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INGENERE

Per le ragazze nigeriane 300 di queste campagne!

  • Mag 14, 2014
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Ingenere.it
14 05 2014

In un paese dai mille contrasti si è consumato un terribile fatto che, negli ultimi giorni, è salito al centro della cronaca internazionale. Una splendida testimonianza di chi, da alcuni anni, lavora per il recupero di donne vittime della tratta dal paese più ricco e religioso dell’Africa.


Ho lavorato per tre anni alla realizzazione di un progetto per il recupero delle donne vittimizzate dalla tratta in Nigeria, come sociologa. Sono stata tante volte in quel paese, ho conosciuto molte persone, e ho apprezzato la vera natura multiculturale della Nigeria. E’ una federazione di 36 stati, immensa, ricca di foreste e di paesaggi desertici, abitata da gente giovane e piena di energia. E’ il paese più popoloso dell’Africa ed è stata riconosciuta la più grande economia del continente proprio il mese scorso, quando gli istituti internazionali hanno verificato che il suo Pil (prodotto interno lordo) ha superato quello del Sudafrica (1). E’ un paese dalle potenzialità immense, governato direi malissimo, soprattutto con la corruzione, è una nazione ricca di contrasti e di contraddizioni. Nella capitale, Abuja, ci si sposta su grandi strade, ci sono grandi spazi e grandi distanze, edifici moderni e centri commerciali. Manco da due anni: non so bene come sia cambiata l’atmosfera, ora.

Mi ricordo che, nel 2012, mi stupivo della grande capacità di convivenza di persone di lingue, razze e religioni diverse. Capitava di sentire il richiamo del muezzin, di vedere le persone accorrere a frotte verso la moschea all’ora della preghiera e incontrare intanto gruppi di suore col vestito azzurro-blu, in controcorrente.

La Nigeria è stata classificata, insieme al vicino Ghana, come il paese più religioso del mondo (2). Qui le due principali religioni monoteiste, che sono molto radicate, convivono tranquillamente con le religioni animiste tradizionali. Mi ricordo che in macchina o nei minibus, nei lunghi viaggi sulle strade di terra rossa, i miei compagni e compagne spesso intonavano canzoni religiose, allegre. Ricordo anche che prima di cominciare le nostre riunioni di lavoro più numerose, quelle con dieci o venti persone provenienti da ambiti lavorativi diversi – ad esempio assistenti sociali, funzionari locali o governativi, professori di università, avvocati, capi tradizionali – c’era spesso un momento di raccoglimento: si ascoltava tutti una specie di preghiera. Chi stava in cima alla tavola, o chi si offriva per primo, diceva un paio di cose, dava degli auguri, di qualunque religione lui o lei fosse. Questo dava un vero senso di unità, di partecipazione, prima di cominciare a lavorare insieme. Per me, che non sono credente, era un momento molto bello. E una volta è toccato dirli pure a me, i miei pensieri: un ringraziamento per esserci, lì, tutti insieme: è questo che si esprime in quelle circostanze.

Molte persone in Nigeria parlano tra loro in inglese perché non hanno una lingua comune, sono cresciute in stati nigeriani differenti, e hanno vissuto in posti diversi, a volte anche molto lontani tra loro. Di solito chi si è spostato parla correntemente almeno tre o quattro lingue. Negli anni Settanta, dopo la guerra civile, la cosiddetta guerra del Biafra (1967-1970), i giovani sono stati infatti spinti dal governo federale a fare i propri studi universitari o ad andare a lavorare in uno stato diverso dal proprio: a trasferirsi da Nord a Sud, da Est a Ovest, e viceversa. I giovani laureati solitamente trovano lavoro dove hanno studiato, e lì si fermano. Viaggiare in Nigeria non è facile se non si prende l’aereo, perché le distanze sono lunghe, le strade sono difficili e pericolose: non si viaggia volentieri. Eppure gli spostamenti sono sempre grandi, sembra esserci un’attitudine allo spostamento.

Negli anni si è creato un reale melange di persone di provenienze e lingue diverse che certo noi, qui in Italia, non abbiamo. E questo è stato il frutto di una precisa politica di integrazione, perseguita dal governo federale nei decenni passati.

Boko Haram, che significa “l’educazione occidentale è proibita”, con i suoi attacchi vuole distruggere tutto questo, e vuole destabilizzare una potenza economica che è in ascesa nonostante enormi difficoltà. Come è stato detto, la setta terrorista islamista Boko Haram nel contesto socio-religioso nigeriano non riflette la vera natura delle relazioni tra le fedi cristiana e musulmana (3). Promuove invece una versione dell’Islam che rende proibito per I musulmani prendere parte a attività sociali o politiche associabili con la società occidentale: ad esempio votare alle elezioni, indossare t-shirts o pantaloni, ricevere un’educazione laica (4).

Da tempo le persone cristiane che vivono in alcune zone del Nord, per lo più originarie del Sud, hanno paura degli attacchi - solo in questi primi mesi dell’anno sono state uccise più 1.500 persone - e sono costrette a tornare a vivere nei posti abitati dai loro genitori. I cristiani si ri-insediano dunque al Sud, i musulmani restano al Nord. La divisione diviene netta, come era una volta. Diversi miei amici nigeriani, come altre centinaia di migliaia di persone, sono molto tristi, spaesati: si sono dovuti spostare per paura, la loro identità è cambiata, non sono felici. In Nigeria è in atto un vero e proprio spaesamento, da alcuni anni, da quando sono iniziati questi attacchi terroristici.
Il rapimento delle circa 300 (trecento!) ragazze si può capire meglio se lo si considera questo contesto di spaesamento. Non sono le prime: sono infatti state rapite migliaia di ragazze negli ultimi anni in Nigeria, a piccoli gruppi. Le trecento ragazze rapite ora vivevano sicuramente nella paura, temendo i terroristi. Sapendo di non poter contare sulla protezione dei militari, della polizia. Le ragazze cristiane e musulmane prelevate con l’inganno da uomini vestiti da militari sono le ragazze delle famiglie più in vista della società. Sono il bene più prezioso per queste famiglie. Il loro rapimento è una sfida aperta, è un richiamo all’odio e al conflitto. Le ragazze sono state rapite perché sono il simbolo della nuova Nigeria, quella che vuole emergere, che ha la coscienza della propria forza e delle proprie capacità. Sono giovani che stavano per prendere un ambito diploma, il WAEC, West Africa Examination Commission, che consente di avviare studi e carriere prestigiose, anche all’estero. Il messaggio è che, invece, queste ragazze - se vogliono vivere - devono tornare sotto il dominio maschile, devono essere sottomesse ai desideri e alla legge di altri, e a ottusi dettami religiosi. L’ultimo video che è stato diffuso ci dice che queste ragazze devono legittimare – anche con il loro credo estorto - l’esistenza di un potere assoluto, l’esistenza di un potere che si esercita sulle donne, come su tutto.

