Idomeni, nel nulla - dal confine tra Grecia e Macedonia

  • Lunedì, 14 Settembre 2015 07:58 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
14 09 2015

C'è un cartello appeso da poco alla biglietteria della stazione dei bus di Salonicco, dove per dieci euro ti compri la possibilità di provare a oltrepassare un'altra frontiera, un passo avanti in fuga dalla guerra. Pros Eidomeni, per Idomeni, località greca al confine con la Macedonia, nel bel mezzo del nulla [...] : filo spinato, polvere, sporco e tanta, troppa polizia, l'unica incaricata ufficialmente di organizzare gli attraversamenti e gestire la situazione come si trattasse di un qualsiasi problema di ordine pubblico.

Dunque, un'ora scarsa di autobus (a dieci euro) che neppure ti conduce al confine informale tramite cui il governo di Skopje ha deciso di far passare migliaia e migliaia di uomini, donne, bambini (Migranti, rifugiati o expat, cfr. l'interessante riflessione di Andrea Natella).

Oggi ci fermiamo circa 7 km prima di Idomeni, perché la polizia greca, che cambia idea ogni giorno e forse più volte al giorno, ferma gli autobus, consegna un numero a un “responsabile” scelto nel mucchio, in genere qualcuno che capisce l'inglese, e obbliga i gruppi così formati a aspettare anche per ore il proprio turno; finita l'attesa, il gruppo - nel frattempo disperso, riformato a suon di minacce, mescolato o abbandonato perché le conflittualità etniche e nazionali sono spesso motivo di attrito, soprattutto in condizioni di stanchezza e tensione - ottiene il permesso, bimbi in spalla e polvere negli occhi, di incamminarsi fino a Idomeni, sedersi e attendere, di nuovo. Qualcuno non ce la fa? Ci sono bambini con una gamba rotta o persone anziane?

Nessun problema, un folto plotone di tassisti, in rapporti di amicizia quanto meno ambigua con la polizia greca, è pronto a accompagnarti al confine per soli altri dieci euro, che poi che saranno mai, se ne hai pagati migliaia per attraversare il mare su un gommone? Idomeni, dunque. Tira vento, è quasi freddo, la polvere si alza minacciosa e l'orizzonte è zeppo dei resti dell'accampamento di ieri, quando le persone erano all'incirca diecimila, ci dicono. Oggi la situazione pare tranquilla, dopo i lacrimogeni lanciati nella notte tutti sono passati e qui, freschi e riposati, ci sono solo i “nuovi”.

Passati dove? È la prima domanda che sorge spontanea, folle come il tentativo di bloccare questa marea umana. Non c'è niente davanti a noi, se non filo spinato messo lì alla bell'è meglio, a indicare che da una parte il prato è greco e dall'altra macedone. Una frontiera non ufficiale, ci dicono, l'unica da cui possono passare, divisi in altri gruppi ancora, per poi ricominciare a camminare. L'inconsistenza materiale di un concetto e insieme la profonda fisicità dei corpi immobilizzati, dell'impossibilità di movimento, dello scontro con la polizia, un rischio sempre dietro l'angolo, per qualsiasi minimo segno di protesta. Ore infinite e sospese, con la netta sensazione dell'inutilità di tutto questo e con in testa una serie di domande a cui nessuno dà risposta.

«Non va bene qui, ci sono bambini piccoli, è sporco, non sappiamo dove sederci. Perché ci trattano così?», ti sputa in faccia un quindicenne siriano, che parla inglese perfettamente e ha lasciato, solo, la famiglia in Turchia con in testa il sogno della Germania. «Nessuno parla con noi, nessuno ci spiega niente, so solo che non abbiamo un piano B, e arriveremo dove dobbiamo, punto», ammette un padre di famiglia iracheno, che sa già a chi rivolgersi per trovare il modo di attraversare l'Ungheria con tre bambini in un camion, senza essere visto perché «abbiamo visto le immagini, a Budapest ti mettono in prigione, preferisco rischiare in un altro modo». Storie di contatti presi al telefono e di migliaia di euro immessi nel mercato del traffico umano, dubbi e piani confusi: «Com'è la Norvegia, credi che potrò continuare lì il mio dottorato?». Storie di fuga dall'IS e di case crollate, storia di tanta, tanta disperazione e altrettanta speranza, storie che un po' si assomigliano tutte, ma anche no, e quando te le trovi di fronte una in fila all'altra non puoi che augurare a tutti buona fortuna, con in testa però il capitolo di violenza che seguirà, altri confini, altra polizia, altro razzismo, altro sfruttamento.

