La Stampa
16 05 2013

Il ministro: «E’ un’esigenza concreta e una possibilità di crescita». Sulle polemiche: «Mie parole fraintese».

«La riforma della cittadinanza è un’esigenza concreta e indifferibile e una possibilità di crescita per l’Italia. Una modifica normativa può avvenire in un quadro graduale di confronto con tutte le forze politiche, d’intesa con tutti i ministeri. Confido che il Parlamento inizi a breve ad affrontare la riforma» lo ha detto il ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge al Question time alla Camera.

«L’Italia - ha aggiunto - è uno dei paesi europei con una maggior presenza di stranieri regolari. I nati da genitori stranieri sono il 13% del totale delle nascite in Italia. Gli alunni stranieri sono oltre 700 mila. Per molti di loro l’iter per ottenere la cittadinanza è lungo, complesso e farraginoso: nel 2010, 40 mila stranieri sono diventati cittadini italiani, ma ben 50 mila istanze sono ancora in via di definizione».

«Talune mie dichiarazioni sono state strumentalizzate nei primi giorni del mio incarico governativo» ha aggiunto sottolineando come nei Cie «si può restare privati della libertà personale fino a 18 mesi» e ha aggiunto che «oggi il problema del’integrazione è ineludibile». «Per i centri - ha aggiunto - si spendono 200 milioni di euro, è un impegno che dovrebbe richiedere attenzione sull’efficacia della spesa al di là degli slogan». «Non c’è equivalenza tra reati e immigrazione - ha detto in riferimento ai fatti di Milano - si delinque a prescindere dal colore della pelle. Fare attenzione a non fomentare gli odi» ha concluso, esprimendo «condoglianze ai familiari delle vittime» di Milano

 

Corriere della Sera
09 05 2013

«Kyenge torna in Congo». Questa la scritta apparsa davanti alla sede del Pd, in via Spalato a Macerata, firmata dai militanti di Forza Nuova. L'attacco razzista contro il ministro per l'Integrazione da parte del movimento di estrema destra arriva dopo la proposta del senatore Mario Morgoni di concedere la cittadinanza onoraria a Cecile Kyenge. Un modo per sostenere la proposta, avanzata di Kyenge, di introdurre in Italia una legge per il riconoscimento della cittadinanza italiana ai figli di genitori stranieri che vivono e lavorano in Italia. Il cosiddetto «ius soli».
CONTRO IL MINISTRO - «Le recenti dichiarazioni del ministro della (dis)integrazione, che si è vantata di essere arrivata clandestinamente in Italia elogiando la poligamia - si legge nel comunicato di Fn di Macerata -, una pratica avulsa alla nostra tradizione e altamente lesiva della dignità della donna, ci portano a ribadire la più totale contrarietà di Forza Nuova allo ius soli». Le parole dei militanti di Fn fanno eco anche a quelle dell'eurodeputato della Lega Nord Mario Borghezio che nei giorni scorsi aveva dichiarato: «Questo è un governo del bonga bonga, vogliono cambiare la legge sulla cittadinanza con lo ius soli e la Kyenge ci vuole imporre le sue tradizioni tribali, quelle del Congo. Lei è italiana? Il Paese è quello che è, le leggi sono fatte alla cazzo...».

IL PD:«SPREGEVOLE»- Immediata la risposta del Pd. «Forza Nuova va oggi ben oltre ogni forma di razzismo e di inciviltà. Lo striscione volgare di insulti al ministro Kyenge e il comunicato che lo accompagna rievocano il lato peggiore del fango dell'ideologia totalitaria - ha detto il presidente dei senatori del Pd Luigi Zanda - L'episodio di questa mattina è semplicemente spregevole e meschino».


La scritta di Forza Nuova davanti al Pd di Macerata (Ansa)
INSULTI RAZZISTI - Nelle ultime settimane si sono moltiplicati gli insulti razzisti contro Cecile Kyenge anche sul web. «Attacchi razzisti inaccettabili, ma purtroppo già sperimentati sulla propria pelle da molti stranieri in Italia , tra i quali tanti medici», aveva commentato Foad Aodi presidente dell'Amsi (Associazione medici stranieri in Italia). Contro gli insulti razzisti al ministro anche una nota del vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri che ha espresso, a nome della presidenza di Palazzo Madama, in particolare «ferma condanna» contro le «frasi razziste» pronunciate anche da Borghezio.

