate non solo dai media tradizionali, ma anche da catene di mail e attraverso i social network) una serie di informazioni apocalittiche rispetto alla diffusione di quella che viene impropriamente chiamata “teoria del gender” o “ideologia del gender”.

Dietro questa temibile ideologia – che si dice sia promossa dalle istituzioni europee, dal governo e finanche dalla nostra amministrazione provinciale - si celerebbe una forza occulta, le cui finalità ultime sarebbero la distruzione delle famiglie, il controllo demografico e l’estinzione dell’umanità.

Sotto accusa, perché considerati tra i principali strumenti di questa strategia, sono soprattutto i corsi sull’educazione di genere che da alcuni anni vengono realizzati nelle scuole, descritti come attività mirate a trasformare i bambini in esseri mutanti (“bisex omo lesbo misto chi più ne ha più ne metta… includendo anche il genere pedofilo afferma uno dei documenti diffusi), tramite l’iniziazione alla masturbazione e alla pornografia.

L’extrema ratio proposta per sottrarsi alle forze oscure è il ritiro dei bambini dalle scuole pubbliche e il ricorso all’educazione parentale (ovvero quella realizzata dai genitori, tenendo i bambini a casa).

A prima vista, la lettura di questi messaggi, così ossessivi e quasi surreali, potrebbe indurre a facili ironie, tuttavia sono sempre più convinta che quanto sta avvenendo vada letto con attenzione, perché le conseguenze possono invece essere molto serie.

Il primo elemento da considerare è la paura. Questi messaggi, anche quando invitano a informarsi, non sono in realtà pensati per produrre consapevolezza, ma costruiti ad arte per generare ansia e preoccupazione. Possono sembrare incredibili, certo, apparire morbosi e bigotti, è vero... però parlano dei nostri figli e delle nostre figlie, toccano corde sensibili (e se poi ci fosse un fondo di verità?). Parlano alle pance e non alle teste. Insinuano dubbi, generano insicurezza, producono sfiducia. E ci rendono così più manipolabili. Come hanno capito bene le forze politiche che li stanno cavalcando.

La seconda questione riguarda la visione dell’educazione scolastica che viene veicolata da questa campagna: una educazione ripiegata sui modelli e le culture interne alle famiglie e non aperta al mondo e al riconoscimento dell’altro; un processo mirato a trasferire contenuti e nozioni asettiche e non a sviluppare le molteplici potenzialità delle ragazze e dei ragazzi (secondo appunto la radice etimologica di educare: “e-ducere”, tirare fuori), e a stimolare la loro coscienza civica e sociale.

La scelta di riferirsi all’espressione “teoria del gender”, utilizzando una parola inglese, esprime efficacemente la paura nei confronti di ciò che viene da fuori, visto sempre come potenziale pericolo e mai come possibile risorsa.

Peraltro, sostenere che dimensioni come le relazioni affettive e la sessualità debbano restare all’interno delle mura domestiche (quelle stesse dove, peraltro, talvolta hanno luogo gravi episodi di violenza e sopraffazione sulle donne) e non possano essere oggetto di confronto e di dibattito in un’aula scolastica, significa anche limitare le occasioni per ragazze e ragazzi di sviluppare una coscienza critica e difendersi dalle banalizzazioni e dalle strumentalizzazioni mediatiche, così come per sviluppare anticorpi rispetto alle situazioni problematiche.

La terza conseguenza è il consolidamento degli squilibri di genere. Il principale nemico di queste campagne è infatti il concetto di “genere”. Ma cosa si intende quando si parla di genere? Perché questa parola fa così paura, tanto che ormai in molti suggeriscono che sia meglio non usarla? Gli studi di genere dicono semplicemente che buona parte delle differenze che caratterizzano l’esperienza di donne e uomini non è inscritta nei nostri geni, ma è prodotta dalla società. È forse scritto nel DNA delle donne che debbano subire passivamente violenza da parte degli uomini? È un destino biologico che debbano svolgere lavori meno prestigiosi degli uomini o essere pagate di meno, o che non possano affermarsi nei percorsi scientifici o nel mondo della politica? È naturale che le donne debbano indossare il burqua o viceversa esibire il proprio corpo sulle copertine dei giornali o sul web? O d’altra parte, è legge naturale che gli uomini non possano prendere il congedo per occuparsi dei figli o non siano in grado di occuparsi delle attività domestiche o della cucina (quando non è quella di Master Chef)? È forse parte del loro corredo biologico non trattenersi dal fare commenti volgari nei confronti delle donne che camminano per strada o dal praticare molestie nei confronti delle colleghe? Gli studi di genere ci parlando di questo. E la forza di questo discorso è dirompente. Perché nel momento in cui affermiamo che queste differenze (e le disuguaglianze che ne conseguono) non sono naturali, diciamo anche che è possibile cambiarle. Che è possibile pensare ad una società diversa, dove gli uomini e le donne non siano riconosciuti e valutati in base al loro corpo, ma piuttosto alle loro singole (e diverse) individualità. La campagna contro la “teoria del gender” è una battaglia contro la possibilità che il mondo cambi e diventi meno squilibrato, perché il superamento delle asimmetrie preoccupa chi di esse si nutre.

In tutto questo c’è però una buona notizia: queste crociate si scatenano di solito quando il cambiamento è ormai in corso. E, con buona pace delle milizie anti-gender, e del personale politico che insegue il consenso soffiando sul loro fuoco, non saranno le campagne di disinformazione, né gli allarmismi gratuiti, né i tentativi di censura a fermarlo.

(Questo articolo è stato pubblicato su “Trentino” e “Alto Adige”, sabato 12 settembre 2015)

Genere e città. Vienna accorcia le distanze

  • Set 15, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
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15 09 2015

Nel 1961 la giornalista e madre Jane Jacobs pubblicava Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane e contribuiva a cambiare il modo d’interpretare il funzionamento della città contemporanea. Si trattava di una critica innovativa che utilizzava l’esperienza quotidiana - fatta di vita di quartiere e di spostamenti con mezzi pubblici o a piedi - per dimostrare i limiti dell’urbanistica del ’900. La città-macchina, che separa i flussi da cui è attraversata in modo gerarchico dall’auto al pedone, è rappresentativa di un’idea di società al cui vertice c’è il maschio adulto (e bianco) lavoratore e automunito. La visione di Jane Jacobs era esattamente opposta a quella del deus ex machina dei lavori pubblici di New York, essa si era a lungo battuta contro quel Robert Moses i cui grandi progetti di trasformazione urbana erano stati portati avanti a colpi di autostrade usate come mannaie nella densità del tessuto cittadino.

Vita e morte delle grandi città è un libro sulla diversità urbana che individua quattro fondamentali fattori in grado di generarla, almeno alla scala del quartiere, l’unità minima dell’organismo urbano. La presenza del maggior numero di funzioni di base (abitazioni, attività commerciali, imprese, servizi, ecc.), la piccola dimensione degli isolati, che ha come conseguenza il maggior numero di strade da percorrere e di “angoli da svoltare”, edifici di diversa età e condizione e una buona densità di popolazione per favorire l’incontro delle persone, sono i requisiti di un quartiere sano. Si tratta di aspetti che la città razionalista del ‘900 ha variamente contrastato, preferendo separare le funzioni, dimensionare al massimo edifici e isolati, prevedere zone omogenee per tipologie edilizie e densità e fare in modo che quest’ultima fosse sufficientemente bassa da prevenire i problemi di carattere igienico e sociale del sovraffollamento.

