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INGENERE

La qualità del lavoro in una prospettiva di genere

  • Ago 28, 2014
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 3649 volte
Tindara Addabbo, Marco Centra, Valentina Gualtieri, Ingenere
25 agosto 2014

Un'indagine condotta dall'Isfol rivela che le donne sono più penalizzate in termini di reddito, stabilità e possibilità di decidere in autonomia. Per gli uomini, invece, gli svantaggi arrivano da orari, minore possibilità di socializzare e condizioni fisiche più dure.

Il cinema non è un ambiente per donne

  • Ago 26, 2014
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 2951 volte

Ingenere.it
26 08 2014

Ventidue per cento. A tanto ammontano le donne nelle troupe cinematografiche che hanno lavorato a 2000 film tra le maggiori produzioni e compioni di incassi negli ultimi venti anni. Al massimo, sono ambienti un po' più femminili...immaginate quali? Esatto: i costumi e il trucco, ambiti che lo stereotipo tradizionale considera di pertinenza femminile. Per il resto, le donne sono il 17,5% nel reparto effetti visivi - di solito quello più numeroso nelle grandi produzioni - per le musiche arrivano al 16% mentre camere e attrezzature elettriche sono territorio quasi solo maschile: 95% di addetti uomini. E va anche peggio se si vanno a guardare le mansioni creative: è donna il 13% degli editors, il 10% degli autori e il 5% dei registi.

A raccogliere e ordinare i dati è stato Stephen Follows, scrittore e produttore inglese che ha pubblicato sul suo sito i principali dettagli raccolti nel report con lo scopo di richiamare l'attenzione e sensibilizzare l'ambiente cinematografico all'evidente squilibrio di genere a cui da vita. «Quando ho visto per la prima volta quanto fosse ampio il divario [di genere], e quanto fosse schiacciante, ho fatto di nuovo i conti per avere un doppio controllo», ha dichiarato Follows secondo quanto riporta il Guardian, «Non ci potevo credere».

E le cose non vanno migliorando nel tempo, anzi! Dai dati raccolti emerge infatti che nel 2013 sono persino diminuite le donne che hanno lavorato ai film di maggiore successo rispetto agli anni precedenti, scendendo al 21,8% del totale delle troupe. Andando invece a indagare il gap in base al genere, il report segnala le donne sono più presenti nei musical (27% delle squadre) mentre la minore presenza è nelle fiction scientifiche (20%). Solo una donna nella storia del cinema ha vinto l'oscar come miglior regista, e cioè Kathryn Bigelow con The Hurt Locker, nel 2009.

«Non penso che l'industria cinematografica sia istituzionalmente sessista, ma non davvero non credo se ne sia mai parlato, perciò spero che la consapevopezza della disparità di genere contribuisca a stimolare il campbiamento», ha sottolineato l'autore del report.

Dal canto suo, il British Film Insitute - istituzione che britannica che si occupa di cinema e finanzia il settore con 27 milioni di sterline l'anno - ha dichiarato di provare ad affrontare il problema diversità nel settore cinematografico e ha annunciato che da settembre saranno introdotte delle quote necessarie per accedere ai suoi finanziamenti, e cioè bisognerà che un determinato numero di attori o della troupe sia composto da donne, gay, disabili e minoranze etniche. (gp)

 

La qualità del lavoro in una prospettiva di genere

  • Ago 26, 2014
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 3776 volte

Ingenere.it
26 08 2014

Un’indagine condotta dall’Isfol rivela che le donne sono più penalizzate in termini di reddito, stabilità e possibilità di decidere in autonomia. Per gli uomini, invece, gli svantaggi arrivano da orari, minore possibilità di socializzare e condizioni fisiche più dure.

Nel corso della lunga fase recessiva il rischio di perdere il lavoro è aumentato considerevolmente e la ricerca di un'occupazione è divenuta un'attività spesso frustrante, specialmente per i giovani. Ma al di là delle difficoltà che la crisi ha portato nel mercato del lavoro, è utile comprendere come si articolano in Italia il profilo e le caratteristiche del lavoro e quali differenze si riscontrano fra uomini e donne rispetto alle mansioni, alla sicurezza, al controllo del lavoro, tutti aspetti questi che rientrano nella definizione di qualità del lavoro (1).

Usando i dati della terza indagine Isfol sulla qualità del lavoro (2), guardiamo in ottica di genere agli aspetti che contribuiscono a determinare un lavoro di qualità: la dimensione economica (che misura i redditi, la stabilità economica e la sicurezza del lavoro svolto), la dimensione ergonomica (che fa riferimento ai bisogni relativi alla qualità fisica dell’ambiente di lavoro, nonché ai bisogni ergonomici di tipo psicologico), la dimensione della complessità (che corrisponde alle esigenze di creatività, di impegno nel problem-solving e di sviluppo delle competenze); la dimensione dell’autonomia (che corrisponde al bisogno di stabilire con una certa libertà le condizioni del proprio lavoro, di determinare autonomamente la propria condotta lavorativa e le regole da seguire per svolgere le attività assegnate a un dato livello decisionale); la dimensione del controllo (che si riferisce al bisogno di controllare le condizioni generali del proprio lavoro, come, ad esempio, l’oggetto della produzione, la sua destinazione, l’organizzazione, le attività da assegnare al proprio e agli altri centri decisionali).
Le cinque dimensioni della qualità del lavoro sono misurate tramite la sintesi di una serie di informazioni ricavate dall’indagine Isfol (3).

Da un primo sguardo alle distribuzioni delle dimensioni con una prospettiva di genere si osservano situazioni dissimili in termini di qualità del lavoro solo per alcune dimensioni: la componente femminile appare svantaggiata in ambito economico mentre gli uomini risentono di una più bassa qualità del lavoro in termini ergonomici.

