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Spose e madri bambine, un fenomeno globale

  • Mercoledì, 24 Giugno 2015 11:50 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
24 06 2015

Sono 60 milioni i matrimoni forzati nel mondo, 146 i paesi dove le ragazze possono sposarsi al di sotto dei 18 anni e 52 quelli in cui il matrimonio è consentito prima di compiere i 15 anni. E anche dove la legge lo impedisce, si verificano casi limite di matrimoni combinati con bambine di 8 o 10 anni. A spiegarlo è l'On. Pia Locatelli, coordinatrice del gruppo parlamentare 'Salute globale e diritti delle donne' in apertura della conferenza organizzata insieme all'Associazione Italiana donne per lo sviluppo (AIDOS) per diffondere i dati raccolti sul fenomeno dei matrimoni precoci o forzati a livello globale. Una realtà, quella delle spose e delle madri bambine, che in un periodo di grandi migrazioni non riguarda solo il Sud del mondo, ma anche i paesi industrializzati. Sono 2mila le ragazze nate in Italia costrette a sposarsi nel paese d'origine, rende noto AIDOS che per l'occasione ha proiettato alcuni video curati dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA) intitolati Too young to wed.

Le cause? Una combinazione di diversi fattori: norme sociali radicate, povertà, diseguaglianza di genere e mancanza di rispetto dei diritti delle/dei minori. Se non si interviene per arginare il fenomeno, entro il 2020 le spose bambine saranno oltre 140 milioni, spiega l'associazione. "Ogni giorno, 20.000 ragazze sotto i 18 anni diventano madri nei Paesi dei sud del mondo. Le giovani sotto i 15 anni che partoriscono ogni anno sono 2 milioni su un totale di 7,3 milioni di madri adolescenti; se le tendenze attuali proseguiranno, il numero di nascite da ragazze sotto i 15 anni potrebbe salire a 3 milioni l’anno nel 2030" ha spiegato Maria Grazia Panunzi, Presidente AIDOS, riferendosi ai dati del rapporto UNFPA Lo stato della popolazione nel mondo 2013.

"Ad un’alta percentuale di matrimoni forzati spesso corrisponde un’alta percentuale di mortalità tra le giovani donne, circa 70.000 adolescenti nei Paesi del sud del mondo muoiono ogni anno per cause collegate alla gravidanza e al parto. I dati ci restituiscono in modo immediato la realtà su cui lavorare: in Asia Meridionale, il 46% delle ragazze sotto i 18 anni è sposata, il 39% nell’Africa sub Sahariana, il 29% in America Latina e Caraibi, il 18% in Medio Oriente e Nord Africa. Spesso questa pratica viene utilizzata come strategia di sopravvivenza dalle comunità vulnerabili durante i confitti, le crisi economiche e i disastri naturali" ha continuato Panunzi.

La pratica, come del resto è riconosciuto a livello internazionale, rappresenta una forma di violenza contro le donne e le ragazze, limitandone l'accesso alla salute, all'istruzione, a relazioni libere dallo sfruttamento e dalla coercizione.

Come fare allora a monitorare il fenomeno sui territori? "Per ragioni di natura metodologica è difficile, se non addirittura impossibile, quantificare con precisione il fenomeno dei matrimoni forzati a causa della concomitanza di alcuni fattori quali la stima soggettiva del grado di coercizione e di conseguenza del consenso, il problema della sottodichiarazione, la carenza di basi di rilevamento e quindi mancanza di rappresentatività statistica, e soprattutto il fatto che le persone coinvolte possono sentirsi stigmatizzate socialmente" ha spiegato poi Maura Misti, del CNR, che ha presentato i risultati raccolti dalla ricerca Il matrimonio forzato in Italia curata da Le Onde Onlus.

L'indagine si basa sui dati relativi alle comunità immigrate nel nostro paese alla fine del 2012 incrociati cautamente con i dati Unicef sulla quota di persone coniugate prima dei 15 e dei 18 anni. Tra le comunità presenti in Italia esposte al rischio ai primi posti troviamo i paesi del sud est asiatico (Bangladesh, Pakistan, India, Sri Lanka) caratterizzati da una limitata presenza di donne; alcuni paesi africani (Senegal, Ghana, Nigeria, Egitto) anch’essi – a parte la Nigeria - caratterizzati da una bassa presenza femminile. Il Marocco e l’Albania, presenti nella lista dei paesi a rischio, spiega l'indagine, rappresentano le comunità più numerose nel nostro paese, si tratta di gruppi in cui la presenza di donne da una parte e di seconde generazioni dall’altra è una componente importante. I dati indicano che in Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte risiede più della metà di cittadini marocchini, mentre Lombardia, Toscana ed Emilia Romagna ospitano quasi la metà dei cittadini albanesi, rendendo queste regioni aree di potenziale approfondimento.