La cosa che più mi ha colpita, dopo il rapimento delle ragazze, è – a parte la ferocia inaudita del fatto - il modo in cui ne ho letto sulla stampa italiana. Nel quotidiano che ho letto quel giorno la notizia era riportata in un piccolo insulso trafiletto in una pagina centrale: rapite trecento ragazze nel Nord della Nigeria. Come se fosse una cosa quasi comune, quasi come se potesse capitare, a volte; come se a volte succedessero, sì, queste cose. Eppure abbiamo ancora viva la memoria storica di un fatto che si è svolto migliaia di anni fa, il ratto delle Sabine, che ha segnato per sempre la nostra storia. Quel fatto, divenuto mitico, se lo compariamo, era anche meno eclatante. Perché dunque, ora, questa noncuranza? Sono così lontane da noi le ragazze nigeriane? Sono così diverse da noi?

Mi sembra ci siano diversi possibili piani di lettura. Da una parte c’è l’orribile realtà del rapimento delle giovani donne, strumenti usati come arma di combattimento da Boko Haram, una tecnica precisa per fomentare l’odio, per creare un nemico, colpendolo direttamente al cuore. A rincarare, è arrivata la minaccia, da parte dei terroristi, di vendere le ragazze sul fiorente mercato di donne nigeriane, minaccia annunciata dal loro leader in un video distribuito il 5 maggio. Manca ancora la parola stupro, forse, ma va da sé che lo stupro accompagna il rapimento.

Dall’altra parte c’è la mancata reazione del governo federale, che nulla ha fatto – incredibilmente – per fermare il rapimento: immaginate quanto facile possa essere, logisticamente, arrivare a individuare una colonna che porta come prigioniere centinaia di persone, immaginate quanti sono stati i testimoni di questa fuga.

Infine, abbiamo la mancata reazione dei media. Il rapimento risale al 14 aprile, ma solo negli ultimi giorni, dopo le sollecitazioni esterne della stampa estera e delle campagne sui social network, è data la dovuta attenzione ai fatti. E qui mi riferisco in particolare all’Italia. Perché dunque, come dicevo, questa noncuranza per le ragazze nigeriane?

Personalmente, conoscendo bene il fenomeno della tratta (5) , mi sono immediatamente immaginata che queste ragazze rapite in Nigeria, come quelle che le hanno precedute, avrebbero potuto esser vendute. Ed è molto probabile che questo sia avvenuto. Le più belle, quasi sicuramente, hanno fatto una brutta fine, perché una ragazza attraente assicura rendite molto alte a chi la sa sfruttare. Di recente ho letto un articolo agghiacciante, criticato per la sua brutalità (6), in cui si racconta come ai confini della Nigeria, in luoghi nascosti, siano stati ormai organizzati veri e propri campi in cui sono addestrate violentemente le ragazze che debbono poi fare le prostitute in Europa, o in altri paesi africani. Alcune di loro sono, si, le ragazze che lavorano qui, sulla nostre strade, quelle ragazze così simpatiche e spesso irruente che molti di noi conoscono da vicino. Ne hanno passate tante. Si sa che le Nigeriane sono le donne più sfruttate, come prostitute, in questa parte di mondo – compresa tra Africa Occidentale e Europa Mediterranea del Sud. Quelle che sono pagate meno di tutte, e quelle che hanno a volte storie indicibili. Sono queste le Nigeriane che qui conosciamo meglio. Le reti organizzate per il loro sfruttamento arrivano ormai fino in Norvegia. E’ un traffico che da più di venti anni è continuamente alimentato con giovani donne che di solito non hanno altre opportunità. Voglio concludere ricordando Nike Favour Adekunle (7), una bella e solare ventenne nigeriana che era stata costretta a prostituirsi ed è stata ritrovata carbonizzata nelle campagne di Misilmeri nel dicembre del 2011. E’ stata seppellita solo nel marzo scorso. Per più di due anni, il corpo di Favour era stato lasciato in una cella frigorifera della medicina legale del Policlinico a Palermo. Nessuno ne aveva reclamato il cadavere. Alla fine l'amministrazione di Misilmeri e il coordinamento antitratta si sono presi la cura di seppellirla. Che tristezza infinita. Dieci cento, trecento campagne perché le ragazze rapite a Chibok siano presto liberate e perché abbiano le opportunità di avere carriere importanti, in Nigeria e in altri paesi, e dare il loro fondamentale contributo per cambiare le cose.


(1) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-04-06/la-nigeria-supera-suda...
(2) http://redcresearch.ie/wp-content/uploads/2012/08/RED-C-press-release-Re...
(3) http://www.news.va/it/news/africanigeria-il-cardinale-onaiyekan-boko-har...
(4) http://www.bbc.com/news/world-africa-13809501
(5) http://www.donzelli.it/libro/787/il-mercato-delle-donne; http://www.amazon.com/Sex-Traffic-Prostitution-Exploitation-Global/dp/18...
(6) http://www.zammagazine.com/chronicle-5/51-the-next-level
(7) http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/inchiesta-italiana/2...

