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INGENERE

Pari e indipendenti, una rivoluzione in stallo?

  • Ott 28, 2014
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 1269 volte

Ingenere.it
28 10 2014

Le donne hanno superato gli uomini nell'istruzione, e contribuiscono sempre più ai bilanci familiari. Eppure rimane un notevole divario nei redditi (in Italia del 43,5%). Determinato non solo dal cosiddetto "gender pay gap", ma anche da scarsa occupazione femminile e segregazione nel part-time. Il punto della situazione in fatto di uguaglianza di genere, a 20 anni dalla piattaforma di Pechino.

Sono passati vent’anni dalla conferenza mondiale sulle donne di Pechino (1). In questi due decenni in Europa i progressi sono stati forti e innegabili. L’Europa condivide con altre parti del mondo alcuni successi e sfide in tema di uguaglianza di genere, ma ne ha fatto un esplicito obiettivo di politica comunitaria, a differenza di altri paesi.

I progressi

Se l’eguaglianza fra uomini e donne sul lavoro inizia dalle scuole e dalle università, il bilancio degli ultimi vent’anni per l’Europa si deve aprire con il sorpasso di genere nell’istruzione, un fenomeno peraltro comune a molti altri paesi. Nell’Europa con ventotto paesi membri, la quota di laureate fra le giovani (30-34 anni) supera oramai quella maschile di 8,4 punti percentuali; e nessun paese europeo fa eccezione a questa regolarità.

Sul mercato del lavoro l’occupazione femminile ha contribuito all’80% della crescita netta dell’occupazione totale nell’Europa a ventisette membri a partire dal 2000 (2). E se si guarda alle famiglie in cui il lavoro della donna è più a rischio – quelle con figli minori - si deve prendere atto dell’importanza che ha assunto il contributo economico delle madri che lavorano. Nell’Europa a quindici, i nuclei dove le madri contribuiscono al reddito da lavoro complessivo per più della metà, o comunque per una quota significativa (tra un quarto e la metà) rappresentano una solida maggioranza cresciuta di circa dieci punti negli ultimi vent’anni.

Rivoluzione in stallo?

Ma in un’Europa ancora nelle morse della crisi economica occorre interrogarsi sul rischio che si tratti di una rivoluzione in stallo. I sintomi sono molteplici. Le prospettive occupazionali innanzitutto. La fase molto espansiva dell’occupazione femminile negli anni pre-crisi giustificava almeno in parte l’aspettativa ottimistica che uomini e donne europei potessero raggiungere o superare il target del 75% nel tasso di occupazione alle soglie del 2020: l’attesa parità di presenza sul mercato del lavoro. Negli anni della crisi l’occupazione femminile ha retto molto meglio di quella maschile, ma non poteva galoppare per raggiungere un obbiettivo così ambizioso. Al tasso medio di crescita registrato fra il 2002 e il 2013 bisognerebbe aspettare ancora venticinque anni (il 2039) per coronare il raggiungimento di questo obiettivo.

Lo stallo riguarda anche i redditi. Nell’Europa a ventisette il differenziale salariale fra uomini e donna per ora lavorata (gender pay gap) è relativamente basso (attorno al 16,5%) ma è calato solo di qualche punto dai primi anni novanta. Il differenziale salariale è assurto a simbolo delle disparità di genere da colmare perché si presume che almeno una parte sia imputabile alla discriminazione. Se però si guarda all’indipendenza economica invece che alla discriminazione gli indicatori importanti sono quelli che ci dicono quanto portano a casa complessivamente le donne rispetto agli uomini. Ebbene, qui le cifre attuali non sono incoraggianti, nonostante i miglioramenti avvenuti. Nell’Europa a ventisette una donna in età lavorativa mediamente porta a casa a fine mese il 37,1% in meno di un uomo per tre ragioni: perché molti più uomini che donne lavorano e perché per quelli che lavorano la paga oraria è più alta e più numerose le ore di lavoro. L’Italia è un caso eclatante di differenziale salariale molto contenuto a fronte di un forte differenziale complessivo di guadagno (43,5%). L’Italia spartisce una non gloriosa classifica con paesi quali Inghilterra, Germania e Olanda dove il forte ricorso al part-time penalizza i guadagni complessivi delle donne (si veda l'infografica in fondo).

Data l’eredità lasciata dal mercato del lavoro, il passaggio alla pensione non sempre significa un livellamento delle disparità di reddito fra uomo e donna anche se questo è vero per alcuni paesi membri dell’Unione. In media europea, però, il reddito da pensione di un ultrasessantacinquenne maschio che beneficia di almeno un trattamento supera quello femminile del 40,2% (stime provvisorie). Ciò che più preoccupa in una società dove gli anziani crescono è che questa differenza non ha mostrato segni di diminuzione nell’ultimo decennio. Il disagio che questi dati creano non può che aggiungersi alla preoccupazione diffusa per una generazione di giovani adulti che sta maturando contributi scarni perché sono più precari, più disoccupati e meno pagati.

Al rischio di stallo nel perseguimento di una piena uguaglianza sul lavoro fra uomini e donne contribuiscono o rischiano di contribuire fattori di lungo corso, come il persistere degli stereotipi di genere sul lavoro e in famiglia, cause contingenti come le politiche di austerità e processi evolutivi del mercato della lavoro che lo spingono verso una sempre maggiore ‘fluidità’.

Crisi e austerità. Uno dei danni collaterali, e probabilmente evitabili, delle politiche di austerità è di aver trasformato l’eguaglianza di genere in un lusso che solo i paesi non colpiti gravemente dalla crisi si possono permettere. L’austerità ha peggiorato le prospettive in tema di uguaglianza di genere proprio in quei paesi che di politiche dell’eguaglianza hanno più bisogno. Un dato emblematico a questo proposito sono le proiezioni occupazionali per i cosiddetti paesi cosiddetti GIPSI ( Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia), versione caritatevole dell’odioso PIIGS. In questo gruppo di paesi si dovrebbe attendere il 2068 perché venisse raggiunto l’obiettivo del 75% del tasso di occupazione femminile (ad un ritmo di crescita pari a quello registrato fra il 2002 e il 2013). In questi paesi non solo si parte da tassi di lavoro femminile inferiori, ma crisi e austerità hanno rallentato o invertito la crescita più che altrove.

Il ruolo ambiguo degli stereotipi. La naturale evoluzione delle economie avanzate verso una struttura basata sui servizi non è di per sé sfavorevole all’occupazione delle donne. Al contrario. L’economia della cura – dei bambini, dei diversamente abili ma soprattutto cura medica e degli anziani – è destinata a diventare uno dei settori trainanti dell’occupazione nel futuro. I rischi in questo caso albergano dal lato delle condizioni occupazionali – bassi salari e bassa produttività – soprattutto in confronto ad altri due possibili fonti di espansione dell’impiego, l’economia dell’innovazione e l’economia verde. Un ostacolo importante in proposito sono gli stereotipi lavorativi, che continuano a guidare anche le scelte formative di ragazzi e ragazze. Le 20 professioni più importanti – contano per il 94% del totale dell’occupazione a livello europeo – annoverano solo una stretta minoranza di professioni che si possono definire ‘miste’, mentre la stragrande maggioranza è ancora prevalentemente maschile o prevalentemente femminile. Il settore della cura, in particolare, è dominato dalle donne, alcune a salario alto (i medici), molte a salario e professionalità bassi. Il settore verde e il settore dell’innovazione invece sono a dominanza maschile, con salari e professionalità mediamente alti.

La crescente fluidità del mercato del lavoro. L’azione congiunta della tecnologia e della de-regolamentazione spingono il mercato del lavoro verso uno stato sempre più fluido, con mobilità crescente fra un lavoro e l’altro, fra lavoro e disoccupazione e con una contiguità crescente fra ‘casa e bottega’ come succedeva all’agricoltura di un tempo. Questo fa sì che l’impianto dello stato di benessere tradizionale sia una coperta inadeguata per le nuove generazioni con conseguenze potenzialmente negative sull’uguaglianza di genere. Per limitarmi a qualche esempio, le giovani assunte con contratti a tempo determinato di fatto non godono ancora degli stessi benefici rispetto ai congedi parentali e di maternità contemplati per un contratto a tempo indeterminato. O ancora, in molti paesi le giovani sono più a rischio di disoccupazione ma non dovunque i periodi di disoccupazione sono contati fra i contributi in conto pensione.