Per contrastare il fenomeno, non esistono in Italia riferimenti normativi specifici, ma dobbiamo fare riferimento alla legge di ratifica della Convenzione di Istanbul e al decreto ministeriale del 2007 'Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione', ha spiegato Misti che non ha mancato di sottolineare l'importanza di politiche che siano in sinergia con il lavoro dei centri antiviolenza.

"Dalle indagini che abbiamo condotto in Emilia Romagna" ha raccontato Barbara Spinelli, avvocata di Trama di Terre Onlus "è emersa una svalutazione e un non riconoscimento del fenomeno come una esperienza di violenza da parte delle politiche sociali territoriali. Interpretando il fenomeno come connaturato alla tradizione delle persone che lo vivono, le istituzioni non si attivano, anche in casi in cui l'esperienza di coercizione e violenza che la ragazza subisce da parte della famiglia e della comunità di provenienza è molto forte, con conseguenti atteggiamenti autolesionistici per il mancato ascolto".

Queste ragazze, ha raccontato Spinelli, molto spesso vengono rispedite nei paesi di origine con l'inganno, e spariscono dal sistema scolastico nazionale senza che le istituzioni si preoccupino di capirne le ragioni. "Per ovviare a questa disattenzione da parte della comunità, la direzione delle politiche dev'essere quella di considerare il matrimonio forzato o precoce un reato, come è avvenuto a diversi livelli in paesi del nord Europa (Regno Unito, Norvegia, Danimarca)" ha dichiarato Spinelli, che ha voluto sollevare l'attenzione su fasce ancor più vulnerabili, come il caso delle rifugiate: "Dal 2012 sono 4500 le donne siriane che sono state costrette a sposare mariti turchi con matrimoni religiosi di seconde e terze nozze. Queste donne, tra cui molte adolescenti, vivono in Turchia in situazioni di semi schiavitù. Sarebbe il caso di occuparsene a livello europeo".

La Repubblica
29 01 2014

In una scuola materna comunale ci furono ripetuti episodi di violenza su una bambina di quattro anni. E' quanto ha stabilito ieri la quinta sezione penale del Tribunale (presidente Annamaria Gatto), condannando a tre anni e quattro mesi di reclusione, un ex dipendente del Comune, nel frattempo andato in pensione ...

Il Fatto Quotidiano
18 09 2013

Quasi 100mila, lo 0,98% dei minori, in maggioranza femmine (52,51%): tanti sono i bambini o adolescenti vittime di maltrattamenti e abusi in Italia. Per la prima volta nel nostro Paese, infatti, un’indagine a cura di Terres des Hommes e Cismai (Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso dell’infanzia), presentata oggi a Roma presso la presidenza del consiglio dei ministri, disegna un quadro chiaro del fenomeno. Anche se «i dati emersi», come spiega Dario Merlino, presidente del Cismai, «indicano solo i casi di minori ufficialmente presi in carico dai servizi per il maltrattamento – 15,46% del totale dei casi – mentre le cifre del sommerso potrebbero essere molto più alte: sarebbero circa 700.000 minori a rischio, di cui 140.000 in condizioni di maltrattamento».

Trascuratezza materiale o affettiva (52,7%), violenza assistita (16,6%), maltrattamento psicologico (12,8%), abuso sessuale (6,7%), patologie delle cure (12,8%), maltrattamento fisico (4,8%): queste le tipologie preponderanti del fenomeno, sul quale – come spiega Donatella Vergara, segretario generale Terres des Hommes – la mia associazione fa prevalentemente un lavoro di advocacy, aiuta cioè i decisori a trovare risposte adeguate, in termini di prevenzione e cura».

Ma proprio i decisori, emerge dal convegno, sono un punto debole della catena. Come fa notare nella sua relazione Vincenzo Spadafora, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza (che tra l’altro ha potuto iniziare i suoi lavori solo un anno dopo la sua elezione), «attualmente la Commissione parlamentare per l’infanzia e danni ’adolescenza non è operativa, a causa del mancato accordo politico su presidenza e vicepresidenti, e questo ci priva di un interlocutore importante». Stesso problema per l’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, attualmente decaduto a causa della rimessa nelle mani di Enrico Letta della delega alla Famiglia del ministero delle Pari opportunità, dopo le dimissioni della ministra Josefa Idem.

