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INGENERE

La Nigeria bandisce le mutilazioni genitali femminili

  • Lug 01, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 3115 volte

Ingenere
01 07 2015

La Nigeria bandisce le mutilazioni genitali femminili vietandole con un disegno di legge, incluso nell'ambito della violenza contro le persone, che è stato approvato in Senato il 5 maggio e recentemente convertito in legge. Sono più di 100 milioni nel mondo, secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, le donne che hanno subito mutilazioni genitali, circa 3 milioni le bambine a rischio ogni anno in Africa, uno degli stati più coinvolti da questa pratica insieme a Medio Oriente e alcune regioni dell'Asia e dell'America Latina.

Ma quella delle mutilazioni genitali femminili è una questione che riguarda anche l'Europa: il parlamento europeo ha stimato che sono circa 500 mila le donne e le bambine coinvolte che vivono sul territorio europeo, altre 180 mila sono a rischio ogni anno. Le conseguenze sono forti non solo in termini sociali ma prima ancora di salute: emorragie, infezioni batteriche, ferite aperte, e, a lungo termine, anche infertilità, complicazioni del parto e infezioni ricorrenti.

Con una legge che criminalizza questa pratica la Nigeria, dove si stima che a subirla sia il 25 per cento delle ragazze e delle donne di età compresa tra 15 e 49 anni, compie quindi un passo storico per auspicarne la completa eliminazione. Con l'hashtag #VAPPBill (dal nome della legge in questione: Violence Against Persons Proibition Bill) su twitter si susseguono entusiasti i post a sostegno del provvedimento preso dal presidente uscente, Goodluck Jonathan.

Ma il cambiamento non avverrà dal giorno alla notte mette in guardia Stella Mukasa, direttore di genere, violenza e diritti presso il Centro Internazionale per la Ricerca sulle Donne che ha sede a Washington, che dalle pagine del Guardian dichiara:"È fondamentale lo sforzo per cambiare la visione tradizionale culturale che è alla base della violenza contro le donne. Solo allora questa pratica dannosa potrà essere eliminata". "L'istruzione è fondamentale, e deve lavorare in collaborazione con sistemi scolastici" continua Mukasa, e poi, la ricerca. "Produrre nuove prove è cruciale nel rafforzare le risorse per attuare le disposizioni legislative, fornire i servizi sanitari e di assistenza sociale, e incoraggiare le comunità ad allontanarsi da norme sociali che sostengono la violenza" spiega Mukasa, che rcorda come a vent'anni dalla dichiarazione di Pechino "dare priorità ai diritti e al benessere delle donne e delle ragazze è attesa da tempo. Violare il loro diritto a una vita sicura e produttiva non solo ha un profondo effetto su di loro, ha un impatto su ciascuno di noi." Leggi tutto il commento sul Guardian.

Matrimoni gay, come cambia l'opinione negli Stati Uniti

  • Giu 29, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
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In genere
29 06 2015

La Corte Suprema americana ha dichiarato legali i matrimoni gay e lesbici in tutti gli Stati Uniti. Intanto un sondaggio diffuso dal Public Religion Research Institute (PRRI) già rivelava che quasi i due terzi del paese, tra cui il 58 per cento dei repubblicani e il 71 per cento dei democratici, si aspettavano che la Corte Suprema rendesse legali i matrimoni gay e lesbici in tutti e 50 gli stati. In ogni caso, a presindere da quella che sarebbe stata la decisione definitiva della Corte, un recente sondaggio d'opinione diffuso dal Pew Research Center ha registrato che negli Stati Uniti più di sette intervistati su dieci affermano che la legalizzazione del matrimonio omosessuale a livello nazionale sia inevitabile. Secondo il sondaggio, oggi, la maggioranza degli americani, il 57 per cento, sostiene il matrimonio omosessuale, rispetto al 39 per cento che vi si oppone. Una percentuale cresciuta costantemente negli ultimi quattordici anni, che ha portato a una vera e propria inversione di tendenza rispetto al 2001, quando i contrari erano il 57 per cento, e solo il 35 per cento della popolazione si dichiarava a favore.

In particolare, questo sembra essere dovuto in parte a un fattore generazionale. La percentuale dei favorevoli ai matrimoni gay e lesbici è cresciuta anche tra le fasce più anziane della popolazione, è vero, ma sono proprio gli americani più giovani, a esprimere il livello più alto di sostegno alle unioni omosessuali: nel 2015 è favorevole il 73 per cento dei nati dopo il 1981, il 59 per cento dei nati tra il 1965 e il 1980, il 49 per cento dei nati tra il 1946 e il 1964, il 39 per cento dei nati tra il 1928 e il 1945.

Ci sono poi differenze lagate al genere, all'ideologia politica, al partito d'appartenenza, alla professione religiosa, all'etnia di appartenenza. Favorevole alle unioni tra persone dello stesso sesso è il 60 per cento delle donne, il 79 per cento dei liberali, il 65 per cento dei democratici e degli indipendenti, l'85 per cento dei laici, il 59 per cento dei bianchi non ispanici.

Secondo Robert P.Jones, amministratore delegato del PRRI "la preponderanza dei dati sui diritti oggi suggerisce che la maggior parte degli americani non solo sostiene le politiche specifiche sul matrimonio tra persone dello stesso sesso o di non discriminazione; queste persone hanno abbracciato i valori che sottendono alla piena parità di trattamento da parte della legge e della parità di accesso alle opportunità". Leggi tutto il commento su The Atlantic.