 

Un’analisi più approfondita delle dimensioni (4) conferma per le donne uno svantaggio nella dimensione economica - principalmente nei redditi e nella stabilità occupazionale - ma anche nella dimensione dell'autonomia, con una minore possibilità per le donne di determinare l'intensità e le modalità con le quali realizzare il proprio lavoro (Fig. 2). Al contrario, per la componente maschile si riscontra, confermando le evidenze emerse nell’analisi descrittiva, uno svantaggio nella dimensione ergonomica. Il divario in termini ergonomici è probabilmente legato alla maggior incidenza degli uomini nei lavori manuali e nei settori in cui l’esposizione a rischi per la salute è più elevata. Questo risultato sembra anche motivato da una concentrazione di genere negli orari di lavoro disagiati, che interessano più frequentemente la componente maschile dell’occupazione (Curtarelli e Tagliavia, 2011), sulla quale le questioni legate alla conciliazione tra lavoro e vita familiare hanno un peso minore. Le donne sembrano quindi, più degli uomini, relegate nello svolgimento di lavori con contratti precari che spesso generano retribuzioni ridotte, instabilità economica e job insecurity e impiegate in lavori dove la discrezionalità in termini di autonomia è più bassa. Gli uomini, al contrario, svolgono lavori caratterizzati da più bassa qualità in termini fisici e psicofisici e che permettono sia un minor grado di socializzazione sul luogo di lavoro sia una più bassa possibilità di conciliazione.

 

Peso della qualità del lavoroFonte: elaborazioni sulla Terza Indagine Isfol-QDL

Una lettura complessiva suggerisce dunque la presenza di una serie di vincoli nei meccanismi che determinano le scelte della componente femminile dell’occupazione e che agiscono su aspetti diversi della qualità del lavoro. Le modalità contrattuali scelte, o spesso subite, più frequentemente dalle donne per raggiungere un migliore work-life balance risultano associate a un livello maggiore di qualità nella dimensione ergonomica a cui corrisponde tuttavia una forte penalizzazione in termini economici e di autonomia. Una simile dinamica rischia di avere costi elevati, dal momento che è destinata a produrre un deterioramento della qualità del lavoro nel lungo periodo, in particolare se, come si avverte durante la fase recessiva, la componente femminile rischia ancora di più di restare invischiata in lavori con orari ridotti che non consentono un coinvolgimento nel lavoro pieno e gratificante.

 

NOTE

(1) In particolare si fa riferimento alla concettualizzazione introdotta da Luciano Gallino (1983) e Michele La Rosa (1983) per la quale la qualità del lavoro si riferisce alla pluralità degli aspetti del lavoro che fanno riferimento ai bisogni della persona, fondandosi sul principio dell’adeguamento del lavoro alla persona (e non viceversa) e considerando la complessità dell’esperienza lavorativa, non limitata alle sole condizioni fisiche di lavoro
(2) L'indagine è stata condotta nel 2010 su un campione di cinquemila lavoratori, rappresentativo della popolazione occupata in Italia. Cfr. Gualtieri (2013), Addabbo et al. (2013).
(3) Il valore che assume ciascuna dimensione varia da 0 a 100 (dove 100 è il massimo livello raggiungibile). Cfr. Centra et al., 2012a, 2012b.
(4) Si fa riferimento in particolare al lavoro svolto da Addabbo et al. (2013) che tramite modelli di regressione lineare ha esaminato le caratteristiche demografiche, individuali e del lavoro che determinano i differenti livelli di qualità del lavoro. Le analisi multivariate hanno quindi consentito di controllare altre caratteristiche individuali e di contesto isolando l'impatto di genere rispetto alle singole dimensioni della qualità del lavoro.
(5) L’impatto misurato si riferisce alla stima del parametro “Donna” ottenuta nei modelli di regressione lineare sulle cinque dimensioni della qualità del lavoro. Le variabili inserite nel modello oltre al genere sono: area geografica di residenza; titolo di studio; esperienza professionale (in anni escluso l’attuale lavoro); esperienza (in anni) nell’attuale lavoro; tipo di contratto; orario di lavoro; gruppo professionale; settore di attività economica; forma giuridica dell’impresa. L’effetto del genere sulle dimensioni del controllo e della complessità non risulta statisticamente significativo.

 

Bibliografia

Working Paper Series N. 17, October 2013, http://merlino.unimo.it/campusone/web_dep/wpdemb/0017.pdf

Centra M., Curtarelli M., Gualtieri V. (2012a), La qualità del lavoro in Italia: evidenza empirica dalla Terza Indagine Isfol-QDL, in Gallie D., Gosetti G., M. La Rosa (a cura di), Qualità del lavoro e qualità della vita lavorativa. Cosa è cambiato e cosa sta cambiando, Rivista di sociologia del lavoro, fascicolo 127, IV -2012, F. Angeli, Milano.

Centra M., Curtarelli M., Gualtieri V. (2012b), From theory to practice: a methodological proposal for operationalising and summarizing the concept of quality of work, 46th scientific meeting of the italian statistical society, Sapienza University of Rome, 20-22 June 2012, http://meetings.sis-statistica.org/index.php/sm/sm2012/paper/viewFile/19...

Curtarelli M., Tagliavia C. (a cura di) (2011), La buona occupazione. I risultati dell’indagine Isfol sulla qualità del lavoro in Italia, I libri del Fondo Sociale Europeo n. 157, Isfol editore.

Gallino L. (1983), Informatica e qualità del lavoro, Einaudi, Torino.

Gualtieri V. (a cura di) (2013), Le dimensioni della qualità del lavoro. I risultati della III indagine Isfol sulla Qualità del Lavoro, I libri del Fondo Sociale Europeo n. 183, Isfol editore, http://sbnlo2.cilea.it/bw5ne2/opac.aspx?WEB=ISFL&IDS=19730

La Rosa M. (1983), Qualità della vita, qualità del lavoro, F. Angeli, Milano.

Chi c'è sopra il soffitto di cristallo

  • Lug 24, 2014
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 3901 volte

inGenere
24 07 2014

Molto si discute di diseguaglianza e distribuzione dei redditi, ma mai lo si fa in una prospettiva di genere. Non è una sorpresa che il numero di donne diminuisca al salire del reddito: quali sono le cause? Una ricerca su dati inglesi e canadesi fa il punto.

L’interesse per la disuguaglianza nei redditi, per come si è evoluta nel tempo e per le diverse dinamiche che caratterizzano singoli paesi si è rinnovato in maniera decisa negli ultimi anni grazie a una letteratura che, utilizzando dati fiscali, ha costruito le quote di reddito detenute dai percentili più ricchi della popolazione per più di venti paesi, su un orizzonte temporale che per alcuni di essi arriva al secolo. Sebbene il 10%, il 5%, l’1% o addirittura lo 0,1% più ricco della popolazione rappresentino una quota molto piccola della popolazione complessiva, la quota di reddito detenuta è assolutamente significativa ed in grado di influenzare la misurazione della disuguaglianza dei redditi (Alvaredo et al., 2013).

