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INGENERE

Violenza di genere, il piano sbagliato

  • Mag 13, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 2265 volte
Scarpe rosse contro la violenza sulle donneIngenere.it
11 maggio 2015

ll 7 maggio è stato approvato il Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, previsto dall’articolo 5 della legge n.119 del 2013 che recepiva la Convenzione di Istanbul. "È lo Stato a farsi carico dell’intero percorso di emancipazione dalla violenza delle donne che ne sono vittime e lo fa con politiche pubbliche che intervengono su più fronti rivoluzionando l’approccio politico e culturale del contrasto a questo fenomeno”,

Ingenere.it
04 05 2015

Un sistema sanitario più orientato alla cura che alla prevenzione e una disparità dell’offerta terapeutica presente sul territorio nazionale sono le caratteristiche principali che emergono dall’indagine Diventare genitori oggi, appena presentata dal Censis e relativa al punto di vista degli specialisti (ginecologi, urologi e andrologi) che accolgono le coppie con problemi di fertilità prima che venga intrapreso il percorso di procreazione medicalmente assistita (PMA).

“Si tratta della seconda indagine che il Censis ha dedicato al tema, la prima era relativa all’opinione della popolazione, e ce ne sarà una terza, rivolta alle donne, soggetti principalmente chiamati in causa quando si parla di gravidanza” ha spiegato la Fondazione Ibsa che ha finanziato le indagini.

“Che il nostro Paese viva un problema di bassa natalità è un’opinione che la gran parte dei medici coinvolti nello studio condivide” ha spiegato Concetta Maria Vaccaro, curatrice del rapporto. “Alla base della scarsa propensione ad avere figli sono ricondotte motivazioni principalmente economiche (75,3%). Inoltre, il 75% circa è convinto che la crisi economica scoraggi le coppie che devono ricorrere alla PMA”.

Ma le motivazioni sono anche culturali e politiche. L'ingresso delle donne nel mercato del lavoro non è stato infatti accompagnato da misure adeguate per la maternità, inoltre la questione dei tempi è cruciale. Le coppie sempre più tendono a pensare ai figli dopo i 35 anni, vale a dire proprio nel periodo in cui la fertilità di uomini e donne si riduce drasticamente, sia per l'invecchiamento dei corpi, che per la comparsa nelle donne di patologie più frequenti in questa età (endometriosi, fibromi, policistosi). A incidere su questo slittamento in avanti è soprattutto il mercato del lavoro precario.

Quando è il caso di preoccuparsi, allora, se i figli non arrivano? Il 50 per cento degli specialisti risponde: tra i 12 e 24 mesi dai primi tentativi di concepimento (il 36% consiglia invece di farlo tra i 6 e i 12 mesi). Ma è evidente che, a livello anagrafico, più tardi si inizia meno sono le possibilità di andare incontro ad esiti positivi. In questo senso, ha ricordato Vaccaro “il ruolo dell’informazione nei confronti di tecniche come la PMA, che non sono onnipotenti, è cruciale. Come ricordano gli esperti, nelle donne il calo della fertilità dopo i 30 anni è del 50% e il tasso massimo di successo della PMS è del 21%”. Più della metà degli specialisti intervistati giudica i propri pazienti effettivamente poco o per nulla informati sui problemi di infertilità e sterilità e sulle tecniche di PMA.

Secondo il 50 per cento degli specialisti l'infertilità è un problema che riguarda il 20-30% delle coppie italiane. Tra queste, quasi il 70% con età compresa tra i 35 e i 40 anni. Nel 89,3% dei casi si rivolgono a un ginecologo, dando per scontato che il problema sia della donna, solo nel 5,3% si rivolgono al medico generico e nel 2,7% all'andrologo. "Nel 18% dei casi le coppie decidono di andare all'estero per intraprendere una PMA" spiega poi Vaccaro. Le motivazioni riportate dall'indagine vanno dall'accesso a tecniche non consentite in Italia (come la maternità surrogata), al più facile superamento delle liste d'attesa, alla maggiore qualità del servizio.

C’è poi la questione dell’accesso alle cure in Italia. In base a quanto riportato dalle esperienze degli specialisti, i pazienti con problemi di infertilità sono seguiti quasi nella metà dei casi privatamente (46,6%), il 39,7% è seguito nel pubblico e il 13,7% sia nel pubblico che nel privato. "Il divario appare accentuato a livello territoriale tra le regioni: mentre a Nord i casi sono distribuiti equamente tra strutture pubbliche e private, al Centro il privato gestisce il 58% della domanda, e al Sud il 69%" ha spiegato Vaccaro.

Rispetto all’applicazione della legge 40 del 2004, nell’88,7% dei casi, i medici sottolineano che non in tutte le regioni italiane è assicurato lo stesso livello di qualità nei trattamenti per la PMA e che nonostante le dichiarazioni di principio non in tutte le regioni italiane è assicurata la gratuità dell’accesso alle cure per la PMA (83,3%). Il 76,0% si reputa d’accordo con una revisione della legge 40/2004. L’aspetto della legge che andrebbe principalmente modificato, riguarda la possibilità di offrire effettivamente alle coppie la possibilità di accedere alla fecondazione eterologa (60,5%), un’opinione più condivisa dai ginecologi (61,4%).

Per quanto riguarda il tasso di natalità (passato dal 9,8 per mille abitanti nel 2008 al 8,5 nel 2013, fonte Istat), ha spiegato Vaccaro, "c’è stata un’inversione di tendenza tra Nord (1,46) e Sud Italia (1,31) dovuto principalmente alla fertilità delle straniere residenti nelle regioni settentrionali. Se non avessimo il contributo degli stranieri saremmo già un paese in declino demografico, e nonostante ciò anche il tasso di fecondità tra le straniere si abbassa, perché forse è davvero difficile fare figli nel nostro Paese” ha continuato Vaccaro, che definendosi una veterofemminista ha tenuto a sottolineare come “non è un caso che nei paesi del nord europa le donne facciano più figli, perché sono più tutelate dal welfare rispetto alla loro presenza nel mercato del lavoro. Il tasso di natalità in Italia è così basso anche perché fare figli è diventata una questione privata. La decisione di fare figli è sì individuale, ma riguarda tutti, la funzione riproduttiva dev'essere percepita come un valore per la progressione sociale”. (cb)

 

Contrastare gli stereotipi a partire dalle scuole

  • Apr 27, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 1551 volte

Ingenere.it
27 04 2015

Gli studi lo confermano, la scuola è il contesto privilegiato in cui intervenire per prevenire il diffondersi e il radicarsi di culture sessiste e misogine

Fiorenza Deriu

Accade, dunque, come emerge dallo studio di Torres, che in quartieri come quello Zen di Palermo, simbolo del degrado e del fallimento delle politiche pubbliche, le donne restino imprigionate in ruoli stereotipati di subordinazione e sudditanza rispetto agli uomini; in un destino di invisibilità, di silenziosa acquiescenza a compiti e doveri, alla definizione dei quali il linguaggio contribuisce in modo significativo. Il linguaggio, in tali contesti, si fa strumento di trasmissione di ruoli sociali che le donne assumono come 'naturali'; legittimando il dominio maschile sull’altro sesso. La donna è 'vera' donna solo quando è figlia obbediente, brava madre, brava moglie, quando dunque rientra in una sfera di definizione che la veda ora figlia ora moglie nel passaggio di autorità dal padre al marito; oggetto di scambio e di possesso.

La forza coercitiva del discorso misogino è messa ben in evidenza nello studio di Iovine, basato sull’analisi del linguaggio e dei modelli di ragionamento dei membri di alcuni gruppi misogini, anti-femministi che popolano la rete. L’analisi del linguaggio scritto ha consentito di far emergere alcune costanti nello svolgimento del ragionamento sessista al quale si associano vissuti e relazioni sociali difficili. Dunque, dietro al percepirsi e rappresentarsi come vittime; all’autoreferenzialità del pensiero, alla minimizzazione del fenomeno della violenza contro le donne, si svelano un passato e un presente segnati dall’assenza di modelli femminili di riferimento, da rapporti familiari anaffettivi, nonché da una rarefatta vita sociale. Un ragionamento sessista che non si limita a testimoniare una cultura maschilista ma che si traduce in un 'attivismo' militante, attraverso il quale si dispiega una difesa di tipo patriarcale-nazionalista del maschio.

La rappresentazione stereotipata di modelli femminili patriarcali è spesso favorita dalla forza mediatica dei mezzi di comunicazione che trasmettono messaggi degradanti sulle donne che ne sono protagoniste, contribuendo così ad acuire le disuguaglianze di genere. Lo studio di Ortolani e Dalledonne Vandini mette ben in luce come la comunicazione sportiva sia fortemente connotata dalla predominanza di modelli maschili improntati alla performance, alla forza e alla leadership che si contrappongono a quelli femminili di atleta/madre e atleta/compagna. Ecco, allora, emergere le tradizionali dicotomie tra sport da maschio (calcio, pugilato, rugby, etc.) e sport da femmina (danza, pattinaggio, ginnastica artistica, etc.). Questa trasmissione di modelli entra nella ‘carne viva’ del tessuto sociale riaffermando e legittimando disuguaglianze di genere inaccettabili, dando loro veste normativa.

Questo è possibile in ragione della natura performativa del linguaggio, che non contribuisce meramente a definire, rappresentare e riflettere le differenze di genere ma le costituisce, producendo effetti reali che hanno delle conseguenze nel sancire nella società una posizione subordinata delle donne rispetto agli uomini. Il linguaggio ha dunque in sé la capacità di contribuire alla costruzione di 'senso', a stabilire alcune norme sociali costitutive di una cultura sessista. È questo il punto di partenza della interessante riflessione di Gerardin-Laverge che si interroga sulla possibilità e la modalità in cui le donne possano resistere alle categorie veicolate dal linguaggio e alla realtà che si va così ad affermare, al fine di comprendere quale sia l’empowement individuale e collettivo possibile; per rafforzare, la consapevolezza e la capacità di azione della donna sia come singolo individuo sia come agente collettivo di azione politica.