È importante perciò ripensare a chi sono i beneficiari dello stato sociale così come lo conosciamo ora nei diversi paesi. In particolare chi ha accesso a quale beneficio fra i giovani uomini e le giovani donne che si trovano di fronte ad un mercato del lavoro ‘fluido’? Come riformulare lo stato sociale a immagine delle future generazioni?

Quale visione per il futuro?

Ripensare lo stato sociale è un esempio di come le donne possano essere parte della soluzione, anzi parte decisiva di una nuova visione di crescita dell’economia e del mercato del lavoro che veda nell’eguaglianza di genere un fattore propulsivo, non un costo.

Per l’Europa questa diversità di visione passa anche dal riconoscere il peso della ‘questione regionale’, di come cioè austerità e crisi stiano ampliando i divari nella capacità effettiva (e nel coraggio) dei diversi paesi membri di scommettere oggi su tutte quelle politiche che assecondano l’uguaglianza di genere in economia.

Per molti stati membri una nuova visione può significare una diversa concezione della politica fiscale o di quella industriale. Ad esempio, si parla sempre più insistentemente di incentivate investimenti in infrastrutture per uscire dalla crisi e si inizia addirittura a parlare di ‘politica industriale’ in alcuni paesi, l’Italia in particolare. Forse bisognerebbe parlare di una ‘politica industriale della cura’, quasi un ossimoro che vede in un settore come la cura degli anziani la possibilità di coniugare alta tecnologia (domotica, ricerca medica specializzata, robotica etc.) con l’assistenza domiciliare e quella medica a livelli di qualificazione diversi. Questa combinazione può risollevare salari e produttività nel settore e magari incoraggiare gli uomini ad entrarvi, sfidando gli stereotipi correnti.

La piattaforma di Pechino è stata influente. Riusciremo a rinnovarla, calandola nella realtà europea, come si richiede per completare la sfida? Le premesse ci sono, ma dipenderà anche dalla nostra capacità di trasmetterle alle nuove generazioni.
NOTE

(1) Questo articolo è un adattamento della relazione tenuta dall’autrice come coordinatrice dell’European Network of Experts on Gender Equality (Enege), l’organo di esperte su eguaglianza di genere e mercato del lavoro che assiste la Commissione Europea (Divisione Giustizia, Unità per l’Eguaglianza di Genere). Si tratta della relazione di apertura del convegno "Gender equality in Europe: unfinished business? Taking stock 20 years after the Beijing Platform for Action", in programma il 23 e il 24 ottobre 2014 presso la sala delle conferenze internazionali del ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, a Roma. Qui il programma.

(2) Attualmente l’Unione europea è composta da 28 paesi; per Europa a 27 membri si intende l’assetto fino al 2013, anno in cui è entrata a far parte la Croazia. Per Eu-15 si intende invece il gruppo originario di paesi dell’unione europea.

 

La Corte dei diritti dell'uomo, un po' meno delle donne

  • Ott 21, 2014
  • Pubblicato in INGENERE
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Ingenere.it
21 10 2014

Nella sentenza del 3 novembre 2011 (S.H. e altri versus Austria) la Gran camera della Corte europea dei diritti dell’uomo ha capovolto una precedente decisione della prima sezione e ha stabilito che il divieto di accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita (pma) di tipo eterologo in vitro non viola l’Articolo 8 (Diritto al rispetto della vita privata e familiare) della Cedu. In particolare, osserva la Corte, sebbene vi sia un trend generale a favore dell’utilizzo della pma eterologa, non esiste ancora un consenso consolidato tra gli stati contraenti su un tema così eticamente sensibile e pertanto spetta alle autorità nazionali operare un bilanciamento tra i diversi interessi legittimi in gioco.

La pronuncia presenta, a nostro avviso, molteplici punti critici, sia nel merito che nel metodo. Innanzitutto, la questione è affrontata esclusivamente in chiave etico-morale, senza considerare le ricadute pratiche e gli ulteriori interessi in gioco. Il legislatore austriaco, nel porre il divieto, avrebbe inteso ostacolare il formarsi di “relazioni familiari inusuali”, con la scomposizione della maternità in genetica e “gestante”, ed impedire il rischio della commercializzazione di ovuli e il conseguente sfruttamento delle donne, specie di quelle provenienti da paesi con scarse risorse economiche. Che le relazioni familiari “atipiche” possano compromettere la crescita del bambino, tuttavia, è un dato smentito da numerosi studi che hanno dimostrato come il suo benessere non dipenda dal legame biologico con i genitori bensì dalla capacità di questi di amarlo, proteggerlo e assicurargli un contesto di crescita adeguato. E ancora, sebbene i timori sul rischio di mercificazione del corpo delle donne siano condivisibili, non si comprende perché analoghe preoccupazioni non si sollevino anche per la donazione di sperma. Senza dubbio la donazione di ovociti è una tecnica invasiva e maggiormente rischiosa per le donne. Tuttavia è noto che episodi di abuso e violenze si verifichino anche nei casi in cui il donatore sia un uomo. Ignorando questo aspetto la Corte assume un atteggiamento paternalistico che rafforza stereotipi di genere veicolando un’immagine unidimensionale della donna come vittima bisognosa di protezione.

Sotto un diverso profilo, i giudici di Strasburgo sembrano, inoltre, non tener conto delle ricadute che il divieto di eterologa ha sul diritto alla salute della coppia e della donna, in particolare. L’infertilità e la sterilità, infatti, oltre ad essere patologie, sono causa di malesseri psichici e le tecniche di pma ne rappresentano il solo rimedio esperibile.

Riguardo al metodo, infine, è la costruzione dei parametri del margine di apprezzamento che non convince. La Corte si è limitata a constatare l’inesistenza di un consenso omogeneo fondato su principi univoci e stabili tra gli stati contraenti, rimettendo ogni valutazione alla discrezionalità del legislatore nazionale. Tale prospettiva, che afferma la centralità delle politiche nazionali nella gestione di problematiche eticamente sensibili, rischia di minare quel processo di progressiva armonizzazione dei diritti fondamentali di cui la Corte di Strasburgo dovrebbe essere promotrice e garante.

In direzione opposta pare (fortunatamente) muoversi l’esperienza italiana. Come in un trapianto mal riuscito, infatti, l’ordinamento nazionale sta progressivamente espellendo i residui molesti di una legge incompatibile con le istanze reali della società: la legge numero 40 del 2004. L’ultimo colpo di scure arriva dalla Corte costituzionale che con la sentenza n. 162 del 2014, a dieci anni di distanza dalla sua entrata in vigore, ha definitivamente accertato in diritto quello che per molti era di piena evidenza in fatto: il divieto di eterologa è ingiusto, irragionevole e incostituzionale. Ingiusto, perché si vieta in Italia ciò che chi ha mezzi economici adeguati può comunque conseguire altrove, così attivando un meccanismo selettivo della genitorialità fondato su parametri squisitamente economici. Irragionevole, perché fondato sull’indefettibilità del diritto all’identità genetica del nato, un diritto, tuttavia, che potrebbe comunque essere garantito a costo di un minore sacrificio, ove l’interessato ne avanzasse richiesta, così come da tempo accade nell’istituto dell’adozione. Incostituzionale, infine, perché lede il principio di eguaglianza e il diritto della coppia di proiettarsi in un progetto di genitorialità; perché ne mina la salute fisica ma anche il benessere psichico; perché in maniera del tutto irrazionale sostiene chi è affetto da patologie meno gravi, rimediabili mediante il ricorso alla pma omologa, ignorando, per contro, le istanze di cura di una disabilità permanente ed irreversibile.

Sono pagine importanti della nostra storia costituzionale il cui pregio principale sta forse nell’aver ristabilito un’accettabile prospettiva laica sul tema. L’infertilità e la sterilità, affermano con forza i giudici, non sono urgenze etiche ma temi di salute. Lo sono nella misura in cui coinvolgono quella dimensione ampia del benessere umano – il “miglior stato di sanità possibile”, nella definizione dell’Organizzazione mondiale della sanità – che è un diritto fondamentale di ogni individuo, come singolo e nella coppia.