L'integrazione è un campo di battaglia

  • Giovedì, 09 Maggio 2013 09:02 ,
  • Pubblicato in Flash news

Marginalia
09 05 2013

Ancora a proposito della nomina di Cécile Kyenge, riprendiamo da Connessioni Precarie un articolo che ci sembra non solo approfondire ed esplicitare alcune delle questioni dibattute in Chi ha paura della donna nera? ma anche proporre alcuni spunti per una lettura critica del concetto di integrazione, tema che riteniamo cruciale fin dai tempi de La straniera, con il saggio di Sara Farris La retorica dell'integrazione (e rinviamo anche a Integrazione. Passione, tecnica, dovere, la "voce" curata da da Silvia Cristofori in Femministe a parole . Buona lettura e riflessioni //

La nomina della ministra Cécile Kyenge ha suscitato alcune reazioni prevedibili, altre meno. Alla volgarità leghista siamo ormai abituati, così come agli insulti razzisti che hanno come bersaglio non solo i migranti tutti, ma direttamente e indubbiamente i «negri». Usiamo questa parola fuori da ogni politically correct che ha coperto d’ipocrisia l’istituzionalizzazione di un razzismo di lungo corso che attraversa l’Italia e fa parte della sua gloriosa storia. L’Italia unita ha avuto le sue colonie e la sua teoria della razza, fatta propria dal regime fascista e mai veramente discussa e cancellata. «Non ci sono italiani negri», è stato detto dopo il primo gol di Balotelli, oggi chiamato in causa come testimonial. Ma mentre un gol fa godere tutti, lo stesso non si può dire quando arriva una ministra «negra». Tolto il dispregiativo, è stata lei stessa a togliere di mezzo anche le formule vaghe definendosi «nera» e non «di colore». Oltre al nero c’è però di più: c’è il fatto che Cécile Kyenge, con la sua stessa presenza, spezza il velo del silenzio calato sulla condizione di ormai oltre cinque milioni di persone che vivono e lavorano in Italia, delle centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi delle nuove generazioni in movimento, di bambini e bambine marchiati a fuoco dallo stigma dell’alterità e per i quali già si pensano esami di una presunta italianità. Sarebbe perciò sbagliato e ingenuo pensare che solo di integrazione e convivenza si debba parlare. Lo ripetiamo oggi a Cécile Kyenge, mentre le esprimiamo solidarietà e appoggio. Lo diciamo sicuri di interpretare anche il sentimento di tanti e tante migranti con cui ha saputo lottare negli anni scorsi, anche uscendo dagli angusti spazi della retorica del suo stesso partito. Un partito che mentre parla a mezza voce di una società meticcia, proprio dove lei vive, ha costruito e mantenuto due dei tredici centri di reclusione per i migranti. I famigerati Centri di identificazione ed espulsione, un tempo Centri di permanenza temporanea, sono stati infatti istituiti dal suo partito, oggi PD, con una legge che porta il nome di una persona che ha speso la vita per l’integrazione, Livia Turco, e dell’attuale presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Siamo sicuri che, nella disattenzione generale, tra le cose di cui il suo nome è garanzia in Europa vi sia anche il mantenimento di quell’apartheid democratico che vede nei CIE delle strutture simbolicamente necessarie.

La «scimmia congolese», come è stata amabilmente etichettata la ministra, dovrebbe secondo alcuni andare a «lavare i cessi» in quanto «negra». Seppur ancora troppo timide, le reazioni di condanna non mancano, compresa quella della presidente della Camera Boldrini, prima che altre urgenze prendessero il sopravvento. Quelli che si scandalizzano, però, sanno che per una donna nera qualsiasi «lavare i cessi» è una possibilità molto più concreta di quanto questi insulti possano far pensare? Siamo sicuri che il ministro Giovannini, che conosce le statistiche del mercato del lavoro italiano, potrà confermare che in questi anni l’integrazione ha voluto proprio questo: riservare ai migranti e alle migranti i lavori peggiori, peggio pagati, più pesanti, secondo una rigida divisione del colore. In questa rigida divisione, le donne nere devono soprattutto lavare i cessi, magari degli ospedali, oppure prostituirsi mettendo d’accordo i maschi neri e quelli bianchi, il cui piacere continua a nutrirsi degli stereotipi coloniali alimentati dal mito della patria. Il lavoro domestico e di cura è invece sempre più riservato, in condizioni non sempre migliori, ad asiatiche o migranti dalla pelle bianca che provengono dall’Est Europa se si tratta di badare gli anziani. L’integrazione, ben oltre le feste in costume, la ‘cultura’ che tanto interessa certi giornalisti embedded di sinistra e le vuote parole sulle pari opportunità, è l’integrazione nella precarietà e nello sfruttamento garantiti dall’apartheid democratico e dall’arroganza della discrezionalità amministrativa. Ci sono poi altri silenzi e altri commenti che lasciano esterrefatti. Lo abbiamo già detto segnalando la novità di questo ministra, ma con il passare delle ore sono sempre più chiari la miopia e l’infantilismo politico di chi, dopo magari averne fatto per anni una bandiera, oggi banalizza questo attraversamento della linea del colore. Non stiamo celebrando una vittoria e neppure un’acritica apertura di credito a una neominstra, e questo tocca pure dirlo per non essere volutamente fraintesi dai più duri e puri. Mentre segnaliamo la novità, ci colpisce invece la non novità di certi commenti imbarazzati, infastiditi, quasi irritati.

