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Huffingtonpost
25 11 2013

Un blitz nella basilica di San Lorenzo al Verano, in solidarietà con le Pussy Riot proprio nel giorno della visita del presidente Vladimir Putin a Roma. Così il collettivo femminista ‘Cagne sciolte’, del mondo della sinistra extraparlamentare della capitale, ha deciso di ‘celebrare’ il 25 novembre, giornata indetta dall’Onu contro la violenza sulle donne. “Free Pussy riot Roma”, recita lo striscione che le attiviste - rigorosamente a volto coperto con balaclava - hanno srotolato in mattinata davanti all’altare della chiesa sanlorenzina per contestare la scelta delle autorità russe di perseguire penalmente Nadezhda Tolokonnikova (ora ai lavori forzati in Siberia) e le altre componenti del gruppo punk per un’esibizione non autorizzata contro Putin nella cattedrale russa di Cristo Salvatore a marzo del 2012.

“Sputiamo su Putin. La rivolta è fica”, è uno degli slogan scelti. Naturalmente la dimostrazione romana non vuole essere solo un gesto di solidarietà a distanza verso le Pussy Riot ma è anche una contestazione della visita di Putin a Roma. Mentre “le istituzioni incontrano Putin e il papa lo riceve in vaticano, noi invece esprimiamo la nostra solidarietà per le Pussy Riot e tutte le persone perseguitate in Russia per il proprio orientamento sessuale", recita una nota di 'Cagne sciolte', che prendono il nome da un noto manifesto femminista del 1968. "Il nostro dissenso per la presenza di Putin a Roma - continua la nota - non ci impedisce di denunciare la tendenza delle politiche italiane a vittimizzare le donne e proporre leggi sempre più repressive in loro nome, come dimostrato dalla recente legge sul femminicidio. 

La visita di oggi del presidente russo è l’emblema dell’ipocrisia delle cariche istituzionali, che spendono parole di indignazione contro la violenza sulle donne, mentre continuano ad ostacolare la loro reale autodeterminazione. Non dimentichiamo neanche il ruolo della chiesa nel determinare provvedimenti che limitano la libertà delle donne e delle persone lgbtqi. Siamo per questo convinte che sacra romana chiesa e chiesa ortodossa riusciranno a trovare dei punti d’incontro: un accordo tra patriarchi sui nostri corpi si trova sempre”.

25 novembre, foto dal mondo della violenza

  • Lunedì, 25 Novembre 2013 11:45 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
Monica Pepe
25 novembre 2013

Inconscio collettivo e politica della violenza, storie personali e contesti sociali: ecco i quattro cantoni del grande gioco della vita e chi sta in mezzo siamo noi.
La violenza sulle donne è sempre stata l'ombra lunga dell'inconscio collettivo, oggi però dalla violenza si è passati al femminicidio e dalla vergogna sociale delle donne alla spettacolarizzazione del fatto che vengano uccise.
Cagne Sciolte
25 11 2013

In occasione della giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne sono state avvistate le loro impronte…

Siamo stanche dell’opinione pubblica spaccata tra la visione della santa e della puttana; siamo piene di rabbia contro le direttive sulle nostre vite dettate da bigotti, moralisti, bacchettoni e nazionalisti. Abbiamo voluto sfogarci un pò.
Abbiamo scelto le mura delle caserme, luoghi di repressione pieni di uomini in divisa che abusano del loro potere, degni rappresentanti di uno stato che sorveglia e punisce.

Secondo la legge sul femminicidio la militarizzazione dovrebbe salvarci dallo stupro. Il processo de L’Aquila ce lo ha confermato: i militari stuprano coperti dallo stato.
Le strade sicure non le fanno i decreti e la polizia, ma i corpi liberati che le attraversano.
Abbiamo scelto le mura della Manpower. Il lavoro non ci piace. Quello precario, quello mal pagato, quello di cura, quello a progetto, quello in nero, quello gratis dentro casa, quello che non c’è. Non vogliamo vivere sotto il suo ricatto, vogliamo trasformare la frustrazione in azione collettiva e femminista.