Ebbene, rileva la Corte costituzionale, nel caso di patologie produttive di una disabilità, idonee ad incidere in maniera significativa sulla salute della coppia, poiché ne frustrano il desiderio di genitorialità, il parametro di definizione dei limiti dell’intervento non può essere rimesso al capriccio etico del legislatore. L’eterologa è un trattamento sanitario e come tale va affrontato e gestito, secondo i principi generali che regolano ogni altro trattamento sanitario, nella cornice autonoma e insindacabile dell’alleanza terapeutica medico-paziente.

Così, dunque, replicano i giudici italiani alla Corte di Strasburgo: non c’è nulla da bilanciare, non c’è priorità da garantire o interesse con cui interferire. Solo il diritto di disporre liberamente del proprio corpo, di realizzare per esso un’auspicata immagine di sé.

Migranti al tempo della grande crisi

  • Ott 15, 2014
  • Pubblicato in INGENERE
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pausa lavoro
Flavia Piperno, Ingenere
14 ottobre 2014

Più disoccupati e precari, e sempre più poveri anche quelli che lavorano. Praticamente nulle le possibilità di fare lavori qualificati. E soprattutto sempre più isolati: spesso per vergogna delle proprie condizioni, si allentano le reti anche tra connazionali, con la parziale eccezione delle donne. Un libro descrive le condizioni lavorative degli immigrati a partire dalla situazione in Veneto.

ingenere.it
13 10 2014

Erano 56 nel 2009, sono arrivate a 8.957 nel 2013, e per il 2014 saranno anche di più, visto che fino al primo ottobre sono state 8.545. Sono le richieste accolte dall’Inps per accedere alla cosiddetta “opzione donna”, la possibilità riservata alle lavoratrici di andare in pensione prima, ma accettando un assegno più basso (1). Un’opzione al ribasso, dunque, che però è piaciuta molto e la cui fine, prevista per il 2015, è causa di malcontento. Tanto più che due circolari dell’Inps (2) hanno dato un’interpretazione restrittiva della scadenza, limitando l’opzione a chi riesce a ottenere il beneficio entro il 2015 e escludendo dunque quelle che ne avrebbero maturato i requisiti l’anno prossimo. Limitazione a cui si oppone il “Comitato opzione donna”, che definisce immotivata e ingiusta la chiusura anticipata della finestra di uscita.

Ma come mai tanta popolarità se in realtà si accetta di uscire dal mondo del lavoro con una decurtazione stimata tra il 25 e il 30% dell’importo della pensione? E di fronte alla notevole disparità che le pensioni femminili già registrano rispetto a quelle maschili? Secondo l’ultima analisi Istat sulle differenze di genere nei trattamenti pensionistici, il reddito medio da pensione degli uomini nel 2012 (se si considerano tutti i trattamenti indipendentemente dall’età) era pari a 19.394 euro l’anno contro i 13.568 delle donne. Fatto 100 l’ammontare per gli uomini, le donne percepiscono il 30% in meno.

La differenza tra pensioni maschili e femminili supera dunque di molto la già elevata differenza nel reddito da lavoro: secondo la Banca d’Italia il reddito medio lordo da lavoro su base annua di una donna è inferiore a quello di un uomo di circa il 22%.

Occorre riflettere sulle ragioni che spingono le lavoratrici ad accettare l’"opzione donna". Innanzi tutto valgono le ragioni che hanno motivato un’opposizione diffusa, anche o soprattutto nell’universo femminile, all’allungamento dell’età pensionabile previsto dalla riforma Fornero. Per le ultracinquantenni continuare a lavorare significa aver molto meno tempo per fare le nonne o prendersi cura dei propri genitori. Un cuscinetto di welfare casalingo offerto a più generazioni in contemporanea da quella che è stata definita “generazione sandwich”. La funzione di baby sitting dei nonni è risaputa: dalla tabella 1 vediamo che l’Italia è seconda solo alla Romania in quanto a cura “intensiva” dei nipoti da parte dei nonni.

Una seconda ragione è che le donne, le italiane ancor più delle europee, sottovalutano il rischio di scarsa indipendenza economica in terza e quarta età. Secondo il sentire comune, ciò che conta non è quanto prende di pensione lei in assoluto o rispetto a lui, bensì quanto si prende complessivamente in famiglia. Si dà per scontato che si spartisca e di buon accordo, e si sottovaluta il problema di cosa succede quando si rimane soli. Se è lui che manca e c’è una pensione di reversibilità adeguata, bene. Ma in caso di divorzio o se la reversibilità è esigua, c’è un alto rischio che la donna anziana non sia economicamente indipendente e non abbia un reddito sufficiente a garantirsi una vecchiaia dignitosa. Tra le anziane sole il rischio di povertà è pari al 13,7%: due punti in più rispetto agli uomini. Le separazioni che riguardano uomini ultrasessantenni sono passate da 4.247 del 2000 a 11.265 del 2012 (dal 5,9% al 12,8% del totale delle separazioni). Per le donne over 60, nello stesso periodo, si va dalle 2.555 del 2000 (pari al 3,6%) alle 7.569 del 2012 (8,6%). Ma è sempre più diffusa e importante l’attività di cura dei “grandi vecchi” da parte dei giovani anziani o di quelli che si affacciano alla terza età. In presenza di invalidità medio-bassa dell’anziano può bastare un’assistenza leggera, che però spesso non è compatibile con un’attività lavorativa dagli orari rigidi. Nella maggior parte dei paesi europei l’età media dei familiari che forniscono assistenza agli anziani è più di 50 anni. L’idea diffusa sembra essere che la perdita economica verrebbe compensata dal non dover pagare un servizio di cura o più comunemente una badante. Le donne tendono dunque a sacrificare il proprio portafoglio guardando al bilancio familiare.

Abbiamo già descritto su inGenere come il valore dell’indipendenza economica, specie in relazione all’anzianità, sia poco sentito nel nostro paese. Il paradosso della popolarità dell’opzione donna è però spiegabile anche con ragioni specifiche legate alla struttura del nostro sistema pensionistico, in cui il numero di pensioni erogate è più alto del numero dei pensionati, data la possibilità di cumulare diversi tipi di pensioni. E le donne ne cumulano più degli uomini, in parte per ragioni di invecchiamento, arrivando a sommare per esempio invalidità civile, pensioni di reversibilità, pensione di anzianità.

L’Istat calcola che fra i beneficiari di una sola pensione le donne siano leggermente sotto-rappresentate mentre si contano circa 1 donna e mezza per ogni uomo fra coloro che ricevono 2 pensioni, e più di due donne per ogni uomo fra coloro che ricevono 3 trattamenti. Poniamo il caso che l’opzione donna comporti per la signora Bianchi una decurtazione della pensione di anzianità del 20%. Se oltre alla pensione di anzianità la signora Bianchi percepisce altri trattamenti, la riduzione sul reddito complessivo sarebbe minore. Ma di riduzione pur sempre si tratta.

Puntare dunque su una maggiore occupazione femminile è la via maestra per mettere al riparo un numero maggiore di persone dal rischio di finire in povertà nella propria vecchiaia. Occorre però valutare con attenzione che serve una certa continuità contributiva molto difficile nell’attuale mercato del lavoro (dove i pochi lavori disponibili sono part-time) e con le attuali regole previdenziali (con il calcolo della pensione basato sui contributi versati). Le donne, dal canto loro, dovrebbero essere più consapevoli della perdita determinata da carriere frammentate e dell’estrema importanza di occuparsi delle loro finanze. Molto utili sarebbero perciò programmi di alfabetizzazione finanziaria, e lo sviluppo di servizi di assistenza e consulenza finanziaria ripensati al femminile, come in questo esempio di cui abbiamo scritto di recente.

Pagina 99
02 10 2014

Promuovere la diversità di genere non è solo la cosa giusta da fare, ma quella più intelligente”. Sallie Krawcheck non ha dubbi perché sono i numeri a parlare: il fondo monetario internazionale stima – solo negli Stati Uniti – che un coinvolgimento maggiore delle donne nell’economia porterebbe a un’espansione del Pil americano del 5-9%. E sebbene si creda che il mondo anglosassone sia già fortemente “avvantaggiato” nell’integrazione di genere, c’è ancora bisogno di lavorarci.