Per promuovere e sostenere la capacità di azione della donna, contrastando e prevenendo la trasmissione di modelli asimmetrici di relazione, è necessario acquisire strumenti analitici di decodifica del messaggio mediatico, capaci di alimentare una riflessione critica sulle rappresentazioni del mondo femminile proposte e per cercare di proporne di nuove. Iniziative progettuali e interventi nei luoghi della formazione costituiscono lo strumento principale per evitare che le nuove generazioni facciano propri modelli di comportamento e relazione con l’altro sesso asimmetrici e sessisti.

In questa direzione si muovono due esperienze: quella presentata da Baule, Caratti, Tolino, basata sul design della comunicazione; e quella di Ortolani e Dalledonne Vandini, diretta a sollecitare una riflessione teorica sulla capacità inclusiva dello sport.

Nel primo caso, all’interno di alcune scuole medie superiori milanesi, gli studenti sono stati coinvolti in un processo di lettura e categorizzazione di immagini, testi e codici espressivi al fine di sviluppare una capacità di analisi critica della rappresentazione del femminile, di decostruire gli stereotipi degradanti veicolati dai media, per giungere alla ri-costruzione partecipata di “senso”, cercando anche di individuare delle possibili strategie di intervento. Il lavoro in aula ha portato alla realizzazione di prodotti analogici e digitali riproducibili in altri contesti scolastici e spendibili in azioni di sensibilizzazione capaci di 'svelare' gli effetti intangibili, ma non per questo meno pesanti, degli stereotipi di genere.

Nel secondo caso, è stato affrontato il tema degli stereotipi di genere in uno sport, quale è il pattinaggio artistico, 'tradizionalmente' considerato 'da femmine' proprio in ragione di registri comunicativi, codici espressivi e immagini veicolati dal linguaggio sociale e mediatico. A partire da una ricerca qualitativa condotta sugli atleti e le atlete, i loro genitori, gli allenatori e le allenatrici di una società dilettantistica di una cittadina in provincia di Bologna, dalla quale sono emersi con prepotenza i pregiudizi che pervadono questa disciplina sportiva, si è proseguito con un’analisi e una valutazione di alcuni strumenti sperimentati in Emilia Romagna per diffondere nelle scuole una immagine e un significato della pratica sportiva capace di accompagnare le profonde trasformazioni intervenute nelle rappresentazioni sociali del genere e dell’orientamento sessuale, superando così le barriere poste da usi linguistici fortemente pregiudiziali.

Gli studi fin qui discussi indicano nella scuola il contesto privilegiato in cui intervenire precocemente, fin dalla scuola dell’infanzia, per prevenire il diffondersi e il radicarsi di culture sessiste, misogine e assicurare alle donne spazi di azione paritari nel vivere sociale.

 

Riferimenti bibliografici

Austin, J. (1962), How to do things with words, Oxford University Press.

Baule, G., Caratti, E., Tolino, U. (2014), “Design della comunicazione per le culture di genere. Strumenti comunicativi nei luoghi della formazione”, Convegno Genere e linguaggio, Università “Federico II” di Napoli.

Bourdieu, P. (2014), Il dominio maschile, Feltrinelli

Gerardin-Laverge, M. (2014), “Performativity of language and feminist empowerment”, Convegno Genere e linguaggio, Università “Federico II” di Napoli.

Iovine, F. (2014), “Uomini misogini tra post-virilismo e revanscismo maschile”, Convegno Genere e linguaggio, Università “Federico II” di Napoli.

Ortolani, A., Dalledonne Vandini, C. (2014), “Ma tu fai uno sport da femmine? Esiti di un’indagine empirica e teorico-metodologica condotta in Emilia Romagna”, Convegno Genere e linguaggio, Università “Federico II” di Napoli.

Zenteno Torres, E. (2014), Dimenticate in periferia. I silenzio delle donne nel quartiere Zen di Palermo, Convegno Genere e linguaggio, Università “Federico II” di Napoli.

Fare e disfare il genere, con le parole

  • Apr 27, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 2550 volte

Ingenere.it
27 04 2015

Donne e uomini si diventa, anche a colpi di parole. Una rassegna di contributi teorici attorno alla stretta relazione tra il linguaggio e la dimensione materiale e fisica che coinvolge le persone e le cose.

Dario Minervini

Cosa distingue gli uomini e le donne? La domanda potrebbe apparire banale se non fosse che attorno a questo interrogativo numerose studiose - e qualche studioso - hanno sviluppato un dibattito scientifico particolarmente vivace. Il corpo, la relazionalità (più o meno affettiva), la razionalità (più o meno strumentale), il ruolo socialmente riconosciuto e legittimato, le parole e i discorsi con cui si rappresentano il maschile e il femminile. Queste sono solo alcune delle questioni che derivano direttamente dalla domanda sopra indicata. La rassegna di riflessioni teoriche attorno al concetto di performatività[1], che qui si propone, parte dalla sfera immateriale del linguaggio e del suo potere di 'fare' gli uomini e le donne e arriva alla dimensione materiale, quella fisica e tangibile delle persone e delle cose che le circondano.

Le parole non descrivono semplicemente il mondo, lo agiscono. Affermazioni come questa sono generalmente ricondotte alla teoria degli atti linguistici di John Langshaw Austin che nel 1962 pubblicò un volume dal titolo decisamente esplicito: How to Do Things with Words. Fra gli esempi indicati dallo stesso Austin per illustrare in che modo il potere delle parole potesse tradursi in azione vi fu quello di un prete che nel corso di una cerimonia nuziale afferma con tono fermo e deciso “vi dichiaro marito e moglie”. Se per un momento si prova ad immaginare questa scena abbastanza consueta vedremmo come una formula rituale, proferita da un soggetto investito di un’autorità riconosciuta, all’interno di un contesto regolato da norme condivise, performa la realtà.

Qualche tempo dopo, a partire dagli anni ’90, la filosofa femminista Judith Butler evidenziò come le parole agissero nella definizione di una specifica costruzione sociale, quella del maschile e del femminile. Il risultato fu quello di una rappresentazione negoziata e socialmente determinata dell’identità di genere. Questa volta era la stessa categoria del genere ad assumere una connotazione performativa, coincidendo con una serie di atti non esclusivamente linguistici espressi, interpretati ed incorporati dagli attori sociali. In questo quadro teorico, il tema del corpo e di come questo potesse essere linguisticamente rappresentato, costituì uno dei nodi centrali del ragionamento di Butler. Il corpo, infatti, appariva come parte integrante del processo di costruzione sociale del genere in quanto detto e agito, descritto e attivato nei diversi momenti e luoghi dell’esperienza quotidiana. La performatività si manifestava esattamente nel dire degli uomini e delle donne nella vita quotidiana, nella ripetizione nel tempo di questa rappresentazione culturale e sociale di come gli uomini e le donne sono e si comportano.

Più recentemente, a partire dal corpo e dalla sua materialità, sono state elaborate e teorizzate nuove rimodulazioni del rapporto fra performatività e genere. Annemarie Mol, ad esempio, evidenzia il ruolo del corpo nel supportare attivamente la costruzione sociale delle identità di genere associandosi ai discorsi, contribuendo ad attivare specifiche configurazioni socio-materiali. Queste argomentazioni vengono sviluppate all’interno di un campo disciplinare relativamente giovane, quello degli studi di scienze e tecnologie di cui Mol è una delle più autorevoli esponenti.

"Una vagina o un pene non devono necessariamente determinare l’essenza dell’identità di genere per essere significativi nella rappresentazione di se stessi in quanto donna o uomo. Fino a che punto siano rilevanti dipende dalla scena. Per strada non c’è bisogno di un pene per performare la mascolinità. Mentre è molto utile nella doccia condivisa di una piscina. Lì i genitali ci sono, sono in scena"[2]

Questo stralcio, provocatorio ed efficace al tempo stesso, è contenuto in un libro nel quale la studiosa restituisce, argomentandoli, i risultati del proprio lavoro etnografico sulle pratiche scientifiche di tipo diagnostico nel campo dell’arteriosclerosi. Le pagine descrivono in maniera dettagliata i modi in cui i corpi e la scienza medica si incontrano e le diverse dinamiche performative che di volta in volta possono manifestarsi. La materialità conquista una scena di primo piano e affianca l’attore esperto nella definizione della realtà (il titolo del volume è esplicito in tal senso: The body multiple. Ontology in medical practice). Guardare al corpo, e a come questo partecipa nel riconoscimento del maschile e del femminile, consente di mettere definitivamente in discussione l’idea che esista un’essenza naturale alla base del genere. Piuttosto la sfera naturale (biologica) e quella culturale (della rappresentazione sociale) contribuiscono insieme a performare il genere.