L’indagine condotta da Cismai e Terres des hommes, anche in vista degli “Stati generali 2013 sul maltrattamento all’infanzia in Italia” (previsti a Torino il 12 e 13 dicembre prossimo), comincia a colmare un vuoto statistico sempre più ingiustificabile. «Anche se i comuni presi in considerazione sono 49, di cui 31 hanno risposto – spiega Federica Giannotta, responsabile diritti infanzia Terres des hommes – il campione – circa 5 milioni di abitanti, di cui 758.932 minori, di cui 48.280 in carico ai servizi sociali – è comunque rilevante, e non comprende solo grandi città».

Ma anche se le percentuali ufficiali che vanno emergendo, e che pure non comprendono il sommerso, non sono lontane da quelle degli altri paesi – 0,91% negli Stati Uniti, 0,76% in Australia, ma ricerche europee viaggiano su dati analoghi – i tagli ai Comuni stanno mettendo a dura prova l’assistenza attuale, dunque il quadro potrebbe peggiorare ulteriormente. Ne sa qualcosa Roberta Greta, assessore al Welfare del Comune di Napoli, dove il 20% della popolazione è minore e dove, spiega, «molti adolescenti vengono allontanati per comportamenti criminali, invece che tutelati. Oppure molti minori finiscono nei centri di riabilitazione, in cui sono curati solo da neuropsichiatri, senza che si indaghi sulle ragioni della loro sofferenza. Per non parlare, «conclude», del problema della presenza di minori non censiti».

Non basta dunque, continua l’Autorità garante Spadafora, annunciando tra l’altro l’avvio di un’indagine sui fondi spesi e su quelli, europei, non spesi, «approvare ottime leggi o ratificare convenzioni internazionali. Né fermarsi ai casi di cronaca, spesso trattati malamente o spettacolarizzati dai media. Di fronte a un’emergenza crescente (ci sono due milioni di bambini in famiglie povere o poverissime), serve soprattutto la volontà del Parlamento a completare gli sforzi delle associazioni e delle authorities». Il primo, urgente, obiettivo è arrivare a procedure di standard di registrazione e una omogeneità dei sistemi di classificazione. «Per questo», conclude», siamo pronti, nonostante i pochi fondi, a cofinanziare un’ulteriore passo dell’indagine condotta da Cismai e Terres des hommes».

Corriere della Sera
12 07 2013

A Pumenengo sostituisce il parroco. E dovrebbe portare alcuni bimbi di Casirate in gita col Cre, ma i genitori protestano. La Curia: «L'oratorio è gestito dai genitori, lui dà una mano dal punto di vista spirituale e generale. Loro non hanno nessun problema, quindi la questione non si pone»

Oratorio di Casirate d'Adda. Il centro ricreativo sta organizzando una settimana di vacanza a Zambla: ragazzi, animatori, sacerdote. Partenza lunedì prossimo. In paese si diffonde la voce che ci sarà anche il prete «in prestito» a Pumenengo, dove il parroco manca da maggio e quello nuovo arriverà a settembre. Qualche genitore si informa e apprende che è don Luigi Mantia. Scoppia il polverone, perché è il sacerdote che il 26 febbraio ha patteggiato due anni (pena sospesa) per atti sessuali con minorenni, due bambini di 8 e 12 anni (clicca qui e leggi la sua intervista). La Curia di Cremona rassicura: «Non ci risulta che andrà a Zambla». Lui si è sempre dichiarato innocente. Ha patteggiato per chiudere la vicenda in fretta, è la linea difensiva. Ma quella sentenza pronunciata da tre giudici (il collegio) del tribunale di Cremona è un peso per papà e mamme. Anche a Pumenengo il prete ha contatti con i ragazzi dell'oratorio. È gestito dai genitori, ma lui lo frequenta e celebra la messa. In paese sanno della sentenza. Ma don Mantia ha conquistato la fiducia dei parrocchiani.
 