Matrimoni gay, come cambia l'opinione negli Stati Uniti

  • Giu 26, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
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inGenere
26 06 2015

Mentre la Corte Suprema americana decide come esprimersi in merito ai matrimoni gay e lesbici negli Stati Uniti, un sondaggio appena diffuso dal Public Religion Research Institute (PRRI) rivela che quasi i due terzi del paese, tra cui il 58 per cento dei repubblicani e il 71 per cento dei democratici, si aspettano che la Corte Suprema renda legali i matrimoni gay e lesbici in tutti e 50 gli stati. In ogni caso, a presindere da quella che sarà la decisione definitiva della Corte, un recente sondaggio d'opinione diffuso dal Pew Research Center registra che negli Stati Uniti più di sette intervistati su dieci affermano che la legalizzazione del matrimonio omosessuale a livello nazionale sia inevitabile. Secondo il sondaggio, oggi, la maggioranza degli americani, il 57 per cento, sostiene il matrimonio omosessuale, rispetto al 39 per cento che vi si oppone. Una percentuale cresciuta costantemente negli ultimi quattordici anni, che ha portato a una vera e propria inversione di tendenza rispetto al 2001, quando i contrari erano il 57 per cento, e solo il 35 per cento della popolazione si dichiarava a favore.

In particolare, questo sembra essere dovuto in parte a un fattore generazionale. La percentuale dei favorevoli ai matrimoni gay e lesbici è cresciuta anche tra le fasce più anziane della popolazione, è vero, ma sono proprio gli americani più giovani, a esprimere il livello più alto di sostegno alle unioni omosessuali: nel 2015 è favorevole il 73 per cento dei nati dopo il 1981, il 59 per cento dei nati tra il 1965 e il 1980, il 49 per cento dei nati tra il 1946 e il 1964, il 39 per cento dei nati tra il 1928 e il 1945.

Ci sono poi differenze lagate al genere, all'ideologia politica, al partito d'appartenenza, alla professione religiosa, all'etnia di appartenenza. Favorevole alle unioni tra persone dello stesso sesso è il 60 per cento delle donne, il 79 per cento dei liberali, il 65 per cento dei democratici e degli indipendenti, l'85 per cento dei laici, il 59 per cento dei bianchi non ispanici.

Secondo Robert P.Jones, amministratore delegato del PRRI "la preponderanza dei dati sui diritti oggi suggerisce che la maggior parte degli americani non solo sostiene le politiche specifiche sul matrimonio tra persone dello stesso sesso o di non discriminazione; queste persone hanno abbracciato i valori che sottendono alla piena parità di trattamento da parte della legge e della parità di accesso alle opportunità". Leggi tutto il commento su The Atlantic.

Spose e madri bambine, un fenomeno globale

  • Giu 24, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 2077 volte

Ingenere
24 06 2015

Sono 60 milioni i matrimoni forzati nel mondo, 146 i paesi dove le ragazze possono sposarsi al di sotto dei 18 anni e 52 quelli in cui il matrimonio è consentito prima di compiere i 15 anni. E anche dove la legge lo impedisce, si verificano casi limite di matrimoni combinati con bambine di 8 o 10 anni. A spiegarlo è l'On. Pia Locatelli, coordinatrice del gruppo parlamentare 'Salute globale e diritti delle donne' in apertura della conferenza organizzata insieme all'Associazione Italiana donne per lo sviluppo (AIDOS) per diffondere i dati raccolti sul fenomeno dei matrimoni precoci o forzati a livello globale. Una realtà, quella delle spose e delle madri bambine, che in un periodo di grandi migrazioni non riguarda solo il Sud del mondo, ma anche i paesi industrializzati. Sono 2mila le ragazze nate in Italia costrette a sposarsi nel paese d'origine, rende noto AIDOS che per l'occasione ha proiettato alcuni video curati dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA) intitolati Too young to wed.

Le cause? Una combinazione di diversi fattori: norme sociali radicate, povertà, diseguaglianza di genere e mancanza di rispetto dei diritti delle/dei minori. Se non si interviene per arginare il fenomeno, entro il 2020 le spose bambine saranno oltre 140 milioni, spiega l'associazione. "Ogni giorno, 20.000 ragazze sotto i 18 anni diventano madri nei Paesi dei sud del mondo. Le giovani sotto i 15 anni che partoriscono ogni anno sono 2 milioni su un totale di 7,3 milioni di madri adolescenti; se le tendenze attuali proseguiranno, il numero di nascite da ragazze sotto i 15 anni potrebbe salire a 3 milioni l’anno nel 2030" ha spiegato Maria Grazia Panunzi, Presidente AIDOS, riferendosi ai dati del rapporto UNFPA Lo stato della popolazione nel mondo 2013.

"Ad un’alta percentuale di matrimoni forzati spesso corrisponde un’alta percentuale di mortalità tra le giovani donne, circa 70.000 adolescenti nei Paesi del sud del mondo muoiono ogni anno per cause collegate alla gravidanza e al parto. I dati ci restituiscono in modo immediato la realtà su cui lavorare: in Asia Meridionale, il 46% delle ragazze sotto i 18 anni è sposata, il 39% nell’Africa sub Sahariana, il 29% in America Latina e Caraibi, il 18% in Medio Oriente e Nord Africa. Spesso questa pratica viene utilizzata come strategia di sopravvivenza dalle comunità vulnerabili durante i confitti, le crisi economiche e i disastri naturali" ha continuato Panunzi.

La pratica, come del resto è riconosciuto a livello internazionale, rappresenta una forma di violenza contro le donne e le ragazze, limitandone l'accesso alla salute, all'istruzione, a relazioni libere dallo sfruttamento e dalla coercizione.

Come fare allora a monitorare il fenomeno sui territori? "Per ragioni di natura metodologica è difficile, se non addirittura impossibile, quantificare con precisione il fenomeno dei matrimoni forzati a causa della concomitanza di alcuni fattori quali la stima soggettiva del grado di coercizione e di conseguenza del consenso, il problema della sottodichiarazione, la carenza di basi di rilevamento e quindi mancanza di rappresentatività statistica, e soprattutto il fatto che le persone coinvolte possono sentirsi stigmatizzate socialmente" ha spiegato poi Maura Misti, del CNR, che ha presentato i risultati raccolti dalla ricerca Il matrimonio forzato in Italia curata da Le Onde Onlus.