Gli studi sviluppati nell’ambito degli studi di scienza e tecnologia aprono ad altre dimensioni analitiche e complicano lo scenario. Karen Barad ridimensiona ulteriormente il potere di definizione della realtà da parte del linguaggio decentrando la capacità umana di agire sino ad attribuire alla performatività una natura che lei stessa definisce post-umana (Barad 2003). Barad nega che il linguaggio degli uomini possieda in sé il potere di rappresentare la realtà delle cose in maniera autonoma dalla realtà stessa. La concezione asimmetrica del rapporto fra il domino delle parole e quello della realtà 'reale', afferma Barad, è il risultato di una specifica acquisizione epistemologica ed ontologica di tipo storico-sociale e non deve essere confusa con un’inevitabile operazione logica necessaria alla speculazione scientifica. Un’alternativa può essere quella di vedere come le cose e le persone co-costruiscano la realtà. Su questo punto Barad richiama oltre a Butler un’altra importante studiosa di 'questioni di genere', Donna Haraway. Entrambe, infatti, evidenziano l’importanza di guardare al modo attraverso cui i soggetti diventano corpi culturalmente connotati (Haraway 1997), ovviamente anche in termini di genere. Questo processo performativo che associa i soggetti e le entità materiali, le parole e le cose, è un processo profondamente politico.

L’agire politico in riferimento alla dimensione biologica ci porta immediatamente a Michel Foucault. Nello sviluppo del discorso sulla performatività post-umana Barad prende in prestito diversi concetti dal filosofo francese fra cui quello di dispositivo. Proprio parlando di scienza e di tecnica, infatti, si evidenzia come questi siano i luoghi d’elezione in cui i dispositivi (tecniche e tecnologie di misurazione, strumenti diagnostici, regole e procedure di diritto, etc.) vengono attivati. I dispositivi non consentono semplicemente di trasferire su una lastra l’immagine di una massa tumorale o di materializzare l’agire di un delinquente in una sentenza, ma sono letteralmente corresponsabili - anche in termini etici - di ciò che contribuiscono a performare. Per queste ragioni la performatività appare distribuita ma questo non esclude la responsabilità che cose e persone esprimono nelle dinamiche di inter-azione. Se, ad esempio, si considerano alcuni artefatti nei quali è possibile rintracciare uno specifico 'copione' di genere è possibile registrare sia la riproduzione tradizionale della divisione sessuata dei ruoli che le pratiche di ridefinizione degli stessi. Un’immagine efficace può essere quella di una bambina che gioca con suo padre calciando una palla rosa che riporta le immagini delle più famose principesse del mondo delle fiabe. Quella che è stata appena descritta è una scena nella quale una configurazione socio-materiale è oggetto di negoziazione fra le parti in causa e performa una realtà per certi versi alternativa a quelle che consideriamo usuali (il gioco 'maschile' del calcio, le decorazioni 'femminili' della palla).

Tuttavia le situazioni legate all’identità di genere appaiono decisamente più problematiche. L’esempio appena riportato è adeguato a rendere conto di un aspetto particolarmente rilevante: le asimmetrie fra soggetti e materialità coinvolti nelle dinamiche performative. Se è vero che la performatività è il risultato di una negoziazione distribuita, è altrettanto vero che all’interno di questa dinamica vi sono responsabilità, capacità e pesi specifici differenti. Nel caso del genere, ciò appare difficilmente contestabile: i generi non hanno tutti le stesse possibilità performative, e uomini e donne non sempre condividono gli stessi spazi di possibilità. La questione dell’asimmetria e del potere è stata presa in seria considerazione da quella che potremmo definire un’alleanza scientifica e politica fra stidi di genere e studi di scienza e tecnologia. L’incontro di queste sensibilità disciplinari ha dato vita a un progetto che partendo dalla decostruzione dei vincoli linguistici e delle rappresentazioni socioculturali ha incluso la materialità come dimensione costitutiva e dinamica nei e dei processi performativi del genere. La sfida posta da questa alleanza è quella di minare alle fondamenta quell’immaginario che ancora oggi non sfugge alla tentazione di riportare i modi di essere del genere all’interno di ciò che si considera 'naturale' e per questo eticamente ammissibile, oltre che moralmente dovuto.

 

Riferimenti bibliografici

Austin, John L. (1968) How to Do Things with Words. Oxford: OUP, 1962.

Barad, Karen. (2003) "Posthumanist Performativity: Toward an Understanding of How Matter Comes to Matter", Journal of Women in Culture and Society, vol. 28, no. 3, pp. 801-831

Butler, Judith. Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity. New York: Routledge, 1990.

Haraway, Donna (1997). Modest Witness @ Second Millennium.Female Man Meets Onco Mouse. New York: Routledge.

Mol, Annemarie. (2002) The body multiple. Ontology in medical practice, Durham-London, Duke, University Press.

 

NOTE

[1] In questo breve contributo si richiamano alcune riflessioni teoriche sul genere che hanno fatto riferimento alla performatività, ovvero a quel complesso di dinamiche che danno una forma, un significato e un ruolo sociale agli uomini e alle donne.

[2] Mol 2002: 39, traduzione dell'autore

 

Contrastare gli stereotipi a partire dalle scuole

  • Apr 24, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
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InGenere
24 04 2015

La violenza di genere può essere veicolata e radicarsi nella cultura prevalente attraverso discorsi e immagini stereotipate che propongono modelli di rappresentazione delle relazioni tra uomini e donne fortemente asimmetrici. Discorsi e immagini che trovano nutrimento in contesti diversificati: in territori urbani fortemente deprivati, in gruppi che promuovono atteggiamenti misogini e machisti, sui mezzi di comunicazione, nella pratica.

Accade, dunque, come emerge dallo studio di Torres, che in quartieri come quello Zen di Palermo, simbolo del degrado e del fallimento delle politiche pubbliche, le donne restino imprigionate in ruoli stereotipati di subordinazione e sudditanza rispetto agli uomini; in un destino di invisibilità, di silenziosa acquiescenza a compiti e doveri, alla definizione dei quali il linguaggio contribuisce in modo significativo. Il linguaggio, in tali contesti, si fa strumento di trasmissione di ruoli sociali che le donne assumono come 'naturali'; legittimando il dominio maschile sull’altro sesso. La donna è 'vera' donna solo quando è figlia obbediente, brava madre, brava moglie, quando dunque rientra in una sfera di definizione che la veda ora figlia ora moglie nel passaggio di autorità dal padre al marito; oggetto di scambio e di possesso.

La forza coercitiva del discorso misogino è messa ben in evidenza nello studio di Iovine, basato sull’analisi del linguaggio e dei modelli di ragionamento dei membri di alcuni gruppi misogini, anti-femministi che popolano la rete. L’analisi del linguaggio scritto ha consentito di far emergere alcune costanti nello svolgimento del ragionamento sessista al quale si associano vissuti e relazioni sociali difficili. Dunque, dietro al percepirsi e rappresentarsi come vittime; all’autoreferenzialità del pensiero, alla minimizzazione del fenomeno della violenza contro le donne, si svelano un passato e un presente segnati dall’assenza di modelli femminili di riferimento, da rapporti familiari anaffettivi, nonché da una rarefatta vita sociale. Un ragionamento sessista che non si limita a testimoniare una cultura maschilista ma che si traduce in un 'attivismo' militante, attraverso il quale si dispiega una difesa di tipo patriarcale-nazionalista del maschio.

La rappresentazione stereotipata di modelli femminili patriarcali è spesso favorita dalla forza mediatica dei mezzi di comunicazione che trasmettono messaggi degradanti sulle donne che ne sono protagoniste, contribuendo così ad acuire le disuguaglianze di genere. Lo studio di Ortolani e Dalledonne Vandini mette ben in luce come la comunicazione sportiva sia fortemente connotata dalla predominanza di modelli maschili improntati alla performance, alla forza e alla leadership che si contrappongono a quelli femminili di atleta/madre e atleta/compagna. Ecco, allora, emergere le tradizionali dicotomie tra sport da maschio (calcio, pugilato, rugby, etc.) e sport da femmina (danza, pattinaggio, ginnastica artistica, etc.). Questa trasmissione di modelli entra nella ‘carne viva’ del tessuto sociale riaffermando e legittimando disuguaglianze di genere inaccettabili, dando loro veste normativa.

Questo è possibile in ragione della natura performativa del linguaggio, che non contribuisce meramente a definire, rappresentare e riflettere le differenze di genere ma le costituisce, producendo effetti reali che hanno delle conseguenze nel sancire nella società una posizione subordinata delle donne rispetto agli uomini. Il linguaggio ha dunque in sé la capacità di contribuire alla costruzione di 'senso', a stabilire alcune norme sociali costitutive di una cultura sessista. È questo il punto di partenza della interessante riflessione di Gerardin-Laverge che si interroga sulla possibilità e la modalità in cui le donne possano resistere alle categorie veicolate dal linguaggio e alla realtà che si va così ad affermare, al fine di comprendere quale sia l’empowement individuale e collettivo possibile; per rafforzare, la consapevolezza e la capacità di azione della donna sia come singolo individuo sia come agente collettivo di azione politica.

Per promuovere e sostenere la capacità di azione della donna, contrastando e prevenendo la trasmissione di modelli asimmetrici di relazione, è necessario acquisire strumenti analitici di decodifica del messaggio mediatico, capaci di alimentare una riflessione critica sulle rappresentazioni del mondo femminile proposte e per cercare di proporne di nuove. Iniziative progettuali e interventi nei luoghi della formazione costituiscono lo strumento principale per evitare che le nuove generazioni facciano propri modelli di comportamento e relazione con l’altro sesso asimmetrici e sessisti.

In questa direzione si muovono due esperienze: quella presentata da Baule, Caratti, Tolino, basata sul design della comunicazione; e quella di Ortolani e Dalledonne Vandini, diretta a sollecitare una riflessione teorica sulla capacità inclusiva dello sport.

Nel primo caso, all’interno di alcune scuole medie superiori milanesi, gli studenti sono stati coinvolti in un processo di lettura e categorizzazione di immagini, testi e codici espressivi al fine di sviluppare una capacità di analisi critica della rappresentazione del femminile, di decostruire gli stereotipi degradanti veicolati dai media, per giungere alla ri-costruzione partecipata di “senso”, cercando anche di individuare delle possibili strategie di intervento. Il lavoro in aula ha portato alla realizzazione di prodotti analogici e digitali riproducibili in altri contesti scolastici e spendibili in azioni di sensibilizzazione capaci di 'svelare' gli effetti intangibili, ma non per questo meno pesanti, degli stereotipi di genere.