Idomeni è un luogo di passaggio, dove gli sforzi eccezionali, a tratti insostenibili, ai limiti e oltre l'auto-sfruttamento, dei volontari, gruppi di solidarietà e singoli - compreso il sindaco - riescono a coprire solo minimamente i bisogni reali e dove l'assenza di un piano generale di gestione dell'emergenza stride con le dichiarazioni ufficiali, altisonanti e calcolate, degli ultimi giorni: piani di accoglienza, obbligo di ripartizione e via dicendo. Ottimo, se, almeno in parte, sono state le spontanee mobilitazioni delle popolazioni europee e l'ostinazione dei migranti a forzare queste decisioni.

Ma il terreno è scivoloso, e difficile realizzare fino in fondo come, dove, quando agire per intersecare le lotte di chi, fuggendo verso la libertà di un continente con le mani perennemente insanguinate, si scontra con i suoi muri, con l'ipocrisia delle sue leggi democratiche e delle sue gerarchie interne, con un'inclusione riservata solo a chi è - temporaneamente - utile in termini economici e di calcolo politico. Come incontrare queste popolazioni che si spostano senza sosta e si allontanano verso un orizzonte sempre nuovo, questi uomini e queste donne con cui condividiamo il sogno di un mondo dove muoversi sia sempre una decisione, e possa essere perseguita senza rischi e senza limitazioni?

Non è facile, ma forse ora è davvero il momento di cercare una risposta, pratica e condivisa, perché questa storia sia in parte, e nelle sue fasi più conflittuali, costruttive e di lotta, anche la nostra.

da seguire:

noborders20miglia.noblogs.org/ (verso la tre giorni del presidio NoBorders di Ventimiglia, 11-12-13 settembre)

Eidomeni Coordinating Refugees Help (FB)

Refugee Solidarity Movement Thessaloniki (FB)

Κοινωνικό Κέντρο / Στέκι Μεταναστών (FB)

foto e racconti da Kos e Idomeni (in aggiornamento): www.timon-photography.jimdo.com

Non è un film quello che scorre intorno

  • Martedì, 01 Settembre 2015 07:52 ,
  • Pubblicato in Flash news

Meltingpot
01 09 2015

Migliaia di migranti da settimane stanno arrivando in massa al confine tra la Grecia e la Macedonia per fuggire verso l’Europa del Nord. Dopo essersi imbarcati in territorio turco, arrivano sulle isole greche e da qui si dirigono verso il nord dei Balcani. La scorsa settimana è stata particolarmente caotica per lo stato macedone. La piccola cittadina di Gevgelija, al confine con il territorio greco, si è trovata alle prese con migliaia di uomini e donne che cercano la salvezza in Occidente scappando dalla guerra in Medio Oriente. I pochi e vecchi treni lungo la linea Salonicco-Skopje venivano letteralmente presi d’assalto dai profughi, che si accavalcavano gli uni sopra gli altri e entravano dai finestrini pur di salire sulle poche carrozze disponibili. Di fronte alla grande presenza di migranti e alla fortissima pressione ai suoi confini, la Macedonia ha così deciso di dichiarare lo stato d’emergenza, chiudere il confine e inviare l’esercito.

