Quel che non avviene nella mia famiglia non mi riguarda

  • Mercoledì, 26 Marzo 2014 09:01 ,
  • Pubblicato in L'Intervento
Loredana Lipperini
26 marzo 2014

Camminano per le strade, sia pure per mano alla mamma e al papà. Vedono cartelloni come questo. O come questo. Si vedono rappresentati, sempre sui manifesti o nella pubblicità dei magazine che circolano per casa, così o così.

Domande non ancora fatte: contrassegna stampa

  • Mercoledì, 26 Febbraio 2014 09:29 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lipperatura
26 02 2014

Cose di cui occorrerebbe parlare invece di, e dopo il “di” si possono mettere le foto del premier mentre carica lo smartphone, lo streaming dei 5stelle, le discussioni web sul 50/50 (che sono importantissime, ma non nei termini in cui si stanno svolgendo ora, che appaiono assai poco pacati).
Per esempio, le cose di cui parla Barbara Spinelli su Repubblica di oggi e che riguardano la Grecia. Solo un passaggio, invitandovi a leggere l’integrale:

“Dopo la crisi acuta del 2008, Reykjavik disse no alle misure che insidiavano sanità pubblica e servizi sociali, tagliando altre spese scelte col consenso popolare. Non solo: capì che la crisi minacciava la sovranità del popolo, e nel 2010-2011 ridiscusse la propria Costituzione mescolando alla democrazia rappresentativa una vasta sperimentazione di democrazia diretta.
Non così in Grecia. L’Unione l’ha usata come cavia: sviluppi islandesi non li avrebbe tollerati. Proprio nel paese dove Europa nacque come mito, assistiamo a un’ecatombe senza pari: una macchia che resterà, se non cambiano radicalmente politiche e filosofie ma solo questo o quel parametro. Il popolo sopravvive grazie all’eroismo di Ong e medici volontari (tra cui Médecins du Monde, fin qui attivi tra gli immigrati): i greci che cercano soccorso negli ospedali “di strada” son passati dal 3-4% al 30%. S’aggiungono poi i suicidi, in crescita come in Italia: fra il 2007 e il 2011 l’aumento è del 45%. In principio s’ammazzavano gli uomini. Dal 2011 anche le donne”.

Cose da rileggere: luglio 2012, la lettera dell’economista greco Yanis Varoufakis.
Cose che fanno pensare. Una poesia di Titos Patrikios (è sua la frase che conservo sul mio taccuino di Fahrenheit, “temi il fiume tranquillo”, me la regalò un paio di anni fa, quando venne in trasmissione). Questa, direi.

Non ci aspettavamo che accadesse di nuovo
eppure è di nuovo nero come la pece il cielo,
partorisce mostri di oscurità la notte,
spauracchi del sonno e della veglia
ostruiscono il passaggio, minacciano, chiedono riscatti.
Non temere Lestrigoni e Ciclopi…
Non temere, diceva il poeta,
Ma io temo i loro odierni simulacri
e soprattutto quelli che li muovono.

Temo quanti si arruolano per salvarci
da un inferno che aspetta solo noi,
quanti predicano una vita corretta e salutare
con l’alimentazione forzata del pentimento,
quanti ci liberano dall’ansia della morte
con prestiti a vita di anima e di corpo,
quanti ci rinvigoriscono con stimolanti antropovori
con elisir di giovinezza geneticamente modificata.

Come una goccia di vetriolo brucia l’occhio
così una fialetta di malvagità
può avvelenare innumerevoli vite,
“inesauribili le forze del male nell’uomo”
predicano da mille parti gli oratori,
solo che i detentori della verità assoluta
scoprono sempre negli altri il male.
“Ma la poesia cosa fa, cosa fanno i poeti”
gridano quelli che cercano il consenso
su ciò che hanno pensato e deciso,
e vogliono che ancora oggi i poeti
siano giullari, profeti e cortigiani.