E magari con un mix di business e public policy, così come sta facendo la Krawcheck, “l’ultima analista onesta” – come definita da Fortune che le dedicò la copertina nel 2002 per aver detto e predetto quello che gli altri non dissero nel post crisi 2001 e ante crisi 2008. Krawcheck ha deciso di essere la prima a lanciare un fondo che investe solo su donne dirigenti. Dopo aver guidato il Global Wealth Investement Management di Bank of America e aver fatto l’analista in Merril Lynch & Smith Barney, ha creato Pax Ellevate Global Women’s Index Fund (PXWEX), un fondo concepito per misurare e “pesare” l’impatto della diversità di genere sul successo di un’azienda. In altre parole si promuove la crescita della leadership femminile attraverso l’investimento in società con un board fatto di donne: nel fondo, il 31% delle società hanno solo donne nei cda e il 24% nel senior management.

A tutt’oggi il fondo investe – funzionando analogamente ai fondi etici – in oltre 400 aziende che incoraggiano le donne, la diversità di genere e che – requisito molto importante – abbiano sottoscritto i Women’s Empowerment Principles delle Nazioni Unite. Ma perché l’operazione potesse avere una rilevanza sul mercato – non soltanto in ragione dei dati sui rendimenti migliori fatti da aziende guidate da donne –, Krawcheck ha studiato dinamiche e relazioni, grazie alla gestione di Ellevate, il network da 35mila professioniste su cui si è costruita la partnership con il fondo Pax World, generando appunto PXWEX.

Da un sondaggio all’interno del network Ellevate, emerse infatti che per l’87% delle intervistate, c’era ancora discriminazione di genere nelle relazioni professionali – soprattutto ad alti livelli – e che la maggior parte riteneva che questa discriminazione si manifestasse in modo sottile, subdolo, quasi impercettibile. Da allora, l’operazione di costituzione del fondo comune – non un hedge fund – per Krawcheck è diventata una missione oltre che una scelta professionale. E se è vero che le donne influenzano o addirittura controllano, solo negli Usa, 11 trilioni (miliardi di miliardi) di dollari in asset, è verosimile che si può sfruttare questa nuova ondata di investitori in un mercato già fortemente orientato al consumo femminile. Tanto che tra le aziende in cui investe il fondo c’è Avon di Sheryl McCoy, Estée Lauder, Procter & Gamble, ma anche Yahoo! dove non è il prodotto ma il CEO a contare - Marissa Mayer -; o ancora la PepsiCo, guidata da Indra Nooyi, forse l’unica donna manager ad aver ammesso che a causa del lavoro “potrebbe non essere stata una buona madre” e che insomma le donne “non possono avere tutto”.

Se non tutto, almeno la consapevolezza però. Barclays in luglio – un mese dopo il lancio di PXWEX - si è accodato all’operazione di Krawcheck lanciando il Barclays Women in Leadership Total Return Index, visto l’appeal della nuova frontiera. Alla stessa stregua dei fondi etici che hanno suscitato curiosità e slancio sul mercato, anche un fondo per sole donne come quello della Krawcheck o come quello di Barclays, attrae fortemente gli investitori, tanto che si parla per ora di “outperformance” rispetto ad altri fondi che infatti non investono nella leadership femminile. L’investimento minimo per PXWEX è piuttosto accessibile: 1,000 $ per un privato e 250,000$ per un investitore istituzionale.

Ed è quindi consequenziale che il marketing “peschi” nuovi investitori sulla base di buone performance – sebbene le spese iniziali siano leggermente più alte di altri fondi comuni. Quello che però suscita perplessità è il fatto che le donne non si sentano sufficientemente preparate dinnanzi a importanti decisioni finanziarie. Secondo una ricerca della società assicurativa americana Prudential, condotta sul territorio USA – analogamente a quanto fatto dall’italiana AXA – il rapporto delle donne con il denaro e conseguentemente con le decisioni finanziarie rimane complicato. Il “confidence gap” ha relegato per anni e continua ancora a relegare le donne alla sola buona conduzione dell’economia domestica (quell’80% di donne che gestiscono il menage familiare meglio di chiunque altro, di cui parla la Krawcheck).

“La conseguenza di questo rapporto ha infatti generato una minor propensione al rischio – spiega Francesca Bettio di inGenere. “Le donne sono quindi più previdenti, tendono ad investire maggiormente in titoli di stato anziché in azioni. Ma proprio per questo, esse sono in grado di investire bene. Il problema si presenta quando le imprese a conduzione femminile si rapportano con il credito: ottengono meno facilmente prestiti e con tassi più alti. Tanto che se ne parla da 30 anni. Quello che, concludendo, non dobbiamo dimenticare però è che, sebbene si tratti in parte anche di un’operazione di marketing volta a conquistare nuove fette di mercato, il fondo PXWEX non è una conseguenza dell’“elitist feminism”: perché tenta anzi di cambiare il rapporto delle donne con il denaro, generando conseguenze su tutto il genere. I benefici potrebbero essere quelli di rompere i pregiudizi”.

La Krawcheck ha tenuto conto di questo aspetto, tanto che ha pensato a un fondo comune anziché a un hedge fund: sa quanta necessità di “trasparenza” chiedono le donne prima di investire.

Al tempo stesso però rimane imprescindibile un ragionamento: “Bisogna investire laddove il management è migliore, pensando alla massimizzazione dei profitti – stigmatizza l’economista femminista Fiorella Kostoris. “Un fondo etico può essere insensato se non ha un fine di mercato. Bene l’obiettivo politico di un fondo come questo, ma nel mercato deve vincere la rule of law e il profitto. Se fossi ministro dell’istruzione e volessi promuovere la formazione delle donne nel campo della finanza, finanzierei la ricerca su progetti fatti almeno per metà da donne. Obiettivo politico nel pubblico”.

Ma anche di questo ha tenuto conto Krawcheck quando ha sostenuto che più le donne sono coinvolte, più la gente lavora e più soldi ci sono. Business & Public Policy.

Chiara Organtini

 

Ingenere.it
01 10 2014

Ci sono tanti modi di nascere e tante famiglie diverse. L'editoria per l'infanzia riflette i cambiamenti che viviamo, ecco alcuni titoli per parlare con i bambini e le bambine di cicogne e provette.

Le libraie di Centostorie consigliano sul loro blog Cicogne cavoli e provette, illustrato da Brunella Baldi. "Già è difficile spiegare ai propri figli come diamine nascono i bambini. Spiegargli poi cosa succede a quelli che nascono grazie alla fecondazione in vitro diventa quasi un’impresa impossibile! Per fortuna Prìncipi & Princìpi ha appena mandato in libreria un nuovo albo della collana “Storie del nostro tempo” che presenta con infinita dolcezza le varie teorie – scientifiche e non – sul come veniamo al mondo. La nonna sostiene che i bambini nascono di solito sotto i cavoli, alcuni sotto le zucche, altri dentro le rose. Il nonno è convinto che da che mondo è mondo i pargoli li portino le cicogne. La mamma dice che i bambini nascono per un desiderio che si ha in fondo al cuore, poi serve un ovulo e uno spermatozoo… Tutta la verità, nient’altro che la verità! Consigliatissimo".

Isabella Paglia ha scritto e Francesca Cavallaro illustrato Di mamma ce ne è una sola pubblicato da Fatatrac: "I bambini coloratissimi di questa storia, illustrata da Francesca Cavallaro, ponendosi domande e confrontandosi tra loro, scoprono che le mamme possono condurre vite anche molto diverse, che si possono avere ben due mamme nel caso si venga adottati, che la vita può iniziare in un "bicchierino speciale", una provetta, che si può crescere anche fuori dalla pancia della mamma, permanendo un po' di tempo in una incubatrice dalle sembianze di un'astronave. La mamma, che sia una sola o siano due, che lavori in ufficio o faccia la maestra, che ti cresca dentro di sé o ti guardi crescere da fuori è, come suggerisce alla fine Mario, il Temerario, colei che ti coccola quando hai paura, ti tiene vicino al suo cuore e, sempre e comunque, ti fa vivere con lei".