Tra la Grecia e la Macedonia, nella cosiddetta “terra di nessuno”, ormai da settimane sono sorti accampamenti e tendopoli dove intere famiglie aspettano nell’attesa di attraversare il confine e prendere il treno per la Serbia e poi continuare verso l’Ungheria ovvero nell’Europa della libera circolazione. Più passano i giorni più però la tensione sale, mancano vestiti, acqua e cibo. C’è chi addirittura cerca di guadagnare sulla miseria, vendendo panini e bibite a prezzi salatissimi. Ci sono per fortuna anche i volontari delle ONG e delle associazioni macedoni che offrono prima assistenza ai migranti. Dopo la dichiarazione dello stato d’emergenza, lo scorso venerdì tutto il mondo ha assistito alla brutalità della polizia macedone. Di fronte a migliaia di persone, di cui tantissimi bambini anche molto piccoli, che cercavano di superare il confine anche buttandosi sulle reti del filo spinato, la polizia ha sparato lacrimogeni e bombe urticanti. Nonostante le pesanti cariche, qualche centinaio di persone sono riuscite ad aggirare il blocco della polizia mentre tanti genitori letteralmente buttavano i figli oltre il filo spinato per farli proseguire il viaggio, sperando che qualcuno li porti in salvo. La scena più raccapricciante è stata quella di un poliziotto che manganellava un uomo con in braccio il figlioletto di 4 o 5 anni.

Dopo questa giornata di sangue con decine di feriti, il governo macedone ha prima deciso di far passare solo donne e bambini mentre due giorni fa, non riuscendo più a gestire la situazione con i suoi pochi mezzi, ha aperto il confine a tutti. I migranti hanno raggiunto così il sud della Serbia dove sono stati caricati su circa 70 autobus e portati a Belgrado. Circa 7 mila persone sono entrate in Serbia nella notte tra sabato e domenica. Il numero ovviamente continuerà a crescere giorno dopo giorno perché le persone continuano ad arrivare prima dalla Grecia e poi dalla Macedonia.

La Croce Rossa che opera nel campo di Presevo, all’estremo sud dello stato serbo, dichiara che le scorte di acqua e cibo bastano solo per un giorno ancora e chiedono un disperato aiuto. In questo campo i profughi ottengono dal governo di Belgrado un permesso temporaneo, valido 72 ore che consente loro da arrivare al nord e continuare il viaggio verso l’Ungheria. Qui però, il governo guidato dal nazionalista Orban sta accelerando la costruzione di un reticolato di 175 km, proprio per impedire a queste persone di raggiungere l’Europa di Schengen.

Chi sono i migranti che attraversano i paesi balcanici e percorrono a piedi o con mezzi di fortuna migliaia di chilometri? Si tratta di persone provenienti in maggioranza dalla Siria ma anche dall’Afghanistan, Iraq e Pakistan. Sono della classe media e altamente istruiti. Quasi tutti conoscono l’inglese o il francese, tra di loro tanti sono avvocati, dottori, ingegneri o studenti. Il loro scopo non è chiaramente di restare nei Balcani ma di arrivare quanto prima in Germania o nei paesi scandinavi. Scappano da una guerra che ha trasformato in macerie la Siria dopo anni di aspri combattimenti, dal terrore dei miliziani dell’ISIS e non saranno certamente i manganelli della polizia macedone o i muri ungheresi a fermarli. Tanti di loro prima della guerra avevano un buon lavoro, una casa e una vita dignitosa che ora cercano in qualche paese europeo che voglia accoglierli. Sanno già che una volta arrivati alle porte dell’Ungheria, dovranno pagare 1.500 euro a qualche trafficante di uomini per attraversare la frontiera clandestinamente.

Per il momento la situazione ai confini è tornata tranquilla dopo le scene di vergogna mondiale della settimana scorsa. I profughi passano, vengono assistiti e poi proseguono oltre. Siamo solo all’inizio però, altri migranti stanno arrivando e altri ancora continueranno ad arrivare mettendo in allarme gli altri paesi vicini. La Bulgaria si è dichiarata pronta a contenere l’ondata migratoria mettendo in allerta le forze speciali. Il primo ministro croato, il socialdemocratico Milanovic ha invece dichiarato che il suo paese è pronto ad accogliere i profughi in base a quelle che sono le proprie possibilità. “Non si tratta di sacchi di patate ma di persone disperate che non possiamo attendere con i manganelli in mano come successo in Macedonia.” Al di là delle posizione dei vari stati, sarà difficile fermare decine di migliaia di persone disposte anche a morire pur di raggiungere una vita degna in qualche angolo d’Europa.