Abbiamo scelto mura di una Chiesa e di un ospedaleche tante volte vanno a braccetto quando si parla di medicalizzare e criminalizzare. Un aborto, un cambiamento di sesso, una grande clitoride o un piccolo pene sono solo nostre scelte. Noi crediamo in una sessualità libera e consapevole, nell’autodeterminazione dei nostri corpi e dei nostri desideri.
Abbiamo scelto le mura del Consultorio che, per quanto si sia allontanato dall’idea iniziale, rimane un luogo dove la prevenzione e la tutela della salute delle donne è gratuita. Non accettiamo tagli sulla nostra pelle.
“Come Cagne sciolte siamo una minaccia per le strutture sociali che tengono le donne schiave e per i valori che giustificano il mantenimento delle donne al proprio posto.

La Cagna è la testimonianza vivente del fatto che l’oppressione della donna non deve esistere per forza, e come tale solleva dubbi sulla validità di tutto il sistema sociale.
Dobbiamo essere forti, dobbiamo essere militanti, dobbiamo essere pericolose”.
È questa la nostra sfida contro il potere. Questo è solo l’inizio: ci vediamo per le strade e nelle tane....
La più pulita c’ha la rogna!
Cagne sciolte alla conquista dello spazio
 

Corriere della Sera
25 11 2013

Immaginarsi nell’altro sesso: i liceali svelano il loro «senso della differenza»

di Giusi Fasano
 
La premessa è quasi sempre la stessa: mi piace essere quel che sono. D’accordo. Ma facciamo finta che non ci sia scelta:
domattina ti svegli e sei dell’altro sesso….

Lei: «Beh, essere un ragazzo mi semplificherebbe la vita». Lui: «È che le donne hanno meno probabilità di successo…». Ancora una lei: «Non mi dispiacerebbe, avrei più libertà» mentre un altro lui spiega: «Non lo vorrei, gli uomini hanno più potere nella famiglia».
Camminiamo sul terreno instabile dell’adoescenza, quantomai fertile per coltivare stereotipi, soprattutto quelli di genere. L’esperimento, se vogliamo chiamarlo così, prende forma in cinque scuole: l’istituto tecnico Feltrinelli e il liceo linguistico Manzoni di Milano, il liceo scientifico Pasteur e il classico Mamiani di Roma e infine l’Istituto polifunzionale Pitagora di Pozzuoli.

Abbiamo chiesto a un centinaio di ragazzini e ragazzine fra i 14 e i 15 anni di immaginare la loro vita improvvisamente nei panni dell’altro sesso. E le loro risposte ci hanno raccontato più delle parole dette.
Ne abbiamo fatto un video-documentario (da pubblicato anche su Canale Scuola di Corriere.it) che è assieme divertente ed emozionante, che mette a nudo difficoltà e desideri, sogni e paure. Ma, soprattutto, è una piccola mappa per orientarsi negli stereotipi uomo/donna degli adolescenti e per immaginare con la loro fantasia come sarebbe la vita nei panni dell’altro/a.