Nel dibattito che si è sviluppato attorno a questa letteratura e che, anche grazie al recente libro di Piketty (2014), ha raggiunto un pubblico di non addetti ai lavori, c’è un aspetto che è sorprendentemente assente: il genere. Quando parliamo dell’1% più ricco della popolazione, quante donne troviamo? C’è un soffitto di cristallo che impedisce che le donne raggiungano i percentili più alti della distribuzione del reddito? Se le donne sono fortemente sotto-rappresentate nella coda alta della distribuzione, possono emergere interrogativi sull’equità del sistema economico complessivo, che si sommano a quelli sollevati dai differenziali occupazionali e salariali che osserviamo nel mercato del lavoro.

L’esistenza o meno di un soffitto di cristallo è generalmente analizzata con riferimento ai redditi da lavoro dipendente (si vedano ad esempio Cotter et al, 2001, Albrecht, Björklund and Vroman, 2003, e Arulampalam, Booth and Bryan, 2007): il termine soffitto di cristallo viene utilizzato per riferirsi a situazioni in cui le donne guadagnano mediamente meno degli uomini o, più rigorosamente, per individuare situazioni in cui il differenziale salariale tra uomini e donne è maggiore ad alti, piuttosto che a bassi livelli di stipendio.

In questo articolo studiamo se le donne siano sottorappresentate nella coda alta della distribuzione, ma spostiamo la nostra attenzione dai salari al reddito complessivo, includendo nell’analisi il reddito di lavoro autonomo e i redditi di capitale. Nella parte alta della distribuzione queste sono componenti di guadagno significative e potrebbero offrire un’immagine della disuguaglianza di genere diversa e comunque più ricca rispetto a quella che possiamo cogliere soffermandoci unicamente sui salari. La legislazione sulla parità salariale o sulle discriminazioni sul posto di lavoro non si applica al lavoro autonomo, che può quindi evidenziare svantaggi specifici ed ulteriori per le donne. Nel passato, le donne possedevano quote significative della ricchezza complessiva grazie a eredità, e quindi godevano di rilevanti redditi di capitale. I guadagni delle donne, evidenziati dal calo nel differenziale salariale di genere osservato in molti paesi dell’OCSE, sono stati controbilanciati oppure rafforzati dalla dinamica del lavoro autonomo o dei redditi di capitale?

Una pubblicazione recente dell’ufficio statistico canadese (Statistics Canada, 2013) mostra che la percentuale di donne nell’1% più ricco della popolazione è salita dall’11% del 1982 al 21% nel 2010. Certamente un progresso, ma il traguardo della parità non è ancora all’orizzonte. Quali termini di confronto abbiamo a disposizione per valutare i dati canadesi? Poiché le quote di reddito detenute dall’x% più ricco della popolazione si costruiscono sulla base di dati fiscali, la scelta dell’unità impositiva condiziona la possibilità di costruire top income shares differenziate per genere. Stati Uniti e Francia, due dei paesi maggiormente studiati nella letteratura sulla parte alta della distribuzione del reddito, adottano la famiglia come unità impositiva e applicano una tassazione congiunta, per cui i redditi individuali non sono registrati nei dati fiscali.

Per studiare l’evoluzione nelle quote di reddito detenute dai più abbienti distinguendo per genere dobbiamo guardare a paesi che adottano sistemi di tassazione del reddito su base individuale. Oltre al Canada, il Regno Unito, ad esempio. In questo articolo riportiamo i risultati delle prime analisi che abbiamo condotto sui dati per questo paese, utilizzando come fonte le informazioni per classi di reddito pubblicate (1) nella Survey of Personal Incomes. Nel progetto di ricerca che stiamo sviluppando all’INET presso la Oxford Martin School stiamo raccogliendo i microdati anche per Australia, Danimarca, Norvegia e Spagna, oltre che per il Regno Unito (2).

Nella Figura 1 riportiamo la composizione per genere dei gruppi che occupano la parte alta della distribuzione del reddito nel Regno Unito dal 1997 al 2011. (3) Due conclusioni possono essere tratte dalla Figura 1: la prima è che la percentuale di donne nei gruppi che detengono redditi elevati è cresciuta nel periodo che va dal 1997 al 2011. Nel 1997 le donne rappresentavano il 22% del decile più elevato mentre nel 2011 questa percentuale è salita al 28%; nel 1997, le donne erano il 14% del percentile più elevato e nel 2011 il 17%. Confrontando questi risultati con i dati canadesi possiamo dire che in 14 anni la percentuale di donne nel percentile più elevato è aumentata di 3 punti percentuali mentre l’incremento in Canada di 10 punti percentuali ha richiesto il doppio del tempo. La seconda conclusione è che se scomponiamo ulteriormente il percentile più ricco e analizziamo la dinamica nella presenza femminile al suo interno, notiamo che gli incrementi sono molto più contenuti e la crescita molto meno visibile. Per lo 0.1% più ricco della popolazione, non c’è alcun cambiamento significativo nella presenza femminile tra il 1999 e il 2011. Le donne sono quindi tanto meno rappresentate quanto più si sale nella scala dei redditi. Nel 1997, spostandosi dal decile più ricco allo 0.5% più ricco la presenza femminile scendeva di 9 punti percentuali. Nel 2011 il confronto equivalente vede la percentuale femminile scendere di 14 punti percentuali.

Se c’è stato un miglioramento nella posizione delle donne ai bassi ma non agli alti percentili tra i redditi elevati, possiamo interpretare questi risultati come evidenza della presenza di un soffitto di cristallo? (4) Sicuramente è necessaria ulteriore ricerca. Riteniamo sia importante esaminare il fenomeno non solo in relazione alla distribuzione salariale ma anche a quella dei redditi complessivi, includendo redditi da lavoro autonomo e da capitale. In Canada e nel Regno Unito, l’evidenza disponibile dimostra che la presenza femminile nel percentile più alto è aumentata nel tempo, ma il progresso è molto più lento o addirittura assente quando guardiamo a percentuali sempre più ristrette in cima alla distribuzione. Se nel Regno Unito provassimo a ordinare per reddito uomini e donne, la pendenza della “parata” per i primi è maggiore di quella delle seconde, nel 1997 come nel 2011.
Nella nostra ricerca abbiamo l’obiettivo di capire quanto queste conclusioni valgano anche in altri paesi, di esaminare nel lungo periodo l’evoluzione delle differenze di genere nella parte alta della distribuzione del reddito, e il diverso ruolo giocato da ciascuna componente di reddito.