Mamme online ha pubblicato Mamma come sono nato?, un libro per grandi e piccini, da un lato è pensato per i genitori per orientarli nella scelta di se e come parlare con i bambini di fecondazione assistita, dall'altro è un libro per i bambini e le bambine per "spiegare che alcuni bambini sono nati grazie al dono di un seme o di un ovulo, altri grazie alla possibilità di crioconservare un embrione o dopo l'incontro dei semini di mamma e papà in una provetta ma che, in ogni caso, ciò che è davvero importante è lo straordinario amore dei loro genitori"

Mary Hoffman narra con ironia tutti i modi in cui nasce una famiglia, dall'adozione all'eterologa, da chi vuole stare a chi preferisce la coppia a chi vuole tanti figli questo è un libro che parla di tutti e tutte e a tutti e tutte da il benvenuto. Pubblicato dalla casa editrice Lo Stampatello, Benvenuti in famiglia è un libro da avere in classe, a casa, in biblioteca...

Fecondazione eterologa. La fine di un divieto ingiusto

  • Set 30, 2014
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Ingenere.it
30 09 2014

Non si può garantire un solo principio (la tutela dell'embrione) a scapito di tutti gli altri, ed è iniquo discriminare le coppie economicamente e in base alla gravità del loro problema di infecondità. L'analisi giuridica, punto per punto, delle ragioni per cui il divieto di fecondazione eterologa è stato dichiarato incostituzionale. E irrazionale.

Con la pronuncia numero 162/2014 la Corte costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità del divieto assoluto di procreazione medicalmente assistita (Pma) di tipo eterologo, previsto dall’articolo 4, comma 3, legge 40/2004 con gli articoli 2, 3, 31 e 32 della Costituzione. La decisione è ricca e complessa, frutto del tentativo di garantire appieno i diritti delle coppie fino al quel momento ingiustamente violati.

In primo luogo, si sottolinea l’impostazione laica accolta dal giudice costituzionale, che si pone in linea con quanto affermato nella pronuncia n. 151/2009, in cui venne dichiarata la non conformità alla Costituzione del limite rigido dei tre embrioni destinati all’impianto nell’ambito delle tecniche di Pma omologa. La sentenza n. 162 si muove nel solco di quella prima decisione sulla legge 40/2004, come emerge dal passaggio della motivazione in cui la Corte afferma che “la procreazione medicalmente assistita coinvolge ‘plurime esigenze costituzionali’ […] e incide su una molteplicità di interessi di tale rango [che] richiedono ‘un bilanciamento tra di essi che assicuri un livello minimo di tutela legislativa’ ad ognuno”.

Alla luce di questa decisione, non soltanto la legge 40/2004 perde il suo stampo ideologico di legge volta a garantire un solo principio, quello della tutela dell’embrione, a scapito di tutti gli altri; non soltanto ridiventa una legge che bilancia principi diversi, che tra l’altro il giudice costituzionale vuole analizzare simultaneamente, con una tecnica interessante e innovativa, ma soprattutto imposta in modo chiarissimo la ratio della disciplina in modo capovolto rispetto alle scelte originarie del legislatore, divenendo determinanti i principi di autonomia e di responsabilità delle coppie e dei medici.

Significativo il richiamo alle prerogative del legislatore: la Corte afferma che si tratta di questioni complesse, che è il legislatore a dover affrontare, ma non si sottrae al suo ruolo di fronte a questioni eticamente sensibili, che è quello di garantire i diritti fondamentali dei cittadini di fronte agli “abusi” del legislatore.

Un secondo aspetto attiene alle riflessioni della Corte costituzionale sulla regolamentazione della Pma in Italia in epoca precedente all’entrata in vigore della legge 40, attraverso una ricostruzione che palesa come il divieto assoluto di Pma di tipo eterologo non costituisse affatto, al momento della sua approvazione, il frutto “di una scelta consolidata nel tempo”, in quanto introdotto, per la prima volta, proprio dalla legge 40. Analogamente, tale divieto non può considerarsi imposto da alcun documento di rilevanza internazionale.

Alla luce dell’attenzione alla storia del divieto in Italia e alla sua eventuale previsione nel diritto europeo e internazionale, sembra chiaro che il giudice costituzionale abbia voluto fugare qualsiasi dubbio in ordine a un eventuale “fondamento costituzionale del divieto”. Riecheggiano qui le impostazioni dei padri costituenti, laddove spiegavano che il principio della persona e della sua dignità implica la necessità che qualsiasi divieto abbia una ragionevole giustificazione, un fondamento costituzionale in un principio di almeno pari rango.

Con riferimento ai profili di illegittimità costituzionale del divieto assoluto di Pma “eterologa”, la Corte costituzionale ne ha sancito l’incompatibilità con la scelta della coppia di diventare genitori e di formare una famiglia, in violazione degli articoli 2, 3 e 31 della Costituzione. La protezione delle giuste esigenze della procreazione implica un bilanciamento tra il diritto della coppia, sterile o infertile, di scegliere se avere dei figli e se avvalersi, a tale scopo, delle tecniche di Pma tipo eterologo, e gli ulteriori valori costituzionali in gioco.

Il divieto assoluto di Pma eterologa, viceversa, frustrava irrimediabilmente la libertà di autodeterminazione della coppia sterile o infertile di scegliere se diventare genitori; una libertà che la Corte ha ritenuto ricevere copertura costituzionale.

Va sottolineato però, che, a differenza della sentenza n. 151/2009, la Corte non fa riferimento solo alle coppie, ma afferma che la scelta di ricorrere alla scienza per diventare genitore “concernendo la sfera più intima ed intangibile della persona umana, non può che essere incoercibile”. Questo aspetto della pronuncia apre sicuramente scenari nuovi non soltanto riguardo all’accesso alla fecondazione artificiale, ma più in generale al rapporto fra diritto, legge e scienza.

Sotto altro versante, il giudice costituzionale ha sottolineato il contrasto tra il divieto assoluto di Pma eterologa e il diritto alla salute (art. 32 Cost.), comprensivo della salute fisica, psichica e riproduttiva.

Accogliendo una simile accezione di salute, la Corte ha sancito l’irrilevanza delle differenze tra tecniche di Pma di tipo omologo ed eterologo, dal momento che a produrre la lesione della salute della coppia sarebbe l’impossibilità procreativa stessa, che accomuna tutte le coppie sterili o infertili indipendentemente dal grado di patologia sofferto.

In relazione al rapporto tra ruolo della scienza e ambito di intervento del legislatore, la Corte costituzionale ha, poi, ribadito che la discrezionalità legislativa, qualora intervenga sul merito di scelte terapeutiche, non è assoluta, ma “deve tenere conto anche degli indirizzi fondati sulla verifica dello stato delle conoscenze scientifiche e delle evidenze sperimentali acquisite”. In tale ambito, il giudice costituzionale ha riaffermato, che la regola di fondo in merito alla selezione dei trattamenti terapeutici debba essere quella dell’autonomia e della responsabilità del medico; principi che valgono come indicazione di metodo al legislatore, che dovrebbe ricorrere a norme aperte e leggere, in grado di lasciare autonomia al medico e di stare al passo con l’evoluzione scientifica.

Un ulteriore aspetto della pronuncia ha riguardato il rapporto tra la caducazione[1] del divieto assoluto di Pma eterologa e il sistema normativo vigente, con riferimento alla sua capacità di regolamentare le conseguenze derivanti dalla praticabilità delle tecniche “eterologhe”.

La risposta della Corte sul punto è affermativa, in quanto sono “identificabili più norme che già disciplinano molti dei profili di più pregnante rilievo”: l’art. 5 sui requisiti soggettivi di accesso alle tecniche di Pma; l’art. 6 sul consenso informato; l’art. 12, comma 6, che sanziona penalmente la commercializzazione di gameti o di embrioni e la surrogazione di maternità; l’art. 9, in relazione allo status giuridico del nato da fecondazione “eterologa”, nonché alla sua relazione con il donatore (regola dell’anonimato). Sotto quest’ultimo profilo, la Corte rileva la palese irrazionalità di una scelta legislativa diretta a vietare le tecniche di Pma eterologa, da un lato, e a disciplinare le conseguenze dell’eventuale violazione del divieto, dall’altro. Per fugare qualsiasi dubbio, la Corte costituzionale ha concluso nel senso che tutta la legge 40 deve applicarsi direttamente alla fecondazione “eterologa”.