Madri single disoccupate: "welfare queen"

  • Mag 14, 2014
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Ingenere
14 05 2014

Sono disposte a vendere il cibo che possono comprare con i buoni pasti, a vendere il sangue, a vendere il Social security number (numero di previdenza sociale) dei propri figli, per ottenere il minino indispensabile per tirare avanti. Questo riporta l’Atlantic in relazione alle mamme-single povere americane.

Nel 1935 il Congresso istituì l’ADC (Aid to dependent children), poi cambiato in AFDP (Aid to families with dependent children), destinato ad assegnare contributi finanziari alle madri vedove. Dal 1992 le principali beneficiarie di questo assegno sono diventate le madri single, ma con il crescente ingresso delle donne nella forza lavoro le aspettative occupazionali nei confronti delle madri single hanno fatto sì che, sempre più, venissero malignamente considerate “welfare queen”.

Nel 1996 Clinton ha trasformato l’AFDE in TANF (Temporary assistence to need families), introducendo un limite di 5 anni e richiedendo alle madri di lavorare 30 ore a settimana per avere accesso all’assegno. Migliaia di mamme (in dieci anni son diminuite del 67%) di conseguenza hanno perso questi contributi. I pagamenti previsti dal TANF erano più alti nel 1970 che nel 2007 e negli ultimi 30 anni sono diminuiti del 35%. In generale i supporti provenienti dal Governo alle famiglie con redditi molto bassi sono aumentati, ma la loro distribuzione è stata iniqua: gli anziani hanno ricevuto nel 2004 il 20% in più di quanto ricevevano nel 1983, mentre i genitori single, con meno di 62 anni, hanno ricevuto il 20% in meno. Questo calo ha colpito soprattutto le famiglie monoparentali che raggiungono meno della metà del livello della povertà. Nel 2012 il New York Times ha valutato che attualmente fra le madri single con bassi introiti una su quattro é disoccupata e senza aiuti finanziari: grosso modo si tratta di quattro milioni di donne e bambini.

In tutto questo, continua a pesare su di loro lo stima di “welfare queen”, anche adesso che il welfare stesso è evaporato.

Amministratrici delegate e licenziate

  • Mag 07, 2014
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Ingenere
07 05 2014

Negli ultimi dieci anni i licenziamenti degli amministratori delegati ammontano a meno di tre su dieci tra gli uomini e a due su cinque tra le donne. Questi sono i dati che riporta il Financial Times, riprendendo uno studio fatto nel 2013 sulle 2500 maggiori società pubbliche per valore di mercato. Per-Ola Karlsson, co-autore dello studio realizzato da Strategy&, individua due cause principali del licenziamento a grande maggioranza femminile.

Da un lato c’è il fattore “beneficio del dubbio”: molte compagnie sono state spesso spinte ad assegnare ruoli di spicco alle donne, andando incontro a rischi effettivi e consistenti pur di avere una donna come amministratrice delegata. Dall’altro c’è il fatto che lo spazio delle riunioni rimane fortemente dominato dagli uomini. Molte donne che occupano posti di alto livello riferiscono che si tratta di ambienti difficili in cui lavorare, dove non sempre i colleghi sono solidali e ben disposti.

Da questo studio risulta che le donne cui è stato assegnato il ruolo di amministratrici delegate sono il 3%, dunque sono diminuite rispetto al 4,2% dell’anno precedente. Tuttavia Strategy& prevede che nel 2040 circa un terzo degli amministratori delegati sarà di sesso femminile grazie alle spinte sociali verso il cambiamento e alla presenza delle donne nei corsi di studio e nei settori della finanza predominantemente maschili.

Allarme disoccupazione giovanile femminile

  • Apr 29, 2014
  • Pubblicato in INGENERE
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Ingenere
29 04 2014

La crisi economica in corso ha fatto guadagnare all’Unione Europea il triste primato, condiviso con le aree del Medio Oriente e del Nord Africa, della disoccupazione giovanile. Una ricerca della McKinsey & Company-Valore D mostra come e perché le ragazze siano quelle che ne stanno scontando di più le conseguenze. In Italia, in particolare, il tasso di inattività giovanile è il più alto in Europa e nelle nazioni occidentali. Dei circa 6,5 milioni di giovani italiani tra i 20 e i 29 anni il 49% è inattivo e di questi la maggior parte non studia, non lavora e non cerca lavoro. Tra le ragazze la quota è ancora più disarmante: per il 49% (quasi una su due!) sono inattive, raggiungendo dei picchi nelle regioni meridionali del 65-70%.

Come mai?

La ricerca della McKinsey & Company-Valore D enumera tra le cause i condizionamenti sui comportamenti femminili sin dall’età infantile, lo difformità tra la formazione universitaria e le opportunità di impiego, i trattamenti sessisti nel campo del lavoro.

Già nell’ambito familiare tendono ad imporsi certi stereotipi: il 52 % delle mamme gioca con le figlie mentre svolge attività domestiche, cosa che non fa con i figli. Nelle attività più propriamente casalinghe (come apparecchiare e sparecchiare la tavola, rifare la stanza, pulire) le bambine hanno un ruolo ben più attivo dei bambini. Anche durante il percorso scolastico e universitario le ragazze sono maggiormente penalizzate: ad abbandonare gli studi per problemi economici sono alle superiori per il 25% ragazze e per il 12% ragazzi, mentre all’università le prime sono il 67%, i secondi il 58%.

