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INGENERE

Ingenere.it
08 06 2015

"Ni una menos", neanche una in meno, è lo slogan rilanciato da un gruppo di giornaliste da un testo di Susana Chavez ("Ni una mujer menos, ni una muerta más"), poeta e attivista messicana uccisa nel 2011 per aver denunciato i crimini e le violenze di genere contro le donne messicane. Un hashtag che ha fatto il giro del web diventando trending topic su twitter tra gli account argentini, messicani, cileni e uruguaiani, fino a rendere virale una mobilitazione che è sfociata in piazza a Buenos Aires, ieri, con centinaia di migliaia di persone presenti.

Al centro, la condanna della società civile nei confronti dei casi di femminicidio sempre più frequenti riportati dalla cronaca. Ultima la vicenda di una ragazza di quattordici anni uccisa a pugni dal fidanzato e seppellita in giardino con l'aiuto dei genitori di lui. Nel paese sono 277 le donne uccise per mano di un uomo - una ogni 30 ore - nella maggior parte dei casi mariti, ex, amanti e familiari. A tenere il conto è La casa del encuentro tra i promotori della giornata di mobilitazione, un centro nato nel 2003 a Buonos Aires con l'ambizione di elaborare un progetto femminista per i diritti umani di tutte le donne, i bambini e gli adolescenti.

"Non possiamo continuare ad assistere a questo carosello di morti di donne senza esprimere il rigetto che si è manifestato ieri, in pace, senza populismi, senza regressione culturale. La manifestazione 'Neanche una in meno', è stata espressione di una società dalle fondamenta solide e democratiche. Ci sono stati tanto gli uomini quanto le donne. Ci sono state madri e bambini e bambine. Coppie, organizzazioni, persone singole, magliette stampate e manifesti fatti con pennarelli e matite" racconta Sandra Russo su Pàgina12 "è un 'non ucciderai' culturale che dobbiamo sviluppare insieme comprendendo che le frustrazioni maschili possono prendere tante strade ma mai il corpo di una donna. E comprendendo anche che la violenza che culmina con il femminicidio non nasce dal nulla, né germoglia per generazione spontanea o come un accesso di crudeltà senza spiegazione. Il femminicidio ha una spiegazione. E inizia a germoglliare laddove il corpo delle donne è considerato oggetto di consumo, è commercialmente separato dal suo essere, ed è esposto visto e percepito come un contenitore da usare per il proprio piacere o come secchio dei rifiuti della personalità di un altro. Il femminicidio germoglia laddove un uomo o una donna sono convinti che gli uomini hanno la priotità o la supremazia sulle donne. Che il loro punto di vista conti di più, che la loro volontà pesi di più, che le loro qualità siano migliori. Il femminicidio prende piede a partire dal fraintendimento culturale che abbiamo deciso come paese di condannare collettivamente. Questa giornata può essere un aneddoto se si diluisce. O la rifondazione della nostra idiosincrasia. Per quest'ultima bisogna continuare a insistere".

Un codice rosa contro la violenza di genere

  • Giu 08, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 2233 volte

Ingenere
08 06 2015

Introdurre un codice rosa nei pronto soccorsi per contrastare la violenza di genere e rispondere ai bisogni concreti dei territori. L'esperienza di Differenza Donna presso l’ospedale Grassi di Ostia.

Barbara De MicheliSabrina Frasca

Le storie di violenza, e soprattutto di violenza di genere, se si guardano troppo da vicino sembrano una serie di eventi episodici, individuali, occasionali, qualche volta influenzati da fattori di disagio personale. Sono storie drammatiche, tutte diverse, in cui si può fingere di non individuare elementi e fattori comuni.

Se si guardano un po’ più da lontano, invece, e, più in generale, se ci si guarda intorno con attenzione, è impossibile non notare quanto la violenza di genere, e soprattutto la violenza sulle donne, faccia parte della nostra cultura e sia considerata accettabile, ancestralmente.

Basta leggere una a caso delle fiabe italiane raccolte da Calvino, ed ecco che arriva il momento in cui il re punisce le figlie per aver disubbidito. O ripudia la moglie che non gli ha dato figli. O costringe le figlie a sposare un principe ranocchio. Punisce corporalmente. Ripudia sbattendo senza risorse nella natura selvaggia, fuori dal castello, la povera malcapitata. Costringe portandola in catene, se lo ritiene necessario. Oppure, è sufficiente guardare un film a caso, andare una sera a teatro, mettersi davanti alla tv: che sia l’ennesima replica di Montalbano o una qualsiasi delle serie crime americane. Quando a un certo punto, basta solo aspettarlo, lei si becca una sberla da un lui geloso, infuriato per lesa maestà al suo senso del possesso, lo spettatore – ma anche la spettatrice media – pensa che non sia poi così grave e che in fondo sì, se l’è cercata. E che anzi, in questo trionfo dell’istinto che non può che essere l’amore vero, l’amore passionale, la violenza non può che avere un suo spazio. Perché siamo animali istintivamente violenti. E ogni sovrastruttura razionale che disciplini le relazioni amorose secondo un’attenzione all’altro/a che preveda che l’altro/a sia percepito per quello che è (con i suoi desideri, i suoi bisogni, le sue debolezze, le sue aspirazioni) è presentata come una forma debole, e peraltro molto faticosa, del sentimento assoluto dell’Amore. Del resto ci educano (ed educhiamo) a pensare che ci sia una metà della mela che ci aspetta da qualche parte. Trovarla prima che marcisca è un problema che ciascuno di noi deve affrontare in solitudine. E considerato che il mito vuole che sia una, ed una sola, una volta trovata bisogna tenersela stretta. Anche se è una mela avvelenata.

La violenza è quindi talmente parte del nostro contesto, sia per chi l’agisce (che raramente viene educato a riconoscerla e a gestirla) che per chi la subisce (che la riconduce a situazioni già viste, familiari), che l’atto di denunciarla diventa difficile e spesso eroico. La violenza è percepita come un problema individuale, da nascondere per la debolezza che lascia trasparire, da non condividere per lo stigma che si porta appresso, da vivere in solitudine, perché parlarne con qualcuno è spesso impossibile.

A meno di non trovare le persone giuste, nel posto giusto.

Incontro Sabrina Frasca, referente del codice rosa dell’ospedale G.B. Grassi di Ostia, ed esperta di violenza di genere, per ragionare sulla vastità del fenomeno ma anche per capire che tipo di progetti e di interventi si possano mettere in piedi per contrastare la violenza e offrire supporto alle vittime.

L’occasione dell’incontro è stata la celebrazione dei primi 13 mesi di attività dello spazio antiviolenza codice rosa presso l’ospedale G.B. Grassi di Ostia. Uno spazio, gestito dall'Associazione Differenza Donna che funziona coniugando la competenza delle operatrici specializzate sulla violenza di genere con la specificità dell'intervento sanitario, atto alla cura e alla diagnosi del danno provocato dalla violenza.

Come mi spiega Sabrina “questa collaborazione permette di integrare le peculiarità dell'intervento sociale, attento alla presa in carico complessiva della situazione della donna in pronto soccorso, con l'intervento medico e con l'intervento delle forze dell'ordine, nel rispetto di competenze diverse e specifiche, e rispettando i tempi e le esigenze delle donne vittime di violenza”.

Lo spazio codice rosadal 6 febbraio 2014 è un punto di riferimento per le donne del territorio “inteso non solo come spazio di accoglienza delle vittime di violenza di genere, ma anche come opportunità per la realtà territoriale di promuovere il cambiamento culturale, di sensibilizzare sulla violenza di genere, di supportare l'empowerment delle donne”. Aperto “a seguito di una serie di step che hanno previsto la formazione del personale sanitario (unitamente agli interlocutori istituzionali, quali forze dell’ordine, assistenti sociali, operatrici di consultori); la realizzazione di linee-guida con dei parametri atti a indicare percorsi veloci e mirati per le donne segnalate al codice rosa; il monitoraggio costante dell'attività attraverso incontri con il personale socio-sanitario dell'ospedale per individuare criticità e difficoltà riscontrate, e l'inserimento del codice rosa Grassi nella rete formale ed informale creata in 20 anni di lavoro da Differenza Donna (ufficio legale, centri antiviolenza, case di semiautonomia, ecc.) per rendere efficaci i percorsi di uscita dalla violenza delle donne”.

Come mi spiega Sabrina il punto di forza di quest’intervento consiste nel fatto che “le operatrici specializzate stanno sostenendo le donne attivando percorsi ad hoc, senza forzare i tempi e le scelte, consapevoli che non esistono risposte standard, ma personalizzate in base alle esigenze, e che una donna vittima di violenza ha bisogno di essere ascoltata, di ricevere fiducia ed empatia. Prima di tutto. Questo modello ha permesso al personale medico-sanitario di integrare la risposta medica con una risposta concreta e di successo perché consapevole degli aspetti emotivi complessi che le vittime di violenza portano con sé. Il codice rosa ha lavorato per permettere alle donne di ri-acquisire controllo sulla propria vita e quella dei propri figli, affinché le scelte, che una volta sottratte alla violenza hanno compiuto, fossero frutto della loro volontà, senza che nuovamente qualcuno si sostituisse a loro”.

