×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 407

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

Left
07 10 2015

Sulla Novaja Gazeta lei raccontava quello che vedeva. Né più e, soprattutto, né meno. Perché questo era il dovere di un giornalista, per lei, Anna Stepanovna Politkovskaja.

Scriveva della Cecenia, dell’occupazione indebita russa del territorio, e scriveva della continua lesione dei diritti umani e civili della popolazione. Andava, vedeva i proiettili e le ferite sui muri e sulle persone, viveva con loro, con entrambe: ferite e persone. E scriveva. Degli ospedali, dei militari, russi e ceceni, dei campi profughi.

E ogni suo articolo era una denuncia ben precisa, che arrivava dritta non solo al cuore di chi la leggeva, ma anche alla “sensibilità” del potere. Arrivava a Putin, bersaglio principale assieme al suo governo dei suoi reportage e soprattutto di libri molto critici (Come per esempio A Small Corner of Hell: Dispatches From Chechnya, 2003 – Cecenia, il disonore russo) sulla conduzione della guerra. In Cecenia, in Daghestan, in Inguscezia

Non erano attacchi politici, quelli di Anna: erano resoconti, brandelli ricostruiti di realtà. Perché Anna è «una persona che descrive quello che succede a chi non può vederlo».

Non solo: te lo fa sentire. Leggendo le sue righe, cammini nella steppa russa, nei gelidi inverni ceceni, nelle case dei profughi buie come tane di topi. E questo da fastidio. Far vedere la realtà al mondo, per l’equilibrio di un potere dittatoriale è ben più pericoloso di qualsiasi minaccia o sanzione di organismi internazionali; di qualsiasi dichiarazione di leader europei o statunitensi.

Per questo motivo, la sera del 7 ottobre 2006, Anna Politkovskaja, smetterà di scrivere. L’hanno fermata con un proiettile in testa, nell’ascensore della sua abitazione a Mosca, mentre tornava a casa. È il giorno del compleanno di Vladimir Putin. Coincidenze. Il giorno dopo, la polizia russa sequestrò il computer della cronsita con tutto il materiale dell’inchiesta che la giornalista stava compiendo. Coincidenze. Il mandante dell’omicidio non è mai stato scoperto. Coincidenze.

Minacce di morte e tentativi di avvelenamento ne aveva collezionati. Sapeva di camminare sotto mira, e che sarebbe stato fatto di tempo. Tanto che nel 2005, un anno prima di essere assassinata, in una conferenza di Reporter Senza Frontiere a Vienna sulla libertà di stampa, denuncia:

«Certe volte, le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano. Infatti, una persona può perfino essere uccisa semplicemente per avermi dato una informazione. Non sono la sola a essere in pericolo e ho esempi che lo possono provare. »
In ogni caso, purtroppo per chi pensava di eliminarne l’azione dirompente, l’assassinio della giornalista della Gazeta ne ha fatto un simbolo che ha mobilitato perfino la grigia e omertosa gelida opinione pubblica russa e portando il suo lavoro a conoscenza del mondo intero, amplificandone ancor di più il valore e l’operato.

Fare il giornalista in Russia è diventato sempre più pericoloso a partire dagli anni 90. L’assassinio di Anna Politkovskaja ebbe enorme risonanza e fu, di fatto, uno dei primi casi a portare alla luce e far discutere l’opinione pubblica mondiale del tema.

Prima che Anna Politkovskaja venisse ammazzata sulle scale del palazzo in cui abitava, il 7 ottobre 2006, soltanto chi si interessava da vicino alle guerre cecene conosceva il nome di questa giornalista coraggiosa, dichiarata avversaria della politica di Vladimir Putin. Da un giorno all’altro, il suo volto dall’aria triste e decisa è diventato in Occidente un’icona della libertà d’espressione.

Ma Anna non è stata la sola, le fonti russe parlano di oltre 200 uccisioni, anche se i rapporti pubblicati fin ora dalle organizzazioni internazionale parlano “solo” di diverse dozzine di omicidi. In particolare l’International Federation of Journalists ha commissionato un’ampia inchiesta in merito e reso pubblico un database online che documenta la morte o la sperizione in Russia di circa 300 giornalisti a partire dal 1993.
Oltre a una forte campagna per la libertà di stampa e la tutela di chi fa informazione, l’IFJ ha fornito anche una guida a disposizione dei reporter la cui vita è messa a rischio da inchieste e articoli sui quali stanno lavorando.

Non solo per mano di Putin.

A rischiare la vita per raccontare i fatti sono in molti anche fuori dalla Russia. Come la Politkovskaja sono stati uccisi molti altri giornalisti in tutto il mondo. In Messico per esempio la desaparecion non sembra essere un fenomeno solo del passato e le proteste contro le autorità politiche e la polizia colluse con i trafficanti di droga e colpevoli della sparizione forzata di molti reporter. L’ultima in ordine temporale è l’appello #MexicoNosUrge rivolto all’Unione Europea per intervenire e tutelare i giornalisti in pericolo. Infatti, in questi ultimi cinque anni, durante il governo del priista Javier Duarte de Ochoa sono stati assassinati 15 giornalisti e tutti gli omicidi sono rimasti impuniti.