(1) Si veda Atkinson (2007).

(2) Anche l’Italia applica un sistema di tassazione individuale e potrebbe rientrare nel gruppo di paesi per i quali l’analisi proposta in questo articolo può essere sviluppata. Per lo studio della dinamica della coda alta della distribuzione del reddito in Italia si veda Alvaredo e Pisano (2010).

(3) In ciascun caso, i gruppi di reddito sono definiti in percentuale della popolazione con almeno 15 anni e si riferiscono ai redditi complessivi lordi.

(4) Nel nostro articolo apparso su VoxEu (http://www.voxeu.org/article/gender-and-glass-ceiling) questo punto è ulteriormente approfondito con il calcolo del coefficiente α della distribuzione di Pareto.

Anthony Barnes Atkinson Alessandra Casarico Sarah Voitchovsky

 

Ingenere.it
22 07 2014

Segnaliamo un articolo, uscito su education2.0 a firma di Fiorella Farinelli.

“Boko Haram – L’educazione occidentale è peccato”. Il recente rapimento delle studentesse nigeriane pone un interrogativo sul diritto all’istruzione delle donne nel mondo e sulla scarsa attenzione che, proprio a scuola, viene posta.

Nella notte tra il 14 e il 15 aprile, dal dormitorio del liceo di Chibok, nordest della Nigeria, sono state rapite 267 studentesse. A farlo e a minacciare di venderle o di costringerle a matrimoni forzati, la banda Jihadista Boko Haram, un nome che significa “l’educazione occidentale è peccato”.

Non è la prima volta che il diritto delle donne all’istruzione viene contrastato con la violenza dai fondamentalisti musulmani. Nel 2012 venne gravemente ferita in un attentato Malala Yousafzai, la giovanissima pakistana paladina dell’istruzione delle donne e candidata al premio Nobel per la pace. Ma la battaglia per la parità di genere nell’istruzione è tutt’altro che vinta, anche in luoghi di cultura non musulmana, come si vede fra gli altri in un paese a impetuoso sviluppo come l’India. (continua a leggere)

Basta ostacoli alla legge 194!

  • Lug 16, 2014
  • Pubblicato in INGENERE
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Ingenere.it
16 07 2014

Ha subito negli anni e sotto varie forme un costante boicottaggio. L’intervento del presidente della regione Lazio, Nicola Zingaretti, che modifica il ruolo dell’obiezione di coscienza per il personale dei consultori, rappresenta un passo nella giusta direzione


La legge 194/78, quella che ha consentito l’interruzione volontaria di gravidanza, ha subito un costante boicottaggio, che ha assunto nel tempo varie forme e modalità. Le interpretazioni della legge sono state piegate strumentalmente secondo gli scopi del momento, come dimostra la storia della obiezione di coscienza e della sua portata (non è affatto scontato che questa costituisca un diritto - e per di più un diritto privilegiato senza oneri, come accade invece per l’obiezione militare; che ci siano dei doveri costituzionali da rispettare è ben illustrato in un libro recente di Federica Grandi, Doveri costituzionali e obiezione di coscienza, Ed. Sc. Napoli 2014).

Memoria storica impone di ricordare che, all’inizio, gli obiettori sostenevano che la loro coscienza li esonerava da tutti i tipi di atti e attività, a tal fine interpretando nel modo più esteso - e illegittimo - la dizione “esonera il personale…dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione di gravidanza”.

Ma, ben presto, i cosiddetti movimenti per la vita si resero conto che in tal modo si precludevano ogni diretto contatto con le donne che chiedevano di abortire e quindi perdevano occasioni di dissuasione. Dunque introdussero la distinzione, nell’art. 5, tra il rilascio del certificato attestante l’urgenza, che consente di praticare l’interruzione di gravidanza, e il documento invece attestante lo stato di gravidanza e l’avvenuta richiesta della donna. Sostennero che quest’ultimo, non essendo diretto all’interruzione, era dovuto e non poteva essere rifiutato accampando l’obiezione di coscienza. La tesi fu esplicitata allora dalla Regione Veneto (nella circ. 54 del 1978).

Ma poi tale tesi è stata superata in quanto non più utile: quel distinguo è stato reso superfluo dal consolidarsi di fatto della obiezione che è divenuta maggioritaria in molte strutture e in alcune totale, tanto da determinare la cosiddetta obiezione di struttura (chiaramente illecita perché l’art. 9 impone che “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso a assicurare l’espletamento delle procedure e l’effettuazione degli interventi” )

E l’interpretazione viene nuovamente ampliata secondo gli interessi degli obiettori di comodo che rivendicano un diritto a tutto campo. Anzi - da quella via - anche farmacisti e medici di base si pretendono obiettori e vorrebbero comprendere nell’esonero perfino la pillola del giorno dopo (che nulla hanno a che vedere con l’interruzione volontaria di gravidanza).

Per questo, quando Zingaretti della regione Lazio prescrive nelle sue linee di indirizzo che il personale operante nei Consultori familiari non può esercitare l’obiezione di coscienza rispetto alla attività di attestazione dello stato di gravidanza e della richiesta della donna di effettuare IVG, nonché deve prescrivere la pillola del giorno dopo, fa semplicemente il suo dovere.

Anzi quello che la regione Lazio manda ai consultori dovrebbe essere indirizzato - ben più incisivamente - alle strutture sanitarie, perché lì il problema si impone frontalmente, quando cioè occorre effettuare l’interruzione.

Il vento sta cambiando. In più città si stanno muovendo gruppi di lavoro composti da associazioni di donne e misti, operatori e esperti (giuristi e medici), raccogliendo le forze, promuovendo iniziative di stimolo e di suggerimento alle istituzioni, ma anche con diffide e messa in mora degli enti che non assicurano l’effettuazione degli interventi di IVG.