Inoltre, mi spiega Sabrina “il codice rosa ha lavorato sapendo che la violenza aumenta quando le donne si separano: per questo è stato indispensabile che il codice rosa sia stato attivato proprio nel momento di maggior pericolo per le donne, quello in cui la violenza viene svelata, servendosi della rete di protezione dei centri antiviolenza e del circuito virtuoso costituito da forze dell'ordine, servizi sociali ed associazioni specializzate che da anni lavorano sul fenomeno e sanno dare risposte efficaci”.

Quando le chiedo da dove nasce l’idea di uno sportello anti violenza in ospedale, Sabrina mi risponde citando dati concreti. “Sapevamo, dai dati analizzati riguardanti gli accessi in pronto soccorso nel Lazio, che nel 2010 il 45% delle donne rivoltesi al pronto soccorso non era al primo accesso, queste donne si erano rivolte al servizio sanitario più volte, per ripetute aggressioni, traumi, o motivi quali stati d'ansia, sintomi relativi all'addome, bacino, tratto genitale, testa e collo e altri stati gravosi spesso mal definiti (dati SIES, Sistema Informativo dell'Emergenza Sanitaria). Questo dato ci raccontava una realtà di richieste di cura da parte di una popolazione femminile resa vulnerabile alla violenza, che vive un'alta ripetitività del fenomeno. Il sistema sanitario di base è il primo sistema formale di cura a cui le donne vittime di violenza si rivolgono, anche non avendo maturato la necessità di mettersi in sicurezza, ma continuando, nel tempo, a chiedere proprio ai servizi sanitari di base l'assistenza necessaria per le frequenti patologie che la violenza comporta. Sapevamo che spesso è difficile per gli operatori sanitari decodificare la domanda di aiuto, perché le donne vivono una condizione di paura, di confusione, non esplicitano chi è l'autore della violenza, e conseguentemente nascondono la reale condizione che vivono. Sapevamo che spesso gli operatori sanitari non possono, per motivi legati all'emergenza della situazione che devono affrontare e le specifiche competenze che hanno, offrire alle donne vittime di violenza il necessario spazio di riflessione sulla situazione che vivono, e che questo deve essere compito di altre figure”.

Come opera il codice rosa: “Il codice rosa è diventato lo spazio dove un attento ascolto permette di cogliere una situazione di violenza attuale o pregressa anche a partire da uno stato di malattia quale effetto indiretto; è il luogo in cui ricevere le prime informazioni o le risposte necessarie dalle operatrici specializzate dell’associazione Differenza Donna. Permette un confronto continuo tra l’operatrice specializzata in violenza di genere e il personale psico-sociale e sanitario sui singoli casi e sulla violenza in quanto fenomeno sociale. Offre la possibilità di documentare l’attività svolta e promuovere ricerche epidemiologiche e qualitative del fenomeno, monitorando e validando le prassi adottate. Offre anche la possibilità di svolgere un 'approccio prognostico', permette di individuare i fattori predittivi di un probabile rischio di recidiva della violenza e di realizzare un piano efficace di gestione e contrasto della stessa. Il codice rosa è stato garantito dalla presenza delle operatrici presso i presidi ospedalieri e dalla reperibilità h24 attraverso 2 numeri di emergenza”.

Se guardiamo i numeri, sono abbastanza impressionanti: in 13 mesi di apertura dello sportello codice rosa presso l'ospedale Grassi 187 donne hanno ricevuto sostegno dal codice rosa e sono state inviate per il 60% dal pronto soccorso dell'ospedale; per il 35% da polizia e carabinieri del territorio e per il 5% dai servizi territoriali (Servizi sociali, SERT, Centro di mediazione familiare, scuole).

Sono stati svolti oltre 312 colloqui di sostegno per supportare le donne nel percorso di fuoriuscita dalla violenza. Delle 187 donne arrivate al codice rosa, 88 hanno sporto querela, permettendo l'emersione del fenomeno; in collaborazione con le Forze dell’Ordine, sono state ottenute 33 misure cautelari per concreto pericolo di vita per le donne che si erano rivolte allo sportello; sono state prodotte 22 relazioni dello sportello per il Tribunale Penale, Civile o per i Minorenni di Roma per segnalare la situazione di pericolo e relazionare sul danno che la violenza aveva prodotto; sono state svolte 58 consulenze legali dall'ufficio competente di Differenza Donna affinché le donne accolte avessero adeguate informazioni nei percorsi giudiziari.

Un progetto che funziona, insomma, quello del codice rosa del Grassi di Ostia, capace di rispondere ai bisogni del territorio e di contribuire alla riflessione collettiva sul fenomeno della violenza, costruendo un approccio integrato e di rete volto all'evoluzione di tutti gli attori coinvolti. Un modello che sarebbe bello vedere esportato in tutti i pronto soccorsi degli ospedali italiani.

Secondi figli, il progetto difficile

  • Giu 03, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 2284 volte

Ingenere.it
03 06 2015

In molte progettano di avere due figli. Eppure averne altri dopo il primo è diventato un passaggio sempre meno frequente. L'Istat spiega perché.

Sabrina PratiFrancesca Rinesi

In Italia da quarant'anni persiste un regime di fecondità bassa e tardiva. La lieve ripresa del livello di fecondità osservata nel periodo 1995-2010 non trova riscontro nei dati per generazione. La discendenza finale delle successive generazioni di donne che hanno concluso la loro storia riproduttiva decresce infatti senza soluzione di continuità: dai 2,5 figli delle nate nei primissimi anni ’20, ai 2 figli per donna delle generazioni dell’immediato secondo dopoguerra (anni 1945-49), fino a raggiungere il livello di 1,56 figli per le donne della generazione del 1965 (Istat, 2014a).

La diminuzione della fecondità nel nostro Paese è stata, in buona parte, il risultato della rarefazione dei figli di ordine successivo al secondo, almeno fino alle nate nella seconda metà degli anni ’60: circa 4 donne su 5 non hanno rinunciato ad avere almeno un figlio. Nonostante la crescita della quota di donne che non ha figli, dunque, sono ancora molto numerose quelle che ne hanno almeno uno. Secondo le stime più recenti, riferite alla generazione delle nate nel 1970, circa l’80 per cento delle donne avrà almeno un figlio. Al contrario, il passaggio dal primo al secondo figlio è divenuto, e tende ad essere, sempre meno frequente (Istat, 2014a).

Il grande divario tra aspettative e figli avuti

I progetti riproduttivi delle donne, tuttavia, continuano a prevedere in media almeno due figli, questo è vero anche per le madri, come confermano i dati dell’edizione 2012 dell’indagine campionaria sulle nascite e le madri. Ne deriva che i vincoli che limitano la fecondità italiana, e che hanno fatto conquistare all’Italia il primato di paese tra i meno prolifici, intervengono non solo sulla decisione di avere o meno un figlio, ma soprattutto su quella di averne più di uno.

Considerando che l’intervallo medio tra la nascita del primo e del secondo figlio è di due-tre anni, un target privilegiato di osservazione e di intervento per le politiche a sostegno della famiglia è costituito proprio dalle donne divenute madri da poco. Le neo-madri costituiscono l’universo di riferimento dell’indagine campionaria sulle nascite: le intervistate vengono contattate a circa due anni dalla nascita dei figli, ovvero nel momento in cui generalmente maturano le scelte in merito ai progetti riproduttivi futuri e in cui con maggior forza si avverte il peso dei vincoli che si frappongono alla loro realizzazione[1].

I progetti riproduttivi delle neo-madri

Nel 2012 oltre il 40 per cento delle neo-madri progettava la nascita di almeno un altro figlio nel corso della propria carriera riproduttiva (Istat, 2014b). Il progetto di avere altri figli è assai più frequente (ed è anche associato ad un grado di certezza più elevato) tra le donne che hanno un solo figlio, tra le più giovani e tra le madri che hanno un livello di istruzione medio-alto. I differenziali territoriali sono invece decisamente più contenuti, anche se vedono le donne che risiedono nel Mezzogiorno più inclini a progettare ulteriori nascite.

La proporzione di madri che progetta di avere almeno un altro figlio decresce sensibilmente, come ci si può attendere, all’aumentare del numero di figli che la donna ha già avuto. In particolare circa tre donne su quattro tra quelle che hanno un solo figlio pianificano di averne almeno un altro. Di queste, il 57 per cento mostra una netta preferenza per la famiglia con due figli, il 13 per cento pianifica la nascita di due ulteriori figli, mentre la propensione verso famiglie più numerose è assai contenuta (Figura 1).

Considerando le donne che hanno già due figli, il 20 per cento di queste intende avere altri bambini e – nella maggioranza dei casi – viene pianificata la nascita di un solo ulteriore figlio. Le intenzioni di fecondità positive sono ancora meno diffuse tra le donne con tre o più figli: meno del 9 per cento di queste progetta di averne altri.