L'indagine si basa sui dati relativi alle comunità immigrate nel nostro paese alla fine del 2012 incrociati cautamente con i dati Unicef sulla quota di persone coniugate prima dei 15 e dei 18 anni. Tra le comunità presenti in Italia esposte al rischio ai primi posti troviamo i paesi del sud est asiatico (Bangladesh, Pakistan, India, Sri Lanka) caratterizzati da una limitata presenza di donne; alcuni paesi africani (Senegal, Ghana, Nigeria, Egitto) anch’essi – a parte la Nigeria - caratterizzati da una bassa presenza femminile. Il Marocco e l’Albania, presenti nella lista dei paesi a rischio, spiega l'indagine, rappresentano le comunità più numerose nel nostro paese, si tratta di gruppi in cui la presenza di donne da una parte e di seconde generazioni dall’altra è una componente importante. I dati indicano che in Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte risiede più della metà di cittadini marocchini, mentre Lombardia, Toscana ed Emilia Romagna ospitano quasi la metà dei cittadini albanesi, rendendo queste regioni aree di potenziale approfondimento.

Per contrastare il fenomeno, non esistono in Italia riferimenti normativi specifici, ma dobbiamo fare riferimento alla legge di ratifica della Convenzione di Istanbul e al decreto ministeriale del 2007 'Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione', ha spiegato Misti che non ha mancato di sottolineare l'importanza di politiche che siano in sinergia con il lavoro dei centri antiviolenza.

"Dalle indagini che abbiamo condotto in Emilia Romagna" ha raccontato Barbara Spinelli, avvocata di Trama di Terre Onlus "è emersa una svalutazione e un non riconoscimento del fenomeno come una esperienza di violenza da parte delle politiche sociali territoriali. Interpretando il fenomeno come connaturato alla tradizione delle persone che lo vivono, le istituzioni non si attivano, anche in casi in cui l'esperienza di coercizione e violenza che la ragazza subisce da parte della famiglia e della comunità di provenienza è molto forte, con conseguenti atteggiamenti autolesionistici per il mancato ascolto".

Queste ragazze, ha raccontato Spinelli, molto spesso vengono rispedite nei paesi di origine con l'inganno, e spariscono dal sistema scolastico nazionale senza che le istituzioni si preoccupino di capirne le ragioni. "Per ovviare a questa disattenzione da parte della comunità, la direzione delle politiche dev'essere quella di considerare il matrimonio forzato o precoce un reato, come è avvenuto a diversi livelli in paesi del nord Europa (Regno Unito, Norvegia, Danimarca)" ha dichiarato Spinelli, che ha voluto sollevare l'attenzione su fasce ancor più vulnerabili, come il caso delle rifugiate: "Dal 2012 sono 4500 le donne siriane che sono state costrette a sposare mariti turchi con matrimoni religiosi di seconde e terze nozze. Queste donne, tra cui molte adolescenti, vivono in Turchia in situazioni di semi schiavitù. Sarebbe il caso di occuparsene a livello europeo".

#Distractinglysexy, le scienziate rispondono

  • Giu 23, 2015
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Ingenere
23 06 2015

Dopo i commenti sessisti del biochimico britannico Tim Hunt, premio Nobel per la medicina nel 2001, sulla presenza delle donne nei laboratori di ricerca, i social sono stati invasi dalle risposte delle scienziate a colpi di hashtag #Distractinglysexy. Eccone alcune.

Video collegato

Turchia. Le donne e la svolta delle ultime elezioni

  • Giu 22, 2015
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Ingenere.it
22 06 2015

Con un cambiamento radicale nella composizione del parlamento, le ultime elezioni in Turchia aprono a una stagione politica nuova. Le attiviste femministe e LGBT hanno avuto un ruolo fondamentale in questa svolta.

Gokben Demirbas

Le recenti elezioni del 7 giugno hanno inaugurato una nuova stagione politica in Turchia. Il partito conservatore di matrice islamica al governo negli ultimi tredici anni ha perso il 10% dei voti passando dal 49,95% al 40,92%, perdendo così la maggioranza assoluta. La prima conseguenza è che ora per governare deve fare una coalizione.

*I dati qui riportati per l’HDP nelle elezioni del 2011 si riferiscono ai parlamentari eletti come deputati indipendenti, ma anche i membri del Partito della Pace e della Democrazia (BDP), che è l'antecedente di HDP. Fonte 2011: il consiglio superiore per le elezioni 2015: Cihan News Agency

Oltre all'Akp sono tre i partiti che formeranno il nuovo parlamento: il partito progressista storicamente all'opposizione Partito Repubblicano Chp che rimane piuttosto stabile con il 25% dei voti e quattro seggi persi, mentre i due partiti rimanenti hanno invece visto crescere il numero di elettori ed elettrici. Il Partito del Movimento Nazionalista Mhp vede un incremento del 3% e 26 seggi in più e il Partito Democrazia Popolare Hdp arriva al 13,42% conquistando 81 seggi. Una delle grandi novità è l'ingresso di un partito pro-curdo in parlamento: finora l'alta soglia di sbarramento del sistema elettorale turco l'aveva impedito. Invece questa volta, l'Hdp, nato per queste elezioni dall'unione del partito pro-curdo e piccoli gruppi di sinistra, è riuscito a varcare la soglia.

Per comprendere meglio lo spostamento di voti tra i partiti è utile andare a vedere i cambiamenti avvenuti nelle principali città turche.


L'Akp ha avuto il crollo più significativo nel sud-est del paese, una zona ad alta densità di popolazione curda, dove finora i voti si dividevano a metà, mentre nelle ultime elezioni l'ago della bilancia si è spostato nettamente a favore del partito pro-curdo che ha conquistato 25 seggi in più .

Le grandi città sono un altro punto di osservazione interessante per capire i cambiamenti in atto, ecco cosa è successo nelle quattro città più grandi che da sole rappresentano il 35% dei voti totali, circa 16,6 milioni di votanti.[1]

La tabella mostra come nelle quattro principali aree metropolitane l'Akp abbia perso il 10% dei suoi voti. Nelle stesse aree l'Hdp ha guadagnato l'8% di voti in più. L'Mhp ha aumentato i suoi voti del 2-3%, mentre il Chp non ha subito flessioni nè in positivo nè in negativo.