Finiti gli studi, trovare un lavoro coerente con i propri studi sembra molto più difficile per le ragazze che per i ragazzi: impieghi disallineati al corso di studi sono nel primo caso il 28%, nel secondo il 18%. Il motivo principale è che gli indirizzi privilegiati dalle ragazze tendono a non prestarsi alle opportunità di lavoro disponibili. Le lauree tecnico-scientifiche, nonostante vadano incontro a maggiori offerte lavorative e salari più alti, non godono molto delle preferenze femminili: le laureate in queste materie sono il 9%, mentre i laureati sono il 14,8%.

Un motivo centrale di questo disallineamento è la mancata consapevolezza degli effettivi sbocchi lavorativi conseguibili con il proprio percorso di studi, delle retribuzioni e della disponibilità di posti. Ma anche laddove li si conosce, questi elementi non costituiscono un criterio dirimente per la scelta.

In ultima analisi, grossi scogli si trovano anche sul mercato del lavoro. Già nei tirocini e negli stage i ragazzi vengono retribuiti nel doppio dei casi rispetto alle ragazze. Questo è uno dei motivi principali che rende le ragazze più insoddisfatte delle loro prime esperienze lavorative. Il precariato poi è in prevalenza di genere femminile: dai 25 ai 34 anni le precarie sono il 25%, staccando di 9 punti gli uomini.

Che fare?

Da un lato le ragazze devo essere più consapevoli e informate rispetto al cammino lavorativo che si avviano ad intraprendere, potendosi avvalere anche di un supporto familiare capace di indirizzarle e valorizzarle. Dall’altro le aziende devono impegnarsi, anche e soprattutto a proprio vantaggio, a garantire le stesse opportunità.

Donne al vertice, la partita comincia

  • Apr 16, 2014
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Ingenere
16 04 2014

Emma Marcegaglia all’Eni, Patrizia Grieco all’Enel, Luisa Todini alle Poste, Catia Bastioli a Terna. Il poker di donne calato ieri dal presidente del Consiglio ha caratterizzato la tornata di nomine pubbliche nell’economia più importante dal 2005. Il rinnovamento si affida al femminile, almeno nei titoli e nell’immagine. Come ha scritto Maria Silvia Sacchi sul Corriere della Sera, il governo non si è limitato a rispettare la legge sulle quote di genere nei consigli di amministrazione e nei collegi sindacali, ma ha fatto arrivare le donne al vertice, alla presidenza. Non era mai successo nella storia dell’economia pubblica italiana, prima nelle Partecipazioni statali e poi nelle società loro eredi; e succede raramente – e solo da poco – anche nell’economia privata.

Questo è un fatto incontestabile, e positivo; anche se nel portare quattro donne ai massimi vertici delle più importanti aziende nazionali, si è badato bene a tenerle alla larga dalla stanza dei bottoni “esecutivi”. Infatti le quattro donne nominate hanno tutte la carica di presidente, piena di onori e visibilità ma assai parca di deleghe operative, mentre queste ultime sono nei cassetti degli amministratori delegati (tutti uomini, e non soggetti al nuovo tetto alle remunerazioni fissato invece per i ruoli di presidente). Ma pazienza: intanto le donne sono entrate in campo con tutti gli onori, poi chissà, alla prossima tornata (o già in questa, al momento di regolare la governance societaria) qualcuna riuscirà anche a toccare palla.

Tutto bene, dunque? No. Più che nel tipo di carica e nelle deleghe, i limiti dell’operazione sono tutti nella stessa parola-chiave del suo successo: l’immagine. Ormai è evidente: Matteo Renzi ha affidato la grandissima parte del suo successo di immagine alle donne. Nominando una segreteria paritaria del Pd e un governo paritario, imponendo 5 capilista donne alle elezioni europee, e adesso con le quattro presidenti. Definire queste come operazioni di immagine non equivale a sminuirle, o considerarle ininfluenti: la politica vive di immagini, soprattutto qui e ora. Ma volta per volta sceglie immagini diverse. Il premier più giovane della storia d’Italia ha capito che il “prodotto” donna vende; che l’immagine di una politica fatta da club maschili è perdente, e quella che ci avvicina al resto del mondo è vincente; e anche che con questo “trucco” può riuscire a smontare assetti di potere calcificati, nel manuale Cencelli delle candidature come delle nomine (pare che molti candidati si sono sentiti dire, in questi giorni: “saresti perfetto, ma sai, in questa carica devo scegliere una donna”…). Chi ha sempre chiesto questo rinnovamento dal basso, potrà storcere il naso di fronte a una parità elargita dall’alto, da un uomo solo al comando: ma potrà anche incassare, come una sua vittoria, la nuova immagine della politica e del potere – sia essa scelta per convinzione o per furbizia.