L’età massima per avere l’ultimo figlio

Un ulteriore indicatore di rilievo per l’analisi dei progetti riproduttivi è l’età massima entro la quale le neo-madri intendono concludere la loro esperienza riproduttiva. Nel 2012 essa è pari a 31 anni per le madri che all’intervista ne hanno meno di 25 fino ad arrivare a 44 per le madri che hanno più di 40 anni. Va sottolineato che l’età massima a cui avere l’ultimo figlio è aumentata nel tempo principalmente a causa dell’aumento di quella dichiarata dalle madri più giovani. Questo fenomeno merita di essere evidenziato, perché potrebbe contribuire ad una ulteriore contrazione della fecondità delle più giovani. Pensare di poter contare su un lasso temporale sempre più lungo per avere figli, infatti, significa esporsi a maggiori rischi di non riuscire poi a dar seguito ai propri progetti riproduttivi, per ragioni bio-fisiologiche (Associazione italiana per gli studi di popolazione, 2013), ma anche per il mutare di altre condizioni, come ad esempio l’interruzione della relazione affettiva, l’insorgere di problemi di salute, ecc.

I motivi per non volere altri figli

Le prime tre motivazioni per non progettare la nascita di altri figli sono le stesse a prescindere dal numero di figli della donna, ma la loro importanza varia considerevolmente al variare del numero di figli già avuti (Figura 2). L’aver raggiunto la dimensione familiare desiderata è il primo motivo per non progettare di avere altri figli riportato dalle neo-madri con 2 o più figli, anche se tale motivazione ha un peso notevolmente più basso tra le donne con due figli rispetto a quelle con tre o più figli.

Per le neo-madri con un solo figlio, al contrario, la prima motivazione per non averne altri è legata ai problemi di tipo economico, segnalati da più di una madre su quattro. Anche i motivi legati all’età troppo alta – pur se frequentemente riportati da tutte madri – sono in special modo evidenziati dalle donne con un solo figlio.

Si noti, infine, come quasi una donna su dieci tra quelle con un figlio non progetta di averne altri a causa di problemi legati al lavoro (delle donna o del partner) o perché ravvisano difficoltà nella conciliazione degli impegni familiari con quelli lavorativi. L’importanza di tale motivo decresce al crescere del numero dei figli della donna. Anche la preoccupazione e i problemi legati alla crescita dei figli e all’eccessivo peso della gravidanza, del parto e della cura della prole sono più spesso segnalati dalle donne con un solo figlio rispetto alle madri con famiglie più numerose.

Rispetto ai dati delle indagini 2002 e 2005 si registra una diminuzione nel tempo del numero di donne che adducono come motivo principale per non proseguire nella propria carriera riproduttiva quello di aver già raggiunto il numero desiderato di figli e contemporaneamente un aumento di quelle che vedono nei problemi di natura economica il principale ostacolo alla nascita di ulteriori figli. Questa dinamica è particolarmente accentuata per le neo-madri al primo figlio (Figura 3).

L’ottimismo delle neo-madri

La persistente bassa fecondità che caratterizza il nostro Paese, e la continua contrazione della discendenza finale delle donne che via via concludono la loro carriera riproduttiva, potrebbe indurre a ipotizzare che ci sia una crescente convergenza verso l’adozione del modello del figlio unico. Le aspettative di fecondità delle neo-madri suggeriscono che avere un solo figlio è molto spesso una condizione più subita che pianificata.

I risultati delle indagini sulle neo-madri condotte dall’Istat consentono infatti di aggiungere un nuovo tassello utile alla comprensione delle preferenze in materia di fecondità: nove neo-madri su dieci vorrebbero avere una famiglia con almeno due figli, ed in particolare spicca la preferenza verso la famiglia con esattamente due figli. La propensione verso la famiglia con il figlio unico è minoritaria tra le neo-madri (riguarda circa il 10 per cento), e più spesso è espressa da donne che hanno posticipato in modo consistente la nascita del primo figlio, arrivando a ridosso dei quarant'anni o anche oltre.

Certo si potrebbe obiettare che le aspettative di fecondità delle neo-madri siano almeno in parte attribuibili ad un ottimismo poco realista sugli gli eventi futuri, che può spingere le donne, soprattutto le più giovani, a esprimere un ideale di fecondità piuttosto che un progetto riproduttivo reale.

Ma i figli non sono spesso il frutto dell’ottimismo? In un contesto di bassa fecondità come quello italiano, politiche volte alla 'riconciliazione' tra le aspettative di fecondità e la loro realizzazione, oltre a rappresentare una straordinaria opportunità di 'ringiovanimento' del Paese, consentirebbero ad una ampia fetta di popolazione di realizzare i propri progetti familiari.

Le analisi longitudinali condotte per seguire la realizzazione dei progetti riproduttivi delle neo-madri, intervistate nella indagine del 2005, ci dicono che circa il 50% delle donne con un figlio, che all’epoca dell’indagine avevano dichiarato di volerne almeno un altro, hanno realizzato il loro progetto negli oltre sei anni successivi all’intervista (Istat, 2014a). Data la lunghezza del tempo intercorso, è verosimile ipotizzare che per buona parte del restante 50% delle madri che avrebbero voluto avere un secondo figlio, la mancata realizzazione possa tradursi via via in una rinuncia definitiva.

La rimozione degli ostacoli che si frappongono alla realizzazione dei progetti riproduttivi appare, dunque, di primaria importanza non solo per comprendere le cause della bassa fecondità italiana, ma anche per le preziose indicazioni che da queste possono essere tratte in fase di elaborazione e valutazione di politiche a favore delle famiglie.

Tali politiche potrebbero rivelarsi tanto più efficaci quanto più mirate sulle donne che vogliono avere figli. In particolare, per le donne con un solo figlio emerge un ampio ventaglio di motivazioni tra le quali spiccano gli ostacoli di natura più strettamente economica, - il costo dei figli-, e le difficoltà di conciliazione del ruolo di madre e lavoratrice.

I dati dell’indagine ci dicono che oltre la metà delle neo-madri lavora e che le famiglie con due redditi riportano meno frequentemente problemi economici dopo la nascita del bambino. Nel 2012, tuttavia, oltre il 22 per cento delle madri occupate all’inizio della gravidanza, non lo è più al momento dell’intervista, ossia a circa due anni dalla nascita del bambino. Il 42,8 per cento di quelle che hanno continuato a lavorare dichiara di avere problemi nel conciliare l’attività lavorativa e gli impegni familiari.

E conciliare è l’aspirazione delle neo-madri intervistate che, nonostante tutto, mostrano di guardare con ottimismo al futuro, un ottimismo che meriterebbe di essere supportato da specifici interventi di policy[2].

NOTE

[1] L’Istat ha condotto tre edizioni dell’indagine campionaria sulle nascite e le madri, intervistando un campione di “neo-madri”, ovvero di donne che hanno avuto un figlio nel 2000/2001, nel 2003 e nel 2009/2010, a circa due anni di distanza dalla nascita. L’obiettivo è contribuire alla comprensione delle dinamiche più recenti dei comportamenti riproduttivi, anche in relazione con la crescente partecipazione femminile al mercato del lavoro registrata negli anni 2000. Un modulo di approfondimento è dedicato proprio all’interazione maternità-lavoro; nell’edizione 2012, i contenuti sono stati rivisitati e arricchiti grazie anche alla collaborazione con l’Isfol nell’ambito di una specifica convenzione tra i due Enti.

[2] Il presente contributo riflette le opinioni delle autrici e non quelle dell’Istat.

Riferimenti bibliografici

Associazione Italiana per gli studi di popolazione, Rapporto sulla popolazione. Sessualità e riproduzione nell’Italia contemporanea, Bologna, Il Mulino, 2013

Istat, Generazioni a confronto: come cambiano i percorsi verso la vita adulta, 2014a

Istat, Avere figli in Italia negli anni 2000. Approfondimenti dalle indagini campionarie sulle nascite e sulle madri, 2014b

Essere genitori. I congedi in Italia e in Europa

  • Giu 01, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
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Ingenere
01 06 2015

La condivisione è il primo passo per il diritto alla cura e un accesso equo al mercato del lavoro. Ecco cosa accade in Italia e in Europa in materia di congedi parentali e di paternità

Valeria VialeRosita Zucaro

Cosa accade in Europa

La condivisione dei carichi è una delle premesse per l’esercizio del diritto alla cura. Dal 1992 con la Raccomandazione 92/241/CEE è stata richiesta una maggior partecipazione dei padri nella cura dei figli e la promulgazione di una legislazione che sia gender neutral, al fine di dare ai genitori che lavorano specifici diritti in materia di congedi parentali.

Con la Direttiva 2010/18/UE le parti sociali europee hanno concluso un accordo quadro sul congedo parentale che ne estende la durata a quattro mesi per ciascun genitore e si applica a tutti i lavoratori e a tutte le tipologie contrattuali.

Tradizionalmente i congedi tendono a esser visti e analizzati da una prospettiva che considera le donne le principali caregiver, prestando minor attenzione alla situazione dei padri. È, però, importante riflettere sui congedi correlati alle responsabilità di cura anche dal punto di vista dei padri, questo soprattutto nell’ottica del tanto auspicato innalzamento del tasso di occupazione richiesto dalla strategia Europa 2020.

Grazie alla Direttiva 2010/18/UE, il congedo parentale viene definito come un diritto individuale, i singoli stati membri possono scegliere se mantenerlo tale o metterlo a disposizione di entrambi i genitori.