Macedonia: migranti, una crisi evitabile

  • Mercoledì, 26 Agosto 2015 11:42 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Balcani e Caucaso
26 08 2015

La crisi migranti in Macedonia, il comportamento delle autorità e lo stato di emergenza. Cosa dovrebbe fare Skopje e cosa fanno i cittadini. Un commento
La Macedonia, o meglio “il piccolo paese balcanico”, nella definizione di molti media internazionali, nei giorni scorsi è stata a lungo sotto i riflettori. Le drammatiche immagini dal confine greco-macedone hanno fatto il giro del mondo, con tv e i giornali che hanno aperto sulla crisi dei rifugiati. Da una parte migranti e richiedenti asilo, dall'altra lo schieramento delle forze di polizia e, nel mezzo, i rotoli di filo spinato.
La situazione si è evoluta di ora in ora, con sviluppi imprevedibili: lo “spettacolo live”, prodotto dall'incapacità di gestione del governo di Skopje, è durato per tre giorni. Poi le frontiere sono state riaperte, i migranti hanno ripreso il loro doloroso cammino verso l'Unione europea, e “il piccolo paese balcanico” è tornato in ombra. Ma per quanto ancora?

Stato d'emergenza
Nelle scorse settimane il numero di chi ha attraversato il confine greco-macedone è aumentato da cinquecento a circa tremila persone al giorno. Secondo le statistiche ufficiali, circa 50mila persone, soprattutto da Siria e Afganistan, hanno attraversato la Macedonia negli ultimi due mesi. Di fronte alla crisi provocata dagli arrivi massicci, il 19 agosto le autorità macedoni hanno chiesto ai paesi vicini l'invio di vagoni ferroviari, appello però caduto nel vuoto. Il giorno seguente, il governo di Skopje ha deciso quindi di dichiarare lo stato di emergenza nell'area di confine con la Grecia, a sud, e in quella sulla frontiera con la Serbia, a nord.
In termini pratici, questo significa la possibilità di utilizzare anche l'esercito, e non solo la polizia, nella gestione della situazione. “Il meccanismo temporaneo”, secondo il comunicato ufficiale del governo, “serve ad aumentare la sicurezza della popolazione locale” e avrebbe dovuto portare “ ad un controllo efficiente dell'attraversamento del confine” insieme ad un “trasporto più umano dei rifugiati attraverso il territorio della Macedonia”. Sfortunatamente, però, lo “stato temporaneo di emergenza” ha portato ai risultati opposti a quelli dichiarati.

Sulla terra di nessuno
Dopo la chiusura del confine con la Grecia, l'accesso alla Macedonia è stato garantito solo ad un numero limitato di rifugiati. Il numero di persone intrappolate sulla “terra di nessuno” è quindi aumentato drasticamente, fino a raggiungere dimensioni insostenibili. Circa 4mila rifugiati e migranti hanno tentato disperatamente di passare i blocchi, per poter continuare il proprio viaggio verso l'Unione europea. La situazione è divenuta presto insostenibile, portando agli incidenti catturati dalle telecamere e riproposti dai media a livello globale, con le unità speciali della polizia impegnate a lanciare lacrimogeni contro i rifugiati e provocando alcuni feriti. Il giorno seguente, per giustificare le proprie azioni, la polizia macedone ha pubblicato un video in cui si vedrebbero alcuni rifugiati lanciare sassi contro le forze dell'ordine, attacco che avrebbe poi provocato la reazione della polizia. Dopo tre giorni e in seguito ad enormi pressioni, il confine è stato riaperto e la “rotta balcanica” è divenuta nuovamente transitabile.