A Casirate invece la vicenda processuale del sacerdote si scopre solo in questi giorni e cresce l'irritazione. Il confronto con il vicario don Pierluigi Fontana, che ha invitato il prete alla vacanza in montagna, è acceso. Il malumore è diffuso. Il vicario è pronto a mettere la mano sul fuoco per don Mantia, ma alle famiglie non basta. Vengono organizzate due riunioni: una mercoledì e una ieri sera. Le posizioni non cambiano. I genitori pongono l'aut-aut: se c'è lui, i loro figli non partiranno.
Ma la Curia di Cremona getta acqua sul fuoco. «A proposito delle preoccupazioni delle famiglie di Casirate, non c'è fondamento - dice don Claudio Rasoli, direttore dell'ufficio comunicazione sociale -. Non ci risulta che don Mantia parteciperà al campo estivo. Ci andranno i ragazzi di Casirate e parteciperanno anche alcuni ragazzi di Pumenengo. Ma questo non significa che ci andrà anche lui».
Intanto il sacerdote sostituisce il parroco pensionato. Continua a vivere al santuario di Caravaggio, dove ha preso casa due anni fa, quando cominciò la vicenda giudiziaria, ma arriva ogni volta che è necessario. Non ha un incarico ufficiale, quello è sulle spalle del vicario di zona, don Marco Leggio, parroco di Antegnate, ma don Luigi ne fa il sostituto a tutti gli effetti. «All'inizio quando sono arrivato a Pumenengo pensavano che mangiassi i bambini - racconta -. Poi hanno visto che persona sono. Ora la vicenda processuale non è un problema per nessuno, qualcuno ci ironizza quando da fuori gliela fanno notare. Faccio quel che serve alla comunità: se serve dico messa, confesso, seguo il centro ricreativo e nel caso accompagno i ragazzi alle Vele (parco divertimenti con piscine ndr )». Per la Curia non c'è problema: «L'oratorio è gestito da anni dai genitori dei ragazzi, che si sono sempre dati da fare autonomamente - parla ancora don Rasoli -. Lui dà una mano dal punto di vista spirituale e generale. Se ci sono lì i genitori, che non hanno nessun problema, per noi il problema non esiste».

La vicenda giudiziaria si è chiusa dopo alcuni intoppi. Prima le denunce dei genitori di due bambini. Riguardano il periodo in cui il parroco era a Martignana Po (Cremona). Una, nel 2009, ha fatto emergere un'altra precedente. Il bambino più piccolo ha iniziato a non andare più all'oratorio. Il papà gli ha chiesto il motivo ed è emerso il disagio: quei giochi alla lotta in cui - sono le accuse - ci sono stati degli strusciamenti del religioso. Fatti di contenuta entità che hanno permesso di patteggiare. Un'eccezione, perché per i reati sessuali è escluso. Il fascicolo è rimasto fermo fino al 2011, poi è passato da un pubblico ministero a un altro, i due bambini sono stati sentiti nell'incidente probatorio (racconti che valgono come prova) e il pm ha chiesto il processo. Poi altre questioni tecniche: l'imputato ha chiesto di patteggiare, il pm si è detto favorevole purché il prete risarcisse le vittime, poi però il giudice dell'udienza preliminare ha negato la pena sospesa. Si è finiti così a dibattimento, altro tempo, con lo stesso finale: patteggiamento a 2 anni con la condizionale.

la Repubblica
11 07 2013

Niente più ergastolo, ma pene più severe per i reati contro i minori e il riciclaggio.
Papa Francesco ha varato un'importante riforma della giustizia penale vaticana (in vigore dal primo settembre), che fino ad oggi era ferma - per molti aspetti - al Codice Zanardelli, adottato nel 1929 all'indomani dei Patti Lateranensi che istituirono la Città del Vaticano.

Per questo, ad esempio, Paolo Gabriele, il maggiordomo infedele di Papa Ratzinger, fu giudicato solo per il reato di furto, l'unico applicabile al suo caso nelle norme in vigore che non prevedevano l'attentato alla sicurezza dello Stato.

Papa Bergoglio oggi ha firmato un 'motu proprio' che, insieme alle tre leggi della Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano, renderà operative su tutto il territorio vaticano le nuove norme che si adeguano alle legislazioni internazionali in materia di contrasto del riciclaggio di denaro e del terrorismo e che introduce anche nuove fattispecie di delitto come quello di tortura e, "un' ampia definizione della categoria dei delitti contro i minori".

Le nuove norme introducono anche figure criminose relative ai delitti contro l'umanità, provvedendo all'attuazione di molteplici Convenzioni internazionali, tra le quali possono ricordarsi: le quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 contro i crimini di guerra; la Convenzione internazionale del 1965 sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale; la Convenzione del 1984 contro la tortura ed altre pene, o trattamenti crudeli, inumani o degradanti; la Convenzione del 1989 sui diritti del fanciullo ed i suoi Protocolli facoltativi del 2000.