Per quanto riguarda, invece, i congedi di paternità, non essendo prevista a livello europeo una legislazione in materia, non esiste una definizione comune. Sulla base di come i congedi di paternità sono implementati, a livello di ciascuno stato membro, essi sono un diritto specifico dei padri che ne possono usufruire contemporaneamente al periodo di congedo obbligatorio spettante alla madre o prima di usufruire dei congedi parentali. In riferimento a questi ultimi, ad esempio, alcuni stati membri prevedono la destinazione di parte dei congedi parentali ai padri in modalità non trasferibile.

L’International Network on Leave Policies and Research classifica i congedi parentali nell’ambito di alcune categorie: congedi che possono essere divisi tra entrambi i genitori; congedi che possono essere utilizzati da un solo genitore; e congedi misti. In 14 Stati membri i congedi parentali possono essere divisi tra i genitori (tra cui Germania, Danimarca, Cipro). In 12 Stati membri si tratta di un diritto individuale (tra cui Belgio, Francia, Grecia, Italia), mentre in Portogallo, Svezia e Norvegia i congedi parentali comprendono due parti, una che può essere utilizzata in modalità condivisa e un’altra che non può essere condivisa.

In merito ai congedi di paternità, lo studio Promoting uptake of parental and paternity leave among fathers in the European Union (Eurofound 2015), illustra che in tutti e 28 gli Stati membri sono previsti congedi di paternità con l’eccezione di alcuni, tra cui Austria e Germania. In termini di durata, i congedi di paternità variano considerevolmente dal giorno obbligatorio previsto dall’Italia ai 20 giorni previsti dal Portogallo, ai 30 dalla Lituania. Nella maggioranza dei casi i congedi di paternità sono retribuiti dal sistema di previdenza nazionale; in Romania e nei Paesi Bassi, in cui sono previsti rispettivamente 5 giorni e 2 giorni di congedo di paternità, la retribuzione spetta per intero ai datori di lavoro.

Laddove i congedi parentali possono essere fruiti in modalità condivisa[1] l’utilizzo che ne fanno i padri è piuttosto basso. Nel caso in cui, però, il congedo sia connotato come diritto individuale e relativamente ben retribuito, i padri ne fanno un uso maggiore. Questo è confermato dalle legislazioni in materia nei paesi del nord Europa come Danimarca, Islanda, Norvegia e Svezia. Essi prevedono il congedo parentale come diritto individuale (quota papà) e un livello di retribuzione che arriva anche al 100% (Norvegia).

Recentemente in alcuni stati membri sono state promosse iniziative volte ad accrescere l’utilizzo dei congedi parentali e di paternità. Nei sistemi che prevedono congedi parentali che possono essere utilizzati da entrambi i genitori, uno strumento ampiamente usato per promuoverne l’utilizzo da parte dei padri è quello di prevedere un bonus in termini di ampliamento della durata o in termini economici (Austria).

Un’altra iniziativa attuata per incoraggiare i padri a utilizzare i congedi è quella di offrire l’opzione di usufruire del congedo parentale in modalità part time. Vantaggio di questa opzione è la grande flessibilità. I Paesi Bassi prevedono per legge il congedo parentale part time, il tempo pieno è possibile solo con il pieno accordo del datore di lavoro.

L’utilizzo del congedo di paternità sta aumentando in quei paesi che hanno introdotto il congedo di paternità obbligatorio (Italia, Portogallo). Il congedo di paternità è comunque su base volontaria nella maggior parte degli stati membri. Grandi differenze tra i paesi UE esistono anche sulla lunghezza massima del congedo di paternità (i padri finlandesi hanno un congedo di paternità di 54 giorni, il più lungo in Europa).

Quanto sin qui evidenziato, mette in luce degli effetti positivi: garantire il congedo parentale con una quota esclusiva per i padri promuove la paternità soprattutto se il partner non è in congedo nello stesso lasso di tempo, facilita il reingresso della madre nel mercato del lavoro dopo la maternità e dopo il congedo parentale.

Nel momento in cui, quindi, si vengono a creare le condizioni per una distribuzione più equilibrata dei carichi di cura tra entrambi i genitori, si potrebbe contribuire all’aumento della partecipazione delle donne e degli uomini al mercato del lavoro.

E in Italia, a che punto siamo?

Lo scorso 8 aprile è stato presentato alla Camera lo schema di decreto legislativo recante misure per la conciliazione di esigenze di cura, di vita e di lavoro. Oggetto e finalità? Come si legge nell’art.1: "introdurre misure sperimentali volte a tutelare la maternità delle lavoratrici e a favorire le opportunità di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro della generalità dei lavoratori".

Dalla lettura del testo emerge, quindi, da subito un non totale allineamento con quelle che sono le indicazioni europee, oltre che uno spostamento di baricentro rispetto agli interventi precedenti in materia. Infatti, la legge n. 92 del 2012 presentava, seppur molto timidamente, una prima apertura al riequilibrio di genere nei carichi di cura, attraverso l’introduzione di uno sperimentale (per un triennio, con termine nel corrente anno) congedo di paternità obbligatorio e facoltativo da fruirsi entro 5 mesi dalla nascita del figlio. Nel Jobs Act, invece, torna al centro la tutela della maternità (negli obiettivi, infatti, come visto non si parla anche di paternità o più generalmente di genitorialità), nell’ottica di favorire per tale via l’occupazione femminile.

Non stupisce, pertanto, che nel decreto sulla conciliazione vita-lavoro, vi sia la critica assenza di una novella inerente tale congedo, volta a riconoscerne il rango di previsione stabile, o in subordine almeno prorogandone l’attuazione, nonché aumentandone i giorni previsti, per renderlo più in linea con il contesto europeo, rispetto al quale l’Italia è al di sotto della media.

Inoltre, non è peregrina l’ipotesi che per quanto sia positiva la prevista estensione della possibilità di fruire del congedo parentale fino a 12 anni del bambino, la mancanza di un incentivo economico o comunque di una previsione normativa, che induca a un utilizzo dello stesso il più possibile equo tra i genitori, possa ridurre la portata dell’intervento, soprattutto proprio in quell’ottica di promozione dell’occupazione femminile che si vorrebbe invece favorire.

È comprovato da studi di settore, che un congedo parentale lungo possa avere una ricaduta negativa sulle lavoratrici, qualora non venga il più possibile condiviso con il partner. Le donne avendo, infatti, retribuzioni di norma più basse, sono generalmente coloro che usufruiscono di tali congedi, rimanendo quindi più a lungo lontane dal mercato del lavoro, con una ripercussione negativa sulle proprie skill. Questo meccanismo alimenta anche fattori di segregazione orizzontale e verticale e più in generale di discriminazione.

In Italia, dove il lavoro non retribuito e i carichi di cura gravano maggiormente sulle donne, a nostro avviso è fondamentale, affinché gli interventi siano efficaci, promuovere l’aumento dei tassi occupazionali e la permanenza nel mercato del lavoro, favorendo un riequilibrio nei ruoli all’interno dei contesti familiari[2].

NOTE

[1] Cfr 10th International Review of Leave Policies and Related Research, 2014

[2] Per saperne di più su come il riequilibrio dei carichi di cura sia fondamentale per il superamento del gender gap, si veda lo studio a cura delle autrici, I congedi a tutela della genitorialità nell'Unione Europea. Un quadro comparato per rileggere il Jobs Act, Worging paper ADAPT, 10 aprile 2015, n. 175.

InGenere
29 05 2015

Laura Bosch, che alle ultime elezioni comunali ha votato per Barcelona en Comú, ci racconta i cambiamenti politici in atto in Spagna dopo la vittoria dell'attivista e filosofa Ada Colau

Quando le cose non ti piacciono, puoi vivere nella lamentela oppure organizzarti e cercare alleati per provare a migliorarle. È da questa premessa che nasce il movimento politico e cittadino guidato da Ada Colau, che ha vinto le elezioni comunali di Barcellona.

Barcelona en Comú, il partito di Ada Colau, ha fatto una carriera folgorante a passo di formica.

Costituito solo un anno fa come piattaforma cittadina in cui confluivano diverse strutture sociali e politiche della sinistra radicale ha basato la sua campagna elettorale su un grande sforzo di documentazione, informazione, discussione e scambio attraverso i social media, lavorando con gruppi di cittadini nei quartieri, con una modalità scrupolosamente democratica, cercando di dare corpo a un programma sui beni comuni evidentemente alternative a quelle proposte dall'establishment istituzionale.

Barcelona en Comú è stato finanziato dalle persone attraverso il crowdfunding in modo trasparente, senza i grandi mezzi né l'esperienza politica di un partito, ma a partire dalla grande forza e straordinaria intelligenza collettiva emersa in reazione agli anni di crisi e di abusi sia in Catalunya che in Spagna.

Vincere le elezioni in una grande città e capitale economica come Barcellona, in queste condizioni e con questo metodo, è stata un'impresa eroica e il merito è anche della leader carismatica Ada Colau.

Ada è nata a Barcellona quarantuno anni fa, ha studiato filosofia ed è attivista da quando ha vent'anni, è mamma di un bimbo di due anni e da dieci collabora con una ong che si occupa di approfondire e monitorare il tema dell'abitare in Spagna.
Negli ultimi anni Ada ha avuto molta visibilità come portavoce della Piattaforma delle persone con debiti ipotecari (PAH) che difende le persone che con la crisi hanno avuto difficoltà a sostenere il mutuo sulla casa, fermando gli sgomberi e riuscendo a promuovere un'iniziativa legislativa contro i pignoramenti e per la dazione in pagamento.