Il principio di non-respingimento
Varie organizzazioni internazionali sottolineano che tutti i paesi hanno il dovere di offrire protezione a chi fugge da conflitti e persecuzioni, e la Macedonia non fa eccezione. “Quando il sistema non riesce a fronteggiare la situazione, è tempo di migliorarlo, ma non si possono respingere le persone”, è la posizione sui recenti fatti di Gauri van Gulik, vice-direttore di Amnesty International Europa.
Anche varie ONG macedoni hanno criticato le mosse del governo, ricordando che anche la Macedonia è legata al principio di “non respingimento”, secondo il quale nessun richiedente asilo può essere costretto a tornare in un paese nel quale la sua vita o libertà personale possono essere minacciate a causa della propria identità etnica, religiosa, politica.

Human Rights Watch ha consigliato alle autorità macedoni di cercare a livello internazionale cooperazione e assistenza per poter venire incontro ai propri obblighi. Ad oggi, sulla questione dei migranti, l'UE ha fornito a Skopje fondi umanitari per appena 90.656 euro, ma secondo le stime ufficiali, la Macedonia ha speso 800mila euro al mese solo per rafforzare l'azione di controllo della polizia sul proprio confine meridionale.
Altra questione sollevata dalle istituzioni macedoni è la mancanza di coordinamento regionale e di cooperazione con i propri omologhi greci. Un problema riconosciuto e sottolineato anche dall'UNHCR in un recente comunicato stampa.
“L'UNHCR fa appello alle autorità greche affinché procedano alla registrazione e alla fornitura di servizi di base per coloro che necessitano di protezione internazionale, e perché forniscano assistenza urgente a chi è bloccato sul lato greco del confine [con la Macedonia] e far sì che possa essere ospitato in strutture ricettive lontane dalla frontiera”, recita il comunicato dell'Alto commissariato ONU per i rifugiati.

Arriva l'inverno
Da mesi, privati cittadini, organizzazioni informali ed ONG si sono organizzati per raccogliere e distribuire aiuti ai rifugiati, anche attraverso i social media. Ad attrarre l'attenzione dei media è stata la storia di Lence Zdravkin, ribattezzata “una moderna Madre Teresa”, che per più di un anno ha aiutato i rifugiati di passaggio vicino alla sua casa a Veles (città situata sulla rotta principale dei migranti) ben prima che il fenomeno arrivasse sulle prime pagine dei giornali.
Nel giugno scorso, in seguito a forte pressione da parte dell'opinione pubblica, il governo ha modificato la normativa sull'asilo, dando la possibilità ai rifugiati di richiedere un “asilo temporaneo” di 72 ore al confine o alla stazione di polizia più vicina, insieme al diritto di utilizzare la sanità e i trasporti pubblici.

Tenendo conto di queste iniziative, del fatto che il confine con la Serbia resta aperto e che la destinazione finale dei rifugiati sono i paesi dell'Unione europea, è piuttosto difficile comprendere perché il governo macedone abbia deciso di chiudere il confine con la Grecia, anche prendendo in considerazione la tentazione di un approccio politico populista. Fino ad ora, gli unici “problemi” provocati dai migranti ammontano a cartacce gettate nelle stazioni ferroviarie e alcuni casi di furto di frutta e verdura nei campi intorno a Gevgelija. Ma se escludiamo questioni marginali di questo tipo, non c'erano motivi reali per portare le autorità a prendere una decisione tanto drastica. Invece di concentrarsi sulle difficoltà di gestione del problema, o sul chiedere maggiore sostegno dall'Unione europea per fronteggiare il momento di crisi, il governo ha scelto l'alternativa più impopolare e disumana.

