×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

Turchia, inizia il processo per i tweet di Gezi Park

  • Venerdì, 18 Aprile 2014 09:31 ,
  • Pubblicato in Flash news

Amnesty International
18 04 2014

Si svolgerà il 21 aprile, presso il tribunale n. 1 di Smirne, la seconda udienza del processo nei confronti di 29 persone accusate di aver diffuso messaggi attraverso Twitter nei primi giorni delle proteste di Gezi Park, a Istanbul, nel giugno 2013.

Gli imputati, "colpevoli" di aver postato tweet in cui denunciavano le violenze delle forze di polizia o sollecitavano cure mediche per i manifestanti, rischiano fino a tre anni di carcere per incitamento a violare la legge.

Andrew Gardner, ricercatore di Amnesty International sulla Turchia, assisterà all'udienza:
"Questo caso è una farsa che non avrebbe mai dovuto arrivare in un'aula di tribunale. Siamo di fronte a una chiara violazione del diritto alla libertà d'espressione. È assurdo che delle persone rischino di finire in carcere solo per aver condiviso informazioni e opinioni del tutto pacifiche sui social media. Farlo è un loro diritto" - ha dichiarato Gardner.

Mentre i principali mezzi d'informazione non hanno documentato le proteste, i social media hanno avuto un ruolo determinante nelle proteste di maggio e giugno del 2013 che da Gezi Park e piazza Taksim di Istanbul si sono propagate a tutto il paese.

Le autorità turche hanno reagito attaccando Twitter e altri social media. Nel marzo 2014, Twitter e YouTube sono stati bloccati. Il bando nei confronti di Twitter è stato revocato, ma le autorità continuano a minacciare la sua chiusura. YouTube rimane bloccato nonostante un tribunale abbia disposto la revoca del provvedimento.

Il Corriere della Sera
12 03 2014

Berkin era uscito di casa il 16 maggio scorso per andare a comprare il pane, nella sua Istanbul. Non sapeva che non avrebbe fatto mai più ritorno a casa: quel giorno di nome mesi fa Berkin, 14 anni, fu colpito alla testa da un lacrimogeno lanciato dalla polizia durante una manifestazione anti-governativa in difesa del Gezi Park. Dopo 266 giorni di coma, questa mattina è morto. Pesava 16 chili. La notizia della morte del ragazzino, che in ospedale a gennaio aveva compiuto 15 anni, ha scatenato una nuova ondata di proteste in Turchia.

Lo scoppio delle proteste
Ad annunciare la morte di Berkin, diventato un simbolo della dura repressione delle proteste dei giovani turchi, è stata la sua famiglia su Twitter: «Al nostro popolo: abbiamo perso nostro figlio Berkin Elvan alle 7 di questa mattina. Condoglianze a noi tutti», hanno scritto i genitori sul sito di microblogging. Non appena si è sparsa la notizia centinaia di persone si sono riunite davanti all’ospedale di Istanbul in cui era ricoverato. E si è riaccesa la battaglia fra manifestanti e forze dell’ordine con lanci di sassi da parte della gente e la polizia che ha risposto con gas lacrimogeni, gli stessi che hanno ucciso Berkin. Ad Ankara un uomo si è seduto nella piazza di Kizilay, nel cuore della città, con davanti a sé un pezzo di pane e un cartello con la scritta «Sono Berkin» e in pochi minuti decine di persone si sono sedute accanto a lui, appoggiando pezzi di pane per terra. Manifestazioni di solidarietà e di cordoglio analoghe si sono svolte in diverse altre città del Paese, riferisce Hurriyet online, fra cui Smirne, Antalya, Antiochia.