Nel mezzo secolo trascorso dalla pubblicazione di quel libro, le critiche all’idea meccanicistica dell’ambiente urbano che vi sono contenute hanno avuto una vasta eco e tuttavia in pochi hanno colto la precisa relazione che esiste tra la donna che l’ha scritto e le argomentazioni che vi sono sviluppate. Il fatto che Jacobs fosse una donna è quasi passato inosservato, come se la più radicale critica della città novecentesca non avesse nulla a che fare con il suo essere stata pensata da chi non apparteneva al genere dominante. Eppure il concetto di genere, se utilizzato come un indicatore della condizione socio-culturale - piuttosto che biologica - delle persone, può efficacemente fungere da criterio di valutazione e d'indirizzo delle politiche urbane non solo sotto il profilo dell’uguaglianza e delle pari opportunità tra uomini e donne ma anche delle sue ricadute sulla società nel complesso.

 

A questo riguardo l’esperienza avviata a Vienna a partire dagli anni ’90, con più di sessanta progetti pilota nel campo della pianificazione urbana ispirati al gender mainstreaming, può essere considerata una delle applicazioni più significative dell’idea di diversità urbana - da incentivare e preservare - anticipata da Jane Jacobs. Il fatto che persone di diverso genere, età, condizione economica, sociale e culturale abbiano modi diversi di usare lo spazio urbano orienta il modo in cui la città si trasforma. Si tratta, molto concretamente, di accorciare le distanze tra le strutture fisiche che costituiscono la città e i suoi utilizzatori in relazione alle loro diversità. Ciò vuol dire più spazio pubblico in termini di quantità ed accessibilità, un’idea di mobilità che consenta a tutti di spostarsi agevolmente e in sicurezza, una forte integrazione tra residenze, servizi e funzioni urbane, una particolare attenzione per i bisogni di chi, oltre al lavoro retribuito, impiega buona parte del proprio tempo per quello gratuito di cura. In altri termini, una città che utilizza le necessità delle donne come indicatore per le sue trasformazioni finisce per essere più attenta ai bisogni della società e delle sue diverse componenti.

Tutto iniziò nel 1991, con la mostra fotografica Di chi è lo spazio pubblico. La vita quotidiana delle donne nella città, che ha messo in evidenza come i differenti tracciati delle donne nello spazio urbano abbiano in comune la richiesta di sicurezza e facilità di movimento. La mostra ebbe un gran numero di visitatori e un notevole risalto mediatico, così l’amministrazione locale decise di far proprio l’approccio di genere nelle politiche urbane. Il primo intervento realizzato fu un complesso residenziale women-work-city, progettato da e per le donne nel ventunesimo distretto della città. Al suo interno si trovano aree verdi per il gioco dei bambini, un asilo, una farmacia e uno studio medico, strutture che rispondono all’obiettivo di rendere più facile la vita delle donne divisa tra lavoro e funzioni di cura.

L’idea di realizzare insediamenti residenziali dotati di servizi è vecchia di quasi due secoli e discende dal socialismo utopico di Fourier e dalle successive forme di applicazione del suo falansterio. A Vienna questo aveva trovato una diffusa applicazione in una serie di interventi di agenzie pubbliche che, tra il 1919 e il 1933, hanno testimoniato l’efficacia del ruolo della municipalità nella politica della casa. Anche in quel caso la trasmigrazione dal contesto edilizio a quello urbano di un approccio che considera l’abitare non confinato alle mura domestiche costituiva l’aspetto innovativo. Lo sviluppo successivo di questa idea che integra la casa alla città ha riguardato, nel caso della pianificazione urbana basata sul gender mainstreaming, la progettazione delle aree verdi. Nel 1999 due parchi del quinto distretto urbano sono stati riconfigurati con l’intento di allargarne il numero e il tipo di frequentatori. Avendo precedentemente registrato che le ragazze erano meno propense ad utilizzare gli spazi verdi, poiché spesso scoraggiate dall’invadenza maschile, la nuova progettazione ha introdotto sentieri per migliorare l’accessibilità, aree per le diverse attività sportive e accorgimenti per la suddivisione degli ampi spazi aperti. Ora non è difficile constatare quanto numerosi siano i gruppi di persone, differenti per sesso ed età, che frequentano i parchi di Vienna.

 

Anche sul versante del trasporto pubblico e del miglioramento dei percorsi pedonali l’approccio gender mainstreaming ha dimostrato di produrre risultati notevoli. Marciapiedi più spaziosi e meglio illuminati e infrastrutture che facilitano l’accesso alle intersezioni del trasporto pubblico, dove anche chi spinge un passeggino o una sedia a rotelle possa raggiungere e utilizzare facilmente i mezzi in transito, sono interventi che discendono dalle rilevazioni fatte a seguito di un’inchiesta rivolta a tutta la popolazione del nono distretto e relativa alle modalità e alle ragioni di spostamento. Da essa emerse che, mentre la maggioranza degli uomini utilizzava l’automobile o il trasporto pubblico due volte al giorno per il tragitto casa-lavoro, le donne avevano bisogno di una pluralità di spostamenti legati soprattutto al ruolo di cura di bambini e anziani.

Dal 2013 Gender Mainstreaming in Urban Planning and Urban Development è un manuale per gestire le trasformazioni urbane a venire secondo un approccio che accorci le distanze tra le persone - nelle differenti fasi della vita e di ruolo sociale - e l’ambiente costruito. Il principio della città prossima alla vita degli individui si basa sull’idea che la pianificazione urbana debba facilitare i compiti di chi, di volta in volta, svolge un lavoro pagato e/o esercita una funzione di cura. Una città che accorci le distanze significa più servizi, attività commerciali, spazi e trasporti pubblici, vicino ai luoghi dove le persone vivono e lavorano. Vuol dire una visione dello spazio urbano in cui prevalga l’interesse pubblico, perché solo così si può sostenere quello privato.

Ingenere.it
15 09 2015

Ora che le scuole stanno per ricominciare, vorrei tornare a parlare di un tema che mi interessa molto, che suscita irrazionali terrori e giunge a ispirare interventi assurdi, fuori dalla storia, dallo spazio e dal tempo[1].

Paure e ansie si alimentano intorno a qualcosa che non corrisponde a come viene descritto e la cui presentazione allarmista sembra piuttosto servire ad allontanare l’attenzione dal fulcro del problema.