Ci ricordano gli stessi toni di chi nel 2010 ha storto il naso di fronte allo sciopero del lavoro migrante contro la Bossi-Fini. Nel 2010 lo sciopero è stato fatto lottando duramente contro chi non lo voleva: i grandi e piccoli sindacati e molti gruppi di movimento impauriti di perdere la centralità delle forme di militanza più rassicuranti. Una lotta che è stata più difficile con loro che con lei, che come noto era presente. I commenti imbarazzati di questi giorni ricordano anche chi il 23 marzo scorso si è ben guardato dal sostenere pubblicamente la manifestazione di Bologna, nella quale oltre tremila migranti chiedevano a ogni futuro governo di cancellare la legge Bossi-Fini e denunciavano il razzismo, la segregazione lavorativa, lo sfruttamento cui sono sottoposti. Se ne sono accorti migranti di mezza Italia, non altri. Il fatto che la neoministra fosse presente in queste occasioni non significa certo che sono assicurati risultati eclatanti, ma non è del tutto indifferente per spiegare le reazioni scomposte che si stanno sentendo. Il contenuto politico che apre questa nomina pare sia ben chiaro soprattutto ai gruppi più razzisti di questo paese. Basta leggere i commenti per accorgersi che dietro al «ministro bonga bonga» c’è infatti la difesa strenua di quel razzismo istituzionale che si fonda sulle leggi tanto italiane quanto dell’Unione Europea, non su qualche gruppo nazistoide.

Si tratta di un razzismo istituzionale ormai da tempo uscito dalle priorità del cosiddetto movimento, vale la pena ripeterlo in questa occasione. Capiamo perciò che dia molto fastidio essere superati da sinistra, anche solo sul piano dell’involontaria segnalazione del problema, dal governo che si è appena formato. Difficilmente Cécile Kyenge potrà cambiare qualcosa da un ministero che non ha competenze in materia e senza portafoglio. Non sappiamo nemmeno se vorrà davvero farlo. Eppure non ci sembra questo il punto di fronte alla novità che rappresenta. Guardiamo piuttosto dentro le case dei milioni di migranti che vivono, lavorano e crescono in questo paese, ai loro sorrisi nel vedere una ‘come loro’ giurare in un governo. Loro sanno che questo non vorrà dire la fine delle sofferenze e dello sfruttamento, l’uguaglianza di opportunità, la cancellazione del razzismo istituzionalizzato. Loro sanno che questo andrà conquistato con il tempo e con la lotta. Sanno però con certezza che è una lotta da fare. Sarebbe il caso che anziché ignorare questa lotta quotidiana riducendola alle sterili tattiche di movimento, lo capissero anche tutti quelli che si professano antirazzisti e antirazziste.

Sarebbe bene anche che le tante persone di buona volontà che credono che la parola integrazione sia il bene, capissero che l’integrazione è un campo di battaglia che, mentre ricopre di belle parole, miete ogni giorno le sue vittime imponendo un prezzo da pagare. Le prime reazioni alla proposta di una modifica della legge sulla cittadinanza nella direzione dello ius soli parlano da sole. Le esternazioni del presidente del Senato ed ex-magistrato Pietro Grasso, che già paventa, in perfetta linea con leghisti e fascisti, l’invasione di donne migranti pronte a scaricare il loro imbarazzante fardello in suolo italico, sono emblematiche e significative. Il concetto di «ius soli temperato dallo ius culturae», formulazione ripresa dall’ex ministro per la cooperazione e per l’integrazione Riccardi, la dice lunga sul grado di violenza di questa battaglia, e ribadisce che l’unica integrazione ammessa senza condizioni è quella nello sfruttamento. Di fronte al silenzio quasi tombale che aleggia su queste questioni decisive del nostro tempo, intervallato dalla sterile esaltazione della diversità, da piccoli momenti d’irritazione e dalle offese razziste, la nomina di Cécile Kyenge segnala anche ai distratti che qualcosa nel mondo e in Italia è cambiato. E, probabilmente inseguendo lo scopo contrario, ricorda una dura lotta da fare