Ada rappresenta una generazione di donne molto istruite, con un alto livello di consapevolezza e impegno sociale, con idee e prospettive politiche solide e una grande capacità di argomentazione e comunicazione. Inizialmente si era rifiutata di entrare nella politica elettorale ma alla fine si è lanciata a guidare questo movimento scelta dalle persone che ne fanno parte.
Senza ombra di dubbio, la prima donna sindaco di Barcellona porterà numerosi cambiamenti e sarà alternativa in molti sensi grazie alla sua solida preparazione.

Ada Colau a Barcellona, Manuela Carmena di Ahora Madrid, Mónica Oltra a Valencia: in Spagna sta emergendo una nuova leadership femminile che risponde a un nuovo modo di fare politica di sinistra che parte dalla responsabilizzazione collettiva, l'apertura e la comprensione, l'intelligenza, dal sentire comune e la partecipazione di tutte e tutti e dalla volontà di legittimare nuovamente istituzioni che hanno voltato le spalle a troppa gente.

A differenza di altri momenti di grandi cambiamenti e aspettative della nostra storia più o meno recente, sento che stiamo entrando in un nuovo ciclo in cui la politica smetterà di risiedere esclusivamente nelle istituzioni e inizierà a funzionare come un sistema di cittadinanza attiva, che potrà chiedere a suoi governatori di rendere conto del proprio operato grazie a una maggiore trasparenza, accesso all'informazione e processi partecipativi molto più intensi.

Senz'altro questa è la migliore strategia di fattibilità per un governo che ha come priorità un piano shock di misure in aperta rottura con tutto quello che è stato finora, qualcosa che non avrà vita facile per raggiungere i propri obiettivi e dovrà scontrarsi con un'opposizione agguerrita dentro e fuori il consiglio comunale.

Laura Bosch

 

 

 

Conciliazione e welfare aziendale in Italia luci e ombre

  • Mag 26, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
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Ingenere.it
26 05 2015

Nel nuovo rapporto ISTAT sulla situazione del Paese, che presentiamo in generale qui, il tema della“conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro” compare per la prima volta a pagina 161 laddove si parla di “Qualità del lavoro”. Il tema è chiamato in causa per spiegare come l’incremento del part time sia per lo più legato a part time involontario, ovvero scelto dalle imprese per far fronte alla crisi (una scelta organizzativa) e non dalle famiglie per gestire i carichi extra-lavorativi e, in particolare, le responsabilità di cura (una scelta che sarebbe individuale). Il tema riappare a pagina 162, con la stessa funzione (il part-time non è da leggersi come funzionale alla conciliazione, visto che interessa spesso orari di lavoro 'anti-sociali': la sera, la notte, il fine settimana).

Lo ritroviamo poi, per una trattazione più estesa, nelle tre pagine che il rapporto dedica a Pratiche di welfare aziendale e Corporate Social Responsibility (paragrafo 4.1.4). In questa sezione scopriamo che “tra i benefit che le imprese offrono ai dipendenti rientrano le iniziative di welfare aziendale che – recando vantaggi non solo ai dipendenti e alle loro famiglia ma più in generale al territorio dove opera l’azienda – affiancano il welfare locale”. Tra queste misure rientrano: “offrire servizi aggiuntivi quali asili nido, servizi sociali, di assistenza, ricreativi e di sostegno” e “flessibilizzare l’orario di lavoro e favorire la conciliazione dei dipendenti”. I dati, risultanti dall’elaborazione delle informazioni ricavate da una sezione ad hoc, inserita nel mese di febbraio 2015 all’interno della Rilevazione mensile sul clima di fiducia delle imprese manifatturiere, dei servi di mercato e del commercio al dettaglio, mostrano che la tipologia di misure che interessano aspetti di work life balance non sono tra quelle maggiormente scelte dalle imprese.

Solo il 4,2% delle imprese nel settore del commercio – dove sappiamo esistere una forte presenza di occupazione femminile, laddove a tutt’oggi le donne sono investite in maniera preponderante dalle responsabilità di cura – dichiara di offrire servizi aggiuntivi; tale percentuale sale al 17,6% per le imprese del settore manifatturiero, per arrivare al 30,7% (meno di un terzo delle imprese sul territorio nazionale) per il settore dei servizi. Va meglio per le misure di flessibilità oraria che in generale richiedono all’impresa un minor investimento (in alcuni casi consentono addirittura un risparmio, quando si traducano in misure compensative delle ore di lavoro – tipo banche delle ore – che consentono flessibilità e recuperi contemporaneamente riducendo il ricorso allo straordinario) e comunque rispondono anche a esigenze organizzative delle imprese. Troviamo, infatti, che il 24,2% delle imprese nel commercio dichiara di offrire tale possibilità ai dipendenti e alle dipendenti, percentuale che sale a 36,2% per il settore manifatturiero e al 50,5% per i servizi.

Va notato che la tipologia dell’indagine, e la natura qualitativa dei quesiti, consente di rilevare “la percentuale di imprese che dichiarano di utilizzare determinate pratiche ma non quanta parte dei dipendenti risulta effettivamente coinvolta”. Va anche notato che le misure di "welfare o responsabilità sociale d’impresa" maggiormente diffuse sono quelle per le quali esistono norme di legge cogenti o incentivi che ne favoriscano l’introduzione: la formazione per i dipendenti (finanziabile mediante il ricorso ai fondi interprofessionali o a incentivi mirati provenienti dai fondi europei) e la tutela e sicurezza dei luoghi di lavoro e della salute dei dipendenti (incentivi INAIL per progetti alle imprese).

In questo senso, per aumentare l’adozione di misure di work life balance sarebbe necessario estendere con ulteriori finanziamenti la capacità di impatto di misure sperimentali quali il Family Audit o riproporre i finanziamenti ex art 9 legge 53/2000 che negli anni di funzionamento hanno promosso interessanti esperienze nelle imprese sul territorio nazionale.

Se guardiamo poi alla distribuzione per macro aree territoriali delle imprese che dichiarano di adottare tali misure, troviamo uno scenario che vede attività prevalenti al centro-nord, con alcune differenziazioni per tipologia di imprese legate anche alle caratteristiche produttive dei territori - e carenti, soprattutto per quanto riguarda le misure relative ai servizi aggiuntivial sud, in territori in cui, invece, si registra una storica carenza di servizi e il welfare integrativo aziendale potrebbe davvero fare la differenza. Colpisce, ad esempio, il dato relativo ai servizi aggiuntivi offerti dalle imprese del commercio: a fronte di un 8,5% di imprese che li offrono nelle aree del nord-ovest e di un 2,1% nelle aree del nord-est, troviamo valori percentuali pari a 0,5% al centro e pari al 2,4% al sud. Questa tipologia di servizi risulta maggiormente offerta dalle imprese nel settore dei servizi al centro, con una copertura pari al 56,4% del totale delle imprese coinvolte.

In conclusione, se si incrociano i dati relativi al welfare aziendale con i dati relativi all’occupazione femminile si nota, ancora una volta, come un maggior investimento di risorse pubbliche e private in “servizi di conciliazione” favorirebbe una maggiore partecipazione al mercato del lavoro soprattutto, ma non solo, delle donne più libere da oneri di cura (delle persone, della casa, del contesto sociale) e consentirebbe la creazione di opportunità di lavoro in molti settori, tra cui quelli delle professioni definite “elementari” in cui è prevalente l’occupazione femminile. Ma non si tratterebbe soltanto di questo. Si tratterebbe anche di favorire un approccio innovativo alla gestione d’impresa, promuovere l’ideazione e la messa a regime di servizi di gestione dei tempi e dei servizi che utilizzino in modo smart tecnologie e comunicazione, di favorire l’attivazione di reti che nascono anche da un modo diverso di pensare il lavoro ed i suoi tempi, e di portare nei territori, e soprattutto al sud, un contributo femminile e innovativo a quella spinta creativa che caratterizza le aree del paese in cui nascono 'germogli'.

Istat: la discesa sociale delle donne migranti

  • Mag 20, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
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Ingenere
21 05 2015

La situazione lavorativa dei migranti in Italia raramente migliora, spesso rimane uguale a se stessa o addirittura peggiora, soprattutto per le donne, che hanno meno accesso alla mobilità sociale. Lo racconta il nuovo rapporto Istat

"Non si è mai vista una negra che prende 10 a Diritto". Questo hanno scritto a una quattordicenne senegalese che frequenta il primo anno di un istituto superiore.
La ragazza è una delle migliori della classe, in futuro vorrebbe fare l'avvocato. Da quando sono stati pubblicati gli scrutini, circa un mese fa, sono iniziate ad arrivare le lettere di offese, che mescolano l’invidia per il rendimento scolastico al disprezzo per il colore della pelle. È solo l’ennesimo fatto di cronaca, che segnala le difficoltà per le persone immigrate nel nostro paese non solo di integrarsi, ma soprattutto di progredire nella scala sociale. Nuovi dati a questo riguardo ci vengono forniti dal Rapporto Annuale Istat presentato oggi a Roma, per quanto riguarda la storia lavorativa degli stranieri soggiornanti in Italia. L’analisi delle traiettorie lavorative dei migranti (capitolo 4.5) fornisce elementi di lettura utili alla descrizionedei percorsi migratori che nel corso di oltre trent’anni hanno interessato il nostro Paese. È possibile individuare tre diverse traiettorie: “mobilità ascendente” per chi, cambiando occupazione, accede a un gruppo professionale superiore a quello di partenza; “mobilità discendente” per chi, al contrario, transita in un gruppo professionale inferiore. E infine “immobilità” per chi rimane occupato nel medesimo gruppo professionale.