Occorre un’attenta raccolta dei dati numerici (analitici per struttura e complessivi) per mettere in luce le illegittime obiezioni di struttura e stroncarle. Bisogna richiamare le Regioni al loro dovere (è sempre l’art.9) di controllo e di garanzia dell’attuazione della legge “anche attraverso la mobilità del personale”. Costruttivamente occorre adoperarsi per eliminare la vergogna degli obiettori di comodo, intervenendo a livello amministrativo sui profili organizzativi e del lavoro. Ma anche offrire disponibilità legale per tutelare giudizialmente le donne che subiscono danni oppure ricevono rifiuti e incontrano ostacoli nell’ottenere IVG o aborto farmacologico o la pillola del giorno dopo.

Una metodologia per combattere la tratta

  • Lug 02, 2014
  • Pubblicato in INGENERE
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Ingenere
02 07 2014

Genderis è un progetto di contrasto alla tratta di esseri umani. Più specificamente è un progetto finanziato dalla Commissione europea per sviluppare una metodologia di genere da applicare nelle azioni di prevenzione e contrasto. Non si è trattato di inventare cose nuove, ma di sistemattizare le competenze e l’esperienza di soggetti che lavorano sul campo nel contrasto alla tratta a partire da un posizionamento di genere.

Il risultato, dopo un anno di scambi, condivisione e ricerca, è un manuale utile sia alle operatrici e gli operatori che lavorano con le vittime che a chi fa ricerca, a chi vuole capire meglio e chi deve programmare e mettere in atto politiche di contrasto a tutti i livelli (locale, nazionale, europeo). Il progetto è realizzato dalla Fondazione G. Brodolini in partenariato con Differenza Donna, Surt (Barcellona) e CPE (Bucarest). Sul sito del progetto è inoltre possibile scaricare altri materiali: un rapporto sull’approccio di genere nelle politiche di prevenzione chi lo applica, perché e con quali risultati, sempre sul sito è scaricabile una raccolta di buone pratiche di contrasto alla tratta per lo sfruttamento sessuale.

Quando "rende" fare il dottorato

  • Giu 11, 2014
  • Pubblicato in INGENERE
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Ingenere.it
11 06 2014

Raggiungere il più alto livello di istruzione è un buon investimento per tutti, uomini e donne, almeno per trovare lavoro. Diverso il discorso quando si vanno a guardare le retribuzioni: a parità di dottorato il reddito da lavoro delle donne è inferiore a quello degli uomini di 5.000 euro all’anno. Uno studio ci spiega cosa determina questa differenza.

Più si investe nella propria istruzione, maggiori sono le possibilità di trovare un impiego e retribuzioni più elevate, cosa che allo stesso tempo può incidere sulla riduzione delle disparità di genere nei luoghi di lavoro. Queste relazioni si osservano anche in Italia, ma in modo meno evidente: nel nostro Paese i premi associati all’investimento in istruzione - sia in termini occupazionali che retributivi - sono meno significativi e i differenziali di genere persistono anche per le persone con livelli di scolarizzazione molto alti.

Nel 2012 l’Isfol ha condotto un’indagine [1] sulle persone che hanno conseguito il titolo di dottore di ricerca nel 2006, con l’obiettivo di stimare il fenomeno della mobilità territoriale delle persone ad elevato investimento in capitale umano. Ed è stato osservato che le persone con un dottorato di ricerca hanno una posizione di vantaggio sul mercato del lavoro rispetto al resto della popolazione, soprattutto in termini di partecipazione, ma anche in considerazione dei livelli retributivi. Emerge tuttavia un forte peso dell’appartenenza di genere nella determinazione dei redditi da lavoro su cui è opportuno un approfondimento.

A far da sfondo alle analisi che seguono vi è l’idea che le differenze di genere in termini occupazionali e retributivi che si osservano per gli individui a ridotto investimento in capitale umano dovrebbero riguardare in misura minore i dottori di ricerca e che le variabili che spiegano le disomogeneità dei livelli retributivi per uomini e donne (anche se entrambi con elevati titoli di studio) non necessariamente coincidono.

Dall’Indagine Isfol emerge una situazione in termini occupazionali oltremodo positiva, con contenute differenze di genere: nel 2012, a circa sei anni dal conseguimento del titolo il 92,5% è occupato (con uno scarto a svantaggio delle donne di 3,2 punti percentuali), l’inattività riguarda solo il 5,4% (con uno scarto a svantaggio delle donne di 2 punti percentuali) e il tasso di disoccupazione si attesta al 2,1%. Condizioni decisamente migliori rispetto a quelle generalmente riscontrate tra la popolazione italiana.

Le differenze di genere appaiono abbastanza marcate, invece, quando si osservano le retribuzioni: il reddito da lavoro per le donne è inferiore a quello degli uomini di quasi 5.000 euro in media all’anno (fig. 1). L’osservazione dell’intera distribuzione dei redditi per uomini e donne, inoltre, mostra quote maggiori di uomini nelle fasce di reddito superiori e, al contrario, quote maggiori di donne nelle fasce di reddito inferiori. Le analisi multivariate [2] mostrano che tra i dottori di ricerca le donne, a parità di altre condizioni (luogo di residenza, tipologia familiare, caratteristiche del percorso formativo, tipo di contratto di lavoro, professione, ecc.), percepiscono redditi inferiori agli uomini, con uno svantaggio medio stimato intorno al 20% [3]. L’elevato investimento in capitale umano non sembra dunque in grado di proteggere le donne dal permanere di differenziali retributivi.

In considerazione di queste evidenze si è ritenuto opportuno approfondire l’analisi per comprendere quali siano le variabili che principalmente intervengono e con quale intensità agiscano sulla determinazione dei redditi femminili, nel raffronto con le determinanti dei redditi maschili [4].

I dottori di ricerca che hanno intrapreso processi di mobilità geografica [5] (sia in Italia che all’estero) hanno redditi più elevati di coloro che sono rimasti nel luogo dove hanno conseguito il dottorato (o dove hanno vissuto prevalentemente fino alla maggiore età). Le caratteristiche del vantaggio retributivo per i dottori “mobili” sono tuttavia lievemente differenti. Le donne “mobili in Italia”, infatti, arrivano a guadagnare quasi il 16% in più delle colleghe “non mobili” a fronte di un vantaggio dell’11% relativo agli uomini. Specularmente per gli uomini “mobili verso l’estero”, le retribuzioni aumentano di circa il 53% sempre con riferimento ai dottori non mobili geograficamente, mentre per la componente femminile l’aumento è del 50%.