«È scientificamente provato che le ragazze sono più intelligenti…che invidia» confessa uno studente dopo aver sentito dire a una compagna che «se fossi un ragazzo mi sentirei più sicuro ad uscire la sera perché la maggior parte delle violenze è contro le donne».
«Più sicurezza» è un argomento gettonato soprattutto dalle ragazze, non soltanto in senso fisico ma anche sicurezza di sé, consapevolezza di una fragilità maggiore rispetto ai maschi che, per contro, parlano del mondo femminile come «più sensibile», «più emotivo» e della vita delle donne «più difficile».
«La cosa che colpisce» dice la psicologa e scrittrice Gianna Schelotto «è che quando le femmine spiegano i motivi per cui vorrebbero essere maschi non è tanto per un riconoscimento di valori ma per una questione utilitaristica. Perché pensano che questa società offra loro più libertà e li protegga di più dalla violenza. Mentre quando sono i maschi a immaginare di essere femmina spesso riconoscono valori come sensibilità, responsabilità, intelligenza».
Sembra radicato più nelle ragazze che nei ragazzi lo schema dell’uomo «che non può avere bisogno di tenerezze» e che, per dirla con parole femminili, «tende a usare la forza mentre le donne rispondono con le parole». «Per esempio, qui a scuola, è più facile vedere una ragazza che piange perché la figura dell’uomo è quella di un duro…» spiega una delle studentesse. La sorpresa è sentire più di un ragazzino citare il tema della sofferenza fisica del parto fra le ragioni del «non mi piacerebbe essere donna». Ma fra loro c’è anche chi vorrebbe vivere da femmina proprio in nome della maternità: «Il solo motivo per cui vorrei provare è che a me piacciono i bambini e sarebbe divertente..» immagina un ragazzetto. «Avere un figlio, curarlo, è una cosa che ti fa sentire essere fiera di essere donna» è sicura la studentessa di un altro liceo.

Shopping e lunghe sedute davanti allo specchio per il trucco o per decidere come vestirsisono alcuni dei vezzi dichiaratamente osteggiati dai maschi che li credono un’esclusiva delle compagne di scuola e li usano fra i motivi più frequenti del «non mi piacerebbe». Ma anche le discriminazioni, soprattutto quelle in politica, diventano materia di riflessione appena ci si cala nei panni dell’altro sesso. «Se fossi un uomo non sarei così discriminata» è il senso di molte risposte femminili. «Non vorrei essere donna per non partire svantaggiato» è la replica che arriva dall’altra parte.
E poi la curiosità, da un fronte e dall’altro, di «capire come ci guardano» loro, di «entrare nella loro testa». Come a volerne smontare il meccanismo: per sistemare quell’ingranaggio che visto con gli occhi del sesso diverso sembra difettoso. E poco importa che sia o no uno stereotipo.

Violenza sulle donne, ora una concreta azione civile

di Nadia Somma 

La celebrazione del 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne, mi ricorda il romanzo di Dorian Gray: mentre le manifestazioni e le iniziative si moltiplicano in tutta Italia facendo apparire giovani e attraenti le politiche contro la violenza alle donne, la realtà continua a sfigurarsi come il ritratto in soffitta. E’ vero che abbiamo una maggiore consapevolezza del problema ma, fino ad oggi, il governo ha fatto una brutta legge e tante promesse. Rimangono ancora da realizzare tutte quelle azioni per formare le forze dell’ordine, i tribunali e i servizi sociali, per rendere omogenei i protocolli di intervento, per creare il lavoro di rete tra i soggetti che intervengono in situazioni di violenza, lavorare con gli adolescenti per la prevenzione, eccetera eccetera eccetera.
Le richieste sono sempre sui tavoli istituzionali, e sono in attesa. Attendono come le donne che vivono situazioni di violenza. So bene che il problema non riguarda solo la violenza contro le donne. Vivo in un Paese che aspetta da troppo tempo di essere governato. Perché la situazione dovrebbe essere differente con la violenza contro le donne?
Ho deciso oggi di pubblicare la lettera di una donna che mi scrive da tempo e che incontrai nel 2012, durante una conferenza. Mi raccontò dell’assenza di risposte e dell’ignavia che la circondava. La sua situazione non è cambiata. Penso quindi che le sue parole valgano più di qualunque commento su questo 25 novembre.