"Questi interventi normativi - sottolinea la Sala Stampa della Santa Sede - si collocano nella direzione di un aggiornamento volto a dare maggiore sistematicità e completezza al sistema normativo vaticano".

Via l'ergastolo, ma pene severe per chi sottrae documenti. Papa Francesco ha deciso di abolire la pena dell'ergastolo, sostituendola con la pena della reclusione da 30 a 35 anni. Previsto, però, l'aumento delle pene per la sottrazione di documenti riservati dagli uffici vaticani, qualora i documenti abbiano particolare rilievo.

Giro di vite contro la corruzione. Nelle nuove leggi penali "il titolo dei delitti contro la pubblica amministrazione è stato rivisto, in relazione alla Convenzione delle Nazioni Unite del 2003 contro la corruzione", si legge nella nota.

La Convenzione prevede sanzioni molto severe a tutela della correttezza dei comportamenti pubblici. Così, "sono stati potenziati i poteri cautelari a disposizione dell'Autorità giudiziaria con l'aggiornamento della disciplina della confisca, potenziata dall'introduzione della misura del blocco preventivo dei beni". Inoltre, "in linea con gli orientamenti più recenti in sede internazionale" è stato introdotto "un sistema sanzionatorio a carico delle persone giuridiche, per tutti i casi in cui esse profittino di attività criminose commesse dai loro organi o dipendenti, stabilendo una loro responsabilità diretta con sanzioni interdittive e pecuniarie".

È stata varata infine anche una nuova legge in materia di sanzioni amministrative che, precisa il comunicato, "ha carattere di normativa generale, al servizio di discipline particolari che, nelle diverse materie, prevedranno sanzioni finalizzate a favorire l'efficacia ed il rispetto di norme poste a tutela di interessi pubblici".

Più tutela per i minori.
La riforma della giustizia del Vaticano comprende una ridefinizione della categoria dei delitti contro i minori nella quale sono da segnalare: la vendita, la prostituzione, l'arruolamento e la violenza sessuale in loro danno; la pedopornografia; la detenzione di materiale pedopornografico; gli atti sessuali con minori. Si tratta dunque di un importante passo in avanti anche nella lotta contro gli abusi sessuali - fortemente perseguita da Benedetto XVI nel suo Pontificato e che Francesco intende portare avanti - dal momento che sono sottoposti alle nuove norme non solo tutti gli officiali e dipendenti della Curia Romana ma anche i nunzi apostolici ed il personale di ruolo diplomatico della Santa Sede, nonché i dipendenti di organismi e istituzioni collegati alla Santa Sede indipendentemente dal fatto che si trovino sul territorio dello Stato della Città del Vaticano.

Introdotti altri reati.
Nella riforma, poi, sono state introdotti reati relativi ai delitti contro l'umanità, cui è stato dedicato un titolo a parte: sono previste, tra l'altro, la specifica punizione di delitti come il genocidio e l'apartheid, sulla falsariga delle disposizioni dello Statuto della Corte penale internazionale del 1998.

Infine - in conformità con quanto stabilito dal diritto internazionale - è  stato esplicitamente previsto il delitto di tortura.

Giusto processo. "In ordine alle disposizioni di procedura penale sono stati introdotti i principi generali del giusto processo entro un termine ragionevole e della presunzione di innocenza dell'imputato", si legge ancora nella nota vaticana. Inoltre, "un settore molto importante della riforma concerne la riformulazione della normativa relativa alla cooperazione giudiziaria internazionale, piuttosto risalente nel tempo, con l'adozione delle misure di cooperazione adeguate alle più recenti convenzioni internazionali".

Leggi penali applicabili a nunzi e loro personale. Le nuove leggi risultano applicabili anche ai nunzi apostolici ed al personale di ruolo diplomatico della Santa Sede, nonchè ai dipendenti di organismi e istituzioni della Curia Romana o a essa collegati indipendentemente dal fatto che si trovino sul territorio dello Stato della Città del Vaticano. "Tale estensione - viene precisato - ha lo scopo di rendere perseguibili da parte degli organi giudiziari dello Stato della Città del Vaticano i reati previsti in queste leggi, anche nel caso in cui il fatto fosse commesso al di fuori dei confini dello Stato stesso".

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