Una bella giornata non cancella il quotidiano

  • Mercoledì, 04 Marzo 2015 11:08 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
04 03 2015

Archi­viata la par­te­ci­pa­tis­sima mani­fe­sta­zione del 28 feb­braio, che ha visto 30 mila romani e non riem­pire le vie del cen­tro, frutto di una cam­pa­gna cit­ta­dina che ha coin­volto un po’ tutte le aree di movi­mento ognuna con le pro­prie carat­te­ri­sti­che e moda­lità, il quo­ti­diano ci riporta alle prese con il raz­zi­smo e l’intolleranza, spesso ali­men­tato da que­gli stessi media che hanno pro­vato ad offu­scare sia la mani­fe­sta­zione anti­raz­zi­sta e anti Mat­teo (sia Sal­vini che Renzi) che il flop della mani­fe­sta­zione fascio­le­ghi­sta inca­pace di riem­pire anche solo metà Piazza del Popolo.

Pre­messo che nes­suno crede che una mani­fe­sta­zione, per quanto riu­scita, possa spo­stare chissà di quanto un’opinione pub­blica ormai ten­den­zial­mente raz­zi­sta e xeno­foba, deso­lante è vedere che nean­che a distanza di 24h il circo media­tico intorno a Sal­vini e ai fascio­le­ghi­sti è ripar­tito se non iden­tico a prima con molto più vigore. Evi­den­te­mente visto il flop biso­gna spin­gere ancor di più il Mat­teo lom­bardo a diven­tare l’unica vera alter­na­tiva a Mat­teo Renzi, per la feli­cità di entrambi i Matteo.

La mat­tina dopo il 28 feb­braio, sulla home del Cor­riere della Sera, che dedi­cava pochis­simo spa­zio alla mani­fe­sta­zione dei Movi­menti, c’era un arti­colo deci­sa­mente ridi­colo: “Social: Sal­vini rad­dop­pia i fan e lan­cia la sfida a Renzi”. Eppure la piazza reale ha abbon­dan­te­mente dimo­strato di essere qual­cosa di com­ple­ta­mente diverso e non di com­ple­men­tare a quella vir­tuale ma a Via Sol­fe­rino pro­ba­bile non gli sia arri­vata voce. Tanto quanto a via Sol­fe­rino non si sono accorti dei con­ti­nui appelli a chia­mare e a mole­stare quelle strut­ture che ospi­tano i migranti pub­bli­can­done il numero di tele­fono. Nel frat­tempo Sal­vini ieri sera appa­riva a Porta a Porta da Vespa men­tre Buo­nanno, fami­ge­rato euro­par­la­men­tare leghi­sta che fa del raz­zi­smo una pra­tica poli­tica, si esi­biva in uno squal­lido show anti-rom nello stu­dio del “demo­cra­tico, anti­fa­sci­sta e pro­ba­bil­mente di sini­stra” Cor­rado For­mi­gli, non nuovo dall’ospitare per­so­naggi “dubbi”. Uno spet­ta­colo inde­gno, con­clu­sosi con il leghi­sta che urlava con­tro una donna rom. Ma il pro­blema è Buo­nanno che si può per­met­tere di urlare “fec­cia” con­tro una donna per­ché rom o chi lo invita ad esi­bire que­sti disgu­stosi tea­trini da terzo reich? Di sicuro il pro­blema è anche che Buo­nanno inter­pe­tra una parte di opi­nione di que­sto paese, quella dei raz­zi­sti. Com­presi quelli del “non sono raz­zi­sta ma…” e ne tro­vate alcuni splen­didi esem­plari tra i com­men­ta­tori della noti­zia del circo Buo­nanno, sulla pagina del Corsera.