Nel secondo caso, è stato affrontato il tema degli stereotipi di genere in uno sport, quale è il pattinaggio artistico, 'tradizionalmente' considerato 'da femmine' proprio in ragione di registri comunicativi, codici espressivi e immagini veicolati dal linguaggio sociale e mediatico. A partire da una ricerca qualitativa condotta sugli atleti e le atlete, i loro genitori, gli allenatori e le allenatrici di una società dilettantistica di una cittadina in provincia di Bologna, dalla quale sono emersi con prepotenza i pregiudizi che pervadono questa disciplina sportiva, si è proseguito con un’analisi e una valutazione di alcuni strumenti sperimentati in Emilia Romagna per diffondere nelle scuole una immagine e un significato della pratica sportiva capace di accompagnare le profonde trasformazioni intervenute nelle rappresentazioni sociali del genere e dell’orientamento sessuale, superando così le barriere poste da usi linguistici fortemente pregiudiziali.

Gli studi fin qui discussi indicano nella scuola il contesto privilegiato in cui intervenire precocemente, fin dalla scuola dell’infanzia, per prevenire il diffondersi e il radicarsi di culture sessiste, misogine e assicurare alle donne spazi di azione paritari nel vivere sociale.

Fiorenza Deriu


Riferimenti bibliografici:

Austin, J. (1962), How to do things with words, Oxford University Press.

Baule, G., Caratti, E., Tolino, U. (2014), “Design della comunicazione per le culture di genere. Strumenti comunicativi nei luoghi della formazione”, Convegno Genere e linguaggio, Università “Federico II” di Napoli.

Bourdieu, P. (2014), Il dominio maschile, Feltrinelli

Gerardin-Laverge, M. (2014), “Performativity of language and feminist empowerment”, Convegno Genere e linguaggio, Università “Federico II” di Napoli.

Iovine, F. (2014), “Uomini misogini tra post-virilismo e revanscismo maschile”, Convegno Genere e linguaggio, Università “Federico II” di Napoli.

Ortolani, A., Dalledonne Vandini, C. (2014), “Ma tu fai uno sport da femmine? Esiti di un’indagine empirica e teorico-metodologica condotta in Emilia Romagna”, Convegno Genere e linguaggio, Università “Federico II” di Napoli.

Zenteno Torres, E. (2014), Dimenticate in periferia. I silenzio delle donne nel quartiere Zen di Palermo, Convegno Genere e linguaggio, Università “Federico II” di Napoli.

Ingenere
22 04 2015

Come numerosi studi dimostrano, il linguaggio è molto più che uno scambio di informazioni. Esso compie un ‘lavoro’: due persone che parlano, inviano e ricevono messaggi e nello stesso tempo compiono un'azione sociale. Il risultato più importante di questi studi è che nel linguaggio permangono modelli ricorrenti di comportamento. L'analisi delle conversazioni della vita quotidiana ne evidenzia la somiglianza strutturale.

I contributi che hanno animato la sessione numero sei del convegno Genere e Linguaggio[1] hanno fatto riferimento a questa nozione, soffermandosi, in particolare, sul potere performativo del linguaggio riferito ai generi[2], sui processi di stigmatizzazione e di costruzione delle identità di genere, sulla costruzione del linguaggio di genere nei media[3] e nell’informazione on-line[4]. Un ulteriore contributo sottolinea gli aspetti linguistici che designano e categorizzano le identità di genere, all’interno dei processi di medicalizzazione.

Le riflessioni che seguono sintetizzano alcuni dei punti emersi nel dibattito, soffermandosi sul potere perfomativo del linguaggio medico rispetto alla rappresentazione e alla costruzione sociale e culturale dei generi, con riferimento a contesti medico-istituzionali con forte connotazione di genere, come le sale parto.

Linguaggio, potere e differenze di genere

Gli studi su genere e linguaggio sono ormai numerosi e diversi tra loro: si estendono dall'analisi dei turni di parola nelle interazioni uomo-donna, a ricerche di tipo etnometodologico in cui si analizza la costruzione sociale del genere femminile. Questo mostra come le differenze di linguaggio siano connesse alla realtà strutturale definita dal dominio maschile e costruita nelle strutture economiche, familiari, politiche e legislative della società.

All'interno di questi studi un filone di ricerca si è sviluppato nei contesti medico-clinici da parte di studiose femministe che hanno interpretato nella interazione uomo-medico/donna-paziente la rappresentazione del potere e dell'ordine sociale.

Dietro i giudizi sullo stato di salute dei pazienti e le prescrizioni che i medici danno loro, c'è un sistema di credenze, di valori, di conoscenze più ampio in cui i medici collocano le informazioni sanitarie. Se la paziente è donna questi aspetti sociali giocano nell'interazione almeno a due livelli: da una parte i giudizi del medico sono spesso determinati dalle definizioni dei ruoli 'appropriati' per le donne nella società; dall'altra parte le donne, abituate nella vita quotidiana a comportarsi in modo dipendente e subordinato, si trovano spesso a 'colludere' con l'autorità medica, assumendo una posizione di 'doppia subordinazione' (come donna e come paziente). Questo campo della pratica medica è rivelativo dei meccanismi di potere, impliciti nell'interazione medico-paziente, in cui s'incontrano due direttrici: una determinata dalla potenza simbolica e sociale del controllo della salute e del corpo femminile, l'altra influenzata dalla cultura delle pratiche mediche come insieme oggettivo, asettico e autofondante.

Pertanto, il contesto ostetrico-ginecologico è quello del potere-sapere entro cui donna e medico si confrontano e che non riguarda solo la loro interazione faccia a faccia, bensì lo sfondo storico e sociale che tale incontro possiede: si tratta di un potere-sapere che permette al medico di definire la situazione in cui avviene l'interazione della visita ostetrico-ginecologica.

Interazioni in sala parto

Il contesto di un 'ospedale di maternità' è certamente diverso da altri, ma stabilisce a priori la cornice dentro cui si svolge la relazione medico-paziente, sottolineando il comportamento di chi ha il potere di definirla[5]. La donna che partorisce in ospedale sta all'interno di una comunicazione di tipo disconfermante, e questo significa che:

lo scambio comunicativo (verbale e non verbale) avviene prevalentemente tra il personale, come se la partoriente non ci fosse: parlano di lei, in sua presenza, usando la terza persona e il verbo volto al passivo per indicare operazioni medico-cliniche che devono eseguire sul suo corpo. Abitualmente non si assumono le informazioni sull'andamento del parto dalla stessa donna ma dalla cartella clinica o da altri operatori;
alle donne vengono date informazioni, consigli e rassicurazioni sbrigative e falsamente tranquillizzanti che non le rendono partecipi di quanto accade. Questo tipo di comunicazione produce una infantilizzazione della donna, verso cui si adotta lo stesso meccanismo che, erroneamente, si adopera con i bambini, dei quali spesso si parla senza rivolgersi direttamente a loro e coniugando il verbo alla terza persona. Gli effetti di questo processo di infantilizzazione portano alla spersonalizzazione e oggettivazione della donna partoriente, il cui corpo può così essere considerato e manipolato come un 'oggetto di lavoro'.
L'ospedale è 'territorio' del personale sanitario e non della donna che partorisce, infatti lo scambio di parole, di sguardi e di gesti avviene in grande prevalenza tra gli operatori. Molto spesso le ostetriche, i medici o le infermiere discutono tra loro di turni e orari, di difficoltà organizzative e di relazioni tra colleghi. Questo tipo di conversazione è molto ricorrente, avviene ovunque nel reparto ma assume un significato specifico in 'sala parto' mentre la donna spinge, nella fase espulsiva del parto, o in 'sala travaglio' mentre si lamenta per il dolore.

Ecco un esempio di dialogo che avviene in un reparto di maternità intorno ad una partoriente per cui ancora gli operatori non sanno se procedere con un taglio cesareo:

Medico1. Anestesista, entrando rivolto all'ostetrica: "È questa da fare?"

Ostetrica. "Così hanno detto".

Medico2. "Ma perché è da fare?"

Medico3. "Ma forse vien giù da solo (il bambino), è quasi completa..."

Gli operatori, quindi, tra loro gli interventi da eseguire sul corpo della donna, senza mai coinvolgerla, come se il discorso riguardasse qualsiasi altro tipo di intervento su un corpo inanimato. Si arriva fino all'utilizzo di espressioni volgari o offensive.

Pertanto, l'utilizzo di un verbo di significato clinico e volto al passivo assume un doppio significato:

passivizzare la donna che non è il soggetto cui deve essere applicato un catetere o eseguito un taglio cesareo, ma l'oggetto che deve essere cateterizzato o cesarizzato[6];
prendere le distanze dal suo corpo, rendendolo un oggetto 'inanimato' di lavoro (come potrebbero esserlo un'automobile, un tavolo, una poltrona …). Così, anche le 'chiacchiere' degli operatori e delle operatrici in presenza della donna, senza coinvolgerla, fanno parte dei medesimi strumenti di difesa dal corpo partoriente.
Questi sono solo alcuni passaggi attraverso cui avviene la costruzione sociale del corpo femminile, gravido e partoriente, all'interno di una cornice istituzionale e medico-ospedaliera. Il linguaggio compie quindi un'azione sociale riproducendo le dinamiche di potere che nello specifico contesto riflettono tanto le relazioni asimmetriche legate al genere, quanto quelle legate al sapere, della medicina e del medico.

