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La Repubblica
28 01 2015

Una donna albanese è sparita con il suo piccolo. Per combattere in Siria

di CARLO BONINI

MILANO - Un'ennesima giovane donna ha lasciato a dicembre l'Italia per le bandiere nere dell'Is. E la sua storia non sarebbe che l'ultimo, anodino numero da sommare alle statistiche in aggiornamento del Viminale sulla via italiana alla jihad, se non fosse per il bambino che ha portato con sé. Il suo bambino. In un ratto che torna a raccontare, dopo la vicenda del piccolo Ismair Tabud Mesinovic (trascinato da Belluno alla Siria dal padre, di cui sarebbe rimasto orfano), di una generazione perduta di preadolescenti chiesti e consegnati al piano demografico del Califfato. Carne e psiche tenere, malleabili, il cui valore, al mercato clandestino dei reclutatori islamisti, può arrivare a qualche migliaio di dollari.

La donna si chiama V. E' una cittadina albanese che aveva trovato a Lecco il suo posto nel mondo. Con un marito, Afrim, albanese come lei, due figlie e un terzogenito maschio. Poche settimane fa, prima che l'Europa venisse precipitata nella paura dalle stragi di Parigi, l'uomo si presenta ai carabinieri e racconta la storia di una fuga e di un inseguimento tanto disperato, quanto vano. La moglie - dice - è scomparsa dal giorno alla notte insieme al maschio più piccolo di casa, lasciandolo con le due femmine. Al culmine di un viaggio emotivo in cui l'ha vista progressivamente trasformarsi in una "sorella della jihad" pronta al grande salto in quella terra promessa chiamata Califfato. Verosimilmente incoraggiata - aggiunge - da una "ricompensa in denaro" che i reclutatori offrono a chi trascina con sé il sangue del proprio sangue. Lui, allora, decide di seguire la rotta che dalla Lombardia porta in Siria. Vuole riportare indietro lei e il loro bambino. Un posto di blocco dell'Is lo convince che la sua corsa va interrotta. A meno di non voler pagare con la vita.

Di V. e del suo bambino non c'è più traccia e, allo stato, le indagini del Ros dei carabinieri sulla loro scomparsa equivalgono alla ricerca di un ago in un pagliaio. Ma il racconto di Afrim, vedovo bianco della jihad, fa dire a una qualificata fonte del nostro Antiterrorismo che "sono proprio storie come questa a dare la misura della complessità della sfida dell'Is". "In questi mesi - prosegue la fonte - abbiamo avuto negli occhi le immagini crudeli di una propaganda che riprende un bambino con un coltello in pugno alle spalle di due presunte spie russe qualche istante prima della loro decapitazione. E dunque pensiamo immediatamente allo scempio dei bambini soldati denunciato ancora la scorsa estate dai rapporti delle Nazioni Unite e da Human Rights Watch (dal settembre 2011 all'estate 2014 sono stati 194 i "bambini soldati" di cui è stata accertata la morte in combattimento nel teatro siriano, ndr). Ma la verità è in qualche modo ancora più spaventosa.

Il Califfato sta chiamando a sé bambini e bambine sotto i 10 anni. Scommette sull'educazione e la crescita di almeno una, due, nuove generazioni. E il target di questo piano demografico forzoso non sono soltanto i foreign fighters, a cui viene garantito un welfare familiare e per i quali vige comunque l'obbligo coranico che i figli maschi seguano le scelte e il destino del padre. Ma anche e in numero crescente le giovani donne musulmane che vivono in Europa". A loro, non a caso, è destinato un "manuale" diffuso recentemente dall'Is in Rete, dal titolo "Il ruolo delle sorelle nella jihad". Un decalogo o, se si preferisce, un breviario che spiega come sia decisivo per le sorti del Califfato costruire a partire dall'età più tenera di un bambino la sua identità di musulmano rispettoso delle regole della Sharia. Il libro fa divieto alle madri di lasciar vedere la televisione ai propri figli, prescrivendo, al contrario, un'educazione selettiva in Rete. Un palinsesto di video, dvd, social forum, tarato su un indottrinamento progressivo e totalizzante, accompagnato da libri e giochi che, fin dalla più tenera età, "devono formare al combattimento", simularne le tecniche, costruire l'epica religiosa e sociale del mujaeddin.