Ma i poeti, nonostante la loro boria
o il loro sottomettersi ai potenti,
il narcisismo o l’adorazione di molti,
nonostante il loro stile ellittico o verboso,
a un certo punto scelgono, denunciano, sperano,
chiedono, come nell’istante cruciale
chiese l’altro poeta: più luce.
e la poesia non riadatta al presente
la stessa opera rappresentata da anni,
non salmeggia istruzioni sull’uso del bene,
non risuscita i cani morti della metafisica.
Passando in rassegna le cose già accadute
la poesia cerca risposte
a domande non ancora fatte.

Abbatto i muri
11 11 2013

Vorrei che leggeste questo post di Loredana Lipperini, perché racconta il suo dolore senza metterlo a servizio di chi ne farebbe un uso che a lei non piace. Io so perfettamente cosa intende, a cosa si riferisce, perché in un certo senso è quello che faccio anch’io.
Vorrei comunque parlare di questa cosa. Parlarne per raccontare quanto può essere invasivo il giudizio, esasperante, di chi si sostituisce, come spesso accade, alla narrazione di chi vive un dolore, una esperienza, per ammantarla di prova provata che possa accreditare una ideologia che mira al controllo del mio corpo.
Sono dell’idea che gli autoritarismi che vogliono dettare legge sulle mie scelte e sul mio corpo vadano combattuti. Tutti quanti. Ovunque essi si annidino e in qualunque modo si presentino. Che si ammantino di purezza morale o si nascondano dietro una diffusa e fiorente industria del salvataggio di soggetti deboli, non importa. Perché in qualunque caso si parla sempre di violazione di diritti, controllo sociale, sovradeterminazione, con l’alibi più frequente di questi tempi: “è per il tuo bene”.
Questa cosa vale sia che qualcun@ voglia impormi che uso fare del mio corpo in relazione ad un mestiere, che qualcun@ voglia usare la questione dell’aborto per farne tema di diffusione di una idea, come di chi vorrebbe impormi l’aborto o la sterilizzazione forzata come deterrente alla povertà. Nessuna istituzione paternalista, maternalista, può dire a me “io sol@ so cosa è bene per me!”, perché io sono adulta e so cosa voglio.
Io credo fermamente nel fatto che ogni scelta che passi sul mio corpo debba essere autodeterminata. Che gli autoritarismi si somiglino tutti e non mi permetto di dire a una donna cosa dovrà fare né la giudicherò per la maniera in cui vivrà il proprio lutto.
Come ho già scritto: solo una istituzione che vuole imporre una ideologia può lasciare che la faccenda del cimitero dei feti diventi una lotta tra due sensibilità ferite, in cui per raccontare il mio stupore e la mia amarezza devo inevitabilmente ferire quella che ha suo malgrado abortito e invece proprio non voleva.