Il processo di medicalizzazione, tema centrale dell’analisi sociologica della salute e della medicina, radicalizza tali dinamiche, in cui Peter Conrad individua il potere e l’autorità della professione medica quale elemento propulsore dello stesso processo, sia come 'dominanza professionale' sia come colonizzazione medica, e questa spinta, sottolinea l'autore, è sicuramente vera se riferibile alla medicalizzazione dell’iperattività dei bambini, dell’abuso sui minori, del parto e della menopausa, quindi a fenomeni socio-comportamentali e a eventi fisiologici.

D'altra parte, la medicalizzazione della nascita e della riproduzione umana, segna la dicotomia natura/cultura e interpreta il corpo femminile come "La natura su cui la cultura (maschile) doveva esercitare il suo dominio. In questo senso, in quanto più naturale dei corpi maschili (…)" rappresenta - proprio per la sua capacità riproduttiva - ancora una minaccia e un pericolo e "non è per caso che il corpo femminile sia più medicalizzato di quello maschile, le pratiche di prevenzione più puntuali ed estese, l’autovigilanza che esso richiede più intensa"[7].

 

Riferimenti bibliografici

Cacciari C., Pizzini F., (a cura di), 1985, La donna paziente. Modelli d'interazione in ostetricia e ginecologia, Unicopli, Milano

Colombo G., Pizzini F., Regalia A., Mettere al mondo, FrancoAngeli, Milano, 1987

Conrad P., 2009, Le mutevoli spinte della medicalizzazione, in Maturo A., Conrad P. (a cura di), La medicalizzazione della vita, Salute e Società, anno VIII, n. 2/2009, pp. 36-55

Ehrenreich B., English, D., 1978, For her own good, Anchor Doubleday, Garden City, N.Y.

Freidson E., 2002, La dominanza medica, FrancoAngeli, Milano, (ed. or. 1970)

Lombardi L., 2005, Società, culture e differenze di genere. Percorsi migratori e stati di salute, FrancoAngeli, Milano

Lombardi L., 2013a, "Che 'genere' di riproduzione? Infertilità e relazioni di genere nell’epoca della PMA", in Lombardi L., De Zordo S., (a cura di), La procreazione medicalmente assistita e le sue sfide. Generi, tecnologie, disuguaglianze, FrancoAngeli, Milano

Lombardi L., 2013b, "Interazioni situate e contesti istituzionali", in Costantini W., Calistri D., (a cura di), Ostetrica, Libro III, pp. 1017-1024

Pitch T., 2006, La società della prevenzione, Carocci, Roma.

Pizzini F., 1990, "Introduzione: La prospettiva sociolinguistica", in Pizzini F., (a cura di), Asimmetrie comunicative. Differenze di genere nell’interazione medico-paziente, FrancoAngeli, Milano.

 

NOTE

[1] Il convegno si è tenuto nel dicembre 2014 presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II di Napoli. Il Convegno è stato promosso dalla Sezione “Studi di Genere” dell’AIS-Associazione Italiana di Sociologia, dall’Università degli Studi di Napoli “Federico II” e dal C.L.A (Centro linguistico di Ateneo) in collaborazione con l’Osservatorio Nazionale Lgbt, G.I.S.C.E.L (Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica), Arcigay “Antinoo” di Napoli. Preziosa è stata anche la collaborazione del Sindaco della città di Napoli e di alcuni assessori comunali e regionali impegnati, anche nella propria attività istituzionale, nella lotta contro le disuguaglianze basate sul genere e sull’orientamento sessuale.

[2] Contributo di Elisa Zanola

[3] Contributo di Irene Ranaldi

[4] Contributo di Dario Accolla

[5] Si veda: Colombo G., Pizzini F., Regalia A., Mettere al mondo, FrancoAngeli, Milano, 1987. Il volume riporta i risultati di un'ampia ricerca etnografica condotta in 5 ospedali di maternità della città di Milano.

[6] Cateterizzata, cesarizzata sono termini medico-clinici che stanno ad indicare una donna a cui viene applicato un catetere o che è stata sottoposta a un taglio cesareo.

[7] Pitch, 2006, p. 99

 

Storie di donne migranti nel ventunesimo secolo

  • Apr 22, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
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In Genere.it
22 04 2015

Le donne rappresentano circa la metà dei flussi migratori internazionali. Spesso, diversamente dal passato, intraprendono da sole il viaggio verso il paese di destinazione. Chi sono queste donne? Da dove vengono? Perché partono? E a quali prospettive vanno incontro?

Meno visibile rispetto agli uomini – i quali ricevono molta più attenzione da parte dei media per le loro odissee migratorie ad alto rischio, per la diversità dei ruoli sociali, per i lavori che essi svolgono all’aperto (nei settori dell’edilizia e delle opere pubbliche, dell’agricoltura, delle miniere e del commercio) e per il loro ruolo all’interno delle società di origine e di accoglienza –, la componente femminile costituisce il 48% dei flussi migratori internazionali secondo il rapporto stilato nel 2013 dalla Divisione Popolazione delle Nazioni Unite. Le donne hanno tuttavia superato gli uomini in numero, e rappresentano il 51,6% dei migranti nelle regioni sviluppate (migrazioni sud-nord e nord-nord) e il 43% dei migranti nelle regioni in via di sviluppo. Le donne sono particolarmente numerose nelle fasce d’età sopra i 65 anni (55,8%) e mostrano una distribuzione differente nei vari continenti: il 45,9% in Africa, il 41,6% in Asia, il 51,9% in Europa, il 51,6% in America Latina e nei Caraibi, il 51,2% in America del nord e il 50,2% in Oceania. Il numero di migranti supera invece quello delle migranti in Asia (58,4%) e in Africa (54,1%). Dietro queste cifre si nasconde tuttavia una grande varietà di situazioni che accompagnano i cambiamenti verificatisi nei flussi migratori internazionali negli ultimi vent’anni.

Donne che migrano 'da sole'

Per molto tempo, le migranti sono state associate al fenomeno del ricongiungimento familiare durante gli anni di crescita del flusso migratorio nei paesi europei, e sono state relegate alla sfera privata. Madri di famiglie spesso numerose, le donne si uniscono alla migrazione maschile poco qualificata qualche anno dopo l’arrivo dei primi migranti, spesso in condizioni molto difficoltose (nelle bidonville, in alloggi precari e fatiscenti, nelle periferie poco servite dai trasporti pubblici) e con un accesso limitato ai diritti in considerazione del loro scarso livello di conoscenza delle lingue parlate nei paesi di accoglienza, della loro scolarizzazione limitata o nulla, e del loro modo di vivere spesso rurale. Successivamente è iniziato il periodo dei rifugiati (siamo negli anni ottanta e novanta), durante il quale si sono configurate varie categorie di donne migranti: coloro che hanno preso parte alla riunificazione familiare dopo l’ottenimento dello status di rifugiato da parte del congiunto (spesso con molte lungaggini amministrative riguardanti il riconoscimento del loro stato civile e di quello dei figli nati durante la permanenza in un paese di transito); quelle che appartenevano alla categoria degli sfollati interni nei paesi in crisi (che vivevano talvolta nei campi d’accoglienza nel sud della Francia); e le migranti che sono arrivate da sole per sfuggire a regimi o società che le discriminavano in quanto donne ed eventualmente in quanto nubili.

I paesi d’accoglienza hanno visto il consolidamento della posizione delle migranti all’interno delle aree urbane in crisi, come femmes relais[1], come mediatrici tra istituzioni pubbliche e popolazione, e come militanti che si fanno portavoce di drammi privati, ad esempio nel caso di bambini o adolescenti uccisi dalle forze di polizia nella totale impunità. Nelle metropoli, in misura maggiore, alcune intellettuali rifugiate hanno scritto e fornito testimonianze sulla loro condizione di donne e migranti. Spesso il testimone è stato poi raccolto dalle generazioni provenienti dal contesto migratorio (che non possono più essere considerate migranti dal momento che sono nate nel paese d’accoglienza), entrando, in modo più massiccio rispetto alla generazione precedente, nella vita attiva, politica e associativa (donne elette a livello locale, attiviste civili).

C’è tuttavia un altro aspetto che le ha rese più visibili. Per le donne di fede musulmana, si tratta del velo: le migranti e le seconde generazioni, a partire dalla metà degli anni ottanta, hanno talvolta rivendicato il diritto di vivere la propria identità musulmana apertamente, dando vita a numerosi dibattiti, in Francia e in Europa, sulla compatibilità di questa cultura islamica rivendicata esteriormente con le società secolarizzate nelle quali tali donne vivono. Il dibattito ha riguardato anche il loro abbigliamento (prêt-à-porter islamico, burqa) nel luogo di lavoro (privato o pubblico) e per strada. Altro aspetto ricorrente nel dibattito politico è la loro fertilità, che si suppone essere molto superiore a quella delle native, quando invece, contrariamente a quanto si crede, la prima si avvicina alla seconda nel corso del tempo, sia nel paese di accoglienza che in quello di origine, soprattutto sulla riva meridionale del Mediterraneo.

Sempre più numerose sono le migranti che, quando partono, si lasciano dietro un congiunto; ciò avviene sia per effetto di una forte scolarizzazione nei paesi di origine, che permette loro di migrare da sole e di cercare di entrare nel mercato del lavoro qualificato, sia per il fatto che esse sono ricercate all’interno di nicchie occupazionali molto specifiche: babysitter, collaboratrici domestiche, assistenti per persone anziane, infermiere, addette ai lavori sartoriali, commercianti o prostitute che accompagnano i migranti nel loro viaggio. Queste risultano essere particolarmente vulnerabili sia durante il viaggio verso il paese di destinazione, in quanto possono subire violenze sessuali da parte di scafisti e trafficanti, sia nel paese di destinazione dove vivono in uno stato di irregolarità, sfruttamento lavorativo e prostituzione, a volte per ripagare il costo del viaggio da clandestine.