Per maggiore chiarezza la Corte costituzionale prosegue oltre, precisando come, anche con riferimento ad alcuni aspetti specifici delle sole tecniche “eterologhe”, la regolamentazione applicabile esiste già ed è desumibile dalla normativa in tema di donazione di tessuti e cellule staminali, “in quanto espressiva di principi generali […] in ordine […] alla gratuità e volontarietà della donazione, alle modalità del consenso, all’anonimato del donatore, alle esigenze di tutela sotto il profilo sanitario”; dai D.lgs. nn. 191/2007 e 16/2010, attuativi di direttive UE, che contengono le regole e le procedure che disciplinano la donazione di organi, tessuti e cellule, incluse quelle riproduttive.

La Corte costituzionale ha, poi, accertato, la violazione dell’art. 3 della Costituzione, sotto il profilo dell’irragionevolezza del divieto, rilevando che “alla luce del dichiarato scopo della legge n. 40/2004 ‘di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana’ (art. 1, comma 1), la preclusione assoluta di accesso alla Pma di tipo eterologo introduce un evidente elemento di irrazionalità, poiché la negazione assoluta del diritto a realizzare la genitorialità, alla formazione della famiglia con figli, con incidenza sul diritto alla salute”.

Da ultimo, il giudice costituzionale si è soffermato sulla disparità di trattamento fondata sulle possibilità economiche delle coppie in violazione dell’art. 3, comma 1, della Costituzione. A questo riguardo, la Corte ha richiamato il fenomeno del cosiddetto “turismo” procreativo, che ha visto innumerevoli coppie italiane recarsi all’estero per sottoporsi ai trattamenti di Pma vietati in Italia. L’insistenza sulla discriminazione economica e sull’ingiusta condizione dei cittadini meno abbienti introduce un elemento fondamentale anche per le istituzioni che dovranno vigilare sul modo in cui il ricorso a questa tecnica si svilupperà nel territorio nazionale e sulla necessità che anche le coppie meno abbienti possano accedervi. La decisione della Corte assegna, quindi, alle istituzioni il compito di consentire la praticabilità delle tecniche di Pma nei centri pubblici.

Rispetto al tema sono aperti i problemi che riguardano la possibilità che la Pma rientri nei livelli essenziali di assistenza e tuttora acceso è il dibattito intorno all’approvazione di una legge che ne regolamenti l’impiego a seguito della mancata approvazione della bozza di decreto legge in Consiglio dei Ministri. Tutto ciò tacendo quanto affermato dal giudice costituzionale, chiarissimo nell’escludere la necessità di una legge, i cui risvolti sul piano pratico – si teme – potrebbero spingersi sino a tentare un sovvertimento della pronuncia della Corte costituzionale.


[1] La perdita di efficacia giuridica

Il gender pay gap tra pubblico e privato

  • Set 16, 2014
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Ingenere.it
16 09 2014

a drastica e perdurante riduzione di assunzioni pubbliche fa sì che sempre meno giovani qualificati possano trovare uno sbocco occupazionale dovendo guardare al privato o all’estero. Le implicazioni per le donne, e in particolare quelle con maggiori qualifiche, sono ancora più forti. Un nostro precedente studio ha messo in luce che le donne che lavorano nel settore pubblico sono meglio posizionate in termini professionali rispetto alle colleghe che lavorano nel privato e con maggiori probabilità riescono a ricoprire, soprattutto se altamente scolarizzate, delle posizioni dirigenziali e a svolgere mansioni di tipo high skill. Un articolo (1) scritto da Solera e Bettio sulle donne italiane nate tra il 1945 e il 1974 evidenzia come il pubblico impiego, associato ad elevati livelli di istruzione, oltre a garantire alle donne posizioni di vantaggio sul mercato del lavoro, funge da surrogato alle politiche di conciliazione vita-lavoro e consente alle donne di divenire madri con maggior probabilità. Nello stesso articolo viene anche mostrata a partire dai primi anni duemila un’inversione di tendenza nelle retribuzioni femminili: nel 2004, l'ultimo anno di analisi, le retribuzioni annue nel settore pubblico hanno superato quelle del settore privato.

Da queste evidenze abbiamo deciso di approfondire l’analisi affrontando il tema del gap reddituale guardando alle retribuzioni: quali sono le differenze in termini retributivi tra uomini e donne rispetto al settore di attività economica? Dove è più marcato il gender pay gap? L’investimento in istruzione garantisce egualmente redditi più elevati sia che si lavori nel pubblico sia che si lavori nel privato? L’età e la correlata esperienza professionale sono remunerate analogamente nei due settori?

Dare risposta a queste domande non è semplice anche in considerazione delle limitate fonti dati che consentono di studiare i redditi da lavoro (sia dei lavoratori dipendenti ma soprattutto degli autonomi) distinguendo le informazioni rispetto al settore di appartenenza. Attingendo alla banca dati Isfol relativa alla III indagine sulla Qualità del Lavoro (2) siamo riuscite tuttavia a rispondere ad alcune delle domande e a rilevare le peculiarità italiane spesso “stupefacenti”. La prima evidenza, per alcuni versi inaspettata perché opposta al senso comune, riguarda le differenze nelle retribuzioni tra pubblico e privato: in media nel pubblico si guadagna più che nel privato - sia per gli uomini sia per le donne (Figura 1). A ciò ci si associa anche un minore differenziale di reddito tra i due sessi; le donne, come atteso, guadagnano sempre meno degli uomini ma il differenziale nel privato è molto più accentuato (in termini assoluti la differenza media tra le retribuzione degli uomini e quelle delle donne è nel pubblico pari a 272 euro e nel privato di 442 euro).


All’aumentare dell’età il differenziale di genere aumenta e raggiunge il massimo nel caso delle donne con più di 55 anni che lavorano nel privato (Figura 3). Contestualmente si osserva che per gli uomini all’aumentare dell’età il privato remunera di più che il pubblico mentre, per le donne, qualsiasi sia l’età, per guadagnare di più conviene lavorare nel pubblico (Figura 2).


L’analisi secondo il titolo di studio fa emergere da un lato che l’investimento in capitale umano, nonostante permetta rendimenti economici nettamente più alti, amplifica i differenziali retributivi di genere: più il livello di istruzione è elevato più la distanza tra i redditi delle donne e quelli degli uomini cresce (Tavola 1). Dall’altro si evidenziamo situazioni ben distinte tra pubblico e privato. Se si lavora nel pubblico si assiste ad una evidente riduzione del differenziale di genere, ciò soprattutto per gli occupati diplomati. Inoltre, mentre per la componente maschile dell’occupazione solo i titoli di studio bassi hanno una convenienza in termini economici a lavorare nel pubblico, per le donne, qualsiasi sia il titolo di studio, il settore pubblico garantisce guadagni maggiori o pressoché uguali al privato (l’unico saldo negativo tra pubblico e privato si ottiene per le donne laureate ma è di solo 26 euro). Le donne diplomate registrano la minore penalizzazione, rispetto ai loro colleghi, nel pubblico con 146 euro in meno, mentre nel privato la differenza salariale rispetto ai colleghi è di circa 500 euro.

Infine, se si analizzano i livelli retributivi in base alla tipologia di qualificazione, ovvero il livello professionale associato al lavoro, si evidenzia che le professioni high skill (4) sono, nel nostro paese, remunerate in media più nel settore privato (in media un uomo dirigente o imprenditore guadagna nel privato 2.619 euro netti mensili mentre nel pubblico il valore è pari a 2.349 euro; per le donne i redditi netti medi sono invece rispettivamente 2.040 euro e 1.801 euro). Inoltre, il tetto di cristallo che ostacola le donne nello svolgimento di lavori high skill è “ispessito” in considerazione del fatto che le poche donne che riescono a svolgere questa tipologia di lavori hanno comunque un reddito nettamente più basso degli uomini, ciò sia nel pubblico e nel privato.