In un format in cui realtà e propaganda si alimentano a vicenda e ben documentato da uno degli ultimi video virali postati sui forum jihadisti: "I cuccioli dell'Is". O dalla disturbante foto diffusa da "Syria deeply" (sito indipendente che monitora costantemente gli eventi della crisi siriana), in cui un bimbo travisato nel mefisto nero tiene per i capelli di stoppa biondi una bambola in tunica arancio di cui si prepara a spiccare la testa con il coltello che impugna nella sinistra. "Non c'è alcun dubbio - osserva una fonte qualificata della nostra Intelligence - che la scommessa demografica dell'Is dica molto della qualità della minaccia che ci troviamo a fronteggiare. Ma in qualche misura ne segnali anche una debolezza. Negli ultimi mesi di guerra, l'Is ha subito perdite importanti. Nell'ordine di quasi 1.500 mujaheddin. Il cinque per cento di quella che stimiamo al momento come la forza complessiva del suo esercito. Ed è un'emorragia che Al Baghdadi sa bene che si protrarrà nel tempo. La difesa del suo Califfato richiederà un costo di vite umane crescenti. E per sostenerlo non ha che una strada". La jihad dei bambini.

Kobane si è liberata. Sconfitto il califfato

A Kobane non si è combattuto solo per la liberazione della città: si è difeso quel progetto politico contro l'oppressione socioeconomica imposta dallo Stato-nazione liberista (di cui la Turchia è modello) e contro il fascismo e l'autoritarismo del califfo. Ad una settimana dalla presa della strategica collina di Mistenur, ieri le Ypg e le Ypj hanno assunto il controllo della strada proveniente da Aleppo che l'Isis ha utilizzato per oltre 130 giorni per rifornire i suoi miliziani di cibo e armi.
Chiara Cruciati, Il Manifesto ...

L'ascesa silenziosa del Califfato di sangue

  • Giovedì, 22 Gennaio 2015 15:03 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Stampa
22 01 2015

Il giorno in cui, per la prima volta, mi parlarono del califfato era un pomeriggio, un pomeriggio di battaglia ad al-Quesser, in Siria.

Ero prigioniero degli uomini della guerra santa, di una brigata del feroce emiro Abu Omar, da quasi due mesi. (...)

Fu quel giorno che l'emiro mi parlò del califfato. "Guardate gli uomini che ho accanto. Per capire".

Abu Omar fa ruotare, sdraiato pigramente su un pagliericcio, il suo rosario; le mosche enormi, incattivite dal caldo, sembrano non infastidirlo, ha la mano bendata, un dito steccato è rosso di sangue rappreso e di disinfettante: puliva il kalashikov, un colpo era rimasto in canna, gli ha quasi spappolato la falange. ...

In quella esecuzione filmata con cura dai registi dell'Isis (il Califfato) il protagonista è un bambino. Gli sta accanto un adulto che indossa una divisa pulita (si notano pieghe di stiratura), gli fanno da quinta le figure in primo piano delle due vittime, inginocchiate, la veste arancione di tutti i condannati a morte di questi video.
Furio Colombo, Il Fatto Quotidiano ...

Huffingtonpost
30 12 2014

Un Medio Oriente in fiamme. Stati che restano tali solo sulla carta, e Stati che sulla carta non esistono ma che controllano territori, impongono la loro legge alle popolazioni conquistate, tessono alleanze, commerciano e combattono per estendere la propria "sovranità". Comunque lo si giri, il 2014 è l'anno del "Califfo". L'anno dello Stato del terrore. L'anno del primo Stato jihadista al mondo. L'anno dell'Isis e del suo capo riconosciuto, temuto e amato come e più del fondatore di al Qaeda. L'anno di Abu Bakr al-Baghdadi.