I paladini della famiglia tradizionale e gli agguerriti oppositori della cosiddetta (ed inesistente) ideologia del gender vogliono far credere a schiere di genitori intimoriti che la posta in gioco sia difendere i nostri figli dalla fantomatica possibilità che qualcuno voglia promuovere l'autoerotismo nelle scuole della prima infanzia. Come se poi ci fosse davvero bisogno di promuoverlo, l’autoerotismo; lo sanno bene quelle e quelli di noi che hanno ricordi che arrivano ai propri primi anni di vita o hanno figli/e di quell'età. Mentre la posta in gioco è ben più alta e, per certi versi, ancora più rivoluzionaria di quanto il sesso, nelle sue infinite sfaccettature, possa mai essere.

Buona parte del gran malinteso si basa tutto sulla confusione tra sesso e genere.

E devo ammettere che all'inizio ho fatto fatica anche io a capirla, questa differenza.

Poi mi è stata spiegato molto chiaramente, con il caso Lady Oscar.

Un pomeriggio una mia amica molto intelligente, estenuata dalle mie domande, ha trovato un esempio alla mia portata, e mi ha permesso di capire:

"È facile, devi pensare ai vestiti"

"Prego?"

"Nella maggior parte dei casi i vestiti nascondono il sesso e svelano il genere"

"Ovvero?"

"Ovvero, prendi me. Per come sono vestita – maglia, gonna, orecchini, anelli, rimmel, rossetto e shatush - e per come mi comporto tu presumi che io sia un essere umano di sesso femminile. Ma la certezza biologica del mio sesso non ce l’hai perché è ben nascosta centimetri sotto la mia gonna colorata. Ed è probabile che tu questa certezza non riesca a verificarla mai. Al contrario, se con un po' di accortezza mi fossi presentata vestita da uomo, e mi fossi comportata da uomo, – hai presente Lady Oscar in battaglia? - con la stessa certezza tu avresti presunto che io fossi un uomo. Ecco: il sesso è fisico, biologico, nella maggior parte dei casi chiaro in natura sin dalla nascita, ma condiviso in modo esplicito solo con una ristretta cerchia di persone intime (fatta eccezione per le escursioni estive a Capocotta). Il genere, invece, è culturale, esplicitato, simbolico, frutto di costruzioni storico-sociali che definiscono e spesso prescrivono, in una complementarità che può risultare coercitiva, cosa tu possa o non possa fare in quanto uomo o in quanto donna".

Da quel momento in poi mi è parso chiaro, come già era chiaro a Lady Oscar, che il punto non è parlare di sesso ma piuttosto di stereotipi, possibilità e potere, e di come gli stereotipi legati al genere vengano trasmessi e si consolidino nella società e nelle scuole, soprattutto quando non c’è una riflessione sull’impatto che possono avere iniziative intraprese in totale buona fede.

Anche qui, una storia illuminante.

A chiusura dei tre anni della materna di mia figlia siamo stati invitati alla recita di fine anno. Ammetto di non amare particolarmente le recite in generale, ma in questo caso lo spettacolo a cui siamo stati sottoposti è stato piuttosto inquietante. Bambini e bambine, divisi in due gruppi rigorosamente separati per genere, impegnati a cantare successi anni ’60, i maschietti con le rose a chiedere la mano a bambine invitate a fare le smorfiosette e dire "no" fino a quando i piccoli non si mettevano in ginocchio da loro.

A parte la scelta della colonna sonora, ché, diciamocelo, gli anni ‘60 in Italia e nel mondo hanno prodotto innovazione e cambiamento di grande impatto anche in ambito musicale e si poteva pescare a mani basse da un repertorio di alto livello praticamente immenso, la scena era abbastanza allarmante.

E, attenzione, ancora una volta, qui non si parla esplicitamente di sesso.

Si parla, piuttosto, di rendere stereotipati e di ipersessualizzare i comportamenti e le relazioni, di caricarli di un significato sessuale che non avrebbero per bambini di quella età e di trasmettere l’idea stereotipata che il genere a cui appartieni determina i tuoi comportamenti e delimita le tue aspettative: se sei femmina l’unica cosa che puoi fare é fare la smorfiosa ed aspettare che un uomo venga a dichiararti il suo amore in ginocchio portandoti una rosa, e, se sei maschio, almeno nella forma dovrai conquistarti quell’amore, piegandoti a portare quella rosa (e sentendoti di poter esigere, in nome di quella rosa, eterna riconoscenza e quotidiani favori). E a parte l’idea in sé superata e fastidiosa che in una relazione sia necessario mettersi in ginocchio, mi sembra triste che l’orizzonte di mia figlia, ma anche di mio figlio, debba essere aspettare che lo si mandi a prendere il latte per tornare con l’amore della propria vita.

Si vabbè, si potrebbe dire, sono solo canzonette.

Certo, sono solo canzonette.

Ma è proprio per questo che andrebbero prese così seriamente.

Per il potere che hanno i messaggi semplici e ripetitivi. Soprattutto se appresi a scuola.

Per questo, per evitare messaggi troppo semplici e ripetitivi, mi piacerebbe che si potesse avviare una riflessione su quali effetti possa avere una scelta animata da buon senso ma dal messaggio quantomeno ambiguo.

Sarò fissata, ma mi piacerebbe che a un bambino e a una bambina di cinque anni venisse proposto uno scenario di riferimento diverso. Che fossero chiamati – a scuola, in una recita di fine anno - a lavorare sul proprio corpo nello spazio, sulle potenzialità che lo spazio, la musica, la danza offre e sulle diverse modalità che ciascuno ha, in base alle proprie potenzialità fisiche ed emotive (e anche quando queste potenzialità si discostano dalla norma), di muoversi nello spazio e di esprimere queste emozioni. Come, ad esempio, è stato fatto nella recita, questa volta bellissima, di quest’anno di mia figlia (che nel frattempo, per fortuna, è passata alle elementari). Una recita in cui bambini tra loro diversi (inclusa una bambina con difficoltà motorie) hanno espresso, individualmente e all’interno del gruppo, le proprie identità.

Più in generale, mi piacerebbe che tutti/e potessero proiettare le proprie aspettative senza confini di genere, cogliere e offrire rose senza doversi mettere in ginocchio. E sognare di poter diventare astronauti, come Astro Samanta, oppure cuochi, o pittrici, come Frida Kahlo, o pentantatleti, oppure maestri, artigiane, cantanti, poeti, politiche, spazzini, o qualsiasi infinita altra cosa che apra la propria capacità di immaginarsi. E anche adulti e adulte felici, genitori, se lo vorranno, amici, amiche e amanti, mogli, mariti e nonni.

Mi piacerebbe che potessero scoprirsi per quello che sono e che potessero sentirsi liberi di essere come sono. Senza che qualcuno li limiti, li redarguisca o li faccia soffrire perché non aderiscono ai modelli di genere dominanti. Mi piacerebbe che mio figlio potesse andare a scuola vestito dei colori che preferisce, anche se questi sono il rosa, l’arancio e il verde acido, e che mia figlia potesse chiedere e ricevere per il suo compleanno un arco con le frecce senza sentire nessun commento del tipo “ma sei sicura che sia un regalo da bambina?”. E mi piacerebbe che quando si chiede ai bambini e alle bambine di descrivere cosa fanno mamma e papà l’opzione “Papà si occupa della casa” e “mamma viaggia molto per lavoro” non fossero guardate come opzioni marziane, alla stregua di “viviamo sott’acqua in una casa dalle pareti di vetro”, ma fossero una delle tante opzioni possibili e lecite.