La tipologia familiare, fondamentalmente l’essere in coppia e la presenza di figli, incide in maniera decisamente differente. Per gli uomini essere in coppia (con o senza figli) è un elemento che interviene positivamente sui redditi rispetto agli uomini single o con una partner non convivente; mentre per le donne la monogenitorialità influenza negativamente la determinazione del reddito: essere single con figli comporta una penalizzazione di quasi 40 punti percentuali rispetto sia alle single senza figli sia alle donne in coppia.

A determinare differenze nei redditi di uomini e donne è inoltre il voto di laurea, considerato un segnale dell’eccellenza del percorso formativo. In linea generale, coloro che hanno ottenuto una votazione inferiore al 110 mostrano redditi inferiori; tuttavia per le donne, il voto più basso ha un impatto negativo maggiore.

Dallo studio delle discipline di specializzazione dottorale si rilevano peculiari differenze. Per gli uomini si evidenza una premialità per i dottori in discipline afferenti le scienze giuridiche, le scienze mediche, farmaceutiche e veterinarie rispetto a coloro che hanno concluso studi inerenti le scienze naturali, l’ingegneria, le scienze economiche, ma soprattutto rispetto agli specializzati nelle scienze umanistiche, psicologiche e sociali. Tra le donne la disciplina non sembra avere una particolare influenza sui redditi, ma fanno eccezione le scienze umanistiche, psicologiche e sociali che determinano una decisa riduzione del reddito. Sempre sul fronte delle esperienze formative va notato che solo per le donne aver partecipato al programma Erasmus durante gli studi universitari genera un reddito superiore di quasi il 10%.

Come atteso la tipologia contrattuale ha un peso rilevante nel generare i redditi e mostra effetti dissimili tra uomini e donne. Per le donne, avere un contratto da dipendente a tempo indeterminato permette di aumentare le propria retribuzione di oltre il 16% rispetto al lavoro autonomo, non si evidenziano invece differenze di reddito tra gli uomini dipendenti permanenti e gli autonomi. Lavorare come collaboratore ha un deciso impatto negativo per entrambi i generi, ma la penalizzazione è maggiore per gli uomini (-25,9% rispetto a -17,0% per le donne).


Molti studi hanno mostrato quanto in Italia sia forte il peso all’esperienza lavorativa nel determinare retribuzioni superiori a discapito del titolo di studio posseduto. Questo sembra essere verificato anche per i dottori di ricerca. Gli uomini che hanno iniziato l’attività lavorativa prima del conseguimento del titolo di dottore di ricerca hanno un reddito superiore di oltre 22 punti percentuali; anche per le donne si osserva un vantaggio, tuttavia decisamente inferiore (+9,2%). In tal senso la maggiore premialità legata all’esperienza di lavoro sembra non essere connessa all’investimento in istruzione e sembra delinearsi, soprattutto per gli uomini, una sorta di trade-off tra l’esperienza lavorativa e l’accrescimento del capitale umano.

Va inoltre sottolineato che, soltanto per le donne lo svolgimento di attività di ricerca all’interno del proprio lavoro comporta una crescita del reddito del 9,5% rispetto alle colleghe impiegate in lavori che non riguardano la ricerca.

Infine va considerato l’impatto sulle retribuzioni della tipologia di organizzazione in cui si lavora: mentre per le donne non vi sono differenze tra comparto pubblico e settore privato, per gli uomini l’essere inseriti in una struttura di natura pubblica determina una riduzione del reddito di circa 11 punti percentuali.

Complessivamente le persone con un dottorato di ricerca hanno una posizione di vantaggio sul mercato del lavoro rispetto al resto della popolazione, indipendentemente dal sesso. I dati confermano il ruolo positivo ricoperto dall’istruzione nei confronti dell’occupazione e in particolare di quella femminile. Tuttavia, anche per le persone ad elevato investimento in capitale umano, è stato evidenziato il perdurare di differenziali retributivi, mostrando come nella determinazione dei redditi da lavoro di uomini e donne incidano caratteristiche e variabili molto differenti.

Per concludere, sembra delinearsi un mercato del lavoro duale in cui meccanismi differenti e sostanzialmente alternativi intervengono nella costruzione delle retribuzioni: da una parte il livello retributivo è frutto del riconoscimento delle competenze individuali, dall’altra livelli retributivi più elevati sono associati a posizioni sociali precodificate. Nel primo caso, che sembra caratterizzare l’universo femminile, a premiare in termini reddituali sono le competenze acquisite - partecipando al programma Erasmus durante gli studi o lavorando nell’ambito della ricerca - e a penalizzare sono le posizioni e situazioni di maggiore debolezza, vale a dire aver studiato scienze umanistiche e sociali, generalmente considerate discipline meno spendibili nel mercato del lavoro, avere un voto di laurea inferiore al 110, una professione a media qualificazione o tecniche, un contratto di collaborazione o l’essere single con figli. Nel secondo caso a incidere positivamente sul reddito degli uomini sono i diversi status ascritti o assunti: l’anzianità lavorativa, l’essere capofamiglia, l’aver studiato discipline i cui canali allocativi sono fortemente legati all’appartenenza ad ordini professionali o tradizioni familiari (giurisprudenza, medicina, farmacia). Anche in questo secondo sistema, le condizioni meno favorevoli creano uno svantaggio reddituale, seppur con un’intensità minore rispetto a quanto registrato per le donne. L’unica caratteristica che sembra accomunare i due sistemi è la condizione di mobilità geografica (in Italia o all’estero) che risulta premiante, seppur con intensità e proprietà leggermente diverse, sia per gli uomini che per le donne.

Il riconoscimento di meccanismi differenti nella determinazione del reddito da lavoro di uomini e donne anche fra le persone altamente istruite, che ripropongono in parte le anomalie del mercato del lavoro italiano riscontrabili in generale sulla totalità degli occupati, suscitano non poche perplessità e impongono nuove riflessioni sulla natura e sulla direzione degli interventi tesi a migliorare la qualità dell’occupazione. Gli squilibri riscontrati anche nell’osservazione delle “eccellenze” invitano a pensare che non in Italia ci sia più spazio per interventi dal lato dell’offerta di lavoro e che sia necessario ed urgente sollecitare il dibattito sulle caratteristiche e sulla struttura della domanda di lavoro, nonché sulle azioni e sugli strumenti che potrebbero sostenerla.