Ma la soddisfazione per la rottura del tetto di cristallo non significa rinuncia alla critica e alle valutazioni di merito. Tutt’altro: il riequilibrio dei pesi a favore della leadership femminile è sostenuto proprio in nome del merito e delle competenze, dunque siamo obbligate a leggere i cv delle donne e degli uomini prescelti. Sugli uomini, poco da dire: erano già tutti nel giro degli “old boys network”, il governo non ha rischiato e ha premiato carriere interne, con qualche spostamento importante. C’è il meritorio risultato di aver evitato di mantenere in sella manager che erano lì da anni e anni (e che saranno lautamente risarciti per il “mancato rinnovo”), ma un vero rinnovamento, di facce e carriere, non c’è. Per le donne, difficile non notare che due delle quattro prescelte – le più note al pubblico, essendo ospiti abituali di talk show tv come Ballarò – hanno in comune carriere politico-istituzionali e dinastie economiche familiari. Luisa Todini, imprenditrice in quanto erede di un’importante società di costruzioni romana, è stata anche parlamentare europea di Forza Italia; Emma Marcegaglia, dell’omonima dinastia metallurgica, è stata per molti anni presidente di Confindustria, e per molto tempo ha gestito rapporti politici più che conti aziendali. Possibile che, fuori dal club managerial-politico maschile, ci siano solo ricche famiglie e carriere politiche? Che le donne siano capaci di maneggiare la pesante materia economica solo se “figlie d’arte”? No, non è possibile, non è così; e il gigantesco archivio di competenze femminili messo su dalla Fondazione Bellisario, proprio in occasione dell’attuazione della legge sulla parità di genere nelle società quotate, lo testimonia. Migliaia di donne che lavorano più o meno nell’ombra, meno adatte alle poltroncine dei talk show e più abituate ai tavoli delle riunioni e ai desk dei loro studi. Spulciando bene, si sarebbero potute trovare figure meno note ma anche meno a rischio di conflitti d’interesse o di intrecci politici. Intendiamoci, lo stesso vale per gli uomini, bisogna guardarsi bene dalla vecchia abitudine di passare al setaccio i difetti delle nuove arrivate donne e chiudere un occhio su quelli consolidati dei loro colleghi. Però sappiamo anche che dall’operato delle neo-nominate (così come da quello delle ministre) dipenderà la direzione della svolta paritaria impressa ieri al governo dell’economia: se resterà a livello d’immagine, oppure si farà sostanza, con una radicale innovazione nei metodi e nella trasparenza. Comincino i nuovi vertici delle società pubbliche a dirci subito cosa vogliono fare, di queste società e dei loro cruciali business. E Marcegaglia e Todini affidino a un blind trust – all’americana – i loro business privati, per fugare ogni sospetto di un intreccio di interessi tra le società di famiglia e quelle della collettività. Sarebbe un bel segnale, dopo che per vent’anni siamo stati sequestrati dal conflitto di interessi di un uomo, avere due donne che risolvono il proprio sul nascere.

 

Donne in politica: Se non sei al tavolo, sei nel menu

  • Apr 01, 2014
  • Pubblicato in INGENERE
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Ingenere.it
01 04 2014

L’uguale partecipazione nel processo decisionale è ora più importante che mai per il futuro della vita sociale ed economica dell’Unione. Le elezioni del 2014 al Parlamento europeo sono un momento decisivo. Idee dalla campagna per la parità.

Negli ultimi trent’anni il Parlamento Europeo ha progressivamente aumentato i suoi poteri decisionali e dal 2009 è diventato un co-legislatore a pieno titolo. Eppure, invece di aumentare, l’affluenza degli elettori è costantemente diminuita elezione dopo elezione.

Queste elezioni saranno anche le prime ad aver luogo nel contesto delle attuali misure di austerità, di cui gli Europei sono esausti. Dopo cinque anni di recessione, il conservatorismo ha preso il sopravvento in Europa, restringendo i diritti e frenando i progressi economici, sociali e democratici. Sebbene gli effetti della recessione siano stati accusati in primo luogo nei settori predominantemente maschili, sono state le donne le più colpite dalle misure di austerità. I drastici tagli nelle spese pubbliche relativi all’assistenza ai bambini e agli anziani, alla maternità ed al congedo parentale, così come le considerevoli diminuzioni delle assunzioni nel settore pubblico, hanno allontanato le donne dal coinvolgimento nella sfera pubblica.

La diversità di genere nel processo decisionale non è solo una questione democratica. Negli ultimi anni nel settore finanziario questa visione è diventa dominante. Infatti, la precedente ministra delle finanze e attuale direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde ha osservato che “quando le donne hanno successo, l’economia cresce”. Un’incontestabile evidenza mostra che quando le donne sono presenti in Parlamento influenzano le decisioni relative alle spese pubbliche in modo tale da difendere le loro priorità politiche.

Di fatto, nonostante il generale progresso nelle elezioni nazionali ed europee, il genere femminile è ancora sottorappresentato. Malgrado i miglioramenti, le donne continuano a costituire una minoranza nel Parlamento Europeo. Attualmente, il 35 % dei parlamentari europei è costituito da donne, ma c’è una notevole differenza tra i vari stati membri: nel 2013 Malta non aveva donne al Parlamento Europeo, ma 8 parlamentari finlandesi su 13 erano donne ( la rappresentanza femminile nel Parlamento finlandese raggiungeva il 67%) (Fonte: Parlamento Europeo). Nell’esecutivo la situazione è leggermente migliore: 9 commissari europei su 20 sono donne (fonte: Commissione Europea).

Ci sono barriere strutturali e culturali che ostacolano una partecipazione più differenziata alle elezioni, dice Petra Meier, professoressa ordinaria di Politica e preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Antwerp durante il “Seminario sull’uguaglianza e la diversità di genere nella vita politica europea “Il mio parlamentare europeo mi rappresenta?!”, organizzato dalla Women’s Lobby nel Parlamento Europeo il 18 febbraio 2014.

La professoressa Meier è dell’idea che le barriere strutturali possano essere superate, almeno in parte, con le quote di genere e diversità? Attualmente non esiste un sistema di quote per le elezioni al Parlamento Europeo, solo 8 Paesi europei hanno istituzionalizzato la parità dei sessi nelle elezioni nazionali e 14 hanno una sorta di quota femminile volontaria a livello dei partiti. Meier mette in rilievo i diversi effetti dei vari sistemi di quote: un sistema a cerniera, per il quale uomini e donne si alternano nelle liste elettorali, è più efficace di una semplice quota in cui non c’è obbligo a porre le candidate donne in testa alla lista.

Le barriere culturali sono più difficili da abbattere perché hanno a che fare con abitudini, norme e aspettative relative al modo ideale di essere e di comportarsi dei candidati, le quali sono profondamente segnate da stereotipi di genere.

La campagna per la parità è stata avviata per affrontare questo squilibrio. Mira a promuovere l’uguale rappresentanza di donne e uomini in tutte le istituzioni europee e a mettere in primo piano nell’agenda politica dell’Unione Europea temi relativi ai diritti delle donne e all’uguaglianza di genere. Gli elementi principali sono tre: una campagna di sensibilizzazione, una dichiarazione congiunta delle istituzioni comunitarie sulla pari rappresentanza di uomini e donne e un Programma Politico Europeo che faccia da guida per conferire potere alle donne dei gruppi minoritari che progettano di partecipare alle prossime elezioni al Parlamento Europeo.