Vengono tuttavia sottoposte a meno controlli rispetto agli uomini, sono meno presenti nei centri di custodia temporanea, e meno coinvolte nelle attività illecite. Tra coloro in possesso di un titolo di studio, numerose sono le migranti che subiscono una doppia discriminazione, sia in quanto straniere – dal momento che il loro titolo di studio non è riconosciuto – sia in quanto donne, relegate a svolgere lavori considerati tipicamente femminili (part-time, segreteria, assistenza ai malati, centraliniste nei call centre, ecc.). Molte vivono in forte isolamento a causa del lavoro domestico, confinate all’interno delle abitazioni dei loro datori di lavoro, e scarsamente informate sui loro diritti. L’irregolarità del loro status aggrava ulteriormente la situazione: solo coloro che sono in possesso di un titolo di studio più elevato e sono meglio integrate possono aspirare a regolarizzare la propria posizione e a svolgere un lavoro che corrisponda alle proprie qualifiche. Le migranti irregolari, con o senza titolo di studio, si troveranno a essere fortemente dequalificate.

Ma tutte coloro che sono partite da sole acquistano nella migrazione stessa uno status familiare che le affranca dalla tutela maschile che veniva loro imposta nel paese d’origine. Tale affrancamento deriva dal fatto che esse inviano denaro destinato al benessere della loro famiglia rimasta in patria. Per questo, il governo filippino ha eretto nella capitale una statua in onore della donna filippina, per rendere omaggio a queste eroine che inviano a casa gran parte dei loro guadagni sotto forma di trasferimento di fondi.

La doppia discriminazione

La discriminazione può manifestarsi in una selezione di tipo lavorativo nelle professioni considerate 'femminili', o in ragione della loro condizione specifica.

Prendiamo il caso delle cinesi, la cui migrazione di grandi dimensioni a partire dagli anni novanta è indirettamente collegata alla politica del figlio unico: far arrivare una figlia senza documenti permetteva di farla sparire dalle statistiche amministrative e allo stesso tempo consentiva di dare uno status di legalità al secondo figlio. Le migranti cinesi sono venute in Europa per lavorare nel comparto tessile, spesso in condizioni di neoschiavismo, con orari di lavoro massacranti durante i periodi di forte domanda e di picchi produttivi. Costoro venivano di solito accolte dai loro familiari già residenti nel paese di destinazione; questi ultimi, in molti casi, avevano provveduto a pagarne il viaggio, le ospitavano e offrivano loro il vitto, senza possibilità per le migranti stesse di ribellarsi. Alcune tra le più anziane, dopo aver cresciuto il proprio figlio, iniziano a prostituirsi intorno ai quarant’anni, come ad esempio avviene nel quartiere parigino di Belleville, in cambio di 20 euro, senza alcuna protezione né assistenza medica, al fine di mandare denaro a casa. Altre vivono in famiglia, e lavorano nel settore della ristorazione.

In rapporto alla popolazione del paese d’origine, il gruppo più nutrito di donne migranti è quello delle filippine, le quali si sono specializzate nei lavori del settore della 'cura alla persona' negli Stati Uniti e in Europa, e nei lavori domestici nei paesi del Golfo. La loro posizione è stata spesso regolarizzata in Italia (dove vengono chiamate “badanti”[2]) – un paese fortemente colpito dall’invecchiamento della popolazione e nel quale allo stesso tempo scarseggiano le strutture d’accoglienza – dal momento che gli elettori, sia di destra sia di sinistra, hanno voluto attribuire loro uno status permanente nella cura degli anziani. In queste stesse professioni, troviamo anche le polacche e le rumene, inizialmente giunte senza documenti e che ora lavorano liberamente in Europa. Costoro si collocano in una dimensione di mobilità come modo di vivere, tra il 'qui' e il 'là', grazie a mezzi di trasporto poco costosi (autobus, voli low cost), annullando così le distanze. Tutto ciò crea delle difficoltà all’interno delle famiglie che queste donne si lasciano alle spalle in patria, dove la madre è assente e altre lavoratrici, provenienti dall’Ucraina o dalla Bielorussia, vengono a volte a dar loro il cambio nelle attività di cura dei più giovani e dei più anziani. Una migrazione a catena si verifica dunque verso queste nicchie di un mercato del lavoro fortemente segmentato e poco ambìto dai cittadini del paese d’accoglienza, anche se disoccupati. Troviamo inoltre le latinoamericane e le africane. Per l’assistenza alle persone anziane che spesso non parlano alcuna lingua straniera, la selezione viene effettuata anche in funzione della lingua parlata (l’inglese e lo spagnolo per le filippine, il francese per le africane e le magrebine).

Da più di trent’anni a questa parte, le portoghesi lavorano come addette alla portineria e come collaboratrici domestiche in città, sostituendosi a volte alle spagnole. In Spagna, abbiamo le giovani marocchine che lavorano come raccoglitrici stagionali di frutta e verdura. Spesso vengono scelte tra le madri di famiglia nel proprio paese d’origine per evitare che possano essere tentate dall’idea di rimanere nel paese d’accoglienza. In Marocco, le subsahariane in età matura lavorano come venditrici di prodotti africani per accompagnare i migranti irregolari che si sono provvisoriamente stabiliti in questo paese di transito. Nel Golfo, sono le filippine che hanno fatto maggiormente parlare di sé per quanto riguarda le violenze subite. La selezione-discriminazione può avvenire in entrambi i modi. Complessivamente, costoro si mobilitano poco in quanto si concentrano in lavori poco sindacalizzati, restano isolate nel loro lavoro e sono fortemente dipendenti dai datori di lavoro che le hanno fatte arrivare.

Traiettorie e prospettive

Tornando ai dati delle Nazioni Unite, possiamo constatare che le migranti rappresentano la metà dei migranti internazionali in Europa, Russia, Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia, nel cono sud dell’America Latina e nella parte meridionale del continente africano (con l’eccezione del Sudafrica e dei paesi limitrofi). Sono invece meno del 50% nella maggior parte del continente africano, in tutto il Medio Oriente, in India, in Cina, nel Sud-est asiatico e in America Latina (con l’eccezione del cono sud). Possiamo dunque rilevare come le migranti seguano una traiettoria essenzialmente sud-nord e nord-nord mentre sono in numero inferiore agli uomini per quanto riguarda le migrazioni sud-sud e nord-sud.

Esse s’inscrivono quindi all’interno di vecchi schemi migratori piuttosto che all’interno delle più moderne forme di fuga dei cervelli da nord verso i paesi emergenti o sud-sud. Le ragioni di ciò sono molteplici: alcune culture rendono difficile la partenza di una migrante da sola; tanto nel paese di partenza quanto in quello di arrivo, le donne delle nazioni arabe hanno un tasso di occupazione più basso rispetto ad altre realtà (cosa che d’altronde rende i loro paesi dipendenti dai flussi migratori, se essi dispongono di risorse da sfruttare, come nel Golfo); inoltre, le crisi e i conflitti del pianeta coinvolgono in via preponderante le donne del sud del mondo, spingendole verso una migrazione interna e non necessariamente internazionale. Lo stesso dicasi per i profughi ambientali. Infine, le prospettive demografiche, i progressi in termini di scolarizzazione, l’avanzata dell’urbanizzazione e delle sfide ambientali, la diffusione dell’informazione e il cambiamento dei ruoli femminili giocano a favore di una migrazione femminile di entità pari, o superiore, a quella maschile. I recenti vertici mondiali sulla migrazione e lo sviluppo e sulla governance globale delle migrazioni hanno inserito nel proprio ordine del giorno l’uguaglianza dei diritti di donne e uomini nella migrazione. Resta ancora da combattere una battaglia lunga e difficile a livello mondiale. Tuttavia, l’obiettivo rientra tra le priorità delle tematiche della governance mondiale delle migrazioni di oggi, come discusso al Dialogo di alto livello su migrazione internazionale e sviluppo, svoltosi a New York nell’ottobre del 2013, e al Forum mondiale sulle migrazioni e lo sviluppo, tenutosi a Stoccolma nel maggio del 2014.

NOTE

[1] Con tale termine, si intendono le migranti che lavorano come operatrici sociali all’interno della comunità. Svolgono una molteplicità di ruoli – interpretariato, mediazione culturale, ecc. – al fine di facilitare l’integrazione dei nuovi migranti e delle loro famiglie all’interno della società di accoglienza (N.d.T.).

[2] In italiano nel testo

Corpi e ruoli tra media e vita quotidiana

  • Apr 20, 2015
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Ingenere.it
20 04 2015

I segni dell’uguaglianza e della differenza, così come quelli della discriminazione e della stigmatizzazione legati a genere e sessualità, passano per il complesso intreccio di simboli e significati che si sviluppa tanto nei linguaggi prodotti e riprodotti nelle interazioni faccia a faccia, quanto nella comunicazione che si sviluppa attraverso i media digitali e i mass media. Anzi, nelle società contemporanee i confini tra queste due dimensioni – così come tra i linguaggi e i generi mediatici – tendono sempre più a sfumare, facendo emergere rapporti complessi tra vita 'on-line' e vita 'off-line', tra quotidianità (ordine dell’interazione) e media unidirezionali, che ci conducono molto più lontano da quell’avvento dell’iper-realtà e della "tirannia del simulacro", di cui parlava Jean Baudrillard nel 1981.