Che in ita­lia si sia perso il senso e il valore dell’antirazzismo e anti­fa­sci­smo lo ave­vamo capito già da un po’. E lo si è perso anche per­ché quelle forze che si pre­sen­tano come “sin­cere demo­cra­ti­che” sono le prime ad averlo abdi­cato a favore di poli­ti­che popu­li­ste che danno con­senso. Altri­menti un Chaouki Kha­lid che ieri sera urlava su twit­ter di cac­ciare dallo stu­dio di For­mi­gli il suo col­lega Buo­nanno non si sarebbe sca­gliato sabato via face­book con­tro “estre­mi­sti e vio­lenti che pen­sano di fron­teg­giarsi sulla pelle della nostra città.”. Già. Per Kha­lid, respon­sa­bile immi­gra­zione del PD, la mani­fe­sta­zione mul­tiet­nica, anti­raz­zi­sta e anti­fa­sci­sta che par­tiva da piazza Vit­to­rio era pari a qual­che cen­ti­naio di fasci­sti che si era radu­nato sotto Casa­pound per poi rag­giun­gere Piazza del Popolo. E’ evi­dente, ancora una volta, come il raz­zi­smo non è sem­pli­ce­mente una que­stione di pelle o di paese di pro­ve­nienza, bensì una que­stione di classe. Comun­que com­pli­menti vivis­simi al depu­tato demo­cra­tico visto che magari in quello stesso cor­teo avranno tro­vato rifu­gio e spa­zio anche degli elet­tori del PD che a que­sto punto spero si inter­ro­ghino viva­mente su come eser­ci­tano quel diritto.

Del resto, la prova che il clima di intol­le­ranza è gene­rale e gene­ra­liz­zato, col­pi­sce i migranti, i diversi, i poveri, spesso gra­zie a causa di un clima creato ad arte, dove la lotta al “degrado” e la difesa del decoro diven­tano il ter­ri­to­rio per sedi­centi blog­gers che infiam­mano una città già infiam­mata e incat­ti­vita di suo. Dice bene Tamara Hitch autrice del libro “Con­tro il decoro. L’uso poli­tico della decenza” quando afferma che “Povertà e disa­gio sono pro­dut­tori di insi­cu­rezza, sia per chi è povero, sia per chi ha paura di diven­tarlo (un ceto medio oggi peri­co­lo­sa­mente sul bilico del bara­tro). E dun­que si trac­ciano, o si cerca di trac­ciare, con­fini tra chi è ancora “den­tro” e chi già sta “fuori”. Alcuni di que­sti con­fini sono mate­riali: muri, gated com­mu­ni­ties, ecc. Altri sono sim­bo­lici, e si rifanno pre­ci­sa­mente alla reto­rica del “decoro”, con la quale si divi­dono i “per­bene” dai “per­male”. Paura e insi­cu­rezza sono sen­ti­menti reali e dif­fusi, e, come molte ricer­che mostrano, hanno a che fare con pro­cessi che hanno mutato in pro­fon­dità le con­di­zioni di vita di mol­tis­simi di noi (pre­ca­riz­za­zione del lavoro, disoc­cu­pa­zione, migra­zioni, ecc.). Que­sti sen­ti­menti ten­dono a venir vei­co­lati, come spesso suc­cede, verso capri espia­tori (i migranti, gli “zin­gari”, le pro­sti­tute di strada…). Se leg­giamo le giu­sti­fi­ca­zioni di molte ordi­nanze sin­da­cali, vediamo benis­simo che i sin­daci sono con­sa­pe­voli di dover affron­tare non tanto l’insicurezza, ma la sua per­ce­zione da parte dei cit­ta­dini. Ossia, sanno che l’insicurezza dif­fusa non ha a che fare con la con­si­stenza reale della micro­cri­mi­na­lità, con le minacce reali all’incolumità delle per­sone e dei loro beni: tant’è che par­lano, appunto, di insi­cu­rezza ‘percepita’.”

E allora non sor­pren­dia­moci se oggi sul Mes­sag­gero il pestag­gio di un clo­chard nel quar­tiere Tra­ste­vere viene rele­gato alla “movida vio­lenta” come se non fosse il frutto di una intol­le­ranza gene­rale e viva che esi­ste nel paese reale tanto quanto in quello vir­tuale, dove trae forza e argo­menti, dove si carica emo­ti­va­mente pronta poi a sfo­garsi col mal­ca­pi­tato di turno bensì degli eccessi del sabato sera. Meno di un’ora fa sem­pre Sal­vini scri­veva su face­book “Norme più severe con­tro l’accattonaggio e la carità mole­sta, e più poteri ai Sin­daci. Vit­to­ria della Lega”. Appunto.