 

[1] L’Indagine sulla Mobilità Geografica dei Dottori di Ricerca è rivolta ad un campione di poco meno di 5.000 individui che nel 2006 hanno conseguito un dottorato di ricerca in un ateneo italiano, anche se di cittadinanza non italiana, e che al momento del conseguimento del titolo avevano un età compera tra i 25 e 49 anni. Per maggiori dettagli si rimanda a Bergamante F., Canal T., Gualtieri G. (2014) http://www.isfol.it/Isfol-appunti/archivio-isfol-appunti/7-aprile-2014-occupazione-e-retribuzione-evidenze-dallindagine-isfol-sulla-mobilita-geografica-dei-dottori-di-ricerca.

[2] Si veda Isfol (2014) “Occupazione e retribuzione: evidenze dall’indagine Isfol sulla mobilità Geografica dei dottori di ricerca”.

[3] In letteratura si osservano molteplici metodologie per la stima del gender pay gap. Si veda al riguardo Zizza R. (2013), The gender pay gap in Italy, Questioni di Economia e Finanza, Occasional Papers, n. 172, Banca d’Italia: http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/qef172/QEF_172.pdf

[4] A tal fine sono stati implementati due distinti modelli di regressione lineare con l’obiettivo di osservare quali sono gli elementi e i fattori che a parità di altri generano una variazione nei redditi medi dei due collettivi analizzati. I due modelli sono identici nella specificazione e differiscono solo nel collettivo di analisi: il primo modello ha l’obiettivo di stimare l’effetto delle covariate nella determinazione dei redditi per le donne, il secondo ha come unità di analisi gli uomini.

[5] È stata definita una partizione della popolazione che identifica tre specifiche condizioni di mobilità: 1) I dottori di ricerca “non mobili” (coloro che nel 2012 risiedono nella stessa regione dove hanno conseguito il dottorato o nella stessa regione dove hanno vissuto prevalentemente fino a 18 anni); 2) I dottori di ricerca “mobili in Italia” (coloro che nel 2012 hanno un luogo di residenza, nel territorio italiano, che differisce da quello dove hanno conseguito il titolo post universitario e da quello di residenza prevalente sino a 18 anni); 3) I dottori di ricerca “mobili verso l’estero” (coloro che nel 2012 risiedono all’estero). Tramite l’indagine si stima che nel 2012 il 7,5% dei dottori sono “mobili verso l’estero”, il 12,2% sono “mobili in Italia e il restante 80,3% sono “non mobile”.

Se l'Istat non vede rosa

  • Giu 03, 2014
  • Pubblicato in INGENERE
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Ingenere.it
03 06 2014

Il rapporto annuale dell’Istat offre l’immagine di un paese sempre più impoverito. La disoccupazione giovanile alle stelle, il dilagare della precarietà, gli squilibri territoriali, le differenze di genere segnalano un disagio profondo. Eppure alcune ricette per far ripartire il paese ci sono. Su tutte invertire le politiche di rigore per intraprendere una strada di rilancio della domanda, della produzione e dell’occupazione. Soprattutto femminile.

La fotografia del paese che ci presenta l’Istat nel suo rapporto annuale è drammatica ma non particolarmente nuova: è l’immagine di un paese impoverito, con un Prodotto interno lordo che continua a cadere ancora nel 2013, trascinato dalla caduta di tutte le componenti interne della domanda, consumi privati, consumi collettivi e investimenti; con un potere d’acquisto delle famiglie che si è ridotto del 10,4% tra il 2008 e il 2013 e una perdita complessiva di un milione di occupati (-973 mila uomini e -11 mila donne), pari al 4,2 per cento del totale, di cui ben 478 mila solo nell’ultimo anno, segnalando una preoccupante accelerazione.
I dati sull’evoluzione del mercato del lavoro negli anni della crisi (capitolo 3) confermano le dinamiche, i divari, i problemi che già conosciamo: il dramma della disoccupazione giovanile, il dilagare della precarietà anche al difuori delle fasce più vulnerabili, l’acuirsi degli squilibri territoriali, le differenze di genere. Rispetto a quest’ultimo aspetto, il rapporto ribadisce che, sebbene con l’aggravarsi del quadro recessivo nel 2013 si registri una diminuzione dell’occupazione anche per le donne (-128 mila unità, pari a -1,4 per cento rispetto al 2012), il calo dell’occupazione è ancora quasi esclusivamente maschile. Nel complesso dei cinque anni della crisi, l’occupazione degli uomini si è ridotta del 6,9 per cento, a fronte di un calo dello 0,1 per cento per le donne. In questo, l’Italia si avvicina di più alla dinamica dei paesi dell’Europa centro-settentrionale, che hanno visto una riduzione dell’occupazione maschile e una sostanziale tenuta di quella femminile, discostandosi dall’esperienza degli altri paesi Mediterranei, che hanno condiviso con noi una pesante crisi fiscale e misure di austerità, e che registrano invece perdite consistenti anche nell’occupazione femminile (1).
L’eccezionalità italiana, rispetto al resto dei paesi mediterranei, è frutto di dinamiche diverse, talvolta contrapposte, che abbiamo già sottolineato più volte: il contributo delle occupate straniere, aumentate di 359 mila unità tra il 2008 e il 2013 a fronte di un calo delle italiane di 370 mila unità (-4,3 per cento); la crescita delle occupate con 50 anni e più a causa dell’innalzamento dell’età pensionabile; l’aumento delle donne breadwinner, di coloro cioè che sono entrate nel mercato del lavoro per sopperire alla disoccupazione del partner. Con riferimento a quest’ultimo fenomeno, crescono infatti le famiglie con almeno una persona di 15-64 anni in cui è la donna ad essere l’unica occupata, specialmente tra le madri in coppia. Nel Mezzogiorno al loro aumento si associa la riduzione delle famiglie sostenute unicamente dal lavoro dell’uomo.