Tornano alla mente però anche tutti quei giornalisti uccisi nel nostro Paese per mano della Mafia, della Camorra, della Ndrangheta, del terrorismo o di giochi politici sui quali ancora non è stata fatta chiarezza.

C’è per esempio Peppino Impastato, voce di Radio Aut, dalla cui vita è stato tratto il film di Marco Tullio Giordana “I cento Passi”. Ucciso dalla mafia perché ormai sapeva troppo. Come lui Cosimo Cristina, cronista dello storico quotidiano parlemitano “L’Ora” – un punto fermo nella lotta contro le cosche siciliane – assassinato nel 1960 a Termini Imerese. Lo stesso destino toccò anche ai suoi colleghi di testata Mauro De Mauro e Giovanni Spampinato.

C’è stato anche, Giancarlo Siani, corrispondente de “Il Mattino di Napoli“, impegnato in un’inchiesta sui  traffici illeciti della camorra e sul punto di pubblicare un libro che denunciava i rapporti fra politica e criminalità degli appalti nella gestione degli appalti post-terremoto dell’Irpinia, prima di essere “fatto fuori” a soli 26 anni con 10 colpi di pistola alla testa mentre era a bordo della sua Citroën Méhari.

Anche il terrorismo ha avuto le sue vittime nel mondo dell’informazione. Carlo Casalegno, vice direttore de La Stampa, fu assassinato nel 1977 dalle Br perché insisteva a scrivere dalle colonne della sua rubrica che non andava concessa tolleranza o impunità ai gruppi violenti. Stessa fine di Casalegno per Walter Tobagi del Corriere della Sera che, in quelli che erano gli anni di piombo, era solito riflettere  sulla responsabilità del giornalista di fronte all’offensiva delle bande terroristiche. Tobagi non poté parlare a lungo perché eliminato dalla Brigata XXVIII marzo, un gruppo terroristico di estrema sinistra.

Ma un altro tratto è comune a tutte queste vite: il coraggio di lottare per la libertà e di raccontare le cose come stanno. Come diceva Anna.

Giorgia Furlan, @GioGolightly
Ilaria Giupponi, @Giupsy

Chi è questo qualcuno resta un mistero. Il motivo appare evidente: gli articoli della Politkovskaia con le denunce della violenza contro i civili nella seconda guerra cecena, delle torture e dei sequestri per mano delle truppe russe ...

Corriere della Sera
09 06 2014

La giornalista russa è stata assassinata il 7 ottobre 2006: pena perpetua per l’esecutore e l’organizzatore dell’agguato
di Redazione Online

Il tribunale di Mosca ha condannato tutti e cinque gli imputati nel terzo processo per l’omicidio della giornalista Anna Politkovskaia e ha optato per l’ergastolo per due di loro: il presunto killer Rustam Makhmudov e il presunto organizzatore, suo zio Lom-Ali Gaitukayev.

Altre tre condanne
Pene detentive dai 12 ai 20 anni per gli altri tre imputati (I fratelli di Makhmudov Ibragim e Dzhabrail a 12 e 14 anni, l’ex agente di polizia Sergei Khadzhikurbanov a 20). Il processo si era celebrato a fine maggio con il riconoscimento della colpevolezza dei cinque, e lunedì è stata resa nota l’entità della sentenza. In passato, in un altro processo, è stato condannato a 11 anni di reclusione un ex ufficiale di polizia, Dmitri Pavliucenko, che aveva confessato di aver organizzato il pedinamento della Politkovskaia. Il magistrato ha inoltre soddisfatto la richiesta dei familiari della Politkovskaia di un risarcimento danni di cinque milioni di rubli (poco più di 100.000 euro).

Mandanti ignoti
Il ceceno Makhmudov è stato ritenuto colpevole d’aver sparato alla giornalista il 7 ottobre 2006 mentre tornava a casa, mentre Gaitukayev avrebbe pianificato l’agguato, avvenuto nell’androne dell’abitazione. Il mandante, o i mandanti, non sono invece stati ancora identificati. E Ilia, uno dei figli di Politkovskaia, ha sottolineato che trovarlo, o trovarli, «è la cosa più importante».

Contro l’intervento in Cecenia
Politkovskaia, acerrima nemica di Vladimir Putin, aveva 48 anni e lavorava per il giornale Novaya Gazeta ed era diventata celebre per i suoi reportage e inchieste sulle violazioni dei diritti umani in Russia e in Cecenia

La Repubblica
14 11 2013

Tre giurati popolari malati o con impegni di lavoro fanno mancare il numero legale. Così il Tribunale di Mosca azzera il nuovo processo per l'assassinio della giornalista in attesa di una nuova giuria il 14 gennaio. Sul banco degli imputati quattro ceceni e un ex dirigente della polizia di Mosca. Ignoto, ad oggi, il mandante.