La portata epocale del fenomeno Isis è bene inquadrata da Loretta Napoleoni nel suo libro Isis. Lo Stato del terrore. "Per la prima volta dalla fine della Prima guerra mondiale - rimarca Napoleoni - un'organizzazione armata sta ridisegnando la mappa del Medio Oriente tracciata da francesi e inglesi", cancellando i confini fissati nell'Accordo Sykes-Picot formulato nel 1916. Ed oggi, annota ancora Napoleoni, "la bandiera nera e dorata dell'Isis sventola su un territorio, più vasto del Texas e del Regno Unito, che va dalla sponda mediterranea della Siria ino al cuore dell'Iraq...".

Così è. Le vecchie cartine geografiche dell'epoca post-coloniale fanno ormai parte del passato. Le identità nazionali scompaiono, sostituite da quelle "comunitarie". È il segno inquietante della dissoluzione irachena. È il tragico approdo della guerra siriana. È il caos armato che regna nella Libia del dopo-Gheddafi. È il tragico paradosso siriano: un dittatore sanguinario, Bashar al-Assad, che si erge a paladino di stabilità contro l'incubo-Isis, e che, in questi nuovi panni, cerca di stringere un'alleanza con l'America di Barack Obama, il presidente dell'iper potenza mondiale che ammette: "Non abbiamo ancora una strategia".

Sul piano geopolitico, non c'è un evento così sconvolgente dell'affermarsi dello Stato del terrore. 2014: l'anno che nel Grande Medio Oriente segna la dissoluzione di Stati-nazione che restano tali solo sulla carta. Iraq, Siria, retti da governi centrali che non hanno più il controllo di gran parte del territorio nazionale. E sembra solo l'inizio di un effetto domino devastante.

Altri Stati "artificiali", come la Libia, lo Yemen, la Giordania, il Bahrein, l'Oman e l'Arabia Saudita, potrebbero disgregarsi del tutto. Il futuro del Medio Oriente è a tinte scure. Nere. Come le bandiere qaediste. I nuovi emiri non hanno come orizzonte, se non in qualche declamazione propagandistica che viaggia in rete, il Jihad globale. L'obiettivo vero, quello praticato sul campo, è ridisegnare le mappe del Medio Oriente, inserendosi, da attori protagonisti, nella definizione dei nuovi equilibri di potenza regionali.

L'anno dell'Isis, che riempie i vuoti prodotti dall'implosione dei suoi nemici. 2014: l'anno dei taglia gole che ostentano la loro spietatezza, infieriscono sul nemico, massacrano i prigionieri, sgozzano gli ostaggi. E poi distribuiscono via Internet i video delle decapitazioni, o lanciano sondaggi in Rete su come far fuori i prigionieri: terrificanti strumenti di propaganda e di proselitismo per il "Califfo Ibrahim". Oggi, alla decaduta suggestione panaraba si sostituisce quella, ben più aggressiva e mobilitante, della Umma, la comunità musulmana che spazza via gli Stati-nazione coloniali.

Il 2014: l'anno della piovra qaedista che estende i propri tentacoli in un numero crescente di Paesi: Siria, Iraq, Libia, Egitto, Arabia Saudita, Yemen, Somalia, Afghanistan, Pakistan, Indonesia, Australia, Canada, Bosnia, Croazia, Albania, Algeria, Tunisia, Mali, Marocco, Libano, Giordania, Filippine, Tagikistan, Azerbaigian, Kenya, Tanzania, Nigeria, Kashmir in India e Cecenia in Russia.

Comunque si concluda questa vicenda, una cosa resta agli atti: l'ascesa dell'Isis narra anche (perché in qualche modo ne è il frutto avvelenato) il fallimento delle politiche dell'Occidente nella regione, il lascito di avventure militari - a cominciare dalle due guerre irachene - che pretendevano di stabilizzare il Medio Oriente ma che, al contrario, lo hanno reso una polveriera (nucleare) pronta a esplodere, con conseguenze devastanti che andrebbero ben oltre i confini regionali. Come testimonia il disastro libico.