Cara Nadia,
E’ facile, semplice, comodo e sbrigativo pensare che dietro al drammatico fenomeno della violenza alle donne ci sia, di volta in volta, un solo uomo. Questo pensiero molto superficiale, mi appare alquanto diffuso e permette alle persone che l’hanno fatto proprio, di avere la coscienza a posto; di sentirsi al di fuori da ogni possibile coinvolgimento emotivo o di relazione col problema.
In realtà sono molti i soggetti che concorrono all’ instaurarsi e al perpetrarsi di quella che giustamente viene definita come ‘violenza di genere’.
Ma una nuova legge e l’introduzione dell’ adozione di un braccialetto elettronico, non credo possano molto di fronte alla cecità collettiva.
Permane il pregiudizio che se una donna viene colpita o presa di mira o, nel peggiore dei casi uccisa, ‘qualcosa avrà fatto’! Un pensiero che nasconde l’ignoranza di chi considera una donna soggetta a un uomo. Pertanto, a che pro difenderla e proteggerla? A che pro scomodare il proprio quieto vivere?
Ne sono profondamente convinta, avendolo vissuto in prima persona, che molte donne o uomini che ricoprono un ruolo, o anche solo perché cittadini o cittadine, potrebbero essere più incisivi e concreti di qualsiasi legge, seppur necessaria.
La donna chiamata a testimoniare per la violenza subita che per omertà non racconta la verità ha il coraggio di dire che non l’ha fatto per paura.
L’assessore ai servizi sociali che ti fa gentilmente notare che il ‘suo’ Sportello donna si occupa per lo più di donne residenti nel suo Comune. E tu non sei una di loro.
L’ uomo in divisa che ti fa presente che la querela non serve a nulla.
L’ amica che parla di te a destra e sinistra ma che non viene mai a trovarti.
Il vuoto intorno a te lievita come una torta amara: perché denunciare vuol dire mostrare cose che tutti sanno ma che nessuno ha il coraggio di affrontare con onestà e obiettività.
Eppoi c’è il pubblico ministero a cui chiedi: perché le querele che arrivano su diverse scrivanie dei magistrati non vengono unite in unico fascicolo, in modo che ci sia una visione d’insieme dell’ intera vicenda? E lui risponde solo un ‘no’.
I parenti di chi ti fa violenza sanno tutto, ma per difendere il nome della famiglia dipingono di rosa ciò che è nero.
E intanto il tempo passa e tu subisci. E intanto un altro uomo in divisa a cui racconti gli insulti, ti suggerisce di porgere l’altra guancia.
Anche l’avvocato non sa più cosa fare: ti dice che la vita non è dentro un tribunale e anche tu lo sai, purtroppo. Il tuo persecutore non si è mai presentato, lui ti aspetta fuori.
C’è anche quel partito politico che crede di fare grande cosa nel raccogliere, durante la sua manifestazione per il 25 novembre delle monetine contro il femminicidio.
Ti sei recata in Questura e hai guardato quelle sedie riempite all’inverosimile di plichi-cartelle, di storie simili o forse peggiori della tua. Altri e altre che attendono.
Hai ricordato, in quel momento, le parole di Piero Calamandrei, quando diceva che le persone e le loro storie sono simili a insetti schiacciati tra mille documenti.
Hai chiesto un incontro con il capo della procura, ma ti hanno detto che non si può. Peccato, desideravi che la tua esperienza, i tuoi passi, diventassero motivo di riflessione e magari punto di partenza per nuove strategie contro la violenza alle donne.
Non so se questa società che ama definirsi ‘civile’, abbia veramente il desiderio e la volontà di farti sentire e di farti vivere come libera cittadina.
Se continui ad andare avanti è grazie alla volontà e al desiderio di pochi: di donne e uomini che sanno e comprendono la misura della tua sofferenza. E’ grazie a loro che continui a sperare.
La mia lettera l’ho scritta affinché la Giornata internazionale contro la violenza alle donne non sia una sterile ricorrenza piena di retorica e di parole vuote e scontate.
La violenza di genere ha bisogno di una presa di coscienza collettiva che diventi concreta azione civile.
Grazie.

 

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Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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