La campagna è guidata dalla European Women’s Lobby, sponsorizzata dalla Commissione Europea e supportata dai membri dei 5 maggiori partiti politici europei attualmente rappresentati nel Parlamento Europeo (il Partito Popolare Europeo, Socialisti e Democritici, l’Alleanza dei liberali e Democratici per l’Europa, i Verdi e la Sinistra Europea Unita- Sinistra Verde Nordica). La campagna ha preso il via ed è ora supportata da politici di rilievo, come i commissari Reding e Georgieva.

L’attuale sotto-rappresentanza delle donne nella vita politica significa che i temi legati alle donne non fanno parte dell’agenda politica. “Se non sei a tavola, sei nel menu” è un modo di dire diffuso nella politica statunitense, vuol dire che se non ci sono donne in politica i diritti e le politiche delle donne verranno fatti saltare. Bisogna poter accedere alla tavola di negoziazione per essere prese in considerazione. Se l’Europa vuole costruire un futuro in cui si realizzi una forte coesione sociale, dove siano presi in considerazione i bisogni tanto delle donne quanto degli uomini, deve assicurare che i suoi organi rappresentativi rispecchino effettivamente la diversità delle persone e delle comunità che rappresentano. Ciò può essere ottenuto attraverso un opportuno sistema di quote e provvedimenti che garantiscano l’effettiva rappresentanza di donne, minoranze etniche e membri delle comunità LGBT.

Ingenere
19 03 2014

L’heavy metal diventa una nuovo mezzo per dar voce alla protesta. Un articolo pubblicato sull'Atlantic riporta che un gruppo musicale di Mumbai, gli Sceptre, spinto dall’allarme del diavolo dello stupro e della misoginia, combatte la dilagante violenza sulle donne, con le chitarre distorte e i ruggiti furiosi dell’heavy metal. Questo tipo di musica si è sempre occupato di tematiche sociali, ma è la prima volta che in India si rivolge a questioni di genere. Per la potente immagine di copertina la band ha scelto di affidarsi ad un’artista indiana, che ha disegnato una donna in lacrime circondata da mura fatiscenti e ombre minacciose. I membri della band sono stati fortemente supportati dalle mogli e molte donne hanno mostrato gratitudine verso il loro impegno ad affrontare questo tema. I proventi dell’album- Age of calamity- andranno tutti ad un orfanatrofio femminile di Mumbai.

Diritto a un tempo fertile sottratto alla produzione

  • Mar 05, 2014
  • Pubblicato in INGENERE
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Ingenere.it
05 03 2014

È possibile ripensare la cittadinanza separatamente dal lavoro in una repubblica che, come recita la nostra Costituzione all'articolo 1, ha proprio nel lavoro il suo fondamento? E ancor prima, è possibile ripensare il lavoro separandolo dal denaro, e così rileggere i diritti di cittadinanza come slegati dalla produzione? Poi quell'idea che abbiamo ereditato del lavoro come luogo di realizzazione di sé nello spazio pubblico, sempre viva eppure sempre meno adatta a descrivere la nostra esperienza del mondo nel tempo in cui il lavoro non c'è: è possibile sfuggire a una rappresentazione così potente?

Sono domande impegnative, che già nella loro formulazione danno origine a luoghi discorsivi differenti, inaspettati, rivoluzionari. E non per caso a formularle sono delle donne, le autrici del libro Come un paesaggio. Pensieri e pratiche tra lavoro e non lavoro (Iacobelli, 2013), curato da Sandra Burchi e Teresa di Martino. Il punto di partenza è una proposta: “considerare le posizione di una donna come la posizione da cui pensare una giustizia per tutti, ovvero le forme delle relazioni pensate su grande scala”. Questo significa fare leva sulla “posizione strategica” delle donne, giocare paradossalmente in positivo la loro cittadinanza perennemente incompiuta, e affermare che “quando il modello di cittadinanza che ci è stato proposto comincia a scricchiolare, quando il sistema del lavoro si rivela incapace di fare da perno alle esigenze di benessere di una società, pensare dalla nostra posizione di cittadine mai veramente compiute e in divenire può dare risorse di analisi e politiche anche ai cittadini espulsi dall'equazione lavoratore-cittadino dotato di diritti”.

Perché c'è un'esperienza irriducibile a questa equazione ed è quella del corpo fertile, il corpo che ha sancito nei secoli l'esclusione delle donne dalla vita produttiva e più recentemente l'“inclusione differenziante” di cui parla la sociologa Anna Simone, il “proliferare di discorsi e azioni mirate all'empowerment femminile, sempre con discorsi e pratiche finalizzate a rendere le donne un perenne 'non ancora' dinnanzi all'establishment”. In questo “interregno” tra il non-ancora e il non-più (la crisi del nesso lavoro-cittadinanza, che è anche crisi del maschile) l'inclusione delle donne nel sistema produttivo “non prevede alcun cambiamento del sistema”.