E mi piacerebbe che ci fossero più maestri nelle scuole (una sorta di quote di genere), per favorire una maggiore presenza di modalità differenziate di guardare alla realtà e offrire approcci diversi ed integrati di crescita e sviluppo.

Questo, per me, è il punto.

Per questo credo che sia necessario ragionare sugli stereotipi di genere e mettere in discussione la famiglia tradizionale.

Perché tra le nuove forme di famiglie, comprese quelle con due mamme o due papà, ci sono anche quelle in cui gli orientamenti sessuali rispondono alla tradizione, alla norma (che ricordiamocelo, rimane un concetto preso in prestito dalla statistica, che definisce come “normale” il fenomeno maggiormente diffuso), ma i ruoli di genere no.

Perché avere sedici figli ed esibirli sul palco di Sanremo insieme ad una madre a cui è a malapena consentito articolare una parola, può essere una scelta, e io la difendo alla stessa stregua delle altre, ma non può essere il modello unico di riferimento.

E con questo bisogna confrontarsi, discutere, capire e accettare.

E questo è il vero punto, quello che fa paura: mettere in discussione ruoli tradizionali, dare alle donne (e agli uomini) potere di scelta, permettere a ciascuno di scoprire ed essere libero di essere quello che é.

Senza il senso del peccato, senza il rimorso di essere sbagliate, senza l’ansia di non corrispondere a desuete aspettative.

Da queste inibizioni, ansie, giudizi e aspettative io vorrei difendere mio figlio e mia figlia.

E credo che ragionare di genere e stereotipi nelle scuole materne sia un primo passo importante.

E mi rendo conto che questo passaggio potrebbe avere un vero ruolo davvero dirompente rispetto alle norme sociali.

E capisco che faccia paura.

Tuttavia, mi dispiace, ma opporsi è una battaglia persa.

Perché la società, seppure lentamente, sta cambiando.

 

NOTE

[1] Si veda la folle lista di libri per bambini messa all’indice dal Sindaco di Venezia

Il "fumetto intercultura" di Takoua Ben Mohamed

  • Lug 23, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
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InGenere
23 07 2015

La matita in mano non le manca mai ed è nelle pagine dei fumetti che fa approdare la sua voce narrante. Ha lo sguardo verso il Colosseo, mentre un curioso si avvicina con una tale bizzarra domanda: “Scusa, una curiosità. Ma tu ce l’hai i capelli?”. Takoua, la ragazza con il velo, classe 1991, che simpatizza per "la magica Roma" e parla di politica, dittatura e primavera araba, risponde con un semplice sorriso e un’ironia disarmante: “No guarda, sono pelata!”. Non si tratta di una finzione letteraria ma è l’apertura al mondo di Takoua Ben Mohamed, che attraverso i fumetti esprime la sincerità della sua anima e disegna ciò che le accade nel cuore sdoganando ogni apparenza, andando oltre quotidiani pregiudizi e comuni stereotipi sul velo, sui musulmani e sull’Islam.

Takoua Ben Mohamed, fumettista e graphic journalist nasce a Douz città del sud della Tunisia, 23 anni fa. Oggi vive a Roma e studia a Firenze. Ma il suo viaggio inizia dalla porta del Sahara e dal silenzioso deserto, è da lì che ha scelto di raccontare il mondo.

Dopo otto anni di vita a Douz si trasferisce in Italia per raggiungere il padre, ex rifugiato politico. Dalla Tunisia porta con sé la sua matita e con i suoi disegni comincia a comunicare con i compagni e le maestre. Oggi studentessa dell’Accademia di cinema d’animazione e arti digitali a Firenze, si dedica inoltre all’attività di volontariato nelle associazioni umanitarie.

Ideatrice del fumetto intercultura, attraverso il quale racconta storie vere di discriminazione e pregiudizio, cattura i lettori con la sua carica emotiva a tratti tenera, spesso ironica e a volte eversiva. I suoi fumetti insegnano il valore del rispetto e della libertà, fatta di facce e personaggi, religioni e culture diverse, tradizioni e storie di persone che subiscono discriminazioni quotidianamente.

La primavera araba, la dittatura, i diritti dell’infanzia in paesi in guerra come la Palestina e la Siria, il velo e i pregiudizi sull’Islam, questo racconta Takoua con la sua matita. Una matita che cerca di decostruire gli stereotipi e i pregiudizi creati dai media. Storie vere, realmente accadute, tra cui anche la sua esperienza personale, i pregiudizi, il razzismo di ogni genere e forma, la libertà d’espressione e di pensiero, la violazione dei diritti umani. Per Takoua non sono solamente argomenti di cui parlare, l’ importante è cercare storie e raccontarle al mondo, in modo innovativo, attraverso il fumetto.

Takoua ha scelto di indossare il velo all’età di 11 anni, esattamente un anno dopo l’11 settembre 2001. Fu un anno molto difficile, i pregiudizi e le offese rivolte alla comunità musulmana si moltiplicarono. Un giorno decise di provare a indossare il velo, come le due sorelle maggiori. Fu un coetaneo ad accusarla di essere una “terrorista”. Lei non sapeva cosa significasse la parola, ma conosceva benissimo la sua religione, la sua cultura e la libertà che avrebbe difeso a denti stretti. Sapeva che indossare il velo sarebbe stato frutto di una scelta e non di un’imposizione. Da quel giorno lo ha sempre indossato, e da giovane musulmana, vive il pregiudizio tutti i giorni. A suo parere, ci troviamo in un momento storico pericoloso e difficile, che veicola un immaginario islamofobo capace di incidere sui singoli, nonostante la maggior parte dei musulmani si dissocino e rifiutino di essere rappresentate da un presunto stato che si dichiara “islamico” ma che con l’Islam non ha nulla a che fare.

Islamofobia e paura del diverso, contrastarle per Takoua è una battaglia quotidiana, e in questo senso la sua matita è più potente delle discriminazioni, degli stereotipi e dei pregiudizi. Takoua non si tiene fuori dai suoi fumetti e dalla realtà che disegna. Lei è Fatima, una ragazza velata che affronta i pregiudizi dei suoi compagni di classe con il coraggio, la forza e il suo Hijab. È Ali Barbalunga, che viene scambiato per un terrorista ma non è altro che un semplice musulmano. È una comune ragazza che racconta come l’adolescenza con i suoi problemi, venga vissuta in modo simile dappertutto. È Aisha, ragazza somala che non capisce la differenza tra un bianco e un nero, perché vede il mondo come un arcobaleno di colori e pensa fortemente che i diritti dovrebbero unire e non dividere. Takoua non si separa dai suoi personaggi, vuole stare in mezzo a loro, cancellando così ogni distanza.