Riu­scire a deco­struire quest’immaginario raz­zi­sta costruito da media e poli­tica, diven­tato ter­reno e opi­nione poli­tica, è una sfida enorme. Lo si può fare solo attra­verso la poli­tica, nei quar­tieri popo­lari, sui posti di lavoro, nelle scuole dove migranti e ita­liani lot­tano per gli stessi diritti, senza che i secondi si sen­tano inse­diati dai primi, dove ricom­porre quella com­po­nente di classe che crea appar­te­nenza più del tifare la stessa squa­dra di cal­cio. Que­sta è la sfida da raccogliere.

Botte al clochard dopo il comizio di Salvini

  • Lunedì, 02 Marzo 2015 16:20 ,
  • Pubblicato in Flash news

Popoff
02.03.2015

Roma, la denuncia a Popoff di un volontario: un ragazzo ospite di una casa famiglia è in ospedale pestato da quattro giovanissimi. Un senza dimora: «Che non lo sai? Sono stati i fascisti»

Dove sta Andrea? I volontari della casa famiglia lo hanno cercato con apprensione perché non era rientrato a dormire sabato notte finché Roberto, trentacinquenne calabrese che dorme sotto certi portici a Trastevere, ha gelato le speranze dei volontari: «Che non lo sai, l’hanno pestato i fascisti!». Andrea, 48 anni, ospite di una casa famiglia, adesso è al San Camillo dopo essere stato pestato sabato notte pare da quattro cinque ragazzi «molto giovani», come ha spiegato un altro testimone, un rumeno che dorme a Santa Maria in Trastevere. Andrea è in medicina d’urgenza con un trauma cranico facciale.

Probabilmente dovrà subire un’operazione. A Roberto il calabrese è andata meglio, gli aggressori hanno “solo” trafugato e buttato via tutti i suoi vestiti. E’ allarme tra le associazioni di volontariato romano dopo questo episodio avvenuto la sera in cui, per il centro della Capitale, scorazzavano gruppi di ragazzotti reduci probabilmente dalla kermesse di Salvini e dei suoi alleati di Casapound. Stasera, nei “giri dei panini” delle associazioni, continuerà il monitoraggio per appurare evntuali altre vittime dei raid.

Il Fatto Quotidiano
02.03.2015

L’hip hop non è una cultura neutrale. Nato nelle periferie afroamericane, rifiuta per definizione il razzismo e porta in sé la scintilla del riscatto personale e sociale fin dal giorno uno. Probabilmente la matrice politica che ha finisce qui, visto che negli anni si è ammantato dei contenuti più diversi e confliggenti tra di loro, finendo per essere a volte anche superficiale ed edonista se non addirittura icona del consumismo a stelle e strisce. Fare hip hop non significa necessariamente condividere il grido “combatti il potere” lanciato dai Public Enemy, ma ciò non significa che non ci siano dei confini che la nostra comunità deve considerare inviolabili.

Ora, non è vero che il rap italiano oggi rischia di diventare razzista, e non sarò io a suonare questo falso campanello d’allarme. Ma il rap italiano rischia diventare indifferente, e questa è una cosa quasi altrettanto inaccettabile. Lo spunto di riflessione mi viene da quanto successo negli ultimi giorni, quando alcuni artisti underground (tra cui ovviamente anch’io) si sono esposti in prima persona per sostenere #MaiConSalvini, la manifestazione antirazzista ed antifascista che si è svolta a Roma sabato 28. Alcuni rapper hanno ricevuto, in maniera abbastanza inaspettata, insulti e pseudo-minacce per questa presa di posizione. Uno dei bersagli principali è stato uno degli artisti più stimati del sottosuolo romano, Lucci

Dall’altro lato, Casapound e l’estrema destra stanno mirando ad intercettare le culture giovanili, e dopo aver invaso i muri delle città con grotteschi manifesti in cui prova a rivendicare Rino Gaetano e Che Guevara, ha organizzato dei tentativi (a dire il vero altrettanto grotteschi) di serate hip-hop e convention di graffiti – quest’ultima cosa è la più ridicola di tutte, visto che fino a ieri i camerati erano i tutori dell’ordine che organizzavano le spedizioni punitive contro i writer.