In conclusione, il settore privato sembra maggiormente penalizzante sia in termini di chance occupazionali che di livello retributivo. Per le donne sembrerebbe dunque poco conveniente, in termini comparativi con il settore pubblico ma anche in termini di equità di genere, cercare occupazione o lavorare nel settore privato. Ciò probabilmente dipende da logiche diverse cui risponde il settore privato ma anche da dinamiche di reclutamento meno soggette a vincoli e meno obiettive. Forse un maggiore sforzo di lucidità e neutralità di genere nelle assunzioni, così come nella determinazione dei livelli retributivi e nelle possibilità di promozione professionale, ridurrebbe la seppure (ci auguriamo) inconscia propensione ad escludere le donna competenti dal settore privato o remunerarle non equamente rispetto agli uomini.

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Note

(1) Solera C. e Bettio F. (2013), Women's Continuous Careers in Italy: The Education and Public Sector Divide, Population Review, Volume 52, Number 1

(2) L'indagine è stata condotta nel 2010 su un campione di cinquemila lavoratori, rappresentativo della popolazione occupata in Italia. Cfr. Gualtieri V. (a cura di) (2013), Le dimensioni della qualità del lavoro. I risultati della III indagine Isfol sulla Qualità del Lavoro, I libri del Fondo Sociale Europeo n. 183, Isfol editore

(3) Nell’indagine sulla Qualità del Lavoro il reddito netto mensile è rilevato tramite il seguente quesito: “Mi può dire a quanto ammonta la sua retribuzione/guadagno mensile al netto di tasse e contributi (calcolare la media mensile tenendo conto eventualmente di 13a, 14a mensilità, assegni familiari e buoni pasto)?

(4) Seguendo la classificazione delle professioni CP2001 dell’Istat al primo digit, nella categoria “professioni high skill” rientrano le professioni 1 e 2 (legislatori, drigenti e imprenditori).i gay che, a suo dire, s’inventerebbero di essere perseguitati in Gambia per ottenere asilo politico in Europa.

Anziani, da risorsa a costo. Il boomerang della cura

  • Set 12, 2014
  • Pubblicato in INGENERE
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InGenere
12 09 2014

La popolazione anziana sembra essere in controtendenza rispetto alle dinamiche generate dalla recente crisi economica. Negli ultimi vent’anni (1991-2012) la ricchezza netta delle famiglie anziane è cresciuta del 117,8%, ovvero più del doppio di quella del totale delle famiglie italiane , ferma al 56,8%. Questo è quello che emerge dall’anticipazione dei risultati di una ricerca realizzata dal Censis in collaborazione con Fondazione Generali.

In particolare si è assistito ad uno spostamento della ricchezza privata verso le famiglie più anziane a discapito del resto della popolazione, e specialmente delle generazioni più giovani. Se nel 1991 la ricchezza familiare era prodotta prevalentemente dalla popolazione attiva, e alla popolazione anziana restava solo una piccola fetta della torta, negli ultimi vent’anni i ruoli sono lentamente cambiati, e oggi le famiglie anziane detengono più di un terzo della ricchezza totale (34,2%).

Sono diverse le cause che possono spiegare questo cambiamento. Un periodo di crescita e le generose (e onerose) politiche pensionistiche beneficiate dalla popolazione nata a cavallo degli anni '40 – ed entrata nell’età anziana a partire dagli anni 2000 - hanno garantito a quest’ultima una stabile e vantaggiosa situazione economica. La ricerca mostra che oltre alle pensioni, che rappresentano il 64,3% dei redditi delle famiglie anziane, un ruolo importante è giocato dalla gestione della ricchezza accumulata durante la vita lavorativa: ben il 27,6% dei redditi della popolazione over 65 deriva da redditi di capitale. È importante notare inoltre che sono quasi 2,7 milioni le persone con 65 anni e oltre che lavorano, in modo regolare o in nero, e di questi circa un terzo svolge un’attività lavorativa con continuità. Queste condizioni sono quasi esattamente ribaltate nella generazione più giovane, riduzione del tasso di crescita, differenti dinamiche salariali, riforme pensionistiche che hanno legato direttamente la pensione alla storia contributiva, hanno accompagnato le giovani generazioni nate dagli anni '70 in poi, determinando la riduzione della percentuale di ricchezza familiare detenuta dalla popolazione under 65.

L’impoverimento dei giovani ha riattivato il meccanismo, mai interamente interrotto, di trasferimenti di risorse (economiche e non) tra genitori e figli. Trasferimenti infra-famigliari si assumono così il compito di riequilibrare in parte le disparità intergenerazionali, e compensare le distorsioni generate dalle decisioni politiche, presenti e passate. Ogni anno 7 milioni di anziani (di cui 1,5 milioni regolarmente) contribuiscono al sostentamento delle famiglie dei figli, attivando un flusso redistributivo di risorse pari a 5,4 miliardi di euro. Inoltre gli anziani svolgono una fondamentale funzione di conciliazione tra le esigenze lavorative e le necessità familiari dei figli (1), permettendo così alle donne di lavorare e alle famiglie dei figli di garantirsi il doppio reddito familiare ormai indispensabile per uscire dalla soglia di povertà. Ed è proprio la popolazione femminile (anziana) che riveste un ruolo chiave in questa sussidiarietà intergenerazionale, non solo in virtù del fatto che nel nostro paese le attività di cura e accudimento rientrino più facilmente nella sfera di competenza femminile, ma soprattutto perché la popolazione anziana è prevalentemente una popolazione femminile: tra gli over 75 solo il 38,4% è di sesso maschile.

Il problema si pone quando questo meccanismo si interrompe e sono gli anziani ad avere necessità di assistenza. Non solo viene meno un elemento di supporto per le famiglie dei figli, ma spesso è la direzione dei trasferimenti di risorse ad invertirsi, e le famiglie che prima erano beneficiarie di aiuti e cura, corrono il rischio di trovarsi nella condizione opposta. La non autosufficienza in età anziana rappresenta in Italia un problema molto importante ed è purtroppo affrontato con strumenti inefficienti.

I dati del Censis confermano quanto sia gravosa questa condizione di disabilità: 330mila sono le famiglie che hanno dovuto usare tutti i risparmi per pagare l'assistenza, 190mila hanno dovuto vendere l'abitazione con la formula della nuda proprietà, e 152mila si sono dovute indebitare. Nel vuoto del sistema di supporto pubblico ai non autosufficienti, dovere e volere aiutare un parente non autosufficiente può trascinare a fondo l'economia di intere famiglie.

Se la perdita di autosufficienza e l’onerosità delle cure portano già porta già a qualificare la valutazione ottimistica della situazione economica degli ultrasessantacinquenni suggerita dai dati aggregati sulla quota di ricchezza detenuta, l’analisi sulla distribuzione della ricchezza mostra un quadro diverso, che evidenzia invece il crescente impoverimento della popolazione anziana. Nel 2012, un anziano su cinque viveva in una famiglia a rischio di povertà, e i dati sui redditi pensionistici presentati nella ricerca confermano quanto la ricchezza familiare sia distribuita in modo tutt’altro che uniforme: più del 40% degli anziani riceve una pensione lorda inferiore ai mille euro, e il valore medio (lordo) delle pensioni è pari a 1.284 euro. Bisogna considerare quindi che se da un lato la popolazione anziana può rappresentare una risorsa di welfare familiare di fondamentale supporto per le famiglie dei figli in questo periodo di crisi, dall’altro lato sta subendo un crescente deterioramento della propria condizione economica, e rischia di divenire un’ulteriore causa di trasferimento intergenerazionale di povertà.

In Italia si sta assistendo dunque a un duplice processo la crescente dipendenza della società dalla popolazione anziana e il contemporaneo impoverimento di una parte rilevante di quest'ultima. Data la dipendenza dei figli dall’aiuto dei genitori, la crescente divaricazione nella situazione economica nella popolazione anziana diventa un potente meccanismo di trasmissione intergenerazionale della condizione economica, cioè un fattore di immobilità sociale. Inoltre l’inversione della direzione di trasferimento di reddito nell’ultima fase di vita, quando cioè la condizione di fragilità e dipendenza dei genitori impone pesanti costi di assistenza e di cura, indica la estrema vulnerabilità di questo modello già ora, e sempre più nel futuro. I prossimi pensionati avranno infatti redditi nettamente inferiori rispetto agli attuali, e saranno molti di più di oggi, e l’onere della cura e dell’assistenza spetterà a una sempre più ridotta popolazione attiva, che non avrà le forze necessarie per far fronte autonomamente a questo compito.