Ismahan Hassen e Roberta Lulli

"Siamo donne, e allora..." Riflessioni sul nostro tempo

  • Lug 21, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 1703 volte
Ingenere
20 07 2015

Molte questioni legate all’assetto sociale sono collegate dai più all’etichetta 'femminismo', usata come spauracchio e quasi offesa in ammiccanti battutine fintamente ironiche, invece che come punto di riferimento storico fondamentale e prestigioso. Mi chiedo se, a decretare questo insuccesso, non abbia contribuito anche il suffisso -ismo, che lo definisce più come corrente di pensiero che come movimento di lotta, e se la parola avrebbe avuto un trattamento diverso con un’uscita in -enza, come resistenza.

Assisto a incontri, convegni, giornate di studio: di fronte ai dati offerti su slide frettolose come su vassoi d’argento mal lucidati e a relazioni che, senza i microfoni, sarebbero poco più che solite chiacchiere tra amiche, a colpirmi è l’incapacità, o la non volontà, di focalizzarsi su alcuni snodi oggi fondamentali.

Le differenze tra le persone (ovvero tra le storie complesse che le costituiscono come identità individuali e sociali)

È necessario valorizzare le differenze tra le persone, più che tra i sessi. C’è una tendenza a 'genderizzare' tutto e tutti: ci si sforza di ritagliare ed esaltare a tutti i costi la specificità femminile. Le argomentazioni che vogliono mettere in luce le buone pratiche portate avanti dalle donne (da tutte?) rischiano di assumere i toni di una giustificazione della presenza femminile (“è una donna, ma lavora bene”) e tendono a inserire le persone all’interno di giochi di forza conflittuali (“è una donna, ma lavora meglio di un uomo”). Imperniare un’argomentazione sull’asse oppositivo maschio-femmina, su cosa una fa meglio dell’altro, su quali sono le caratteristiche dell’uno rispetto all’altra, significa rafforzare ancora di più gli stereotipi, o abbattere quelli tradizionali per crearne di nuovi. Invece: quale modo migliore per contrastare la stereotipizzazione dei generi che smettere di leggere il mondo in un’ottica dicotomica e considerare le persone nella loro singolare differenza?

Implementare nuovi modelli di organizzazione del lavoro extradomestico organizzati intorno agli affetti

È necessario sovvertire il paradigma dominante. La stragrande maggioranza delle donne per raggiungere posizioni apicali rinuncia (consapevolmente?) al proprio sé e alla propria voce scomparendo dietro a una pseudo neutralità (maschile) e omologandosi ai desideri e alle richieste dell’establishment culturale. Ma c’è una sottomissione al sistema ancora più ancestrale. Nel percorso formativo e lavorativo di ciascuna/o si pone a un certo punto la scelta di come gestire il tempo della famiglia e il tempo del lavoro. Se la società in questi ultimi cento anni è profondamente cambiata, non è cambiata di molto invece l’organizzazione degli spazi e dei tempi lavorativi extradomestici: questi sono ancora improntati a una netta divisione dei compiti, tale per cui la persona che gestisce gli affetti non deve essere la stessa che intraprende un percorso professionale retribuito.

È proprio qui, nell’accettare la partizione netta e dicotomica tra professione da un lato e cura dall’altro, che si stringe un patto di fedeltà al sistema così tanto radicato nella nostra storia da parere 'naturale' e dunque non modificabile. Sovvertire il paradigma dominante significa: riconoscere l’importanza del tempo gli affetti; riconoscere, anche da un punto di vista economico, il ruolo, fondamentale per la società, di family caregiver; conciliare i tempi famiglia-lavoro in modo che la cura degli affetti non implichi la rinuncia al lavoro extradomestico o alla carriera.

Dobbiamo uscire da questa ottica oppositiva e dicotomica tipica dell’attuale sistema dominante che impone un aut aut tra cura/famiglia/affetti da un lato e carriera dall’altro; e si deve superare l’idea che questo sia un problema delle donne: se oggi, ad esempio, la maternità mette a rischio la carriera - e, prima ancora, l’accesso a un lavoro retribuito - la carriera sottrae agli uomini la paternità.

Più diritti per tutti e tutte nell’ambito degli affetti e del lavoro

È necessaria la partecipazione degli uomini. Anche gli uomini sono condizionati da forti stereotipi, con cui non hanno ancora fatto pienamente i conti (interessante la differenza semantica e storica tra i termini maschilismo e femminismo): ad esempio, a loro la tradizione nega la possibilità di vivere appieno, e manifestare, affetti e certe emozioni. Consideriamo, poi, la nascita di un/a figlio/a. Il discorso riguarda in primis le donne che, fisiologicamente, vivono la gravidanza, la nascita, la maternità, l’allattamento - e per ognuno di questi punti sarebbe interessante interrogarsi sul modello imposto: la maternità è spesso presentata come un problema sotto molti punti di vista: da quello estetico a quello economico.

Il discorso, però, riguarda anche, e profondamente, gli uomini che hanno gli stessi diritti, oltre che doveri, delle donne nell’accudire, educare, stare con i propri figli e le proprie figlie; hanno il diritto, oggi negato o difficilmente goduto, di vivere la felicità degli affetti. Quanti uomini, e donne, però, si accorgono di essere discriminati da questo punto di vista? Quanti di loro lottano per ottenere più tempo da trascorrere con la famiglia e gli affetti?

Siamo donne, diciamolo senza paura

È necessario non vergognarsi di essere quel che si è. Quando le donne arrivano a occupare una posizione apicale spesso ribadiscono anche attraverso il linguaggio la loro fedeltà al sistema, ad esempio ricorrendo al cosiddetto 'maschile neutro', che le dovrebbe mettere al riparo da critiche sessiste preservando al contempo l’autorità legata alla carica finalmente raggiunta. Tanto più in alto e prestigiose sono le cariche raggiunte, tanto più facilmente scompaiono i nomi declinati al femminile. Nonostante alcuni buoni esempi e le parole spese a favore di un uso corretto della grammatica italiana da parte dell’Accademia della Crusca, è ancora raro trovare nei documenti burocratici, nei giornali, in televisione il ricorso a un linguaggio di genere corretto.

Esplicitare la presenza di uomini e donne nei vari settori professionali, parlare a tutte e tutti, fare attenzione a un linguaggio rispettoso delle differenze è una scelta che va al di là della auspicabile correttezza grammaticale: è una scelta politica con la quale si intende ribadire (o creare) un modello paritario rispettoso delle differenze e un immaginario non discriminatorio che non è ancora, purtroppo, scontato.

Alcune discriminazioni sono lampanti, altre – le più difficili da estirpare – sono subdole, corrono nei sottotesti, nelle pieghe delle vesti, nei sussurri biascicati, nelle banalizzazioni e nei modi di dire, nelle narrazioni. La libertà di scelta è in molti casi solo apparenza e al discorso imperante soggiace un non detto che è 'naturalmente', e per questo più pericolosamente, accettato. Tutte e tutti dobbiamo costruire nuove storie e modelli di organizzazione del tempo, dello spazio, del lavoro e degli affetti.