 

Come mostra la figura1, il 46,8 per cento degli occupati stranieri continua a svolgere lo stesso tipo di professione rispetto al primo impiego, il 29,7 per cento accede a un gruppo professionale superiore a quello di partenza, infine, il 23,5 per cento transita in un gruppo professionale inferiore a quello iniziale. L’elevata concentrazione degli occupati stranieri in alcune professioni fortemente segregate per genere condiziona la loro mobilità professionale con accentuate differenze tra uomini e donne. Le donne più spesso degli uomini restano occupate nello stesso tipo di professione nel corso dell’intera esperienza lavorativa (il 50,9 per cento contro il 43,5 degli uomini). Tra le donne, è inoltre più elevato il rischio di avere un percorso di tipo discendente (26,1 per cento contro il 21,4 degli uomini). La possibilità di avere un percorso professionale di tipo ascendente nel corso della storia lavorativa varia sensibilmente rispetto al genere del lavoratore e al suo titolo di studio (figura 2).

A parità di altre condizioni, la possibilità di sperimentare nella propria carriera lavorativa un percorso ascendente è superiore per gli uomini in confronto alle donne. Anche il titolo di studio rappresenta un importante fattore predittivo di percorsi di tipo ascendente: i laureati hanno la possibilità di migliorare la propria posizione lavorativa quattro volte in più di chi possiede al massimo la licenza media.

Per chi ha iniziato la propria storia lavorativa nel paese di origine è possibile confrontare due diverse transizioni: dall’ultimo lavoro nel paese di origine al primo lavoro in Italia, e tra il primo e l’attuale lavoro in Italia. La combinazione dei possibili esiti professionali dà luogo a diversi percorsi di mobilità, tre di questi interessano il 59,3 per cento degli occupati stranieri: il primo, di tipo discendente rispetto al paese di origine e ascendente nella storia lavorativa italiana (21,4 per cento); il secondo, prima discendente e successivamente privo di mobilità (20,5 per cento); infine, un percorso caratterizzato da assenza di mobilità,per cui l’evento migratorio non ha effetti sul tipo di professione svolta (17,4 per cento). Le traiettorie lavorative della maggior parte degli stranieri già occupati nel proprio paese sono quindi caratterizzate dalla presenza di un percorso discendente nell’inserimento nel mercato del lavoro italiano.

Ciò è vero soprattutto per le donne, che più spesso restano intrappolate in professioni dello stesso livello: un percorso tipico è quello di badanti che nel proprio paese svolgevano la professione di insegnante. Gli uomini, invece, sono più spesso interessati da percorsi di tipo discendente-ascendente o caratterizzati da assenza di mobilità. La caratterizzazione di percorsi di questo tipo non soltanto riflette le opportunità offerte dal mercato del lavoro italiano, ma risente anche del background professionale. Il possesso di un titolo di studio elevato non preserva i lavoratori stranieri da un percorso discendente, tuttavia può offrire l’opportunità di accedere a professioni superiori a quelle svolte nel primo lavoro in Italia: il 31,2 per cento dei laureati ha un percorso prima discendente e poi ascendente, contro il 20,8 per cento di chi al massimo ha la licenza media.

L'eredità di genere della crisi nel nuovo rapporto Istat

  • Mag 20, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
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Ingenere
21 05 2015

Siamo fuori dal tunnel? Il primo Rapporto annuale dell’Istat dalla fine della crisi economica (o meglio sarebbe dire: da quando il Pil è passato dal segno 'meno' al segno 'più') è assai cauto, non si sbilancia in ottimismo. Ma, per usare una metafora proposta nella sua presentazione dal presidente Giorgio Alleva, evidenzia i germogli spuntati sull’albero assai malconcio dell’economia italiana. Se cresceranno – e il 'se' è collegato a tante variabili, esterne e interne -, una cosa è certa: non saranno su tutti i rami, poiché solo una parte dei territori italiani ha già 'agganciato' la ripresa. In particolare, quella nella quale sono più presenti le reti di imprese che esportano, che hanno ripreso a investire, in parte hanno rinnovato la loro specializzazione non restando ancorate ad antiche certezze, e hanno ricominciato (ma solo un po’) ad assumere. Nella nuova fase, ci portiamo dietro tanti problemi non risolti durante i lunghi anni della recessione, dalla struttura produttiva (ancora fatta di piccole e piccolissime imprese, che solo in parte si sono messe in rete), al divario territoriale (che anzi si è accentuato, con il Mezzogiorno che continua a sprofondare: il leggero aumento della produzione e dell’occupazione che si è mostrato nel primo trimestre di quest’anno riguarda solo il Centro-Nord). In questo quadro, che ne è del gap di genere nell’economia e nel mercato del lavoro italiani? La tenuta dell’occupazione femminile durante la crisi e l’aumento della partecipazione delle donne al mercato dal lavoro fanno parte dei germogli della ripresa, o finiranno tra i suoi 'rami secchi'?

L’eredità di genere della crisi

64.000 donne occupate in più dal 2008 alla fine dello scorso anno: l’incremento dell’occupazione femminile dall’inizio della crisi a oggi può sembrare modesto, ma è una gran cosa se si guarda al bilancio dell’occupazione maschile, che perde 875.000 lavoratori. Come già evidenziato in molti rapporti europei e dallo stesso Istat (si veda anche, su questo sito, il resoconto del rapporto Enege su donne e crisi), è stata soprattutto l’emorragia di posti di lavoro maschili a trascinare in basso il tasso di occupazione generale. Ma mentre nella media europea quest’ultimo nel 2014 sfiora il 65% ed è tornato al livello del 2008, in Italia è al 56%: “al di sotto della media europea di quasi dieci punti e del livello del 2008 di quasi tre”. Visto in numeri assoluti, il gap è impressionante: per raggiungere un tasso di occupazione uguale a quello medio europeo, dovremmo avere 3 milioni e mezzo di occupati in più. Con il ritmo dell’ultimo anno (88.000 occupati in più), servirebbero quasi quarant’anni per raggiungere la media dell’occupazione europea. Anche per l’occupazione femminile il gap resta altissimo: è vero che quest’ultima ha tenuto, ma poiché partiva da livelli bassissimi ne consegue che, per raggiungere la media europea, dovrebbero lavorare in Italia 2 milioni e mezzo di donne in più: un gap localizzato in gran parte nel Mezzogiorno, ossia nella zona d’Italia che – ci fa capire lo stesso Rapporto – non è per ora sfiorata dalla ripresa. Dunque quando l’Istituto nazionale di statistica, per bocca del suo presidente, chiede che “la politica torni a occuparsi del Sud”, non va dimenticato lo specifico impatto di genere che tale “riscoperta” (dopo decenni di colpevole rimozione) potrebbe avere.

Perché lavorano

Di positivo, c’è il fatto che quasi tutti i fattori, ai quali è dovuta la leggera crescita dell’occupazione femminile negli anni della crisi, sono destinati a durare: l’aumento dell’attività delle donne over 50 (per effetto dell’aumento dell’età della pensione, ma anche per un’avanzata generazionale delle coorti di donne più istruite e occupate che via via più numerose sono entrate sul mercato del lavoro), la necessità delle donne di supportare il reddito familiare, l’aumento delle donne breadwinner (è salita ancora la quota di famiglie in cui la donna è l’unica ad essere occupata: 12,9% nel 2014, contro il 12,5 del 2013 e il 9,6 del 2008).

Di negativo, c’è la relativa debolezza delle nuove lavoratrici: che sono spesso in posizioni lavorative con bassa qualificazione, e – soprattutto – sono le protagoniste dell’unico grande boom che si è avuto per tutti gli anni passati, ossia l’aumento del part time involontario. Nel 2014 i lavoratori a tempo parziale erano oltre 4 milioni (il 18,4% del totale degli occupati, con un 32,2% tra le donne e un 8,4% tra gli uomini), ma quasi due su tre avrebbero voluto un lavoro a tempo pieno. Questo, ha sottolineato Linda Laura Sabbadini nel corso della presentazione del Rapporto, vuol dire che il part time non è chiesto né usato come strumento di flessibilità per la conciliazione, ma per esigenze attinenti all’organizzazione o alle strategie delle imprese. Nel complesso, aggiunge il Rapporto, “si contano 751mila occupati esposti a una doppia vulnerabilità, donne in circa due terzi dei casi: sono atipici (dipendenti a termine o collaboratori) e part timer involontari”.