I giurati danno forfait, ufficialmente per motivi di lavoro o salute, e il processo per l'assassinio della giornalista Anna Politovskaia viene azzerato in attesa che sia nominata una nuova giuria popolare il 14 gennaio. Lo ha deciso oggi il Tribunale cittadino di Mosca che stava celebrando il nuovo procedimento, aperto lo scorso 24 luglio, contro i presunti autori dell'omicidio, quattro ceceni e un ex ufficiale del polizia di Mosca. Lo scrive l'agenzia di stampa Interfax.

Il procuratore Maria Semenenko aveva chiesto in precedenza lo scioglimento della giuria perché tre giurati avevano notificato di non poter continuare a partecipare alle udienze per motivi di salute o di lavoro. Rinuncia che aveva fatto scendere il numero dei giudici popolari sotto la quota legale di 12, rendendo impossibile la continuazione del processo. Il presidente del Tribunale non ha potuto fare altro che sciogliere la giuria per nominarne una nuova.

Anna Politkovskaya fu assassinata nell'ottobre del 2006 nell'ascensore di casa. Giornalista famosa e scomoda, la Politkovskaya, una spina nel fianco dell'establishment politico di Mosca soprattutto per i suoi articoli sulla guerra in Cecenia e per la sua posizione critica nei confronti del presidente russo Vladimir Putin.

Il processo aperto lo scorso luglio inizialmente era stato boicottato dai figli della giornalista, Ilia e Vera, che accusavano la Corte di aver scelto i giurati senza consultarli. Poi i due giovani hanno deciso di partecipare alle sedute del Tribunale.

Uno degli imputati, Lom-Ali Gaitukayev, è accusato di aver organizzato, per conto di un mandante a oggi ignoto, l'assassinio della giornalista della Novaya Gazeta. Gaitukayev avrebbe reclutato un ex poliziotto di Mosca, Dmitri Pavliushchenkov, l'ex dirigente della polizia Sergei Khadikurbanov e i fratelli ceceni Rustam, Dzhabrail e Ibragim Makhmudov, presunti esecutori materiali dell'omicidio.

Nel primo processo, concluso nel 2009, due fratelli, Ibragim e Dzhabrail Makhmudov, erano stati assolti per insufficienza di prove insieme a Khadzhikurbanov, mentre Rustam Makhmudov era ancora latitante e Gaitukayev era stato sentito solo in qualità di testimone.

Poi, nel 2010, la Corte Suprema russa aveva annullato la sentenza per gravi vizi procedurali e pochi mesi dopo, accogliendo un ricorso della famiglia Politkovskaia, aveva sospeso il processo bis appena iniziato, inviando gli atti alla procura per unificarli con l'inchiesta sul mandante e sul presunto killer, Rustam Makhmudov, nel frattempo catturato in Cecenia.

In un processo stralcio, l'ex poliziotto Pavliushchenkov, pur collaborando con la giustizia, è stato condannato a 11 anni di carcere duro per aver pedinato la vittima, partecipato all'organizzazione del delitto e fornito l'arma al killer.

Anna Politkovskaja, le parole per dirlo

Corriere della Sera
05 03 2013

di Maria Serena Natale

Uno sguardo pietoso su un mondo che crolla. Quello di Anna Politkovskaja, la giornalista russa che scelse di stare dalla parte dei deboli e perduti, uccisa nel 2006 a 48 anni. Lo stesso di Lars Norén, lo scrittore e drammaturgo svedese che firma la pièce in scena in questi giorni nello spazio potente delle Officine Creative Ansaldo di Milano, “Anna Politkovskaja. In memoriam”, per la prima volta in Italia, regia di Salvino Raco.

La parola teatrale si riempie della presenza di Anna restituendo alla memoria il significato più alto di fede tramandata e sforzo rinnovato. Il testo scava nella vita che si rivolta contro se stessa in case diventate galere, covi infetti di umiliazione e supplizio, “oscurità che perfora le mani” e divora uomini-bestie, crocifissi, donne impotenti e violate. “Luci nere”, s’intitola il percorso fotografico di Elia Festa che accoglie il pubblico in sala.

La presentazione del progetto, ieri a Milano, è stata l’occasione per una riflessione a più voci sulla possibilità di risalire alle radici della violenza sulle donne e di ogni forma di sopraffazione, della ferocia dell’uomo contro l’uomo. Un nodo che per essere sciolto ha bisogno di una nuova alfabetizzazione emotiva, per gli uomini come per le donne, di un’educazione alla pietà e alla relazione che comincia in famiglia e deve estendersi alla scuola, all’università, ai luoghi del dibattito pubblico.

    Quale contributo può venire dall’arte? Quanto può ricucire la parola che ritrova il senso, la visione che comprende e mette in relazione?
Le storie di violenza sono spesso storie di un mancato riconoscimento: non saper riconoscere il proprio posto nel mondo né il proprio diritto a una soggettività libera di esprimersi e fiorire, e non trovare le parole per dirlo.

facebook