Manuela Manera

Ingenere.it
14 07 2015

Negli ultimi quindici anni il tasso di occupazione femminile in Italia è aumentato più della media europea (7,5 punti percentuali, a fronte di 6,1 punti di EU-27) come d'altronde ci si aspetta dai paesi che partono da quote di donne occupate bassissime, in Spagna per esempio è aumentato di 10 punti percentuali e negli anni della crisi non ha subito grandi flessioni. Tuttavia la distanza dalla media europea rimane di 13 punti che diventano 23 guardando alla Germania e 26 alla Svezia.

Quindi, nonostante l'aumento, il gap tra il tasso di occupazione femminile dell’Italia e quello della media europea si restringe, nei quindici anni considerati, di poco più di un punto percentuale (da 14,3 punti del 2000 a 12,9 punti del 2014).


Il contributo dei servizi pubblici per l’impiego (Public Employment Services – PES) nell’aiutare le donne a trovare un’occupazione è abbastanza robusto nella media europea: nel 2014, l’8,2% delle donne dipendenti occupate ha trovato lavoro negli ultimi 12 mesi attraverso i PES, a fronte di una quota più bassa di uomini (7,2%)[1] (figura 2).

Occorre osservare che la quota di donne occupate “intermediate”[2] dai servizi pubblici per l’impiego è molto più elevata di quella degli uomini nei paesi nei quali si registra un basso gender employment gap, ossia la differenza in punti percentuali tra il tasso di occupazione maschile e femminile, come la Svezia dove 16 donne su 100 hanno trovato lavoro attraverso i PES, a fronte di 13 uomini su 100, e la Francia dove sono il 10,2% di donne e il 7,1% di uomini. I dati rivelano che la maggioranza dei centri pubblici per l’impiego europei è impegnata, in maniera significativa, a perseguire l’obiettivo della parità di genere nell’occupazione.

In Italia, dove il gender employment gap è elevatissimo (19,8 punti), solo l’1,4% delle donne e l’1,7% degli uomini hanno trovato lavoro grazie ai centri per l’impiego pubblici, a causa dell’inefficacia di questi servizi. Si tratta, complessivamente, solo di 27 mila lavoratori su 1,7 milioni mentre in Germania sono 398 mila su 4,9 milioni, nel Regno Unito 256 mila su 4,5 milioni.

Quando parliamo del divario tra Italia ed Europa dobbiamo fare dei distinguo tra le tre grandi aree del paese: nelle regioni del Nord la quota di donne occupate è molto vicina alla media dell’Unione, dal momento che nel 2004 era sostanzialmente identica (55% a fronte del 55,4% di EU-27) solo recentemente si è creato un divario causato dalla crisi, ma di meno di tre punti percentuali. Nel Centro la situazione è pressoché simile: il gap con l’Europa passa da cinque punti del 2004 a sei punti del 2014. In poche parole, solo la recessione interrompe la dinamica di avvicinamento del tasso di occupazione femminile del Centro-Nord d’Italia a quello della media dei paesi europei.

Viceversa, i valori dell’occupazione femminile nel Mezzogiorno sono drammatici: nel 2004 solo 30,9 donne in età lavorativa su 100 sono occupate, valore che scende ulteriormente nel 2014 (30%). Il divario con la media dell’Unione europea aumenta da 24 punti percentuali del 2004 a 29 punti del 2014. È legittimo affermare che la questione dell’occupazione femminile in Italia coincide in gran parte con la “questione meridionale”.

Sulla base di queste premesse possiamo affermare che le politiche del lavoro pubbliche in Italia dovrebbero, come accade negli altri paesi, fornire maggiore sostegno alle donne che cercano lavoro, dal momento che sono gravate più degli uomini dai condizionamenti della maternità, reale o potenziale, visto che è al Sud che si fanno meno figli, e focalizzare questi interventi soprattutto nel Mezzogiorno.

Purtroppo i canali gestiti o regolamentati dal servizio pubblico non rappresentano un accesso prioritario al mercato del lavoro. Negli ultimi 12 mesi solo il 28% delle donne che ha trovato lavoro lo ha fatto attraverso i canali del pubblico, le altre si sono affidate a: parenti e amici (34,2%), il contatto diretto presso il datore di lavoro o la chiamata da parte di quest’ultimo (25,4%), l’annuncio su un giornale o attraverso Internet (4,4%), l’inizio di un lavoro autonomo (6,1%) e altri.

Andando a vedere nel dettaglio quali sono i canali offerti dal settore pubblico per chi cerca un'occupazione e con quali risultati negli ultimi 12 mesi, vediamo come hanno trovato lavoro grazie ai servizi pubblici per l’impiego l'1,5% delle donne nel Nord, lo 0,7% nel Centro, e, nelle regioni meridionali, dove sarebbe maggiormente necessario un intervento per colmare l’enorme deficit di occupazione femminile, la percentuale e dell'1%. Le agenzie private per il lavoro non registrano risultati migliori, sono state la porta d'accesso al mercato del lavoro solo per lo 0,7% delle occupate meridionali, percentuale che arriva al 2% per gli uomini. Le scuole e le università e le altre strutture pubbliche d’intermediazione hanno aiutato a trovare lavoro complessivamente al 2% delle donne del Nord, e ancor meno, solo l’1,4%, a quelle del Mezzogiorno.

Il concorso pubblico, soprattutto le graduatorie per gli insegnanti, è un canale molto utile per le donne nel Centro (10,6%) e nel Mezzogiorno (10,9%), mentre è meno efficace nel Nord (6,6%).

Il canale formale più efficace per trovare un lavoro sono stage e tirocini, che consentono al datore di lavoro di verificare realmente le competenze del candidato e della candidata: quasi il 12% delle donne delle regioni settentrionali e centrali ha trovato lavoro svolgendo una breve attività nella stessa impresa dove lavora oggi, quota che sale al 13,7% nel Mezzogiorno (14,8% tra gli uomini). Questo canale è più efficace nella ricerca del lavoro rispetto a tutti i servizi pubblici e privati autorizzati messi insieme: centri per l'impiego, agenzie per il lavoro, altri intermediari pubblici, scuole e università, hanno, complessivamente, aiutato a trovare un lavoro al 10,2% delle donne occupate del Nord, al 5,5% di quelle del Centro e al 3,2% di quelle del Mezzogiorno. Inoltre, i tirocini sono più efficaci nel Mezzogiorno, dal momento che nelle regioni meridionali sono stati attivati meno tirocini e stage (il 22,4% del totale nazionale) ottenendo risultati occupazionali migliori[3].

 


Perché è così bassa la capacità dei centri pubblici per l’impiego di far incontrare la domanda e l’offerta di lavoro?

Le principali cause dell’inefficacia e dell’inefficienza dei centri pubblici per l’impiego (Cpi) nell’intermediazione dei disoccupati sono due[4]:

1) La prima e la più importante riguarda gli operatori che sono, in rapporto con gli utenti, in numero inferiore alla soglia minima che in Europa è considerata necessaria per offrire un servizio efficace ed efficiente alle persone in cerca di lavoro e alle imprese. Gli addetti ai centri per l'impiego in Italia sono poco meno di 9 mila e ognuno dovrebbe assistere 254 disoccupati registrati (figura 5). In Germania questo rapporto è di 26:1, grazie ai 110 mila addetti ai servizi per il lavoro, nel Regno Unito ognuno dei 78 mila operatori dei jobcentre plus ha in carico solo 20 jobseekers.