Vincenti e perdenti

C’è, in tutto ciò, anche un effetto della composizione dell’occupazione femminile che è cambiata nel corso della crisi. Negli ultimi anni, si sono persi tanti posti di lavoro ma in alcuni settori se ne sono guadagnati. L’Istat le chiama professioni “vincenti”. Ma non sempre hanno a che vedere con la Silicon Valley e l’alta specializzazione. Tra il 2011 e il 2014, mentre si perdevano nell’occupazione totale 319.000 posti, c’era un gruppetto di professioni che avanzava. Settanta professioni vincenti (su 508 professioni mappate nel totale), che hanno assorbito ben 1,4 milioni di lavoratori in più. L’Istat le divide in quattro gruppi: le professioni specializzate tecniche (dai progettisti di software agli ingegneri elettrotecnici, ai responsabili di gestione), le specializzate non tecniche (dai fisioterapisti agli addetti all’accoglienza nel turismo), le tecniche operative (esercenti nella ristorazione, odontotecnici, ma anche addetti meccanici, e altre professioni di carattere manuale ma che richiedono competenze specifiche), alle elementari (nel campo dei servizi alle famiglie: badanti, camerieri, custodi, operatori socio-sanitari). Viene fuori che donne e stranieri primeggiano nelle professioni “vincenti”, con particolare riguardo agli ultimi due gruppi: tecniche operative ed elementari. Uno specchietto molto utile, che riflette un 'effetto-badanti' (una delle poche spese delle famiglie italiane che non è stata compressa considerevolmente) ma che dà anche possibili indicazioni, non limitate al settore dei servizi meno qualificati e meno retribuiti, per ragazze e ragazzi ancora in cerca di formazione.

Violenza di genere, il piano sbagliato

  • Mag 18, 2015
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Ingenere.it
18 05 2015

ll 7 maggio è stato approvato il Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, previsto dall’articolo 5 della legge n.119 del 2013 che recepiva la Convenzione di Istanbul. “È lo Stato a farsi carico dell’intero percorso di emancipazione dalla violenza delle donne che ne sono vittime e lo fa con politiche pubbliche che intervengono su più fronti rivoluzionando l’approccio politico e culturale del contrasto a questo fenomeno”, queste le parole di Giovanna Martelli, Consigliera del Presidente del Consiglio in materia di Pari Opportunità. Il documento, però, non ha ricevuto l'approvazione delle associazioni che da anni e quotidianamente lavorano a contatto con donne che subiscono violenze sessuali, psicologiche, fisiche ed economiche, attraverso la gestione, spesso volontaria, di sportelli di ascolto e centri antiviolenza disseminati su tutto il territorio nazionale.

"Il Governo Renzi perde un’occasione storica di combattere con azioni specifiche, coordinate ed efficaci la violenza maschile contro le donne attraverso un Piano che affronti le esigenze tassative poste dalla Convenzione di Istanbul per prevenire e combattere la violenza maschile" questo il commento delle associazioni D.i.Re (Donne in Rete contro la Violenza, che riunisce in Italia 70 centri antiviolenza e case delle donne), Telefono Rosa Onlus, Udi (Unione Donne Italiane), Fondazione Pangea e Maschile Plurale al testo appena approvato dal governo per recepire la Convenzione e contrastare la violenza di genere nel nostro paese. "Il ruolo dei centri antiviolenza risulta depotenziato in tutte le azioni del piano e vengono considerati alla stregua di qualsiasi altro soggetto del privato sociale senza alcun ruolo se non quello di meri esecutori di un servizio" spiegano le associazioni. Un nervo scoperto, questo, perché il supporto ai servizi di questo tipo è uno dei fattori centrali nell'attuazione di una efficace prevenzione alla violenza di genere, lo conferma anche l'EIGE nelle linee guida diffuse a marzo 2015.

Al centro delle critiche proprio il mancato coinvolgimento della società civile e di quegli attori che da anni tutti i giorni sono impegnati attivamente a fornire supporto alle donne che subiscono violenza: "le associazioni non hanno avuto parte alcuna nella elaborazione e nella stesura di questo documento – che, anzi, è stato comunicato loro senza possibilità di cambiamento. Questo piano non è stato nemmeno sottoposto alla task force governativa in materia, il cui lavoro di due anni, sia pure a volte discutibile, è stato in grande parte del tutto vanificato".

Le associazioni evidenziano, poi, problemi di coordinamento a livello locale tra le reti territoriali, con il rischio di creare sugli stessi territori più reti con gli stessi soggetti istituzionali che si sovrappongono tra loro (es. ASL, Procura, Prefettura). "La distribuzione delle risorse viene frammentata senza una regia organica e competente. Non avrà quindi alcuna ricaduta sul reale sostegno dei percorsi di autonomia delle donne" spiegano.

La distribuzione delle risorse è un altro punto dolente, le associazioni che firmano la nota la definiscono "assolutamente esigua per gli obiettivi del piano in ambito triennale, troppo sbilanciata sui percorsi di inclusione, in particolare quelli di inserimento lavorativo, a scapito dell’ascolto, dell’accoglienza, dell’ospitalità, dei percorsi di empowerment".

Inoltre, fanno notare, il linguaggio del piano è discriminatorio rispetto al genere: "non c’è la declinazione al femminile nemmeno quando si parla di figure professionali femminili".

Infine, la questione del ruolo svolto dall’Istat. "L’istituzione dello Stato che fino ad oggi ha raccolto, validato ed elaborato i dati sulla violenza di genere, è cancellata dal Piano. Viene istituita una 'Banca Dati' che sarà appaltata a privati. Con questa decisione scompare il progetto di rendere stabile e obbligatoria una periodica ricerca sulla violenza di genere. Senza queste ricerche periodiche non è pensabile – né verificabile – alcuna politica di prevenzione e di contrasto".

"We just need to pee" Corpi scomodi nei bagni pubblici

  • Mag 18, 2015
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Ingenere
18 05 2015

Perché una donna transessuale nei bagni delle donne viene percepita come una violenza? Alla vigilia della giornata mondiale contro le omotransfobie, un'analisi sul potere normativo degli spazi rispetto ai corpi.

Brunella Casalini e Stefania Voli


Era il 2006 quando l'onorevole Elisabetta Gardini dichiarava di essere rimasta traumatizzata dall'incontro nei bagni della Camera con Vladimir Luxuria. La notizia arrivò allora fino a BBC News che, dopo aver ricordato i momenti salienti della vicenda, citava queste parole della Gardini: "L'ho vissuta come una violenza sessuale, mi sono veramente sentita male".

Perché una donna transessuale nei bagni delle donne viene sentita come una minaccia di violenza sessuale? Perché fa così paura la discordanza tra il genere con il quale una persona si identifica e quello con il quale viene riconosciuta dagli altri? Perché la transfobia si manifesta in modo violento sul piano morale, e, talvolta persino fisico, quando l'incontro con il corpo trans avviene in un bagno pubblico? Si ricorderà la grave aggressione avvenuta ai danni di una transessuale da parte di due adolescenti afro-americane nelle toilet di un McDonald a Baltimora nel 2011, diventata virale su Youtube.

Ci spinge a tornare a riflettere su toilet e transessualismo ciò che sta accadendo in questi ultimi mesi in Canada e in diversi stati degli Stati Uniti d'America, dove è in corso una vera e propria battaglia legale per cacciare i transessuali dai bagni degli uomini e le transessuali dai bagni delle donne. In Arizona, in un parlamento dominato dai repubblicani, il 21 marzo è stata presentata una proposta di legge per riconoscere come reato l'uso di bagni, docce, toilet e spogliatoi riservati a un sesso da parte di persone di sesso diverso da quanto indicato nel certificato di nascita: le pene suggerite arrivano fino a sei mesi di carcere. Analoghe proposte di legge sono state presentate in Kentucky, Florida, California, Nevada e Texas. Gli oppositori della proposta di legge avanzata in Kentucky, che riguarda persino i bagni scolastici, parlano di bathroom bully bill, ovvero di un progetto di legge che favorirebbe il bullismo, abituando i bambini a giudicarsi sulla base del sesso biologico e delle discrepanze rispetto al modo, percepito come “normale”, di esprimere il genere sentito. Teagan Widmer – una donna transessuale amministratrice di una app che ha lo scopo di fornire una mappa dei bagni unisex in tutto il mondo – sostiene che dietro queste iniziative legislative c'è una vera e propria cultura della paura rispetto all'uso del bagno pubblico, una paura ricondotta al pericolo della violenza sessuale in modo irrealistico e pregiudiziale, in quanto non è di certo un cartello con l'indicazione “uomini” o “donne” ad allontanare eventuali aggressori.

Prendendo spunto da queste ultime osservazioni vorremmo soffermarci prima sulle particolari caratteristiche di quello spazio che è la toilet pubblica e quindi tornare a riflettere sulla natura delle paure suscitate dalle persone non conformi al binarismo di genere.

Le toilet pubbliche sono luoghi dove pubblico e privato si intersecano e si sovrappongono, luoghi immaginati per corpi segregati dal punto di vista biologico in maschi e femmine, e adibiti, nel rispetto di precise norme di privacy, all'esercizio di quelle funzioni escrementizie intorno alla cui regolazione ruota una parte importante dei processi di disciplinamento e controllo sociale. La trasgressione dei confini di genere potrebbe, allora, risultare ancora meno accettabile nei bagni, per due ordini di motivi: da una parte, perché questa mette “in discussione l’applicazione di genere sull’/uso/dei genitali”; dall'altra, perché mette in discussione i confini stessi del corpo[1].