Vorrei parlare a quelle che hanno quella esigenza e raccontare loro, come scrive Loredana Lipperini, che avete già la possibilità di seppellire il vostro bambino se lo volete. Quante tra voi sanno questa cosa? Quante sanno che è il vostro dolore a essere usato per creare simbolismi che servono a criminalizzare le donne che scelgono di abortire?
Nella scelta comunicativa e politica, di separare i feti e piazzarli in un apposito cimitero, c’è un pretesto per inviare un messaggio preciso. Non potete ignorarlo. Ed è un messaggio rivolto a me che ho abortito e non mi sento in colpa. A lei che ha perso un figlio ma non crede nelle sepolture e non vuole riferirsi a quella dinamica religiosa. A quell’altra che non ha mai voluto essere madre perché la maternità non è il suo fine ultimo.
E’ un messaggio che ci imprigiona nel ruolo di criminali nel caso in cui interrompiamo una gravidanza e di martiri quando risentiamo di quella perdita. Perché c’è chi specula sul nostro dolore, qualunque esso sia, affinché noi restiamo fedeli a ruoli imposti e non smettiamo mai di ricordarci che siamo fatte per essere madri, dedite ai ruoli di cura, per cui se non mi sento abbastanza in colpa per un aborto, se scelgo diversamente, bisogna che si dica che sono anormale, un abominio, una persona della quale non avere rispetto ovvero anche da compatire.
Come è possibile che ancora bisogna spiegare a tante persone, e sicuramente ce ne sono di infinita intelligenza, che siano credenti o meno, quale ferita enorme apre una discussione del genere nelle nostre vite? In una dimensione, poi, che vede a volte le stesse persone che lottano contro stereotipi sessisti, affinché il ruolo di cura sia condiviso tra diverse figure genitoriali, a partecipare alla legittimazione di uno stereotipo che ci viene imposto da chi ci dice che perfino un contraccettivo è peccato.
Quanto tempo deve passare ancora affinché sia possibile esercitare il proprio diritto di comunicare una idea senza trovarsi di fronte a persone intolleranti che non capiscono, ad esempio, come il controllo dei corpi sia biopolitica, biocapitalismo, praticato da chi ci incastra ad adempiere solo e sempre ad alcune funzioni?
Siamo strumenti, sempre. Che tu voglia abortire o no sei uno strumento d’altri. E prima dell’aborto bisogna raccontare che chi specula sul nostro dolore non vuole neppure che usiamo contraccettivi, che facciamo sesso prendendo precauzioni, non concorda neppure sull’idea di fare prevenzione con l’educazione sessuale nelle scuole.
Dimmi se qualcun@ vuole obbligarti ad abortire anche se tu non vuoi e io sono con te. Sempre.
Dimmi se vuoi abortire e io sarò con te. Sempre.
Dimmi se vuoi seppellire tuo figlio e io ti aiuterò a scavare quella fossa a mani nude.
Ma non giudicare me. Non mi condannare. Non mi criminalizzare. Non demonizzare la mia posizione perché esisto anch’io. Diversa da te. E merito rispetto. Io so che lo merito.