La madre: «Non è stato Dio ma Erdogan a prendermi mio figlio»
A Istanbul, nel quartiere alevita - la stessa confessione di Berkin - di Okmeydani i negozi hanno abbassato le saracinesche in segno di lutto. Studenti di molte scuole e università turche hanno deciso di saltare le lezioni e alla Università Tecnica del Medio Oriente di Ankara (Odtu), uno dei cuori della rivolta di Gezi Park, centinaia di studenti hanno formato un corteo pacifico e si sono diretti verso Kizilay. La polizia anti-sommossa li ha fermati usando i cannoni ad acqua. Il capo dello stato Abdullah Gul si è detto «costernato» per la morte del ragazzo e ha fatto le condoglianze alla famiglia. Il premier islamico Recep Tayyip Erdogan aveva accusato i giovani manifestanti di essere «vandali» e «terroristi», denunciando un «complotto» dietro alle grandi proteste di Gezi Park. Il movimento era nato a Istanbul contro la distruzione del parco di Piazza Taksim, che avrebbe dovuto essere sostituito da una enorme centro commerciale. Le manifestazioni contro il taglio degli alberi erano iniziate il 27 maggio del 2013 e, dopo un violento intervento della polizia per disperdere il sit-in con lacrimogeni e cannoni ad acqua, il 31 maggio i cortei contro il governo si erano estesi in diverse città della Turchia. La brutale repressione dei manifestanti ha causato oltre 8 mila feriti, due dei quali hanno perso la vista, e sette morti. Berkin è l’ottava vittima. Sua madre ha detto secca: «Non è stato Dio, ma il primo ministro Erdogan a prendermi mio figlio».

Reminiscenze di Gezi

  • Lunedì, 30 Dicembre 2013 14:15 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS
Dinamo Press
30 12 2013

In migliaia scendono in piazza in tutta la Turchia per chiedere le dimissioni di Erdogan. A Istanbul la polizia attacca.

Il livello di indignazione del popolo turco per lo scandalo corruzione che ha travolto il governo di Erdogan è alto, lo dimostrano le migliaia di persone che ieri sono tornate nelle piazze di varie città .

Ad Istanbul si è deciso, per sottolineare la gravità della situazione, di tornare a Piazza Taksim, interdetta da mesi alle manifestazioni e tendenzialmente aggirata negli ultimi appuntamenti per evitare scontri e relativo carico di feriti e arrestati. Difatti mentre ad Ankara, Izmir, Edirne, Antakia le proteste si sono potute dispiegare senza particolari problemi, puntualmente a Istanbul le forze di polizia hanno cercato di impedire lo svolgersi della manifestazione, blindando la piazza e attaccando i manifestanti. Sulla centralissima via Istiklal e le vie adiacenti per ore si sono riproposti scenari di guerra, quelli che avevamo imparato a conoscere nei giorni della rivolta di Gezi Park.

Le forze di polizia hanno utilizzato idranti, gas lacrimogeni, pallottole di gomma e fucili a salve, le sirene delle ambulanze accorse a soccorrere feriti e intossicati si confondevano con quelle dei blindati lanciati a tutta velocità su via Istiklal allo scopo di disperdere i gruppi che non desistevano. L’odore dei lacrimogeni si è addensato per tutta la sera e parte della notte nei vicoli e nei locali della Taksim notturna. Una parte dei manifestanti ha risposto erigendo barricate, lanciando bottiglie e pietre, sparando fuochi d’artificio. Il bilancio è di due feriti gravi e 31 arrestati, fra cui tre avvocati.

E’ inevitabile tornare con la mente alle giornate di Gezi Park - mentre in quei giorni si urlava “Ogni luogo è Taksim, ogni luogo è resistenza”, lo slogan ironico ma esaperato che echeggia ora nei cortei è “Ogni luogo è furto, ogni luogo è corruzione”, e la richiesta è unanime: dimissioni.