Esperti e attivisti hanno sottolineato che la chiusura prolungata del confine porta, come unico risultato, ad una maggiore vulnerabilità dei rifugiati verso i trafficanti, e nell'aumento dei rischi intrapresi da chi tenta di entrare e attraversare il territorio macedone. Tra questi, la scelta di camminare lungo le rotaie del treno: una scelta che, tra gennaio e giugno 2015 è costata la vita ad almeno 28 persone.
Dal punto di vista macedone, la scelta migliore per il governo sarebbe registrare, dare una sistemazione dignitosa ai rifugiati e rendere possibile ai migranti l'attraversamento veloce del paese fino al confine con la Serbia. Fino ad oggi gli incidenti legati alla presenza dei rifugiati si contano sulla punta delle dita, ma una presenza più visibile della polizia sarebbe probabilmente utile.
Questi passi, soprattutto dopo la decisione dell'Ungheria di erigere un reticolato di quattro metri al confine con la Serbia, dovrebbero essere presi con rapidità. Quando la barriera ungherese sarà completata, infatti, la “rotta balcanica” potrebbe assumere tutt'altra forma, e non è escluso che i paesi della regione possano trasformarsi da paesi di transito a destinazioni finali. E l'inverno non è poi così lontano.

Non è un film quello che scorre intorno

  • Mercoledì, 26 Agosto 2015 09:02 ,
  • Pubblicato in Flash news

Global Project
26 08 2015

Una marea umana al confine tra Macedonia e Grecia
Migliaia di migranti da settimane stanno arrivando in massa al confine tra la Grecia e la Macedonia per fuggire verso l'Europa del Nord. Dopo essersi imbarcati in territorio turco, arrivano sulle isole greche e da qui si dirigono verso il nord dei Balcani. La scorsa settimana è stata particolarmente caotica per lo stato macedone. La piccola cittadina di Gevgelija, al confine con il territorio greco, si è trovata alle prese con migliaia di uomini e donne che cercano la salvezza in Occidente scappando dalla guerra in Medio Oriente. I pochi e vecchi treni lungo la linea Salonicco-Skopje venivano letteralmente presi d'assalto dai profughi, che si accavalcavano gli uni sopra gli altri e entravano dai finestrini pur di salire sulle poche carrozze disponibili. Di fronte alla grande presenza di migranti e alla fortissima pressione ai suoi confini, la Macedonia ha così deciso di dichiarare lo stato d'emergenza, chiudere il confine e inviare l'esercito. 

Tra la Grecia e la Macedonia, nella cosiddetta “terra di nessuno”, ormai da settimane sono sorti accampamenti e tendopoli dove intere famiglie aspettano nell'attesa di attraversare il confine e prendere il treno per la Serbia e poi continuare verso l'Ungheria ovvero nell'Europa della libera circolazione. Più passano i giorni più però la tensione sale, mancano vestiti, acqua e cibo.

C'è chi addirittura cerca di guadagnare sulla miseria, vendendo panini e bibite a prezzi salatissimi. Ci sono per fortuna anche i volontari delle ONG e delle associazioni macedoni che offrono prima assistenza ai migranti. Dopo la dichiarazione dello stato d'emergenza, lo scorso venerdì tutto il mondo ha assistito alla brutalità della polizia macedone. Di fronte a migliaia di persone, di cui tantissimi bambini anche molto piccoli, che cercavano di superare il confine anche buttandosi sulle reti del filo spinato, la polizia ha sparato lacrimogeni e bombe urticanti. Nonostante le pesanti cariche, qualche centinaio di persone sono riuscite ad aggirare il blocco della polizia mentre tanti genitori letteralmente buttavano i figli oltre il filo spinato per farli proseguire il viaggio, sperando che qualcuno li porti in salvo. La scena più raccapricciante è stata quella di un poliziotto che manganellava un uomo con in braccio il figlioletto di 4 o 5 anni.

Dopo questa giornata di sangue con decine di feriti, il governo macedone ha prima deciso di far passare solo donne e bambini mentre due giorni fa, non riuscendo più a gestire la situazione con i suoi pochi mezzi, ha aperto il confine a tutti. I migranti hanno raggiunto così il sud della Serbia dove sono stati caricati su circa 70 autobus e portati a Belgrado. Circa 7 mila persone sono entrate in Serbia nella notte tra sabato e domenica. Il numero ovviamente continuerà a crescere giorno dopo giorno perché le persone continuano ad arrivare prima dalla Grecia e poi dalla Macedonia.