Dal mio punto di vista, quello che sta accadendo è semplice: il rap è diventato un genere mainstream che ascoltano più o meno tutti i ragazzi, tra cui ovviamente c’è qualcuno abbastanza scemo o confuso da dichiararsi fascista o razzista e da aderire a gruppi che rivendicano queste porcherie. Perché la scena non prende posizione in modo compatto? Perché sono pochi i rapper a dichiararsi antifascisti o antirazzisti? Forse sono io ad essere malfidato, ma ho il fortissimo sospetto che in alcuni casi ci sia paura ad esporsi per non perdere fan, visualizzazioni su YouTube, copie vendute, e così via.

In un contesto effettivamente diverso, la scena hip hop statunitense si è schierata in maniera quasi univoca a fianco di Occupy Wall Street, e ha continuato a vendere dischi e a fare concerti senza alcun problema. Anzi, ne è uscita rafforzata e più autorevole, avendo dato la prova di poter essere una parte positiva ed importante nel progresso della società.

Ora, la richiesta che, senza mezzi termini, faccio alla scena hip hop italiana nella sua interezza è una scelta di rifiuto del fascismo e del razzismo in ogni forma. Dobbiamo dire che non vogliamo i fascisti ed i razzisti né ai nostri concerti né sulle nostre pagine Facebook. Nei dischi possiamo parlare di rivoluzione – come faccio io – come anche di canne e ragazze, ma non dobbiamo dare nemmeno per sbaglio la possibilità ai nostri nemici di infiltrarsi nella nostra cultura. È il 2015. Siamo pronti ad esporci?

Il Fatto Quotidiano
02.03.2015

Lo stato davvero deplorevole dell’informazione in Italia, mentre Berlusconi, protetto da Renzi, acquisisce nuovi strumenti, dalle torri televisive a RCS, è ben illustrato dalle reazioni di stampa e televisioni alle manifestazioni svoltesi ieri a Roma.

E’ chiaro a tutti e confermato anche dalle cifre fornite, che il grande corteo , formato prevalentemente da giovani, che ha percorso le vie di Roma in opposizione al comizio di Salvini e Casa Pound in piazza del Popolo, ha abbondantemente surclassato quest’ultimo, non solo, com’era ovvio, in termini di contenuti politici, ma anche di partecipanti. Successo tanto più notevole se si pensa che si trattava di una mobilitazione solo romana a fronte della manifestazione nazionale convocata da Salvini & C. nel tentativo di proporsi come leader della destra disorientata e sconfitta da Renzi che ha fatto propri tutti i contenuti di destra, a cominciare dal sostegno a spada tratta a qualsiasi iniziativa e desiderio imprenditoriale.

Eppure la stampa e i media in genere hanno accordato molta più attenzione al becero scimmiottatore di Marine Le Pen che ai suoi antagonisti. Sembra quasi che in questi casi i media rispondano, più che alla realtà dei fatti che dovrebbero registrare, a una sorta di copione scritto in precedenza. Lo stesso copione, per intenderci, che ha fatto di Matteo Salvini (insieme al suo omonimo fiorentino) la star dei salotti televisivi. Una sorta di carta riserva dei poteri forti, una volta che, come appare inevitabile, l’altro Matteo, nel giro di qualche anno, dovesse miseramente fallire il suo tentativo.

Nulla di nuovo in realtà. Il tentativo di dividere il popolo, introducendo nel suo seno i veleni del razzismo e della contrapposizione, fa parte del codice fondativo della Lega. Abbandonato, almeno per il momento, lo sciagurato obiettivo della secessione del Nord, essa tenta di riciclarsi in veicolo delle frustrazioni degli italiani maltrattati dalla crisi e dalle politiche distruttive adottate su scala europea, A tale fine essa indica due obiettivi: l’Europa e i migranti, ma si guarda ovviamente bene dal mettere realmente in discussione l’assetto dei poteri costituiti di cui è fino in fondo servo e strumento.

Quanto all’Europa, è ovviamente giusto prendersela con l’istigatore all’evasione fiscale Juncker, Frau Merkel e il loro codazzo di yesmen fra i quali Renzi. Ma per rilanciare un’unione diversa tra i popoli europei a cominciare da quelli mediterranei, non già per rispolverare il più trito nazionalismo, come fanno per l’appunto Marine Le Pen in Francia e, paradossalmente, Salvini, con i residuati di Fratelli d’Italia e qualche neonazista più o meno bene camuffato.