È il "disastro libico". Un disastro che chiama in causa pesantemente l'Europa e la scellerata idea che le armi potessero surrogare una strategia politica inesistente. Un disastro che testimonia come la guerra della Nato abbia distrutto le istituzioni libiche e creato in un lampo uno Stato fallito. Ed ora, fuori e dentro la Libia, c'è chi arriva a rimpiangere i tempi del Colonnello (Muammar Gheddafi), temendo quelli del "Califfo". Nuova Somalia" o provincia dello Stato della Jihad, una cosa è certa: la transizione democratica in Libia non è mai iniziata. L'Europa ha spodestato un despota, ma non è riuscita a mettere in campo uno straccio di strategia politica che puntasse decisamente alla ricostruzione di una società che non aveva tradizioni di democrazia. Il salto di qualità del nuovo jihadismo di cui l'Isis è espressione sta nel rapporto più stretto tra strumenti e fini.

E, in questo contesto, emerge il salto di qualità strettamente militare operato dall'esercito del "califfo Ibrahim". Veterani di Saddam Hussein alla guida della struttura militare, un ceceno leader dei volontari stranieri, pozzi di petrolio per alimentare le finanze, e i miliziani in costante movimento: è la radiografia dello Stato islamico quale emerge da rapporti americani ed europei, come da uno studio dell'Università della Florida del Sud riportato dal New York Times.

Le parole chiave della nuova strategia jihadista 2.0 sono viralità e coinvolgimento: snodi centrali di una propaganda orientata sui social media, che accompagna sistematicamente l'azione militare-terroristica dell'Esercito del Califfo. I militanti dell'Isis sembrano preferire Twitter come piattaforma di comunicazione. Grazie al coinvolgimento di esperti informatici è stata lanciata l'app The Dawn, in grado di coinvolgere e tenere aggiornato un elevato numero di utenti i quali, dopo aver scaricato sul proprio telefonino l'applicazione, mettono i loro account Twitter a disposizione dei terroristi che possono così coordinare e ampliare l'efficacia dei messaggi. Grazie a questa app si è registrato il picco di 40.000 tweet inviati nel giorno in cui le milizie dell'Isis sono entrate a Mosul. Nonostante Twitter abbia chiuso molti account in odore di jihad,le nuove leve del terrorismo digitale sfruttano l'impatto degli hashtag per veicolare messaggi di terrore. L'Isis, organizzando dei tweetstorm mirati, è ormai in grado di coordinare delle vere e proprie campagne social. Tramite l'aggregatorre Active Hashtags gli argomenti rilanciati dall'Isis toccano una media di 72 retweet per messaggio riuscendo in questo modo a entrare nelle classifiche dei topic trend.

Questo mix di modernità e spietatezza, oltre che un'organizzazione militare senza precedenti nella storia del jihadismo armato, fa dell'Isis molto più di una sorta di Al Qaeda 2.0. È un disegno che si fa Stato, una "rivoluzione della sharia" capace di attrarre anche migliaia di giovani europei (i "foreign fighters") alla ricerca di una identità smarrita, di una ragione di vita e di morte. Per contrastare questo disegno non basteranno raid aerei o una nuova avventura militare di un Occidente incapace di andare oltre la fallimentare logica del Male minore". Occorrerebbe una nuova visione, ideale e politica, nei rapporti con il mondo islamico e una profonda riflessione autocritica su un passato segnato da ripetuti fallimenti. Senza questo cambio di rotta, il 2015 rischia di essere l'"anno dei Califfi": i nuovi capi di un mondo "jihadizzato". Il rischio è immanente. Ma il 2014 ci lascia con una certezza. Inquietante. Per dirla con Loretta Napoleoni: "Che il Califfato riesca o meno ad affermarsi nel prossimo futuro, il nuovo modello che ha sperimentato ispirerà inevitabilmente altri gruppi armati. L'incapacità dimostrata dall'Occidente e dal mondo di affrontare questo specifico tema avrà conseguenze devastanti per l'ordine mondiale".

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