Se la nuova composizione del parlamento fornisce una migliore rappresentazione delle diverse ideologie dei cittadini e delle cittadine turche rispetto al passato, per quanto riguarda invece la percentuale di donne elette il cambiamento non è significativo registrando solo un piccolo aumento del 4% e passando dal 14% al 18% dei parlamentari. L'Associazione di promozione delle donne candidate KA.DER l'ha detto chiaramente all'indomani delle elezioni con i numeri alla mano: "Se ci sono 453 uomini e 97 donne in parlamento, nessuno può parlare di uguaglianza".


In questo piccolo aumento l'Hdp ha avuto un ruolo fondamentale: infatti il 40% dei suoi eletti ossia 32 parlamentari su 80, sono donne. Anche se la tabella mostra come la strada per la parità in politica sia ancora lunga, possiamo però parlare di alcuni risultati positivi raggiunti. Delle 97 elette, 20 portano il velo. Il velo ha giocato un ruolo significativo nella vita politica turca contemporanea, rappresentando le tensioni tra religiosi e laici. Il velo è stato vietato nelle istituzioni pubbliche (scuole, parlamento, uffici pubblici) dal 1980 e quando una donna velata riusciva a ottenere un livello di istruzione superiore e cercava di accedere a posti di rilievo venivano sollevati moltissimi problemi. E' stato questo il caso di Merve Kavakci che portava il velo e quando venne eletta nel 1999 non potè esercitare le sue funzioni e si dimise sotto le pressioni dei laici.[2] Nel 2013 il divieto del velo è stato revocato, quindi queste elezioni sono state le prime in cui non c'è nessuna barriera ufficiale per la partecipazione alla vita politica delle donne velate e oggi sono presenti in partiti seduti ai lati opposti del parlamento.

Alcune delle nuove elette rappresentano e lottano contro una molteplicità di discriminazioni. Saher Akcinar Bayar, per esempio, è una donna di trentatre anni, madre di un figlio di quattro, sociologa e attivista eletta in parlamento con l'Hdp che rivendica le sue identità di donna, curda e religiosa, rompendo gli schemi e rendendo le appartenenze identitarie meno rigide di quanto non lo fossero in passato. Inoltre, non è indifferente l'elezione di due donne disabili una nell'Akp e una nel Chp.

Un'altra conquista di queste elezioni è il numero di nuovi parlamentari, principalmente dell'Hdp e del Chp che sostengono apertamente i diritti LGBT. l'Associazione per le politiche sociali, identità di genere, orientamento sessuale SPoD ha chiesto ai candidati e le candidate di firmare un documento programmatico di impegno a favore dei diritti LGBT raccogliendo trenta adesioni pre-elettorali. Dopo le elezioni il parlamentare e attivista del movimento LGBT Cihan Erdal ha dichiarato che "il movimento LGBT potrà contare sul sostegno di 80 parlamentari”.

L'appoggio all'Hdp dei gruppi femministi e LGBT è legato alla percezione fortemente negativa delle politiche su genere e sessualità messe in campo negli ultimi dieci anni. Non ultima la recente sentenza della corte suprema turca che consente il matrimonio religioso anche senza un contratto civile. Le attiviste femministe chiedono che il matrimonio religioso sia vincolato a quello civile per proteggere le bambine dai matrimoni precoci e forzati e per proteggere le donne dai matrimoni forzati e da pratiche sociali maschiliste che ledono i loro diritti. I gruppi femministi criticano questa sentenza perché potrebbe portare a un aumento dei matrimoni poligami, dei matrimoni forzati, dei matrimoni a pagamento e della violazione dei diritti delle donne in relazione al matrimonio.

Dato questo stato delle cose, le attiviste femministe, che si stanno impegnando per far diventare la parità di genere un tema socialmente rilevante, si sono prodigate a favore dell' Hdp credendo alle loro premesse democratiche. Lo stesso hanno fatto i movimenti LGBT spinti dal bisogno di contrastare la crescente omofobia e i discorsi di incitamento all'odio che sono stati al centro della campagna elettorale e sono degenerati a mano a mano che le elezioni si sono fatte più vicine, come per esempio quando il 28 maggio ad Ankara Erdogan ha dichiarato "Noi non avremo mai candatidato un gay" riferendosi a Baris Sulu, candidato dell'Hdp, il primo in Turchia apertamente gay.

Non sono state solo le femministe e i movimenti LGBT a lavorare sodo e collettivamente per queste elezioni. Le donne di tutti i partiti politici sono state attive sia nelle manifestazioni che dietro le quinte della politica nelle sezioni, associazioni e network di donne. A Bursa, una delle grandi città in cui queste elezioni hanno portato un cambiamento significativo, erano moltissime le donne che distribuivano volantini elettorali ai passanti, che esponevano le proprie idee in maniera forte e chiara negli incontri di donne, che organizzavano eventi come picnic e cene per guadagnare sostegno o convincere le indecise.

Nell'ultima decade il dibattito su genere e sessualità è stato molto controverso. Da una parte è diventata più forte la retorica conservatrice, omofoba e patriarcale - la maternità come un dovere sacrosanto delle donne, la famiglia eterosessuale come lo spazio primario per uomini e donne, la negazione delle identità LGBT - e questo si riflette nelle pratiche giuridiche e istituzionali. Dall'altra parte, in questa stessa decade, abbiamo assistito all'intensificarsi della nascita e delle attività di gruppi che, pur partendo da posizionamenti politici diversi, chiedono parità di genere, libertà e diritti sessuali.

Queste ultime elezioni riflettono questa contrastata lotta politica.

NOTE

[1] http://www.ysk.gov.tr/ysk/content/conn/YSKUCM/path/Contribution%20Folders/HaberDosya/2015MV-GeciciSecimSonuclari.pdf

[2] Cindoglu D. and Zenzirci G. (2008) “The Headscarf in Turkey in the Public and State Spheres”, Middle Eastern Studies, 44 (5), pp. 791-806.