Quanto ai migranti, occorre, come ho sempre fatto, litigando con razzisti doc e persone dal cervello confuso e inadeguato, affermarne il ruolo fondamentale per la costruzione dell’Italia e dell’Europa di domani. Ruolo che stanno già assolvendo in termini di contributo alla natalità e all’economia e che deve trovare il giusto riconoscimento su tutti i piani, incluso quello della cittadinanza.

E’ la stessa biologia del resto a insegnarci che la riproduzione sessuata, consentendo la mescolanza del patrimonio genetico, contribuisce al miglioramento della razza umana. E coloro che vaneggiano di purezza razziale sono destinati a fare una brutta fine e ad alimentare, come fecero i nazisti, i peggiori orrori del secolo passato.

Una delle principali scommesse che abbiamo di fronte è quella dell’integrazione dei migranti, basata su di una cultura comune che spazzi via ogni fondamentalismo e ogni razzismo (compresi ovviamente quelli dei banditi terroristi dell’Isis e simili come hanno fatto i Kurdi ed altri a Kobane).
Tale cultura comune deve essere basata sul dialogo, l’accoglienza, la lotta contro i veri nemici a cominciare dal potere finanziario, la solidarietà e l’universalità dei diritti a cominciare da quelli sociali. Tutti contenuti affermati nella giornata di ieri dal grande corteo di oltre ventimila giovani su cui purtroppo i media hanno voluto stendere un inammissibile velo di ignoranza, venendo a meno alla loro funzione di garantire una corretta informazione.

 

A Roma in 30 mila urlano: "Mai con Salvini"

Il Manifesto
02.03.2015

Una città aperta. Il successo del corteo contro il flop dei «fascioleghisti» radunati a piazza del Popolo. L’imponente affermazione di una piazza democratica e anti-razzista dimostra l’esistenza di un’altra opposizione alle politiche neoliberiste di Renzi e del Pd. «In piazza oggi c'è la Roma gioiosa che "po esse piuma e po esse fero e che oggi è stata piuma"»

Vole­vano dimo­strare di essere almeno uno in più dei fascio­le­ghi­sti che mani­fe­sta­vano a piazza del Popolo. Ci sono riu­sciti e, con ogni pro­ba­bi­lità, li hanno anche dop­piati. Senza rim­borsi elet­to­rali, o un invito in un talk-show serale, ieri a Roma gli orga­niz­za­tori di una mani­fe­sta­zione cit­ta­dina demo­cra­tica e anti-fascista hanno bat­tuto nume­ri­ca­mente il comi­zio nazio­nale fascio­le­ghi­sta che ha visto pro­ta­go­ni­sta Mat­teo Sal­vini. Almeno 30 mila per­sone hanno rispo­sto all’appello della cam­pa­gna «Mai­Con­Sal­vini» lan­ciata più di un mese fa da un car­tello pro­mosso dai movi­menti sociali.

Tra piazza Vit­to­rio e Campo de’ Fiori la vit­to­ria poli­tica schiac­ciante di un cor­teo auto-organizzato, senza l’appoggio di car­telli politico-sindacale ma con l’evidente par­te­ci­pa­zione della sini­stra dif­fusa e di molti gio­vani e stu­denti, è stata con­fer­mata da una deci­sione ine­dita, almeno per la sto­ria recente dei cor­tei nella Capitale.

Arri­vati in Corso Vit­to­rio Ema­nuele poco dopo le cin­que del pome­rig­gio, uno degli spea­ker della mani­fe­sta­zione ha annun­ciato un’inversione a «U» dal camion che pre­ce­deva il gigan­te­sco stri­scione di aper­tura dise­gnato dal fumet­ti­sta Zero­cal­care. Campo de’Fiori e, via de’Baullari, desti­na­zione uffi­ciale del cor­teo non avreb­bero potuto con­te­nere una mani­fe­sta­zione così ampia. «La coda del cor­teo diventa testa — è stato detto — e vice­versa». Il cor­teo è tor­nato sui suoi passi in dire­zione Fori impe­riali per scio­gliersi al Colos­seo, tra le luci ocra dell’isola pedo­nale. In una sola mossa, e senza sforzi, è stata bat­tuta la sur­reale cam­pa­gna di cri­mi­na­liz­za­zione con­dotta dai gior­nali della destra cit­ta­dina (si sta ancora cer­cando l’«uomo bomba» che avrebbe dovuto farsi esplo­dere in piazza del Popolo) ed è stata impar­tita una severa lezione alle vel­leità poli­ti­che nazio­nali di Salvini.