Uno dei primi studi che si occupava di questo intreccio ponendo al centro i rapporti di genere, fu il lavoro di Erving Goffman del 1979 intitolato Gender Advertisements che si concentrava, appunto, sui linguaggi pubblicitari. L’analisi di Goffman portava alla luce il fatto che l’ordine dell’interazione (cioè il modo in cui si organizza la vita quotidiana) e le rappresentazioni mediatiche erano fortemente convergenti: la donna veniva rappresentata dalla pubblicità come “elemento succube”, sempre alla mercé delle decisioni di un uomo. Infatti la figura femminile era ricodificata sia dal pubblicitario (quasi sempre uomo ed eterossessuale), che dà forma allo spot, sia dall’attore che la affianca nella rappresentazione. Questo ruolo subordinato, ancillare, seduttivo e ornamentale alimentava così un immaginario che era del tutto congruente con il modello di famiglia americana centrata sull'uomo come maggiore percettore di reddito[1] . Forte della sua capacità di assorbire e trasformare in business la critica, come mise ad esempio in luce Robert Goldman nel 1992, tanto i linguaggi pubblicitari quanto quelli più generalmente espressione dei mass media commerciali, tesero a sviluppare negli anni successivi una sorta di 'femminismo mercificato'; un nuovo insieme di simboli, linguaggi e rappresentazioni volti a mostrare che solo attraverso il mercato e il consumo le nuove donne emancipate avrebbero potuto trovare i mezzi necessari per ricostruire la propria identità e la propria nuova facciata: in fondo, il tema del documentario di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne, in cui viene mostrato come la figura femminile ridotta a merce sia uno dei linguaggi fondamentali con cui si esprime il potere. All’interno di questo frame, tutto sommato, può anche essere ricondotta buona parte dell’ingresso degli LGTBI sulla scena mediatica, in particolare in quella pubblicitaria, nella quale l’omosessualità femminile o il richiamo all’ambiguità della bisessualità, sempre da parte delle donne, diventa un ulteriore strumento di seduzione per aumentare l’erotismo della merce. Molto più in ombra rimane, invece, la rappresentazione dell’omosessualità maschile.

Queste brevi suggestioni ci fanno immediatamente comprendere come, accanto all’emersione di nuove forme di comunicazione e di costruzione sessuata del sé legate ai media digitali, i linguaggi e gli immaginari costruiti dallo stretto intreccio tra mass media e vita quotidiana continuino a svolgere un ruolo importante nella società globale. La sessione da me coordinata del convegno Genere e linguaggio si è concentrata in modo preponderante su questi temi, esplorando in particolare due tipi di linguaggi e di rappresentazioni dei rapporti di genere: quello cinematografico e quello dell’intrattenimento televisivo rivolto prevalentemente ai teenager.

Mentre non mancano gli studi sul modo in cui la donna bianca, occidentale, è rappresentata nei media e nel cinema, la costruzione dei corpi e della rappresentazione delle donne migranti provenienti dal resto del mondo, è un tema molto meno esplorato. Al mito della 'grande proletaria', dell’italiano e dell’italiana 'brava gente' con cui il cinema nostrano ha spesso rappresentato (in modo consolatorio e in linea con la nostra mitologia nazional-popolare) l’emigrante italiano nel mondo, si è sostituita negli anni più recenti una complessa filmografia che racconta le storie degli immigrati in Italia. Lì dove la figura dell’uomo-migrante è disegnata in modo complesso, pur occupando spesso ruoli residuali nella narrazione cinematografica, grande protagonista di questo nuovo filone è la figura della donna-migrante. Come suggeriscono le varie relazioni tenute al convegno e, in particolare, quella di Gaia Peruzzi (Sapienza, Università di Roma), la donna proveniente dall’Est Europa è il personaggio più rappresentato; in narrazioni filmiche che sembrano riproporre l’archetipo ad un tempo attraente e seducente, di Lillith, la prima moglie di Adamo, ripudiata da quest’ultimo perché non volle obbedirle e simbolo della seduzione che conduce alla rovina dell’uomo. Al contrario, quando sono rappresentate, le donne provenienti dai paesi arabi lo sono prevalentemente attraverso linguaggi e narrazioni che si concentrano sul loro ruolo materno così come sulla loro condizione di subordinazione. In entrambi i casi, dietro lo stereotipo di genere e culturale scompare la complessità del soggetto donna, ridotto così 'ad una dimensione'.

Sul piano dell’intrattenimento televisivo rivolto ai teenager, mentre permane l’assoluta centralità del medium televisivo e dei suoi linguaggi nel panorama mediatico italiano, il pubblico giovanile tende a sviluppare una fruizione complessa della televisione che sempre più si intreccia con i linguaggi tipici dei media digitali: il format dei relationship rality appare perfettamente congruente con la tendenza degli adolescenti ad utilizzare i social network come dimensioni in cui ricostruire la propria vita quotidiana (mediante linguaggi multimediali) annullandone l’ordinarietà e ridefinendola, appunto, come fosse uno 'straordinario' reality nel quale sfera privata e sfera pubblica si confondono; e dove “colei alla quale si crede”, cioè la verità delle relazioni (secondo la battuta del capolavoro pirandelliano Così è se vi pare), emerge e si chiarisce. Il caso del programma Friend zone, prodotto da MTV e studiato da Giuseppina Bonerba (Università degli Studi di Perugia) rientra perfettamente in questa tipologia, rivelando una particolare rappresentazione dei rapporti di genere all’interno della sfera intima degli adolescenti: nel programma americano – incentrato sulla rivelazione del proprio amore al migliore o alla migliore amica – oltre ad emergere un significativo avvicinamento dei modelli comportamentali messi in pratica da ragazze e ragazzi nel corteggiamento, si delinea il profilo di un amore vissuto come prolungamento e potenziamento dell’amicizia, nel quale il sesso non è più elemento costitutivo. Per entrambi i generi (anche quando sono rappresentate coppie omosessuali) emerge il modello di un amore inteso come sostegno e appoggio reciproco.

 

Riferimenti bibliografici

Baudrillard J. (1981), Simulacres et Simulation, Paris: Éditions Galilée.

Goffman E. (1976), Gender Advertisements, Cambridge, Massachusetts: Harvard University Press.

Goldman R. (1992), Reading Ads Socially, London: Taylor & Francis.

 

NOTE

[1] Analizzata, tra gli altri, da Talcott Parsons.

Generi e linguaggi oltre il sessismo delle parole

  • Apr 20, 2015
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Ingenere
20 04 2015

Attraverso il linguaggio si trasmettono diversità e diseuguaglianze sociali. C'è ancora da fare per muoversi oltre il sessismo delle parole.

Fabio Corbisiero Elisabetta Ruspini


Il delicato e complesso rapporto tra generi e linguaggi è stato discusso a dicembre in un convegno dal titolo “Genere e linguaggio. I segni dell’uguaglianza e della diversità”[1]. All’evento sono intervenuti studiosi e studiose di scienze sociali, linguistiche e psico-pedagogiche provenienti dall’Italia e dall’estero, rappresentanti politici e attivisti/e del mondo associativo locale e nazionale.

In tutti gli interventi è stata riconosciuta la necessità di un impegno costante di lotta non solo al sessismo nei linguaggi, ma contro le vecchie e nuove esclusioni che hanno origine dal mancato riconoscimento, dalla de-legittimazione o dall’occultamento di intere realtà sociali considerate non conformi alle norme sociali prevalenti. In tal senso, un approfondimento è stato riservato alle relazioni e alle forme familiari omossessuali rappresentate dall’Associazione Famiglie Arcobaleno.

Il convegno, che si è sviluppato in tavole rotonde e sessioni parallele, dense per il numero e la rilevanza dei contributi offerti, ha visto una straordinaria, attiva e non consueta partecipazione di giovani studenti e studentesse. Dalle loro voci è emerso che la definizione delle comunità dei parlanti e gli usi linguistici che le caratterizzano, nonostante i loro innumerevoli medium, sono ancora spazi sociali e culturali di ri-produzione delle disuguaglianze di genere. Anche se positivamente è stato osservato che i nuovi medium comunicativi, di cui dispone la generazione dei Millennial, offrono straordinarie e inimmaginate possibilità di conquista e costruzione di spazi di partecipazione, il rischio che diventino ambiti segreganti non è superato. Le parole dell’eterosessimo (questo è il nome di una delle tavole rotonde organizzate) producono persistenti distinzioni sociali, non ultime quelle legate agli orientamenti sessuali che sconvolgono le rassicuranti, comprensibili e scontate visioni binarie del sesso e del genere.

Le appartenenze di genere e di orientamento sessuale creano comunità e gruppi sociali che nei linguaggi trovano strumenti di espressione per le proprie soggettività individuali e collettive, i cui confini sono permeati anche da altri fattori di differenziazione sociale. È il caso, per esempio, dell’uso di gerghi in alcuni gruppi sociali, nei quali il gergo stesso, che costituisce dapprima uno strumento di autoprotezione per gli appartenenti, finisce per contaminare la lingua dominante attraverso l’introduzione di item o espressioni lessicali nella lingua egemone della comunità di riferimento. Ciò è particolarmente vero nel caso di usi linguistici direttamente legati alla costruzione sociale del genere. Esiste una dimensione discorsiva e collettiva di questi processi che, oltre a porre in discussione le categorie del genere e dei generi, attacca il monologismo e la unidimensionalità del sé, troppo spesso costretti, anche dal carattere normativo e performativo degli usi linguistici.