Note

(1) La ricerca conferma la funzione dei nonni nel permettere la conciliazione tra lavoro e famiglia ai propri figli, sono infatti 9 milioni (3,2 milioni regolarmente) gli anziani che si prendono cura dei nipoti.

Matteo Luppi

Tra il dire e il fare. Il Portogallo e la fertilità

  • Set 09, 2014
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Ingenere
09 09 2014

L'attuale governo portoghese, una coalizione tra partito socialdemocratico e partito cristiano democratico al potere dal 2011, ha espresso pubblicamente preoccupazione per il crollo delle nascite. Come conseguenza a febbraio ha nominato una commissione multidisciplinare con l'incarico di proporre misure per aumentare il tasso di fecondità. Dopo pochi mesi la commissione ha presentato un rapporto in cui propone alcune misure positive: un piano nazionale per promuovere a livello politico e sociale la fertilità, la riduzione delle tasse per famiglie con bambini, agevolazioni fiscali per i nonni che contribuiscono all'educazione e il benessere dei loro nipoti, flessibilità di orario dei servizi all'infanzia, l'esenzione dai costi di sicurezza sociale per le imprese che assumono donne incinta o con figli minori di tre anni, e la copertura statale dei costi per le cure contro l'infertilità. Eppure non è tutt'oro quel che luccica, una lettura di genere del rapporto ne rivela l'impianto di stampo conservatore basato su un'idea di genitorialità e cura che è ben lontana dal promuovere la parità tra uomini e donne.

In Portogallo il tasso di fecondità è declinato costantemente dagli anni '80 in poi fino ad arrivare a 1,28 figli per donna nel 2012, posizionando il paese in coda alla classifica europea. Questo dato, già di per se preoccupante, ha subito un ulteriore peggioramento nell'ultimo anno, arrivando a 1,21 nel 2013. La mia tesi è che se in un primo momento il calo della natalità è stato un riflesso positivo della modernizzazione del paese e dell'emancipazione delle donne, oggi questa lettura non regge più. I dati odierni vanno interpretati alla luce di varie costrizioni e contraddizioni. Le recenti indagini sulla fertilità ci dicono che se uomini e donne potessero realizzare i loro desideri di genitorialità il numero di figli per ogni donna salirebbe a 2,31.

Dopo la rivoluzione democratica del 1974, l'uguaglianza tra donne e uomini è stata finalmente inclusa nella costituzione portoghese e, nel 1976, le donne hanno acquisito gli stessi diritti degli uomini. I consultori per la pianificazione familiare vengono costituiti come parte integrante del servizio pubblico sanitario, e le donne divengono progressivamente più consapevoli dell'importanza di esercitare il controllo sulla propria vita sessuale e riproduttiva. Nel 1978 il nuovo codice civile elimina il principio di potere del marito sulla moglie, implicando uno status paritario tra uomini e donne nelle relazioni private. Dalla rivoluzione in poi le donne hanno investito sempre di più nella loro formazione, nel 1970-71 erano un terzo delle persone laureate, negli anni '80 la percentuale si alza fino a raggiungere il 40 per cento, e, secondo gli ultimi dati disponibili (2010-2011),ad oggi sono il 60%. Durante la dittatura innumerevoli famiglie vivevano in condizione di estrema povertà, la rivoluzione democratica ha aperto nuove prospettive sia materiali che sociali tanto agli uomini quanto alle donne. Questo processo di modernizzazione ha avuto impulso anche dall'ingresso nella Comunità economica europea nel 1986.

Eppure, per la maggior parte dei lavoratori e le lavoratrici i salari sono rimasti relativamente bassi, i modelli dominanti di produzione e organizzazione sono rimasti allineati ai valori tradizionali, gli indicatori sul lavoro precario, povertà e disuguaglianza sociale sono rimasti ben al di sotto della media europea e nello sviluppo dello stato sociale si riflette la posizione semiperiferica del paese.

In Portogallo il contributo delle donne al reddito familiare è fondamentale per arrivare a fine mese. Il tasso di occupazione femminile è stato a lungo relativamente alto (sopra la media Ue), le donne lavorano principalmente a tempo pieno e hanno percorsi lavorativi continuativi. Tuttavia il pieno coinvolgimento nel mercato del lavoro retribuito non le ha preservate dal farsi carico del grosso del lavoro domestico e di cura.

In primo luogo voglio quindi evidenziare come nel rapporto della commissione governativa siano totalmente assenti le misure per favorire la ridistribuzione del lavoro di cura tra uomini e donne, che sarebbe fondamentale per conciliare il tempo di vita e di lavoro e il desiderio di fertilità. Nonostante l'investimento in servizi di cura pubblici, la verità è che le infrastrutture esistenti sono ben al di sotto dei bisogni delle famiglie. Vale la pena notare come, comunque, il quadro politico di riferimento si sia evoluto per consentire una maggiore condivisione dei congedi genitoriali e permettere agli uomini di vivere una paternità più attiva, in particolar modo dopo la nascita di un figlio. C'è un congedo pienamente retribuito e obbligatorio di dieci giorni a cui si aggiunge il "bonus di 30 giorni da condividere" un congedo facoltativo concesso solo se condiviso tra uomini e donne, anche questo pienamente retribuito. Eppure, le costrizioni ideologiche (rappresentazioni tradizionali dei ruoli di genere), i pregiudizi contro i papà attivi e gli atteggiamenti ostili sul luogo di lavoro, fanno sì che meno di un quarto dei papà utilizzi il bonus condiviso. E, contro la legge, circa un terzo fa a meno del congedo retribuito obbligatorio. A ciò si aggiunga la dimostrata discriminazione delle donne in termini di opportunità di carriera frutto di una cultura organizzativa ostile e di approcci manageriali tradizionalisti.

Ma gli stereotipi su maternità e paternità sono solo una parte degli ostacoli alla fecondità. Trovo, infatti, che siano le politiche che questo governo mette in campo a rivelare l'aperta contraddizione con qualunque preoccupazione per la bassa natalità, sfiorando il limite del paradosso. Nel 2013 le ore settimanali di lavoro per i dipendenti pubblici sono aumentate da 35 a 40. Questa misura ha avuto un impatto negativo sulla conciliazione vita-lavoro dei dipendenti pubblici e contemporaneamente ha disincentivato il settore pubblico dal ridurre il tempo di lavoro. La commissione del governo, afferma, cosa discutibilissima, che una delle raccomandazioni chiave per l'innalzamento della fertilità è quella di dare la possibilità alle donne di lavorare part-time per un anno dopo il congedo di maternità. La commissione propone che questa misura venga coperta finanziariamente al 50% dal datore di lavoro e dallo stato per il restante 50%, rimpiazzando le lavoratrici in part-time forzato con persone iscritte al collocamento. Numerosi studi hanno dimostrato come i lavoratori part-time abbiano molte meno possibilità sia di formazione che di carriera e siano più precari. Soprattutto, questa raccomandazione confligge con qualunque intento di parità di genere, cosi come con il progresso/modernizzazione delle relazioni di genere, rinforzando la posizione di subordinazione e dipendenza delle donne e l'ideologia della donna "angelo del focolare". Le inchieste tra i lavoratori dimostrano come sia donne che uomini preferirebbero lavorare di meno, ma non in part-time. I dati inoltre ci dicono che la maggioranza delle donne che lavorano in part-time spesso non lo fanno su una base volontaria.

Infine, è necessario contestualizzare tutte queste riflessioni nel più ampio scenario dell'attuale crisi economica e sociale dominato dal fiscal compact, le misure di austerità, la riforma del mercato del lavoro che ha creato non solo esclusione sociale ma anche una vera e propria emorragia di giovani. Il numero di emigranti degli ultimi anni è paragonabile a quello del paese allo stremo degli anni '60. È il ritratto di un paese disperato. Senza le condizioni oggettive e soggettive di fiducia nel futuro la società portoghese non è sostenibile. È così difficile da capire?(1)

 

1. Il dibattito in Portogallo è ancora in corso, dalla data in cui questo articolo è stato scritto sono state rilasciate nuove e ulteriori dichiarazioni che non alterano però il senso dell'articolo.

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