La Croce Rossa che opera nel campo di Presevo, all'estremo sud dello stato serbo, dichiara che le scorte di acqua e cibo bastano solo per un giorno ancora e chiedono un disperato aiuto. In questo campo i profughi ottengono dal governo di Belgrado un permesso temporaneo, valido 72 ore che consente loro da arrivare al nord e continuare il viaggio verso l'Ungheria. Qui però, il governo guidato dal nazionalista Orban sta accelerando la costruzione di un reticolato di 175 km, proprio per impedire a queste persone di raggiungere l'Europa di Schengen.

Chi sono i migranti che attraversano i paesi balcanici e percorrono a piedi o con mezzi di fortuna migliaia di chilometri? Si tratta di persone provenienti in maggioranza dalla Siria ma anche dall'Afghanistan, Iraq e Pakistan. Sono della classe media e altamente istruiti. Quasi tutti conoscono l'inglese o il francese, tra di loro tanti sono avvocati, dottori, ingegneri o studenti. Il loro scopo non è chiaramente di restare nei Balcani ma di arrivare quanto prima in Germania o nei paesi scandinavi. Scappano da una guerra che ha trasformato in macerie la Siria dopo anni di aspri combattimenti, dal terrore dei miliziani dell'ISIS e non saranno certamente i manganelli della polizia macedone o i muri ungheresi a fermarli. Tanti di loro prima della guerra avevano un buon lavoro, una casa e una vita dignitosa che ora cercano in qualche paese europeo che voglia accoglierli. Sanno già che una volta arrivati alle porte dell'Ungheria, dovranno pagare 1500 euro a qualche trafficante di uomini per attraversare la frontiera clandestinamente.

Per il momento la situazione ai confini è tornata tranquilla dopo le scene di vergogna mondiale della settimana scorsa. I profughi passano, vengono assistiti e poi proseguono oltre. Siamo solo all'inizio però, altri migranti stanno arrivando e altri ancora continueranno ad arrivare mettendo in allarme gli altri paesi vicini. La Bulgaria si è dichiarata pronta a contenere l'ondata migratoria mettendo in allerta le forze speciali. Il primo ministro croato, il socialdemocratico Milanovic ha invece dichiarato che il suo paese è pronto ad accogliere i profughi in base a quelle che sono le proprie possibilità. “Non si tratta di sacchi di patate ma di persone disperate che non possiamo attendere con i manganelli in mano come successo in Macedonia.” Al di là delle posizione dei vari stati, sarà difficile fermare decine di migliaia di persone disposte anche a morire pur di raggiungere una vita degna in qualche angolo d'Europa.

di Marko Urukalo

Macedonia: stop towards fortress Europe

  • Martedì, 25 Agosto 2015 13:27 ,
  • Pubblicato in Flash news

Melting Pot
25 08 2015

Macedonia: stop towards fortress Europe
Un documentario che racconta quello che non abbiamo visto a Gevgelija

Non sono mancate in questi giorni sui media mainstream e sui social network le informazioni e le immagini dal confine tra la Macedonia e la Grecia, a Gevgelija.

Poco o niente si è saputo degli attivisti e delle Ong che prestano il loro aiuto per sostenere i rifugiati.

Pubblichiamo il film-documentario "Crossing Borders" di Michal Pavlásek che si concentra sulla situazione alle frontiere tra la Grecia e la Macedonia (Gevgelija) e tra Serbia e Macedonia (Tabanovci), sui rifugiati, le organizzazioni (Legis, Nun) che distribuiscono gli aiuti, l’attivismo e gli stereotipi.

Le immagini sono state girate nel luglio 2015, le fotografie scattate a Gevgelija il 9 e l’11 luglio.

 

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