A tale proposito, durante il convegno non sono mancati i riferimenti alle forme più note di controllo e violenza, esercitate anche mediante il linguaggio, che caratterizzano le relazioni tra uomini e donne, ma anche tra soggetti che esprimono identità e orientamenti sessuali inediti. I linguaggi e i molteplici canali comunicativi che li esprimono – dai media tradizionali a quelli più nuovi, rafforzano le mascolinità egemoni e occultano, stigmatizzano e alimentano stereotipi sulla femminilità e sulle mascolinità non egemoni producendo una narrazione di queste identità del tutto funzionale alla sopravvivenza di rapporti di dominio. Se da un lato, emerge con sempre maggiore frequenza la volontà di capire se, e come, il modo in cui si nomina e si rappresenta socialmente la violenza di genere, può alimentare stereotipi, dall’altro non si può non osservare come questi stessi processi siano il risultato di rappresentazioni della mascolinità e femminilità fortemente ancorati al sistema di genere prevalente, strategicamente asimmetrico. Questa consapevolezza stenta però ad affermarsi nei singoli individui e viene ostacolata da rappresentazioni collettive in cui le gerarchie sociali costruite sul genere si complicano intrecciandosi con quelle basate sulle appartenenze etniche. Soprattutto in quest’ultimo caso, la lingua è il principale elemento di attribuzione del prestigio sociale o dell’esclusione di coloro che sono estranei/e, in primo luogo in quanto non appartenenti alla comunità dei parlanti della lingua dominante. È il caso delle donne migranti che vedono nell’apprendimento della lingua un fattore importante di integrazione sociale. Per le donne migranti imparare l’italiano simboleggia la possibilità di entrare in un sistema relazionale che concede riconoscimento sociale e, con esso, appartenenza e cittadinanza. Questi processi sono oggetto anche dei principali medium della comunicazione: il cinema, la televisione, la pubblicità, oltre che rappresentare le differenze, stanno rafforzando il loro ruolo di produttori di linguaggi di genere attraverso la creazione di format comunicativi sconosciuti fino a pochi anni fa.

Tali rappresentazioni collettive si confrontano, soprattutto per le generazioni più giovani, con i linguaggi usati nei luoghi della formazione rispetto alla loro capacità di costruire culture di genere. La scuola, a qualsiasi ordine e grado, le associazioni sportive, politiche e culturali e le altre istituzioni destinate alla formazione sono continuamente sottoposte alla necessità di interrogarsi sulle modalità attraverso le quali questi linguaggi intervengono nello sviluppo delle identità di genere dei/delle più giovani. Sempre più di frequente si stanno sperimentando gli usi linguistici di genere e strumenti formativi incentrati sul linguaggio e finalizzati alla costruzione di nuove culture di genere. Si tratta di un percorso complesso e in cui non mancano forti resistenze istituzionali

Le identità di genere chiamano in causa elementi fondanti degli orientamenti valoriali espressi dalla società italiana. Quand’anche si escludano persistenti stereotipi e pregiudizi sulle identità di genere, motivazioni religiose, etiche, morali sono solo alcuni dei fattori intorno ai quali si coagulano interessi individuali e collettivi che esprimono opposizioni rispetto ai processi di mutamento sociale. Non trascurabile in questo dibattito il ruolo assunto dalla scienza rispetto alle discussioni di bioetica, che interessa direttamente la definizione dei corpi come maschili e femminili, e le implicazioni che l’imposizione di questi confini può produrre nella costruzione delle identità di genere.

NOTE

[1] Il convegno si è tenuto al Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II di Napoli. Il Convegno è stato promosso dalla Sezione “Studi di Genere” dell’AIS-Associazione Italiana di Sociologia, dall’Università degli Studi di Napoli “Federico II” e dal C.L.A (Centro linguistico di Ateneo) in collaborazione con l’Osservatorio Nazionale Lgbt, G.I.S.C.E.L (Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica), Arcigay “Antinoo” di Napoli. Preziosa è stata anche la collaborazione del Sindaco della città di Napoli e di alcuni assessori comunali e regionali impegnati, anche nella propria attività istituzionale, nella lotta contro le disuguaglianze basate sul genere e sull’orientamento sessuale.

 

Che genere di città

  • Apr 14, 2015
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 1371 volte

Ingenere.it
14 04 2015

Nell'organizzazione spaziale delle città le disparità di genere tendono ad assumere le stesse caratteristiche che si riscontrano nella struttura sociale. Lo spazio urbano è stato modellato a misura del genere 'dominante': il modo in cui le donne vivono e si muovono nella città si differenzia in relazione al diverso ruolo che esse ricoprono nella società. A decidere sul corpo delle città sono principalmente gli uomini, dato che la politica è un ambito ancora fortemente dominato dal genere maschile, malgrado il crescente numero di donne in posti di comando. Nella polis, così come nella città, infatti, il pensiero e l’opera delle donne continua ad essere poco influente, anche se da tempo le professioni dell’ambiente costruito attingono dal genere femminile.

Kate Henderson, la direttrice della Town and Country Planning Association, che nel Regno Unito rappresenta una tradizione lunga un secolo nell’ambito della pianificazione urbanistica, ha dichiarato di avere spesso modo di sentirsi isolata, in quanto ad appartenenza di genere, nel contesto professionale in cui opera. La sua esperienza può essere spiegata con il fatto che malgrado sia aumentato negli anni il numero delle professioniste del settore, sono rimaste basse le possibilità che esse siano influenti sulle politiche urbane.

Eppure è stata una donna, Jane Jacobs, a scrivere oltre mezzo secolo fa Vita e morte delle grandi città americane, una delle letture critiche più note dello sviluppo urbano contemporaneo. Due anni più tardi, nel 1963, Betty Friedan descrisse la storia dello sviluppo delle città americane durante il ventesimo secolo come una vicenda di puro esercizio del potere di un genere sull’altro. The Feminine Mystique è una spietata denuncia dell’oppressione delle donne attraverso il grande progetto suburbano che ha portato oltre la metà della popolazione statunitense a vivere in agglomerati monofunzionali, destinati ad essere i settori residenziali di metropoli in continua espansione e luoghi di confinamento delle frustrazioni femminili. La situazione descritta da Revolutionary Road – il romanzo di Richard Yates del 1961 – diventava indagine sociologica e denuncia di una strategia per confinare le donne nello spazio domestico.

In molti paesi le donne hanno assunto un ruolo determinante nelle economie nazionali, ma il tema di come la forma della città ed il paesaggio urbano tengano conto dell’universo femminile difficilmente viene affrontato. Nello spazio pubblico i corpi femminili sono ancora relegati nell’immaginario della domesticità o ancorati al desiderio sessuale maschile e tutto ciò è considerato normale, basta percorrere le strade di una città qualsiasi. Non è certo una novità che il corpo femminile sia utilizzato per finalità commerciali, ma che sia possibile evitare questa interferenza con il paesaggio urbano, soprattutto se essa finisce per rafforzare i peggiori stereotipi di genere, lo prova la decisione della città di Grenoble di rinunciare ai proventi derivanti dalla cartellonistica pubblicitaria.

La recente proposta di regolamentare la prostituzione di strada nel quartiere dell’EUR a Roma - non a caso un'area della città a forte specializzazione funzionale, che sta facendo i conti con una fallimentare gestione urbanistica - rappresenta molto bene quanto il vecchio immaginario maschile, che associa prostituzione a degrado, sia diventato l’argomento che consente di non prendere in considerazione i veri problemi di quell’area. C’è una evidente ipocrisia nel far credere all’opinione pubblica che la priorità sia mettere ordine nella situazione attuale, già dominata dalla forte presenza di prostitute, e nel non affrontare le conseguenze di scelte urbanistiche che hanno lasciato in eredità una serie di contenitori non finiti, come La Nuvola sede del Nuovo Centro Congressi, o abbandonati, come nel caso del vecchio parco di divertimenti Luneur.

Se almeno a livello simbolico la città continua ad essere lo spazio degli uomini e, implicitamente, la casa quello delle donne, non saranno certo gli edifici disegnati da architetti donna a fare la differenza, nemmeno se essi ricordano parti del corpo femminile come nel caso del progetto di Zaha Hadid per lo stadio dei mondiali di calcio in Qatar. Il tema della rigida separazione funzionale delle città, che ha penalizzato le donne in virtù del tributo che pagano alle necessità della specie - per usare le parole di Simone de Beauvoir - è stato affrontato da Dolores Hayden nel 1980 in What Would a Non sexist City Be Like? Da urbanista, Hayden, riconduce la questione del sessismo insito nell’organizzazione urbana ai suoi aspetti spaziali, riconoscendo tuttavia che il problema è politico, nel senso più pieno del termine. Il saggio, che ha evidenziato la necessità di considerare lo spazio costruito non più secondo categorie rigide, contiene una serie di soluzioni progettuali in grado di superare la separazione tra abitazioni e luoghi di lavoro. L’intento è di scardinare le basi dello sviluppo urbano contemporaneo al di là di un diverso progetto spaziale: sono le basi sociali ed economiche, che affidano alle donne il lavoro domestico non retribuito, a dover essere radicalmente trasformate.

La questione da porre al centro della progettazione delle città, resta quindi la stessa contenuta nel libro di Jane Jacobs. Qui, l’autrice, attraverso la sua esperienza di donna che vive, osserva, si misura con lo spazio urbano, ha saputo mettere in crisi i dogmi dell’urbanistica novecentesca e i suoi effetti sulla città contemporanea, individuando la necessità di scardinare le categorie funzionalmente rigide attraverso una serie di soluzioni progettuali in grado di superare la separazione tra abitazioni, luoghi di lavoro, servizi e spazio pubblico, dentro le quali le donne hanno finito per essere categorizzate secondo codici dettati da una visione dominante e maschile. La città contemporanea, in altre parole, può essere frutto di un diverso progetto spaziale, a patto che il suo ordinamento sociale sia radicalmente trasformato.

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