«A Roma non puoi scen­dere in piazza con Casa Pound e con qual­che rot­tame poli­tico della destra ex ber­lu­sco­niana. Que­sta rispo­sta è oltre ogni aspet­ta­tiva. Per Roma è una gior­nata sto­rica, da anni non si vedeva una par­te­ci­pa­zione così com­patta» è stato il ragio­na­mento fatto al micro­fono alla testa del cor­teo. Una scelta infe­lice, quella di Sal­vini, con­fer­mata dai video e dalle foto pub­bli­cate sui social net­work già nel pome­rig­gio. Una delle bat­tute più bef­farde e popo­lari che ieri veni­vano rilan­ciate è stata quella dell’attore Mario Brega. Ripor­tarla è utile per dare un’idea del clima che si respi­rava nel cor­teo: «In piazza oggi c’è la Roma gio­iosa che “può esse piuma e può esse fero e che oggi è stata piuma”».

Lo sbarco del movi­mento «Noi con Sal­vini» nella Capi­tale dovrà essere ripen­sato. Per il momento è un flop. Il cor­teo romano ha dimo­strato che lo schema media­tico che con­trap­pone il raz­zi­smo neo-sovranista della Lega alle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste di Renzi è ina­de­guato. Esi­ste un’altra oppo­si­zione, ben più ampia e vigile sugli effetti dell’austerità, che lo eccede. «Que­sto suc­cesso con­se­gna una grande respon­sa­bi­lità a coloro che hanno orga­niz­zato il cor­teo – ci rac­conta un atti­vi­sta dei cen­tri sociali romani — La pre­senza dei neo­fa­sci­sti nelle peri­fe­rie e nella città non viene can­cel­lata oggi, biso­gna con­ti­nuare a essere pre­senti sul ter­ri­to­rio e impe­gnarsi in una bat­ta­glia di lunga durata».

La gior­nata di pro­te­sta che ha unito cen­tri sociali e movi­menti per la casa, stu­denti, Cobas, Anpi, No Tav, il Roma Pride, Rifon­da­zione e Sel, l’Altra Europa con Tsi­pras era ini­ziata con un’iniziativa inau­dita. Via Napo­leone III, la strada dove ha sede Casa Pound, era stata chiusa da una grata lunga venti metri e alta quasi dieci di colore blu. Una scena da G8 di Genova. Cpi era inol­tre pro­tetta da un camion-idrante e una camio­netta di grandi dimen­sioni della poli­zia. Il dispo­si­tivo secu­ri­ta­rio dispo­sto lungo il cor­teo si con­fer­mava di immense e temi­bili pro­por­zioni. Solo il cor­teo anti-razzista era pre­ce­duto da sette camio­nette, tre defen­der e un cen­ti­naio di uomini in tenuta antisommossa.

Lungo il tra­gitto ini­ziale cen­ti­naia di finan­zieri in tenuta aggres­siva mostra­vano scudi e man­ga­nelli ai mani­fe­stanti. Un eser­cito di cara­bi­nieri pre­si­diava piazza Santa Maria Mag­giore e piazza Vene­zia. Clima di paura e deso­la­zione indotta. Molti com­mer­cianti hanno abbas­sato le ser­rande al pas­sag­gio del cor­teo. Un’attivista dei movi­menti della casa è stata fer­mata nel cor­teo e iden­ti­fi­cata dalla Digos per­ché avrebbe par­te­ci­pato all’occupazione di venerdì della Basi­lica di Santa Maria del Popolo, poi sgom­be­rata. Sono infine quat­tro gli atti­vi­sti arre­stati e tra­dotti a Regina Coeli dopo le cari­che del pome­rig­gio in piaz­zale Flaminio.

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