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InGenere
18 06 2015

1. Sospensione e prolungamento del congedo di maternità

Diritto al prolungamento del congedo di maternità nel caso di parto prematuro

Diritto alla sospensione del congedo nel caso di ricovero ospedaliero del bambino fino all’effettivo ingresso nella vita familiare

2. Diritto al congedo di paternità
Il congedo di paternità e relativa indennità spetta anche:

al padre lavoratore autonomo sposato con madre dipendente

al padre lavoratore dipendente sposato con madre autonoma

3. Indennità di maternità

Il diritto alla indennità di maternità c'è anche nel caso di licenziamento per colpa della lavoratrice

4. Congedo parentale

Estensione del periodo di fruizione congedo parentale (6+6, tot. 11 mesi) fino al compimento 12° anno età bambino (oggi 8° anno)

Possibilità di fruizione del congedo parentale su base giornaliera o oraria anche in mancanza di previsioni del CCNL

Riduzione del preavviso al datore di lavoro di 5 giorni o 3 giorni nel caso di fruizione oraria (oggi 15 giorni)

Estensione del periodo di fruizione del congedo parentale (3 anni) per accudimento di minore con handicap grave fino al compimento del 12° anno di età del bambino (oggi 8° anno)

5. Congedo parentale
(Attualmente corrisponde a un massimo complessivo di 6 mesi totali tra i genitori, per periodi fruiti entro il 3° anno di vita del bambino, ed è retribuito al 30%)

Estensione del periodo fruizione fino al 6° anno di vita del bambino

Retribuito al 30% entro il 6° anno di vita del bambino

Non retribuito tra il 6° e il 12° anno di vita del bambino

Per redditi bassi (2,5 volte assegno sociale) retribuito fino all’ 8° anno di vita del bambino

In caso di adozione/affidamento estensione del periodo di fruibilità del congedo retribuito da 8 a 12 anni dall’ingresso del bambino

6. Part time in alternativa al congedo parentale (decreto tipologie contrattuali)

Diritto del lavoratore di chiedere una volta sola, in alternativa alla fruizione del congedo parentale ed entro i limiti di fruizione di quello ancora spettante, la trasformazione del rapporto da tempo pieno a tempo parziale con riduzione dell'orario non superiore al 50%

Datore di lavoro tenuto a trasformare il rapporto entro 15 giorni dalla richiesta

7. Diritti per lavoratrici autonome iscritte alla gestione separata

Estensione temporale dell’indennità di maternità da 3 a 5 mesi nel caso adozione/affidamento

Estensione alle lavoratrici autonome (non soltanto co.co.co.) del diritto all’’indennità di maternità da 3 a 5 mesi nel caso adozione/affidamento

Estensione del principio di automaticità delle prestazioni 2116 c.c. (indennità di maternità dovuta anche nel caso di omissione dei contributi da parte del datore) ai lavoratori autonomi

8. Diritti per lavoratrici autonome

Estensione alle lavoratrici autonome del diritto all’indennità di maternità da 3 a 5 mesi nel caso adozione/affidamento

9. Incentivo del telelavoro per cure parentali

Datore di lavoro beneficia dell’esclusione dal computo nelle soglie occupazionali dei telelavoratori se previsti da contratti collettivi per favorire la conciliazione tra tempi di vita e lavoro

10. Diritto di astensione per vittime di violenza

Introduzione del diritto di astensione non retribuito per 3 mesi. Solo per dipendenti

Jobs Act e buoni lavoro precariato alla pari?

  • Giu 15, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 1658 volte

Ingenere.it
15 06 2015

Mai capitato di aver chiesto un piccolo servizio e di essere in imbarazzo sul quanto e sul come pagare l’aiuto a svuotare la cantina o la pulizia del giardinetto? I cosiddetti “buoni lavoro”, o voucher per le prestazioni lavorative occasionali, dovrebbero togliervi dall’imbarazzo. Andate in una tabaccheria autorizzata e comprate dei voucher, 10 euro l’uno per un’ora di lavoro (che corrisponde al costo minimo di un’ora di prestazione): 2,50 euro di contributi e 7,50 euro esentasse in tasca a chi vi renderà il servizio[1]. Lavoro non solo occasionale, dunque, ma accessorio perché il singolo committente - una famiglia o un’impresa - non può usare più di 20 voucher l’anno per i servizi di uno stesso lavoratore e quest’ultimo, da ieri, non può incassare più di 7000 euro all’anno, cumulando più clienti. L’imbarazzo è tolto, i contributi in conto futura pensione sono salvi e i lavoretti non sono più in nero.

Tutto bene dunque? Non secondo Tito Boeri, attuale presidente dell’INPS, che il 29 maggio 2015 ha parlato del rischio che il lavoro accessorio diventi la nuova frontiera del precariato. Rischio che potrebbe essere accentuato dall'approvazione dell'11 giugno dei decreti attuativi del Jobs Act, tra cui l'innalzamento del tetto annuo di reddito da voucher ai 7000 euro.

Cosa sono e come funzionano i buoni lavoro

È opportuno precisare che i “buoni lavoro” costituiscono una forma di pagamento della cosiddetta “prestazione lavorativa occasionale accessoria”, ovvero, di quelle attività non inquadrate da un contratto di lavoro dipendente perché svolte solo saltuariamente e in contesti a cui difficilmente si possono applicare contratti standard. I buoni sono stati introdotti nel 2003 con la cosiddetta legge Biagi[2] come uno strumento volto a contrastare il lavoro nero - nel lavoro stagionale agricolo, nel lavoro domestico, ecc. -, riprendendo l’esperienza di altri paesi - Austria, Belgio e Francia - che prima di noi avevano introdotto questa peculiare tipologia lavorativa, ma limitandone l’applicazione agli ambiti domestico e familiare.