Poiché dai saperi medici deriva la consuetudine di sovrapporre l’identità individuale con la forma dei genitali, e poiché l’uso che dei genitali si fa seguire un preciso copione di genere, l’ingresso di persone dal genere (e dai genitali) indefiniti, è foriero di sensazioni di disordine e ansia in uno degli spazi dove convenzionalmente l’ordine discorsivo e corporeo eterosessuale è affermato con più forza. Inoltre, qui la perdita dei fluidi corporei è già di per sé percepita come una minaccia ai confini stessi del corpo: “In altri termini, laddove i corpi si mostrano come instabili e porosi, la fluidità tra i generi può essere più minacciosa; quando un confine (quello corporeo) viene contravvenuto, altri (uomo/donna) devono essere più intensamente protetti”[2].

Persone intersessuali, transessuali, transgender e in generale tutte le persone la cui immagine di genere appare come non conforme alla norma, hanno difficile accesso a questo spazio per il loro destabilizzare il binarismo sessuale e la corrispondenza sesso/genere. Per esempio, come l’accesso di un corpo femminile al bagno delle donne costruisce, attraverso la sua ripetizione, una relazione di potere socio-spaziale che conferma il binarismo sessuale, così l'ingresso di lesbiche butch mascoline o donne transessuali viene percepito come una trasgressione che mette in pericolo il regime che sostiene e struttura la finzione naturalizzata della distinzione maschi/femmine. Parliamo di finzione perché anche dal punto di vista strettamente biologico – come da tempo riconosce la scienza – la naturalità della distinzione maschio/femmina non è solo negata dall'esistenza delle persone intersessuali, ma dalla stessa incertezza sul criterio ultimo in base al quale viene stabilito e assegnato il sesso “naturale” (cromosomi, anatomia, ormoni, gonadi).

Le omo-lesbo-trans-fobie non agiscono dunque solo per escludere. L'esclusione è l'effetto più immediato ed evidente dell’esercizio di controllo e disciplinamento dei corpi su cui si fonda l'eteronormatività e il binarismo sessuale. La paura della perdita di tale esercizio si costituisce come la prova dell’instabilità di quelle stesse norme. Mettendo in dubbio con la propria presenza la naturalità della distinzione maschio/femmina, mascolinità/femminilità il corpo trans diventa (s)oggetto di violenza fisica, commenti aggressivi e atteggiamenti di disgusto.

Le omo-lesbo-trans-fobie, come sottolinea Lingiardi, presentano caratteristiche particolari rispetto ad altre forme diffuse di fobia (come, per esempio, la paura degli spazi aperti o chiusi o la paura dei ragni). Chi è affetto da questo genere di paura fobica, infatti, non ha dubbi sulla normalità della propria reazione, non prova disagio e non sente bisogno di liberarsi da questa paura. Se chi ha paura degli spazi aperti o dei ragni reagisce attraverso una reazione di evitamento, nel caso delle omotransfobie la reazione può consistere nell'evitamento o in comportamenti deliberatamente aggressivi. Considerate queste differenze, si può dire che dietro la transnegatività, così come dietro l'omonegatività, non si dia solo la paura, ma anche un giudizio negativo fondato sul pregiudizio e sulla disapprovazione. Il corpo trans o il corpo dell'omosessuale (che non riesce o non vuole nascondere il proprio orientamento sessuale) vengono investiti di accuse di perversione, sporcizia e persino immoralità, che la loro presenza nello spazio della toilet pubblica sembra evocare anche per la stessa collocazione di questo spazio all'intersezione di discorsi che hanno a che fare con la sessualità, la moralità, il corpo e l'igiene.

Se le proposte di legge avanzate in molti stati americani chiedono un uso del bagno pubblico segregato sulla base del sesso indicato sul certificato di nascita, possiamo bene immaginare quali conseguenze ciò avrebbe per i/le persone trans. Del resto, lo ha mostrato in modo eloquente Brae Carnes, una ragazza canadese transessuale di 23 anni, che ha dato il via a una protesta a colpi di autoscatti postati sui social media, che la ritraggono mentre si trucca nel bagno dei maschi, per dimostrare quanto il suo corpo sia fuori luogo e, potenzialmente, in pericolo, in quello spazio tanto quanto nel bagno delle donne. Dopo di lei, persone trans in tutti gli Stati Uniti hanno iniziato a postare – con il tweet #WeJustNeedToPee – immagini di sé nei bagni del genere loro assegnato alla nascita, per mettere in evidenza non solo le ragioni della loro presenza in quel luogo (“Abbiamo solo bisogno di pisciare”), ma anche e soprattutto il paradosso rappresentato dalla loro immagine riflessa negli specchi dei bagni per “donne” o per “uomini”.

Da un sondaggio condotto a Washington D.C. nel 2013 emergeva che al 18% dei transessuali intervistati era stato negato almeno una volta l'accesso ai bagni pubblici, il 68% aveva sperimentato almeno una volta aggressioni verbali e il 9% almeno una volta aggressioni fisiche. Date queste difficoltà ad usare le toilet pubbliche, molti transessuali confessano di cercare di evitarle il più possibile e alcuni hanno persino dichiarato di soffrire di problemi ai reni o di infezioni urinarie derivanti dal trovarsi spesso a non poter ricorrere al bagno pubblico (si veda anche il film documentario di Sylvia Rivera, del 2010). Oltre che un comportamento che alla lunga crea anche possibili danni alla salute, l'uso dei bagni pubblici è quindi un fattore importante dello “stress da minoranza” e l'impossibilità di ricorrervi per evitare aggressioni verbali e fisiche può costituire una limitazione nella libertà di movimento nei luoghi pubblici e nel posto di lavoro e, in altre parole, nell’accesso ad una piena cittadinanza.

Sally R. Munt scrive che, nella sua esperienza di lesbica butch, le toilet pubbliche sono diventate “uno spazio di disagio”, un luogo da evitare cercando rifugio nelle toilet per disabili, “uno spazio queer e privo di stress”[3]. In questa prospettiva è chiaro che la diffusione di toilet unisex, neutre rispetto al genere, può essere ritenuta sempre più una questione di equità dalle persone che si collocano al di fuori del binarismo di genere. Considerato che il nostro paese si conferma in Europa in fondo a tutte le classifiche in tema di atti di intimidazione, bullismo e intolleranza verso le persone lgbtqi - secondo l'ultimo rapporto ILGA trentaquattresimo su quarantanove paesi rispetto alla categoria "hatecrime e hatespeech"[4] - parlare di queste cose, e ricordare che esistono anche buone pratiche consigliate per le aziende in materia di bagni pubblici, non è affatto superfluo.

Le toilet unisex, d'altra parte, potrebbero essere un modo per superare un’altra evidente discriminazione connessa alla rappresentazione dei bagni pubblici: quella dei bagni riservati alle persone disabili, dal punto di vista iconografico ridotte all’immagine di una carrozzina. Come se la disabilità fosse un tratto talmente potente da obliterare genere, sesso e sessualità, escludendo a priori chi ne usufruisce delle questioni sopra discusse.

NOTE

[1] Crocetti 2012: 296

[2] Browne 2004: 338

[3] Munt 2001: 102-103

[4] Per un approfondimento sulla situazione delle persone trans, si veda anche il sito Trans Respect versus Transphobia

 

Bibliografia

Browne Kath 2004, Genderism and the Bathroom Problem: (re)materialisting sexed sites, (re)creating sexed bodies, in “Gender, Place, Culture”, 11, 3, pp. 332-346.

Butler Judith 2013, Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell'identità, Laterza, Bari.

Clarke-Billing Lucy 2015, Brae Carnes: Trans woman launches protest over law that would force her to use men's bathrooms – 'It's disgusting and dangerous', Indipendent, 9 March:

Crocetti Daniela 2012, Che cosa fanno realmente i genitali?, in E. Bellè, B. Poggio, G. Selmi, Attraverso i confini del genere. Atti del Convegno, Centro di Studi Interdisciplinari di Genere, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, Università di Trento.

Di Pietro Lorenzo 2014, "Omofobia, la mappa dell'odio in Europa. E l'Italia è il paese che discrimina di più", L'Espresso, 28 luglio

Fausto-Sterling Anne 1993, The Five Sexes: Why Male and Female are Not Enough, in “The Sciences”, March/April, pp. 20-25.

Herman Jody L. 2013, Gendered Restrooms and Minority Stress: The Public Regulation of Gender and its Impact on Transgender People’s Lives

Holliday Ruth e Hasard John 2001, "Contested Bodies. An Introduction", in R. Holliday e J. Hasard (a c. di), Contested Bodies, Routledge, London-New York, pp. 1-17.

Lingiardi Vittorio, 2007, Citizen Gay. Famiglie, diritti negati e salute mentale, il Saggiatore, Milano.

Munt, Sally R. 2001 "The butch body". In: Holliday, Ruth and Hassard, John (eds.) Contested bodies. Routledge, London and New York, pp. 95-106

Taylor Marisa 2015, "The growing trend of transgender ‘bathroom bully’ bill", Aljazeera America, 1 April

 

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