Lipperatura
08 05 2013

Flusso di puerpere” e “Invasione di partorienti”. Non è uno scherzo, ma sono alcuni dei titoli e dei commenti leggibili in questi giorni dopo la proposta di Cecilie Kyenge di aprire allo ius soli. Titoli, peraltro, che derivano dalle dichiarazioni della seconda carica dello Stato, Pietro Grasso. A parte lo sconcerto per i termini utilizzati (”flusso” e “invasione”, che rimandano a migrazioni bibliche o a movimenti bellici degni dei Sette Regni di Westeros), quello che è dato leggere e ascoltare in questi giorni aumenta, oltre allo sconcerto, lo sconforto.

Cecilie Kyenge sta percorrendo la strada giusta (e chissà se riuscirà a ottenere quel che si propone), mentre su di lei, da più parti, si scatena l’inferno, culminato nel più recente (ma si suppone non ultimo) “nero di seppia” da parte di un leghista di Prato. Ma qui, ancora una volta, è il punto: mi sembra che, così come avviene con il sessismo, ci si sia ormai abituati a delegare a una sola parte del paese la mentalità razzista. Non siamo noi, mai, i responsabili: sono di volta in volta i leghisti, o gli antifemministi, o - su tutti e ogni volta - Berlusconi.

Non mi stanco di ripetere (l’ho fatto anche a Berlino, sabato sera) che Berlusconi è semmai l’effetto, e non la causa. Che la reductio ad unum è faccenda comodissima, perché permette di assolverci ogni volta. Berlusconi non sarebbe mai diventato presidente del consiglio se qualcuno non l’avesse votato, approvato, ammirato. I leghisti non si potrebbero permettere di dire quello che dicono se fin dall’inizio il consenso - anche muto - attorno alle loro parole non fosse stato decisamente non minoritario.
Allora, che si fa, eh? Come provavo a dire lunedì, ci si assumono responsabilità individuali, in ogni campo. Il che significa non ritenere conciliabile, e agire e pensare di conseguenza, la professione di democrazia e di appartenenza alla sinistra da chi sbeffeggia Boldrini non sulle affermazioni ma sul suo essere donna (e di chi bolla come cretine o frutto di ossessione le argomentazioni che vengono portate in suo supporto). Il che significa che la “distrazione” di chi, nonostante l’esistenza di una Carta di Roma, utilizza un linguaggio razzista in un mezzo d’informazione, su carta o on line, forse avrebbe avuto tutto il tempo e i mezzi per trasformarsi in attenzione.

E, no, consueti cari amici e non sempre chiari compagni, questo non ha nulla a che vedere con la censura, come vorrebbero coloro che, da destra e da sinistra, cavalcano quella tigre (Censura! Liberticidi! Sì, censuriamo tutto! Basta con l’hate speech!): come si vede, è bastata una frase sulla pubblicità sessista per evocare lo spettro di Oliviero Toscani che vaticina contro il rossetto tentatore (portando acqua, evidentemente e a mio parere volutamente, a chi confonde coerenza e rispetto con il burqa). E’ una faccenda molto più lunga, molto più impegnativa e anche molto più difficile, che passa per la scuola, per i modelli forniti dagli adulti, per la carta, il video e la rete. Però, o percorriamo quella o, banalmente, diventeremo peggiori di come siamo. Liberissimi.

Il ministro a sorpresa

  • Lunedì, 29 Aprile 2013 08:28 ,
  • Pubblicato in L'Intervista
Stefania Ragusa, Corriere Immigrazione
28 aprile 2013

Tanto vale dichiararlo subito: non ce lo aspettavamo. La decisione di affidare il ministero dell'Integrazione (e non dell'Immigrazione, non si tratta di sfumature) a Cécile Kashetu Kyenge non scioglie le contraddizioni né trasforma la sincretica compagine di governo nell'esecutivo che sognavamo, ma certo la pone sotto una luce differente. ...

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