In Italia, il lavoro accessorio è decollato solo a partire dal 2008 grazie a ripetute modifiche legislative volte ad allargarne l’ambito di applicazione. [R11] La legge Fornero (L. 92/2012) ne ha semplificato l’utilizzo. Oltre che dal tabaccaio i voucher si possono acquistare anche in banca, alla posta, sul web o presso l’INPS. Ma soprattutto, è stata estesa la possibilità di utilizzare i voucher per svolgere qualsiasi tipo di attività e per tutte le possibili categorie di committenti: famiglie, imprese familiari, imprenditori di qualsiasi settore, committenti pubblici, enti senza fini di lucro, ecc. Tanto che, a differenza di ciò che ci si aspetterebbe, giardinaggio, pulizia e lavori domestici contano, insieme, per un decimo dei buoni acquistati dal 2008 al 2014, mentre attività turistiche, commerciali, di servizio e altre, come la consegna porta a porta, contano per più del settanta percento.

Sono anche state estese le categorie di soggetti che possono accedere ai buoni lavoro: disoccupati e inoccupati, collaboratori e collaboratrici domestici - colf, badanti, baby sitter - pensionati, cassaintegrati, cittadini extracomunitari[3], studenti, lavoratori dipendenti (con regolare contratto full time o part time).

La legge Fornero ha anche cercato di arginare l’abuso dei buoni lavoro, introducendo tre limitazioni. La prima: il tetto massimo di compenso annuo del lavoratore non poteva superare i 5.060 euro netti all’anno tra tutti i clienti[4] da ieri il Jobs Act alza questa soglia ai 7000 euro. La seconda stabilisce che i voucher sono di un’ora, datati e numerati progressivamente, per permettere i controlli. La terza stabilisce che nel settore agricolo - dove i voucher hanno registrato, soprattutto negli anni precedenti la riforma Fornero, una significativa diffusione nel lavoro stagionale -le attività lavorative remunerate con voucher potranno essere svolte solo da pensionati e da giovani (studenti con meno di 25 anni).

Sempre che i controlli funzionino

Come recita la circolare ministeriale che regola l’uso dei voucher “diventa fondamentale, da parte del personale ispettivo, una ricostruzione in sede di verifica circa la ‘durata‘ della prestazione resa, da effettuarsi secondo le ’tradizionali‘ modalità accertative proprie del lavoro subordinato”.

Non sappiamo se i controlli abbiano funzionato o meno. Sappiamo solo che la legge Fornero ha dato l’ultimo impulso all’irresistibile ascesa del lavoro accessorio occasionale. I lavoratori coinvolti sono passati da 366 mila nel 2012 a più di un milione lo scorso anno (figura 1). Non molti se ne sono accorti e tantomeno il fenomeno traspariva dalle cifre ufficiali su occupazione e disoccupazione.

Le ragioni sono varie. Non solo un disoccupato o un inoccupato che svolgano lavoro accessorio rimangono tali, perché il lavoro accessorio non incide sullo stato occupazionale dell’individuo e sui diritti che ne derivano[5], ma il guadagno è generalmente modesto, poco più di 500 euro in media l’anno a persona.

Tutti insieme sull’orlo del precariato?

Il forte turnover dei lavoratori ‘accessori’ ha poi spalmato l’effetto di una crescita tumultuosa su un universo ampio di occupati, disoccupati e inoccupati. E l’assenza di squilibri troppo visibili ha tenuto ulteriormente basso il profilo:l’aumento dei buoni lavoro non sembra infatti essere andato a scapito dell’equità fra uomini e donne o fra generazioni. Il milione di lavoratori del 2014 è diviso grossomodo equamente fra uomini e donne, che, per giunta,portano a casa una cifra simile (540 euro l’anno l’uomo contro i 514 per le donne nel 2013). Perfino l’età media - circa 38 anni nel 2014 – non è troppo alta o troppo bassa e sembra voler sottolineare una certa equità fra generazioni[6].

 

Insomma un’esplosione di mini-jobs in salsa di equità italica? Perchè allora il presidente dell’INPS è preoccupato dal dilagare del "lavoro accessorio"? Cosa potrebbe nascondersi dietro ai dati resi pubblici dal suo stesso istituto?

Non abbiamo risposte, solo qualche congettura. La prima è che i dati medi resi noti sono soggetti alla famosa legge del Belli. Le medie potrebbero cioè nascondere la presenza di due gruppi agli estremi: l’uno fatto di persone per cui il lavoro accessorio è di fatto l’attività principale e il guadagno ben superiore ai 500 euro; l’altro di lavoratori davvero periferici con guadagni parecchio inferiori ai 500 euro l’anno. Una seconda illazione è che i controlli non funzionino in maniera adeguata e che le ore di lavoro siano superiori a quelle misurate dai vouchers.Le due congetture non sono in contraddizione e il combinato disposto giustificherebbe i timori di una nuova frontiera del precariato.


NOTE

[1]Il lavoratore che riceve i voucher può riscuoterli in qualsiasi sede INPS. Gli importi riscossi tramite voucher sono esenti da imposizione fiscale (Irpef).

[2] Cfr. decreto legislativo n. 276/2003 (art. 70-74), in attuazione alla delega contenuta nella legge 30/2003.

[3] Ma nel caso degli stranieri il solo reddito da prestazione occasionale non può essere sufficiente a rilasciare o rinnovare il permesso per motivi di lavoro.

[4] Se si superano i limiti (fissati ogni anno per legge), il lavoro non è più considerato accessorio e la persona deve essere pagata e assicurata come un normale lavoratore subordinato (con un notevole aggravio di costo).

[5] Lo svolgimento di prestazioni di lavoro occasionale accessorio non dà diritto di fruire delle prestazioni a sostegno del reddito (come indennità di disoccupazione, malattia, assegni familiari, maternità, ecc.) ma è riconosciuto ai fini del diritto alla pensione e della contribuzione volontaria.

[6] Attenzione però, la fotografia che possiamo scattare oggi fissa un processo in rapida evoluzione dove gli equilibri potrebbero presto mutare. Ad esempio il tasso di femminilizzazione del lavoro accessorio è cresciuto ininterrottamente dal 2008 mentre l’età ha seguito il percorso inverso.