Non solo, ma il mondo del lavoro si femminilizza nel momento stesso in cui si destruttura, in cui i rapporti di lavoro si informalizzano, ricorda la storica Alessandra Gissi. E intanto i tradizionali compiti di cura affidati alle donne, lungi dall'esaurirsi, si mantengono e si moltiplicano, in parallelo con la crisi dei sistemi di welfare. Il cuore della contraddizione sta nel potere generativo del corpo di donna, che lotta per trovare spazi e tempi propri, mentre diventa fattore di esclusione o di sole politiche di conciliazione. Direzioni entrambe sbagliate secondo le giovani del collettivo Diversamente Occupate: “se conciliare la maternità con il lavoro significa essere pronte a colmare una 'mancanza' per essere competitive sul mercato con i colleghi maschi – in qualche modo una cancellazione dell'esperienza stessa della maternità -, rinunciare al lavoro si traduce in uno schiacciamento dell'essere donna sull'essere madre. Nella maggior parte dei casi, poi, quest'ultima non è nemmeno una scelta”: vedi le dimissioni in bianco, i contratti non rinnovati a donne incinte, l'impossibile rientro nel mercato del lavoro dopo una gravidanza. Quello per cui bisogna battersi, scrivono le autrici, è “un diritto universale alla maternità”, il “diritto a un tempo fertile sottratto alle regole della produzione, non produttivo ma generativo”, inteso peraltro nel modo più ampio possibile, per tutte e tutti, come diritto a un “tempo di rigenerazione dei corpi” e alla messa al mondo di figli ma anche di progetti, esperienze, pensieri, creazioni.

Questo implica, certo, superare il paradigma della produttività. Ma non basta: lungo tutto il volume – che vede tra gli altri anche i contributi di Federica Giardini, Pina Nuzzo, Giordana Masotto, Marina Piazza, oltre a un estratto da The Illusion of Consent di Carole Pateman – la proposta che viene sostenuta a più voci è quella di un reddito svincolato dal lavoro produttivo (reddito di base, reddito minimo, reddito di autodeterminazione). Riconosciuto che il nesso denaro-lavoro “è fallito rispetto alla sopravvivenza umana” e che il lavoro e il reddito così concepiti riproducono un modo di pensare l'economia che non è in grado di partire dai bisogni (ciò che sarebbe invece il suo compito), quello al reddito ambisce a diventare un “diritto democratico” di tutti i cittadini e le cittadine, “analogo al diritto di voto” (Pateman).

Ripensare i diritti come relazioni, ripensare i tempi e gli spazi di vita fuori dal paradigma capitalistico-patriarcale che cancella il limite e la dipendenza: è questa l'idea che il libro curato da Burchi e Di Martino ci consegna. Ripensare la cittadinanza, la polis, a partire dal corpo – di donna, di tutti – che non è sempre e non è solo produttivo. “Il momento è propizio per un pensiero in grande”, scrive Federica Giardini nella prefazione, per pensare in “una posizione incarnata da cui sottrarsi alle vie già tracciate, alla libertà ridotta a scelta tra opzioni già decise, già determinate altrove, per rintracciare sensualmente l'orizzonte entro cui i nostri corpi si trovano realmente e a cui aspirano, entro cui tornare a respirare”.

Come un paesaggio. Pensieri e pratiche tra lavoro e non lavoro, a cura di Sandra Burchi e Teresa Di Martino. Iacobelli editore, 2013

 

GiULiA
26 02 2014

Le donne spagnole ne mettono a segno un'altra. La variegata protesta contro la proposta del governo spagnolo di cancellare l'aborto legale ha assunto anche la forma di un'elemosina collettiva simbolica. Per raccogliere i soldi necessari per comprare un volo, e andare ad abortire a Londra. Circa 150 donne si sono incontrate nel centro della città basca di Vitoria (Gasteiz in basco), nella provincia di Álava, e si sono messe, cartello in mano, ai bordi della strada a chiedere monete ai passanti e mettere così insieme la crifra necessaria per poter accedere a un aborto legale e sicuro, ma all'estero. E dopo la "raccolta di fondi" in strada le donne hanno portato i cartelli davanti alla sede del Partito Popolare. La notizia è stata diffusa dal giornale locale Noticias de Álava, ed è circolata su twitter con l'ashtag #AbortoLibre via l'account @mybellyismine (di cui c'è anche un gruppo su facebook).

inGenere
13 02 2014

A fronte di sei milioni di disoccupati e di dati allarmanti sull'aumento della povertà, il governo spagnolo si occupa di aborto e controllo dei corpi delle donne. E lo fa tornando indietro fino al periodo franchista. Ecco cosa prevede la proposta di riforma presentata dal Partito popolare.

Perché io decido! Questo è il motto che la maggioranza delle donne, ma anche degli uomini spagnoli, ripetono non appena ne hanno l’occasione. Siamo scese in strada in centinaia di migliaia da tutta la Spagna per dire al governo che non siamo più disposte ad accettare limitazioni ai nostri diritti, che vogliamo poter decidere delle nostre vite e dei nostri corpi, e non vogliamo che in uno stato laico e di diritto si imponga un’ideologia cattolica e patriarcale. Insomma, non vogliamo la nuova legge sull’aborto.

Da quando il Partito popolare ha vinto le elezioni politiche (con un 26,15% di astenuti) e ottenuto la maggioranza parlamentare, goccia a goccia ha cambiato radicalmente la legislazione. In poco più di due anni, facendosi schermo con la crisi economica e le richieste dell’Unione europea, a colpi di decreti, senza confrontarsi con le altre parti, senza rispettare la costituzione né ascoltare la cittadinanza ha ottenuto quello che nessun altro governo era riuscito a ottenere: due scioperi generali e la protesta delle cosiddette maree, manifestazioni di massa a difesa della casa, della salute e dell’educazione pubblica, del welfare, eccetera.

Oggi ci sono quasi sei milioni di persone disoccupate, una persona su quattro vive sotto la soglia di povertà. Secondo l’Istituto nazionale di statistica (Ine) le famiglie che arrivano a fine mese con molte difficoltà sono il 13%, e aumenta il tasso di povertà tra le persone tra i 16 e 64 anni, in età lavorativa e con bassi livelli di istruzione e formazione. Uno ogni quattro minori di 16 anni vive sotto la soglia di povertà e tra le persone immigrati questo tasso raggiunge il 43%. Il rischio di povertà ed esclusione sociale dei bambini e le bambine nelle famiglie monoparentali (formate nella loro maggioranza da donne) è del 45,6%, percentuale che cresce se i loro genitori hanno un basso livello di istruzione (57,6%) o se uno dei due (49,2%) è di origine straniera, secondo un rapporto Save the Children.