2)l’assenza di servizi per le imprese costituisce la seconda causa: la maggioranza dei centri pubblici italiani non offre alle imprese un servizio per la copertura dei posti vacanti e quindi non è in grado di proporre ai disoccupati registrati offerte di lavoro, limitandosi a erogare misure di orientamento e di formazione. In Francia la quota di operatori addetti a coprire i posti vacanti delle imprese è pari al 33,2% del totale e nel Regno Unito al 51,1%;

L’incapacità dei centri pubblici d’intermediare un numero adeguato di disoccupati, com’è stato osservato prima, si aggrava nei confronti delle donne, in particolare nel Mezzogiorno, nonostante si rechino presso i centri per l’impiego per cercare un’occupazione quasi nella stessa misura degli uomini (48,2% a fronte del 51,8% degli uomini)[5].

La soluzione obbligata è adeguare il numero del personale dei centri per l'impiego ad almeno 20 mila addetti in modo che il portafoglio utenti di ogni operatore non superi i 100-130 disoccupati registrati, rafforzando soprattutto il personale dei centri per l'impiego del Mezzogiorno in modo che sia in grado di affrontare anche il gap occupazionale delle donne. I costi di una simile iniziativa sarebbero ampiamente compensati dalla riduzione della durata dei sussidi di disoccupazione: nel Regno Unito, dove si spendono circa 5 miliardi di euro all’anno per finanziare una struttura di 78 mila addetti, che riesce a ridurre drasticamente i tempi di uscita dallo stato di disoccupazione (l’off-flow rate from benefit intoemployment)[6], il costo per i sussidi di disoccupazione è pari a 6 miliardi: in Italia si spendono solo 500 milioni per i 9 mila addetti dei centri per l’impiego, ma il costo per gli ammortizzatori sociali è passato da quasi 10 miliardi del 2005 a oltre 24 miliardi del 2013.

NOTE

[1] Occupati dipendenti che hanno trovato lavoro con il coinvolgimento dell’ufficio di collocamento pubblico in qualsiasimomento della ricerca dell’attuale lavoro (Involvement of the public employment office atany moment in findingthe present job) e che hanno iniziato il lavoro negli ultimi 12 mesi. Eurostat, variabile WAYJFOUN.

[2] La funzione dei PES è quella di “facilitare l’ingresso nel mercato del lavoro dei disoccupati e delle altre persone in cerca di lavoro e di assistere i datori di lavoro nel reclutamento e nella selezione del personale”. EuropeanCommision - Eurostat, Labour market policy statistics, Methodology 2013, 2013, p. 13.

[3] Escludendo i tirocini a caratterecurriculare o orientativo e quelli per l’ accesso alle professioni, per i quali non è prevista comunicazione da parte del datore di lavoro, nel 2012 sono stati attivati complessivamente 186 mila tirocini (97 mila donne e 89 mila uomini) e, di questi, il 59,3% si è svolto presso imprese del Nord (110 mila), il 18,3% in quelle del Centro (34 mila) e il 22,4% in quelle del Mezzogiorno (42 mila). Fonte: Sistema informativo delle comunicazioni obbligatorie, Ministero del lavoro.

[4] Cfr.Roberto Cicciomessere, Le capacità d'intermediazione degli operatori pubblici e privati del lavoro: criticità e proposte per superarle, Camera dei deputati - XI Commissione (Lavoro pubblico e privato - Indagine conoscitiva sulla gestione dei servizi per il mercato del lavoro e sul ruolo degli operatori pubblici e privati, settembre 2014.

[5] Cfr. Ministero del lavoro, Indagine sui servizi per l’impiego 2013, Rapporto di monitoraggio, 2014.

[6] Nel Regno Unito mediamente il 55% dei beneficiari trova un lavoro dopo tre mesi, il 75% dopo sei mesi e il 90% dopo 12 mesi, mentre in Italia solo il 47,5% dei beneficiari di ammortizzatori sociali trova un lavoro entro sei mesi e dopo 12 mesi questa percentuale non raggiunge il 60% (59,2%).

Centomila euro. Il gender gap del pallone

  • Lug 06, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
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Ingenere
06 07 2015

Soldi. Sono quelli che mancano al calcio femminile, soprattutto in Italia. Mentre il business del calcio maschile impazza a tutti i livelli

Centomila euro. Di questa cifra si discuteva il 5 marzo 2015 nella famigerata riunione della Lega nazionale dilettanti, al termine della quale è stato redatto il verbale contenente l’ormai famosa fase dell’(ormai) ex presidente della stessa Lega, Felice Belloli: “Basta! Non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche!”. Concentratasi – giustamente – l’attenzione e l’indignazione dei più sull’ultima parola urlata come un insulto (lesbiche), è entrato in ombra l’altro termine, cruciale, della frase: soldi. Quelli che mancano al calcio femminile, soprattutto in Italia. E che ruotano all’impazzata attorno a quello maschile, a tutti i livelli, dalle stelle ai pulcini, come le dettagliate cronache che spaziano dal mondano al penale ci informano quotidianamente. Ma qual è l’economia del calcio femminile? Come e di cosa vivono le atlete? Quanto è profondo il gender gap del pallone, nel paese dei Belloli e dei Tavecchio? E tra le campionesse di Canada 2015, che innalzeranno al cielo la loro coppa nello stadio di Vancouver il 5 luglio, al termine del mondiale più partecipato della storia del calcio femminile?

Gloria, piedi d’oro e tasche vuote

Gloria Marinelli, classe 1998, attaccante del Grifo Perugia, è una giovane promessa del calcio femminile. Ha giocato l’anno scorso il Mondiale under 17 nel Costa Rica, nel quale la nazionale italiana è arrivata al terzo posto. E i giorni vittoriosi del mondiale sono stati anche gli unici nei quali la giovane calciatrice ha guadagnato qualcosa. “Ottocentotrentasei euro, come rimborso spese. Trentuno euro al giorno, per essere precisi”, racconta ridendo suo padre Mauro – che allena un’altra squadra ed è grande sponsor della figlia. Grande e unico: “Il calcio è la sua passione, da sempre, e penso che sia giusto aiutare i figli a seguire le loro passioni. E sono il primo a essere convinto del fatto che non lo si fa per soldi, con l’idea di diventare ricchi”. Ma sta di fatto che, per Gloria come per tutte le sue talentuose colleghe, senza l’aiuto della famiglia non c’è possibilità di crescere, nel calcio. “Fino ai quattordici anni si allenano nelle squadre miste, con i ragazzi. Dopo, serve che ci sia una squadra solamente femminile: e in molti posti non c’è”, spiega Marinelli. La sua famiglia vive ad Agnone, nobile ma piccolo paese nel Molise, e quando è stato chiaro che Gloria voleva continuare a giocare la famiglia ha dovuto fare una scelta: farla partire, a proprie spese. Anche perché l’aveva chiamata nel suo vivaio una squadra di serie A, il Grifo Perugia. Il primo gender gap nasce proprio nel vivaio: se una squadra di serie A 'punta' un ragazzino di talento, lo prende a colpi di centinaia di migliaia di euro dal suo club, e al maschietto vanno in tasca almeno 100.000 euro l’anno. Per i club femminili, invece, non c’è storia: alle 'grandi' riescono a dare uno stipendio da statale, ma per le ragazze del vivaio spesso non ci sono che piccoli rimborsi spese. “Mia figlia si è trasferita a Perugia, per evitare di lasciarla sola è andata con lei la sorella più grande, che adesso studia lì. L’affitto e tutte le spese le paghiamo noi. Finora abbiamo speso 20mila euro”.