 

A fronte di queste variazioni, c’è la caduta del tasso di occupazione delle donne di età tra 15 e 49 anni: giovani che ancora vivono all’interno della famiglia e che sono state maggiormente colpite dalla crisi; madri, sole o in coppia, ma anche donne in coppia senza figli e single.
La conciliazione dei tempi di vita continua a essere la principale pietra d’inciampo, che si traduce in una scelta dolorosa fra lavoro e famiglia: il tasso di occupazione delle madri è pari al 54,3%, mentre sale al 68,8% per le donne in coppia senza figli. Cresce poi la quota di donne occupate in gravidanza che non lavora più a due anni di distanza dal parto (22,3 per cento nel 2012 dal 18,4 nel 2005), soprattutto nel Mezzogiorno dove arriva al 29,8 per cento. Nel complesso sono quasi un milione e mezzo le madri nella fascia di età 15-49 che vorrebbero avere un lavoro, considerando sia le disoccupate sia le forze di lavoro potenziali. Il ruolo che uomini e donne rivestono in famiglia influenza le caratteristiche della ricerca di lavoro. Le madri che vogliono lavorare, quasi triplicano se si considerano anche le forze di lavoro potenziali. In particolare, sul totale delle donne interessate a entrare nel mercato del lavoro, più della metà sono madri.

 

Se è vero dunque che il peggioramento della condizione maschile ha comportato una riduzione del divario di genere in molti indicatori: nel tasso di occupazione, nei tassi di disoccupazione e di mancata partecipazione, nella quota di lavoratori scoraggiati, i valori di questi indicatori per le donne restano ancora molto peggiori a quelli degli uomini: la quota di donne occupate continua a essere fra le più basse dell’UE28 (il 46,5 per cento), di 12,2 punti inferiore al valore medio della Ue28. Si conferma così la continuazione di quel processo di livellamento al ribasso che avevamo segnalato.
Che fare? Il rapporto si astiene, giustamente, dal fornire valutazioni o indicazioni di politica economica. Per queste, possiamo rimandare alla trattazione più sistematica che abbiamo fornito. Basti qui osservare che il quadro complessivo presentato dal Rapporto annuale trasmette molto chiaramente l’urgenza di invertire le politiche di rigore per intraprendere una strada di rilancio della domanda, della produzione e dell’occupazione. Politiche di ulteriore flessibilità difficilmente riuscirebbe nell’intento di aumentare l’occupazione, se non accompagnate da politiche che giustifichino le imprese ad assumere. Infine, nella situazione attuale, incentivi fiscali a favore di categorie svantaggiate avranno il solo risultato di redistribuire la disoccupazione. In particolare, l’analisi della questione della conciliazione vita-lavoro dà supporto alla tesi secondo cui incentivi a favore dell’occupazione femminile rischiano di essere costosi e scarsamente efficaci se non si traducono in maggiore reddito per la lavoratrice o se non sono accompagnati da politiche capaci di eliminare o ridurre i fattori che determinano la discriminazione. Conclusioni, anche queste, non particolarmente nuove per le lettrici di Ingenere.

(1) Fra il 2008 e il 2013 l’occupazione femminile si riduce di 903 mila occupate in Spagna (pari a -10,6 per cento), di 328 mila in Grecia (pari a -18,4 per cento) e di 257mila in Portogallo ( pari a -10,7 per cento).

Soraya Post e la solitudine dei numeri primi

  • Mag 27, 2014
  • Pubblicato in INGENERE
  • Letto 1938 volte

Ingenere.it
27 05 2014

“Se riuscite a radunare almeno venticinque persone, potenzialmente interessate a quanto proponiamo, saremo noi a venire a casa vostra a parlare con voi”. Nasce dalla fusione delle due più antiche forma di propaganda politica, il passaparola e la campagna porta a porta, uno dei più sorprendenti successi di queste elezioni europee. Soraya Post, svedese, 57 anni, è la prima donna, appartenente a un partito femminista, di nome e di fatto, “Feminist Initiative ” a entrare nel Parlamento europeo.

Feminist Initiative nasce nel 2005 dall’idea di Gudrun Schyman, leader storica della sinistra svedese. Non è mai riuscito a entrare nel parlamento svedese e, fino alle elezioni del 25 maggio, il miglior risultato era stato ottenuto proprio alle precedenti elezioni europee dove aveva raccolto il 2,2 per cento. La svolta arriva nel novembre 2013 con la candidatura, appunto, di Soraya Post. Candidatura forte per via delle mille battaglie condotte - su tutte quella in difesa della popolazione Rom - Soraya racconta di un’infanzia vissuta “in seconda classe” proprio a causa della sua appartenenza etnica. Sua madre, ha raccontato in una recente intervista al New York Times, subì a 21 anni e al settimo mese di gravidanza, un aborto forzato e in seguito venne sterilizzata contro la sua volontà. Altri tempi e soprattutto altra Svezia, che attualmente è il paese più avanzato al mondo per quel che concerne le politiche sociali. Le esperienze drammatiche hanno forgiato un carattere battagliero. Lei, scherzando, si è definita “una supereroina antifascista” perché sostiene che il peggior nemico del femminismo è il fascismo che vuole relegare le donne dietro ai fornelli.

Così, senza fondi pubblici, ma con colazioni, pranzi, cene organizzate dalle attiviste e dagli attivisti (sì, anche uomini) e un programma politico chiaro (diritto all’aborto, parità di retribuzione a prescindere da età, genere ed etnia, lotta contro ogni forma di discriminazione), Feminist Initiative avrà un seggio a Strasburgo. “Sedere nelle stanze che contano per lottare in quanto si crede” era il suo obiettivo prima del voto. Sembrava una chimera e invece, ai tempi della presunta democrazia digitale e di scostamento della classe politica dai cittadini, Soraya con le formule della vecchia politica, ce l’ha fatta e con un risultato ben al di sopra delle aspettative. Non avrà però compagne in questa avventura. Né le feministes pour une europe solidaire che in Francia hanno racimolato circa 30mila voti, né le Feministische Partei Die Frauen che in Germania hanno ottenuto pochissime preferenze. Ma la forza di carattere della Post è tale che non sorprenderebbe (ri)vedere presto il “gender pay gap” all’ordine del giorno in Parlamento e molte liste, dichiaratamente femministe, presentarsi alle prossime elezioni nei rispettivi paesi.

Una Rom svedese che lotta contro i fascismi che riemergono nel vecchio continente. Esiste qualcosa che rappresenta meglio il sogno europeo?

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