Tre milioni di persone vivono con meno di 307 euro al mese in condizioni di povertà estrema, sottolinea l’ultimo rapporto Caritas (1). L’organizzazione cattolica avverte che arriverà presto una seconda ondata di povertà ed esclusione sociale resa “più acuta dalle politiche di austerità e dai tagli conseguenti, dal prolungarsi della disoccupazione e dal prosciugarsi del sostegno economico”.

Più del 44% delle famiglie non può permettersi le vacanze, più del 30% ha un mutuo e c’è un settore della popolazione in uno stato di povertà energetica (senza gas e senza riscaldamento in inverno) composto soprattutto da donne anziane. Il tasso di disoccupazione femminile è del 26,6%, (25,5% per gli uomini) (2) e il divario di genere nei tassi di attività attiva ai tredici punti percentuali il che mette in evidenza la maggiore difficoltà che incontrano le donne nell’accesso al mercato del lavoro salariato. Il potere d’acquisto è sceso del 30% negli ultimi tre anni (anche per chi ha un lavoro retribuito). Una situazione che percepiamo come sempre più precaria e resa più acuta dai tagli ai servizi pubblici che hanno aumentato il carico di lavoro di cura delle donne.

Lo smantellamento di uno stato di welfare ha un impatto fortemente negativo sulle donne in quanto cittadine, lavoratrici, utilizzatrici che vedono ridursi sempre di più le risorse pubbliche. Come se tutto questo non bastasse si aggiunge ora l’attacco patriarcale più grave degli ultimi trenta anni per uno stato che si definisce laico e di diritto. La Catalogna ha avuto una legge per l’aborto fin dalla II Repubblica (1936-1938), che venne poi revocata dalla dittatura franchista che proibì i contraccettivi e trasformò il diritto di scegliere in un delitto.

In democrazia ci sono state due leggi (3): la “Ley Orgánica 9/1985” che ha depenalizzato l’aborto sulla base di tre presupposti, cioè “che ci sia un pericolo per la vita della donna o per la sua salute fisica o per la sua salute psicologica”; nelle prime 12 settimane in caso di stupro o entro le 22 settimane nel caso in cui il feto sia portatore di “gravi tare fisiche o psichiche”; e la “Ley Orgánica 2/2010” in materia di salute sessuale e riproduttiva e sull’interruzione volontaria di gravidanza (attualmente vigente), che non si basa su alcun presupposto ma stabilisce alcuni limiti: si può abortire entro le prime 14 settimane, che diventano 22 se sussiste “un grave pericolo per la vita o la salute della donna” o “gravi rischi di anomalie per il feto” e in qualunque momento di riscontrino anomalie del feto incompatibili con la vita o nel caso in cui fosse portatore di malattie molto gravi e incurabili”. Non c’è bisogno che alcun medico certifichi i rischi per la salute della donna così come invece avveniva con la legge precedente. I dati: l’89,58% dei 118.359 aborti che hanno avuto luogo in Spagna nel 2011 sono avvenuti entro le prime 14 settimane e il 65,56% entro le prime otto (Ministero della Salute, servizi sociali e uguaglianza).

Ora il governo guidato dal Partito Popolare vuole approvare una nuova legge a protezione “della vita del concepito e dei diritti della donna incinta”, sostituendo una legge di termini con una di presupposti. Questo disegno di legge elimina la possibilità di abortire entro le prime 14 settimane (peggio che nel 1985), elimina il presupposto della malformazione del feto anche se incompatibile per la vita e conserva il presupposto dello stupro purché entro le prime 12 settimane, e anche quello di pericolo per la salute fisica e psichica della donna incinta, anche se introduce l’obbligo di produrre due rapporti firmati da professionisti diversi da quello con cui farà l’aborto. In caso di rischio per la salute psichica si deve dimostrare che ci saranno conseguenze di lungo periodo. Le donne di 16 e 17 anni hanno età “legale” per avere rapporti consenzienti ma non per abortire: hanno infatti bisogno del consenso dei genitori. Inoltre con la legge viene ampliato il numero di figure professionali che possono fare obiezione di coscienza e tutte le donne che abortiranno fuori da questo iter commetteranno un crimine, così come i professionisti che le aiutassero.

È ovvio che qualunque forma di legislazione sui diritti sessuali e riproduttivi genera conflitti e dibattito in termini morali ed etici. Ma è altrettanto evidente che in Spagna le lobby conservatrici e la chiesa cattolica stanno cooptando il potere politico e disprezzando il patto sociale e democratico che sancisce il diritto delle donne di scegliere se e quando diventare madri.

Si tratta di una riforma misogina, con una visione regressiva dei diritti delle donne, sottoposta ad una morale antica, fuori dal tempo e superata dalla maggioranza della popolazione. Esiste un grande movimento sociale, politico e professionale che rifiuta questa legge medioevale, composto da esponenti della comunità medica, dalle femministe, dalle sindacaliste, dalle donne della politica in maniera trasversale (dal centro, destra e sinistra). Per tutti noi è una riforma che ci allontana dall’Europa e va vista come un avvertimento per tutte le donne europee.

La lotta delle donne per decidere liberamente della propria sessualità e della propria maternità è stata una delle tappe più rilevanti del movimento femminista. Il diritto all’aborto è un diritto centrale nella costruzione democratica della nostra società, in qualunque paese.

Alba Garcia Sànchez

NOTE

(1) VIII Informe del Observatorio de la Realidad Social - Octubre 2013

(2) I dati su popolazione attiva, disoccupata e occupata sono ripresi da Encuesta de Población Activa (EPA) e sono stati elaborati da Secretaria de la Mujer del Sindicato de Comisiones Obreras

(3) Si veda Secretaria de la Dona de Comissiones Obreras de Catalunya

 

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