Come mai? Come ha raccontato Luisa Rizzitelli, presidente dell’Associazione nazionale atlete, il secondo gender gap è scritto nella legge: “le donne italiane, dalla prima all’ultima, non hanno accesso ad una legge dello Stato, la n. 91 del 1981 che regola il professionismo sportivo”. La legge delega al Coni la scelta delle discipline alle quali concedere il professionismo, cioè riconoscere il fatto che si fa dello sport la propria fonte di reddito principale. E le varie federazioni hanno concesso il professionismo ai livelli più alti di calcio, basket, ciclismo, motociclismo, boxe e golf: ma solo ai maschi. In nessuna disciplina dello sport in Italia è previsto che le donne siano professioniste. Sono tutte dilettanti, dalla massa delle neo-atlete che si allenano nelle piscine, sui campi e nelle palestre fino a Federica Pellegrini, Valentina Pezzali, Tania Cagnotto. Per gli sport più popolari, quelli con maggior seguito, rimediano gli sponsor, delle squadre e delle singole atlete. Altra entrata fondamentale, ma anche questa legata alla popolarità dello sport, sono i diritti tv. Ma questo sistema, se 'salva' o rende anche ricche le punte di eccellenza dello sport femminile, non copre la massa delle atlete, che, essendo eterne 'dilettanti' per legge, sono anche impossibilitate ad avere uno stipendio sportivo. E la mancanza di riconoscimento professionale comporta l’assenza di tutti i diritti a questo collegati: tutela assicurativa, pensioni, sanità. Retribuzione e congedi in gravidanza? Neanche a parlarne. “Per molte l’unica strada è quella di fare il concorso per la Guardia di finanza, entrare nelle Fiamme Oro”, dice Marinelli. E infatti il pantheon delle nostre atlete è pieno di poliziotte, finanziere, carabiniere.

È il mercato, bellezza?

Si potrebbe pensare che questa sia la dura legge del mercato: i soldi vanno dove rendono, cioè dove uno sport ha molto pubblico. Senonché, una delle ragioni di esistenza delle federazioni sportive è proprio quella di promuovere la diffusione degli sport, e dunque aiutare anche la nascita di un mercato. Per ora, i club calcistici sono molto restii a fondare squadre femminili, poiché all’inizio il settore non potrà che essere in perdita: di qui la richiesta di fondi che tanto ha irritato Belloli. Ma senza finanziamenti, anche i grandi colossi si muovono a rilento: guardare per credere cosa succede nella serie A, dove in teoria entro l’anno tutti i club dovrebbero aprire una squadra femminile. Tutto ciò è successo, con il solito anticipo, negli altri paesi europei. Ne sanno qualcosa in Germania, dove i forti investimenti nel calcio femminile hanno fruttato. Se alla finale del campionato femminile qualche settimana fa ha presenziato Angela Merkel in persona, qualche motivo c’è. In Germania il calcio femminile ha 5.486 club e 250mila giocatrici, da noi i club sono 365 e le calciatrici circa 1.300.

Ma anche laddove il mercato è già arrivato, seguendo i grandi numeri del rettangolo verde femminile, ferve la polemica sul gender gap. Negli Stati uniti, per esempio, mentre il calcio maschile è sport di recente popolarità, quello femminile ha ottimi numeri, come risultati e come pubblico. Eppure, Bustle.com ha confrontato la situazione di due star nei rispettivi campi: Sidney Leroux, una delle protagoniste dei mondiali femminili in Canada (campionessa olimpica del 2012), guadagna tra i 60.000 e i 92.000 dollari l’anno (sponsorizzazioni incluse), mentre Jozy Altidore, suo coetaneo della nazionale maschile, prende 6 milioni di dollari escluse le sponsorizzazioni. Alle polemiche sul pay gap, la Fifa risponde mostrando i diversi incassi dei mondiali maschili e femminili: “Ci vorranno 23 coppe del mondo perché si possa raggiungere la stessa paga”, ha detto il segretario generale della Fifa Jerome Valcke, dimenticando che la missione della sua organizzazione non è quella di far profitti, ma di far sviluppare il calcio ovunque e per tutti. Aspettare il 2107 per avere la parità dei salari è un po’ troppo. Soprattutto per atlete che si sono mostrate molto combattive, non solo in campo ma anche per la difesa dei propri diritti. Proprio in vista dei mondiali, in Canada ha tenuto banco una forte polemica sul tipo di manto usato per gli stadi, molto più scadente, pericoloso e nocivo di quello dei maschi. Mentre si è scoperto che il business del mondiale femminile sarà più piccolo di quello maschile, ma è in crescita: quest’anno ci sono 24 squadre (otto in più che nelle scorse edizioni), e sono stati staccati un milione di biglietti. Il Canada, unico paese che si è presentato per ospitare i mondiali (c’era anche lo Zimbabwe ma si è ritirato), stima un impatto di 263 milioni di dollari come effetto-Mondiali. E finalmente il calcio femminile è sbarcato anche su Fifa16, il popolare videogioco calcistico che finora lo aveva del tutto ignorato. Chissà che gli uomini (e le donne) del business non fiutino l’affare prima dei dirigenti degli organi federali del calcio. A proposito, da noi la composizione di genere di questi consessi è totalmente, al 100 per cento, maschile.

La battaglia per i soldi va di pari passo con quella contro gli stereotipi. Che si combatte anche, e bene, a colpi d’ironia. C'è un resoconto in italiano del divertente video fatto dalle atlete norvegesi contro i luoghi comuni più diffusi. Stefania Bianchini, campionessa mondiale di boxe e kickboxing, ha raccontato nel suo libro La combattente quanto pregiudizi e stereotipi abbiano danneggiato la stessa pratica sportiva, a partire dai colpi che erano concessi o proibiti nel combattimento. E poi pesa il modo di raccontare lo sport femminile: la battaglia contro gli stereotipi costruiti da chi scrive e parla di sport ha anche un blog apposito, Un certo genere di sport. In questo senso, Belloli è stato involontario sponsor del calcio femminile, sollevando una rivolta generalizzata. A partire dalle stesse atlete italiane. In un'intervista rilasciata al Corriere, Martina Rosucci, numero 10 della nostra nazionale, tra la difesa appassionata del suo sport e l’attacco al 'moralismo bigotto' risolve così gli sconcertanti giudizi estetici del tipo le calciatrici sono tutte brutte: “E Chiellini è bello?”.

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