Scuole chiuse. Quei tre mesi inconciliabili

  • Giu 10, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 2765 volte

Ingenere.it
10 06 2015

Ieri a Roma è stato l’ultimo giorno di scuola per i ragazzi e le ragazze della primaria e delle medie inferiori. Saranno in vacanza da oggi fino al 15 settembre.

Messe in fila, le ho contate sul calendario, sono circa 16 settimane.

Il mio contratto di lavoro, io che un contratto di lavoro ce l’ho, prevede 26 giorni di ferie l’anno. Se fossi brava e riuscissi a concentrare le vacanze tutte insieme – cioè se ipotizzassi di non prendere alcun giorno di ferie a Natale e per nessun’altro motivo durante l’anno – arriverei a 5 settimane. Ne rimarrebbero 13.

Il mio compagno, che è un padre molto presente, disponibile a condividere con me le responsabilità di cura dei nostri figli, ha anche lui 26 giorni di ferie l’anno.

Ipotizzando di fare vacanze separate (perché, in fondo, se sei genitore sei genitore, mica vorrai continuare ad esistere come coppia, e soprattutto come coppia in vacanza) arriveremmo a coprire altre 5 settimane, per un totale di 10. Ne rimarrebbero comunque fuori 6.

Ammesso e non concesso che i nostri rispettivi datori di lavoro, che per legge hanno diritto a decidere la metà delle ferie dei dipendenti, fossero d’accordo a riconoscerci 5 settimane di vacanze consecutive.

In effetti, forse potremmo alternarci, una settimana io e una lui, modello scacchiera.

Quando lavoro io, sta lui con i bambini e viceversa.

In fondo le relazioni a distanza sembra funzionino parecchio, potrebbe essere un modo originale per metter pepe alla routine.

Tuttavia rimarrebbe comunque il problema di quelle 6 settimane, un mese e mezzo circa. Potremmo decidere di investire in campi estivi privati, che con una copertura dalle 8,30 alle 16,30 lasciano aperto il problema di come conciliare un lavoro non part-time.

Avendo due figli e stimando un costo medio di 100 euro a settimana (medio, perché ci sono soluzioni a 140-150 e centri parrocchiali a 60-70, più qualche eccezione super-economica che ovviamente va esaurita nel giro di 24 ore) l’operazione ci costerebbe 1200 euro, quanto un viaggio in crociera.

Viaggio in crociera che potrei anche pensare di fare, magari a settembre e da sola, se avessi ancora giornate di ferie e se non avessi già ampiamente esaurito nelle 10 settimane di vacanze a scacchiera il budget per la villeggiatura (perché ovviamente vacanze separate significherebbe duplicare i costi, perché quello/a che lavora comunque ha bisogno di mangiare, dormire, vestirsi, mentre l’altro/a se la spassa con due ragazzini da spupazzare al mare, in montagna o in città).

Purtroppo questa soluzione a noi sembra impraticabile e così, anche quest’anno, faremo diversamente.

Anche quest’anno, visto che siamo fortunati, sfrutteremo i nonni: conteremo su quella santa donna di mia madre che porterà i cuccioli per tre settimane in un monolocale sulle Alpi, insieme a mio padre, e su quell’altra santa di mia suocera, che se li porterà dieci giorni al mare. Tre settimane le faremo di vacanze insieme (ebbene sì, quest’anno siamo riusciti a mettere in fila tutti e due tre settimane) e le restanti, che sono più o meno 8, saranno il trionfo della creatività: un mix di campi estivi, giornate extra con i nonni, giorni infrasettimanali di ferie prese per alleviare il carico dei nonni, scambio favori con le amiche, pigiama party lunghi, scampagnate estemporanee dei pargoli, rigorosamente divisi, nei nostri rispettivi luoghi di lavoro, che per un giorno non si nota e fa pure festa, coinvolgimento a sorpresa di zii, cugini e affini fino al sesto grado di parentela.

Ci sarebbe piaciuto inserire nella lista delle soluzioni creative anche i campi scuola del Comune, ma quest’anno, nonostante il successo dell’anno precedente, il Comune non li finanzia, e allora nisba.

Insomma, rischiamo di arrivare a settembre stremati, non solo noi, i genitori, ma anche i pargoli, sottoposti a vacanze a mosaico di cui rischiano di perdere il senso (perché un senso non ce l’ha, come direbbe Vasco Rossi).

Insomma i tempi in cui vacanza faceva rima con villeggiatura, tempi lunghi di ozio e noia, a sudare in canotta con un chinotto ghiacciato sotto la pergola di uva fragola, da questa prospettiva sembrano andati per sempre.

Quei lunghi mesi fatti di pomeriggi torridi che sembrava che il tempo non passasse mai, lenti come l’aria smossa da un ventilatore a pala, carichi di pensieri densi, al limite tra il sogno e la veglia, la realtà e la fantasia sono incompatibili con il sistema economico in cui viviamo: con questo mercato del lavoro, in cui chi lavora è sottoposto a ritmi frenetici e pressioni costanti, con questi stipendi, di media tra i più bassi d’Europa, e con questo costo della vita, che invece è in linea con la media europea, è molto difficile che in una famiglia uno dei due genitori possa fermarsi 16 settimane e assecondare la tradizione di partire armi e bagagli con la 500 familiare verso un lido di villeggiatura, lasciando l’altro in città a lavorare, pronto a fare la spola nei fine settimana.

Tempi e modi irrimediabilmente andati, che resistono solo per quei pochi, privilegiati o esclusi dal mondo del lavoro, che hanno ancora a disposizione 3 mesi di ferie. Insegnanti? Lavoratori stagionali in controtendenza? Calciatori (ma sì, lo so anche io che per loro non vale perché ad agosto iniziano la preparazione)? Musicisti, cantanti, artisti, attori e attrici senza tournée estiva? Ricchi senza tate? Avventurieri? Disoccupati? Lavoratori e lavoratrici precarie che si barcamenano lavorando da casa e riuscendo ad incastrare, nelle loro modalità liquide di lavoro, l’attenzione alla cura dei figli (ma quanto è difficile lavorare così?). Personaggi dei fumetti non coinvolti negli speciali da ombrellone?