Cosa cambia in sei anni

  • Lunedì, 04 Novembre 2013 12:28 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lipperatura
04 11 2013

Sei anni. Che vuoi che siano? Sei anni in cui - ci pensavo ieri sera, di ritorno da un bel tour di presentazioni fra Bologna e Reggio Emilia - i discorsi si sono amplificati ma anche sfilacciati. In sei anni, quelle che erano bambine sono diventate ragazze, e su queste ragazze ci si interroga e ci si chiede perché avvengano certe cose, e perché l’uso del corpo, la concezione stessa del corpo, sia diventato neutro, ininfluente. Non sempre e non per tutte, come ogni volta. Così, commentarium, apro la settimana riproponendo una pagina di Ancora dalla parte delle bambine. Sei anni fa, appunto.

Raunch, ovvero l’osceno, il volgare, significa far diventare comune la versione dozzinale della sessualità femminile. Significa che se un tempo esistevano Playmen e il resto, adesso ci sono i calendari modellati su Playmen dentro il resto. Significa, insomma, che l’atteggiamento pornografico presiede al modo di concepire televisione, giornali, libri. Leggendo il Dizionario della pornografia curato da Philippe Di Folco, si ha la testimonianza di quanto il porno trasmigri nei media generalisti. E se il quotidiano Libération, nell’agosto 2004, illustra tranquillamente un articolo con la foto di una penetrazione, la pubblicità arriva a citare con frequenza ormai altissima posizioni e varianti del sesso: è il caso di una nota marca di gelati, ma anche di quella linea di abbigliamento giovanile che tappezza le città italiane con l’immagine di una modella – sia pur vestita - che simula la masturbazione. Quanto alla televisione, nel dizionario viene individuata senza mezzi termini come “il mezzo pornografico per eccellenza”. Le prove? Nell’idea di reclusione e di ripresa in tempo reale degli atti dei prigionieri che è il fondamento dei reality (i quali, peraltro, usufruiscono delle stesse luci “a doccia” del cinema hard-core). Ma anche talk-show e telefilm, sostiene il documentarista Tancréde Ramonet , hanno fatto proprio il dispositivo principe della pornografia, quello che prescinde dallo stesso atto sessuale: “trivialità della situazione, impudicizia di chi si esibisce e indecenza dello sguardo del voyeur”.
A monte del reggiseno a vista e delle labbra gonfie che anche la più intelligente delle ospiti di un dibattito si sente, a differenza dei colleghi maschi, obbligata ad esibire, c’è il malinteso concetto per cui un essere umano che ha raggiunto la presunta liberazione dagli stereotipi possa usare i medesimi per divertirsi. Sarebbe bellissimo, se fosse davvero così: era lo stesso principio secondo il quale il femminismo degli anni Settanta giocava con le antiche e pericolose simbologie che avevano incatenato le donne alla luna, alla stregoneria, ai cerchi magici (i girotondi) e financo alle marmellate. Ma giocare con i simboli, e con gli stereotipi, presuppone una consapevolezza così potente e così granitica del gioco medesimo che è molto difficile non restarne scottati.
Valga il solo esempio, citato ancora da Ariel Levy, delle olimpioniche di Atene 2004 che posano nude per Playboy e seminude per For Him Magazine: “Su FHM si vede la campionessa di salto in alto Amy Acuff sdraiata per terra, con occhi socchiusi, capelli biondi sparsi attorno a sé e cosce all’aria (a poche pagine dal sex-quiz: “Hai mai partecipato a un’ammucchiata?” e relativa risposta: “Beh, altrimenti per quale motivo i miei genitori avrebbero sborsato più di centomila dollari per mandarmi al college?”)”. Acuff, probabilmente, ha pensato che in fondo si trattava –appunto- di giocare.
Raunch, inoltre, non significa liberare la pornografia, e tanto meno la sessualità, dalla stretta censoria del femminismo radicale che era arrivato ad equiparare la penetrazione maschile allo stupro. Paradossalmente, ha quasi il significato contrario: laddove moltiplica ad un punto tale l’atteggiamento (e l’abbigliamento) della pornostar da creare un’ulteriore – e pericolosa – illusione ottica. Far credere alle donne, cioè, che il proprio potere passi per l’esibizione disinvolta del proprio corpo: esattamente allo stesso modo in cui la candidata di Miss Italia 1984 immaginava di poter usare il concorso, e non il contrario. Di più: accentrando la massima visibilità sulla carne femminile, esposta, manipolata, gonfiata (tra il 1994 e il 2004 le richieste annuali di ritocco al seno aumentano del 700 per cento solo negli Stati Uniti), tagliata quando serve, si lascia in ombra tutto il resto, e ci si dimentica che la strada fatta è in realtà poca. E che, nel pendolo oscillante fra volgarità e neopuritanesimo, sembra essersi persa ogni traccia del concetto di individuo giudicabile per la propria storia e non per la propria appartenenza sessuale. Scrive, giustamente, il filosofo Mario Perniola sul numero 12 di Agalma:

“Con la Raunch Culture si assiste alla resa incondizionata del femminismo all’ideologia del consumismo neo-liberale e alla mercificazione completa dell’immagine del corpo, secondo i dettami di ciò che i francesi chiamano la pornoisation pubblicitaria. Ovviamente il contraltare di tutto ciò e la proposta di punire legalmente come sexual harassment ogni manifestazione di galanteria.”