Dimissioni che non arriveranno, questo Erdogan e i suoi sono determinati a tenere duro ed arrivare in piedi all’appuntamento elettorale di marzo. Ma gli argini si sono rotti e non è detto che nei prossimi giorni altri nomi e fatti non vengano alla luce, la brace di uno scontento che dura ormai da molto potrebbe tornare a dare nuove fiammate. A differenza di alcuni mesi fa, però, nell'AKP (il partito di Erdogan) oramai è tutti contro tutti, e non è detto che regga l'urto di un'altra ondata di rivolta.

Oggi, a parte qualche tensione ad Ankara, è per il momento una giornata di commozione, dedicata alla commemorazione dei due anni dal massacro di Robosky, quando 34 civili, di cui molti bambini, vennnero uccisi da un'incursione aerea militare turca alla ricerca di militanti PKK in fuga. Una vicenda su cui non è stata fatta alcuna luce e per la quale centinaia di persone in diverse parti della Turchia stanno manifestando in questo momento. Non è detto che nelle prossime ora questa protesta non vada a sommarsi a quella antigovernativa.

Serena Tarabini

Sarà difficile dimenticare i ragazzi e le ragazze di Gezi Park. Quei apulcu, "vandali" come li ha definiti il premier Erdogan, che lo scorso 28 maggio hanno dato vita a una protesta che rimarrà scolpita per sempre nella storia della Turchia e potrebbe anche cambiarne il destino. ...

Turchia, tornano i lacrimogeni contro i manifestanti

Il Corriere della Sera
24 12 2013

Tornano le proteste in piazza ad Istanbul e la polizia risponde con i lacrimogeni. La maxitangentopoli turca, che ha portato all’arresto di 52 nomi eccellenti vicini all’esecutivo tra cui i figli di due ministri, ha riacceso la piazza come non si vedeva dai tempi di Gezi Park. Ieri decine di migliaia in piazza hanno invaso le strade, nella parte asiatica della città, urlando slogan e sventolando scatole da scarpe simili a quelle in cui sono stati ritrovati 4,5 milioni di dollari durante le perquisizioni della polizia. Gli agenti per disperdere i dimostranti ha usato i gas e gli idranti, gli stessi che avevano provocato lo sdegno internazionale lo scorso giugno quando per più di due settimane era stato occupato il piccolo parco che sorge dietro piazza Taksim, simbolo della Turchia laica di Ataturk.

I manifestanti chiedono le dimissioni del governo ma Erdogan continua per la sua strada. Ieri è stata annunciata la rimozione dei capi di altri 25 dipartimenti di Stato, portando così il totale a circa una settantina in appena quattro giorni. Tra coloro che sono stati espulsi, destituiti o trasferiti ad altro incarico spiccano i nomi del generale Huseyin Capkin, comandante della piazza di Istanbul, e di Ertan Ercikti, responsabile dell’ordine pubblico nel municipio centrale di Fatih, distretto europeo della città sul Bosforo il cui sindaco, Mustafa Demir, era stato anch’egli arrestato per essere poi rimesso in libertà dopo un lungo interrogatorio.

Intanto il ministro dell’Interno turco, Muammer Guler, ha presentato le sue dimissioni al premier Erdogan ma ha, allo stesso tempo, negato di aver commesso qualsiasi illecito in relazione allo scandalo. Il figlio di Guler, Baris, così come il figlio del ministro dell’Economia, è tra i 24 arrestati per accuse di corruzione. Erdogan parlando da Giresun ha respinto ogni accusa sui tentativi di insabbiare l’indagine che ha colpito la sua cerchia: “Porteremo chiunque abbia rubato soldi pubblici davanti alla giustizia, anche se fosse nostro fratello», ha detto. Ha tuttavia invocato di nuovo il famoso complotto internazionale: ”Romperemo le mani che hanno piazzato sporche trappole per trascinare la Turchia nel caos”.

Nei prossimi giorni il premier dovrà fare un rimpasto del proprio Gabinetto, per sostituire tre ministri che si candideranno a posti di sindaco nelle elezioni locali di marzo. Secondo alcune notizie, escluderà Guler e altri ministri implicati nello scandalo.

facebook