E poi certo, i genitori, spesso le madri, a tempo pieno o che possono permettersi un congedo parentale non retribuito di tre mesi, quelle che per scelta o per destino possono dedicarsi totalmente alla cura dei figli e che sono lasciate spesso sole a riempire di idee, attività, giochi e anche noia un tempo lungo e denso.

Eppure è questa tipologia di genitori (non)lavoratori/trici che deve avere in mente chi pensa di far durare le vacanze estive 16 settimane. Senza neppure prevedere un’offerta di servizi pubblici integrativi.

Anzi, e paradossalmente, più la realtà delle famiglie medie si allontana dalla possibilità di aderire al modello 'villeggiatura di tre mesi' più, per mancanza di risorse, i servizi integrativi di comuni e municipi diminuiscono.

E così, chi non ha il privilegio del tempo, della rete (nonne e nonni, zii, vicini) o delle risorse economiche per pagare la retta di un centro estivo privato tiene i figli nelle case di città per le 16 settimane, qualche volta anche lasciandoli da soli ad aspettare che uno dei due genitori rientri dal lavoro.

Mentre le nostre scuole pubbliche nei quartieri rimangono abbandonate per 3 mesi, con i cortili chiusi dai cancelli, le biblioteche interne inaccessibili e gli spazi che i nostri figli e le nostre figlie potrebbero utilizzare per studiare ma anche per proseguire alcune delle attività iniziate durante l’anno (teatro, musica, sport, giardinaggio) separati da loro e dal quartiere e loro stessi, senza la scuola come centro di aggregazione, separati per tre mesi dai loro compagni e dalle loro amichette con cui riescono ad incontrarsi qualche volta di sfuggita al parco.

Sarò un’inguaribile romantica, colpa forse dei troppi libri letti nelle noiose estati calde della mia infanzia, ma non mi dispiacerebbe se nel momento in cui si parla di ripensare la scuola si pensasse anche a prolungarne l’apertura, non soltanto per la didattica (che magari con un mese in più di tempo potrebbe svolgersi dando a tutti/e il tempo necessario per imparare), ma anche per far diventare le scuole centri di aggregazione dei quartieri, spazi in cui svolgere attività che favoriscano la partecipazione, l’incontro e l’integrazione.

E magari tutte queste risorse, che disperdiamo in centri estivi non sempre di qualità, potremmo utilizzarle per coprire, in compartecipazione con i comuni, servizi ed iniziative da realizzarsi all’interno delle scuole.

Violenza di genere, i nuovi dati dall'Istat

  • Giu 09, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 2242 volte

Ingenere
09 06 2015

Sono 6 milioni 788 mila le donne che hanno subito qualche forma di violenza nella loro vita, lo rende noto l'Istat nell' indagine La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia, appena presentata, e relativa al quinquennio che include il 2014. La violenza sessuale resta la forma più diffusa (21%), affiancata da quella fisica (20,2%) e dallo stalking (16,1%). A commettere le violenze più gravi sono proprio i partner attuali o gli ex compagni, sono questi a commettere stupri nel 62,7% dei casi. Violenze fisiche e sessuali riguardano le donne italiane come le straniere, ma i soggetti più vulnerabili sono le donne separate, divorziate o con problemi di salute o disabilità.

Nonostante il fenomeno della violenza contro le donne resti una questione capillare e ancora profondamente radicata nel tessuto culturale e sociale, accanto all'aumentare della gravità delle violenze subite l'Istat segnala alcuni importanti miglioramenti registrati rispetto all'indagine relativa al quinquennio precedente. In particolare, si riscontra un assorbimento del 2% delle violenze fisiche e sessuali (che negli ultimi 5 anni sono passate dal 13,3% all'11,3%, rispetto ai 5 anni precedenti il 2009), specialmente tra donne con un livello di istruzione più alto. Cala anche fortemente la violenza psicologica da parte dei partner (dal 42,3% al 26,4%).

Inoltre, aumenta la consapevolezza delle donne rispetto al fenomeno: “Più spesso considerano la violenza subìta un reato (dal 14,3% al 29,6% per la violenza da partner) e la denunciano di più alle forze dell'ordine (dal 6,7% all'11,8%). Più spesso ne parlano con qualcuno (dal 67,8% al 75,9%) e cercano aiuto presso i servizi specializzati, centri antiviolenza, sportelli (dal 2,4% al 4,9%). La stessa situazione si riscontra per le violenze da parte dei non partner” spiega l'indagine dell'Istat. Risultato, questo, del lavoro meticoloso sul campo di strutture come quelle dei centri antiviolenza.

"Il dato di chi si rivolge ai centri è ancora basso – il 4,9 per cento – ma è raddoppiato rispetto al quinquennio precedente" commenta Titti Carrano, Presidente della rete DiRe – Donne in Rete contro la violenza. "Questo significa che il lavoro di sensibilizzazione, formazione e contrasto svolto fra il 2009 e il 2014 ha innescato un primo cambiamento, e che ora bisogna aggredire con determinazione le zoccolo duro della violenza, ovvero gli omicidi, i maltrattamenti fra le mura domestiche, gli stupri. A maggior ragione, dunque, chiediamo che venga valorizzata l’opera fondamentale dei centri antiviolenza, e che il ruolo dell’Istat sia strutturato nell’ambito del Piano antiviolenza".

Proprio rispetto al piano del governo, così criticato dai centri, Carrano ha sottolineato: "Leggendo questi dati, giudichiamo ancora più stupefacente che il governo, invece di riconoscere che questi primi risultati sono dovuti all’azione e al metodo dei centri antiviolenza, unitamente all’opera di informazione e di sensibilizzazione svolta in tempi più recenti da alcuni organi di informazione, abbia varato un Piano d’azione che non attribuisce ai centri antiviolenza il ruolo fondamentale di motore di cambiamento e di trasformazione di un impianto culturale che ancora genera e giustifica la violenza maschile contro le donne".

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