Strette in una morsa fra un universo femminile che sembra gratificarsi della propria oscenità e un’altra, cospicua parte del medesimo, che agita lo spettro moralizzatore della censura, la nuova bambina, che in quel mondo è comunque immersa anche se guarda solo Dvd della Disney, ha quanto meno la sensazione di una confusione crescente nel mondo degli adulti. Che a forza di essersi tenuti fuori dai contenuti veicolati dalla tecnologia (per condannarla in sé), finiscono per confondere – loro sì- rappresentazione e reale. E in questo senso è vero che certe sperimentazioni sessuali (la masturbazione filmata e spedita via cellulare fra compagni delle medie, la facilità al sesso orale e pubblico esibita da parte delle tweens americane e no) sono più che altro sperimentazioni mediatiche: ma la motivazione prescinde dall’esistenza dei mezzi tecnologici, e si lega molto di più all’idea di usare il corpo come scorciatoia per ottenere un riconoscimento sociale. “Vestirsi da troia”, come dichiara una ragazzina quattordicenne alla Levy, significa diventare “la ragazza più desiderata della scuola”. Come nelle centinaia di telefilm (e libri) ad uso adolescenziale, e del loro equivalente per adulte.

Lipperatura
08 05 2013

Flusso di puerpere” e “Invasione di partorienti”. Non è uno scherzo, ma sono alcuni dei titoli e dei commenti leggibili in questi giorni dopo la proposta di Cecilie Kyenge di aprire allo ius soli. Titoli, peraltro, che derivano dalle dichiarazioni della seconda carica dello Stato, Pietro Grasso. A parte lo sconcerto per i termini utilizzati (”flusso” e “invasione”, che rimandano a migrazioni bibliche o a movimenti bellici degni dei Sette Regni di Westeros), quello che è dato leggere e ascoltare in questi giorni aumenta, oltre allo sconcerto, lo sconforto.

Cecilie Kyenge sta percorrendo la strada giusta (e chissà se riuscirà a ottenere quel che si propone), mentre su di lei, da più parti, si scatena l’inferno, culminato nel più recente (ma si suppone non ultimo) “nero di seppia” da parte di un leghista di Prato. Ma qui, ancora una volta, è il punto: mi sembra che, così come avviene con il sessismo, ci si sia ormai abituati a delegare a una sola parte del paese la mentalità razzista. Non siamo noi, mai, i responsabili: sono di volta in volta i leghisti, o gli antifemministi, o - su tutti e ogni volta - Berlusconi.

Non mi stanco di ripetere (l’ho fatto anche a Berlino, sabato sera) che Berlusconi è semmai l’effetto, e non la causa. Che la reductio ad unum è faccenda comodissima, perché permette di assolverci ogni volta. Berlusconi non sarebbe mai diventato presidente del consiglio se qualcuno non l’avesse votato, approvato, ammirato. I leghisti non si potrebbero permettere di dire quello che dicono se fin dall’inizio il consenso - anche muto - attorno alle loro parole non fosse stato decisamente non minoritario.
Allora, che si fa, eh? Come provavo a dire lunedì, ci si assumono responsabilità individuali, in ogni campo. Il che significa non ritenere conciliabile, e agire e pensare di conseguenza, la professione di democrazia e di appartenenza alla sinistra da chi sbeffeggia Boldrini non sulle affermazioni ma sul suo essere donna (e di chi bolla come cretine o frutto di ossessione le argomentazioni che vengono portate in suo supporto). Il che significa che la “distrazione” di chi, nonostante l’esistenza di una Carta di Roma, utilizza un linguaggio razzista in un mezzo d’informazione, su carta o on line, forse avrebbe avuto tutto il tempo e i mezzi per trasformarsi in attenzione.

E, no, consueti cari amici e non sempre chiari compagni, questo non ha nulla a che vedere con la censura, come vorrebbero coloro che, da destra e da sinistra, cavalcano quella tigre (Censura! Liberticidi! Sì, censuriamo tutto! Basta con l’hate speech!): come si vede, è bastata una frase sulla pubblicità sessista per evocare lo spettro di Oliviero Toscani che vaticina contro il rossetto tentatore (portando acqua, evidentemente e a mio parere volutamente, a chi confonde coerenza e rispetto con il burqa). E’ una faccenda molto più lunga, molto più impegnativa e anche molto più difficile, che passa per la scuola, per i modelli forniti dagli adulti, per la carta, il video e la rete. Però, o percorriamo quella o, banalmente, diventeremo peggiori di come siamo. Liberissimi.

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