Il Fatto Quotidiano
13 05 2015

L'edificio era stato occupato nel marzo 2014 da circa 50 persone. Il sindaco Merola ha firmato un'ordinanza urgente chiedendo di riallacciare le utenze nonostante questo vada contro il piano Casa. E ora i parlamentari democratici Zampa e Lo Giudice chiedono all'esecutivo di fare la stessa cosa nelle altre situazioni d'emergenza in Italia

Diritto a usare l’acqua, il gas e la luce per chi occupa uno stabile. Lo chiedono al governo Renzi i parlamentari del Pd e, per primi, quelli bolognesi (ed ex di area Civati) Sandra Zampa e Sergio Lo Giudice. A sostegno della loro richiesta portano la decisione presa i giorni scorsi dal Comune di Bologna che ha concesso il riallaccio dell’acqua agli occupanti di uno stabile in via De Maria.

L’intento dei parlamentari democratici è di neutralizzare l’articolo 5 del Piano casa nazionale e più precisamente del decreto legge 47 che impedisce i riallacci delle utenze e fare in modo, invece, che sia permesso “a chi occupa senza titolo un immobile di chiedere la residenza o l’allacciamento ai servizi primari, in modo da tutelare diritti costituzionali fondamentali come il diritto alla salute“. “Consentire l’accesso a beni primari quale l’acqua garantisce i diritti sanciti dalla Convenzione sui diritti del fanciullo di New York”, dicono. L’esortazione arriva da entrambi i rami del Parlamento e a dare l’input sono stati proprio il senatore Sergio Lo Giudice e la deputata Sandra Zampa che da subito avevano appoggiato la scelta del sindaco Virginio Merola e dell’assessore al Welfare Amelia Frascaroli in aiuto agli occupanti di via De Maria promettendo una battaglia in Parlamento e un pressing sul Governo per “mettere in atto un piano nazionale contro le nuove povertà a tutela dei soggetti più fragili e, in particolare modo, dell’infanzia”.

Lo stabile di cinque piani di via De Maria, a Bologna, era stato occupato a marzo del 2014 da circa 50 persone. Nel palazzo ora vivono 79 persone, tra cui 24 minori. Il taglio dell’acqua era arrivato a novembre del 2014. Il Comune aveva chiesto ad Hera, la società erogatrice del servizio, di rifornire quasi giornalmente gli occupanti con dei bidoni. I giorni scorsi, la svolta. Il sindaco Virginio Merola ha firmato un’ordinanza urgente in cui ha ingiunto ad Hera di riallacciare l’acqua in via De Maria, spiegando che prende atto dell’articolo 5 del Piano casa “che stabilisce che gli occupanti abusivi non possono richiedere l’allacciamento a pubblici servizi di energia elettrica, gas, servizi idrici e telefonia fissa” ma che questo divieto costituisce “un serio pericolo per la tutela della loro igiene e per la sanità pubblica, non potendo queste persone provvedere alla cura e all’igiene personale, oltre alla ancora più grave esposizione al pericolo delle persone fisicamente più deboli”. La decisione della giunta Merola ha avuto la piena approvazione di Sel, sua alleata in Comune, riavvicinando ulteriormente il Pd e i vendoliani in vista delle amministrative 2016.

I due parlamentari bolognesi hanno depositato interrogazioni sia a Palazzo Madama che a Montecitorio, chiamando in causa i ministri delle Infrastrutture, dell’Ambiente, delle Politiche sociali e e dell’Interno. Era stato l’assessore Frascaroli, per primo, che oltre a garantire che il Comune sarebbe stato pronto a rifare la scelta su via De Maria in casi analoghi, aveva chiesto al Governo un riconoscimento di quanto fatto e “di considerarci una situazione sperimentale e quindi rendere più flessibili alcuni vincoli amministrativi e burocratici che non permettono di mettere concretamente in avvio certe progettualità”. “Non è stato possibile finché c’era il ministro Lupi – aveva detto Frascaroli -, speriamo che con il ministro Delrio questa interlocuzione si possa aprire”. E ha sottolineato, a scanso di equivoci, che “l’articolo 5 del Piano casa è un articolo infame. Mi spiace che un governo di centro sinistra lo abbia approvato”.

Del tutto contrario al cambio di passo, invece, il centrodestra. Forza Italia ha chiesto al Governo di “censurare” l’amministrazione Merola” mentre per la Lega Nord: “Non è fomentando l’illegalità che si risolvono i problemi abitativi”. “Le Istituzioni che riallacciano utenze in abitazioni occupate sono passibili di denunce” avverte il capogruppo leghista in Regione Alan Fabbri, apostrofando la vicepresidente della Regione Elisabetta Gualmini che ha avallato il riallaccio dell’acqua in altri palazzi occupati. La Lega chiede anche che si neghino le case popolari a chi arriva da occupazioni abusive.

Il Comune è moroso? Acea stacca l’acqua a 90 appartamenti

  • Mercoledì, 01 Aprile 2015 09:20 ,
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Fan Page
01 04 2015

Rabbia e sconcerto a via Giolitti, dove Acea ha staccato l'acqua a tre palazzine a causa della morosità del Comune di Roma. Un'inquilina racconta: "Ci avevano assicurato che Acea e istituzioni stavano trovando una soluzione, ma al momento circa 300 persone sono senza acqua, tra cui anziani e bambini".

"Hanno staccato l'acqua a 90 appartamenti, qui ci vivono circa 300 persone tra cui anziani allettati e famiglie con bambini piccoli. Sono anni che questa storia va avanti Acea e il Comune di Roma non si mettono d'accordo e a pagarne le conseguenze siamo noi inquilini". Siamo a via Giolitti, strada che corre parallela alla Stazione Termini in pieno centro. A parlare è Anna Mazzone, che vive qui dal 2010, in un super condominio comprendenti i numeri civici 101, 119 e 137. Sono palazzi originariamente di proprietà del comune di Roma, in cui molti condomini hanno riscattato la loro casa e dove il comune ha deciso di vendere gli appartamenti ancora di sua proprietà con l'ultima (contestatissima) delibera sull'alienazione del patrimonio pubblico. Ed è proprio il comune di Roma a risultare moroso nei confronti di Acea per una cifra di circa 37mila euro, secondo quanto raccontato dagli inquilini.

"Già avevano provato a staccare il contatore due volte nelle ultime settimane ma eravamo riusciti ad evitarlo - racconta ancora Anna - ma oggi alle 11.00 sono tornati i tecnici e hanno tolto l'acqua a tutti, visto che abbiamo un contatore unico al civico 119. Eppure avevamo ricevuto rassicurazioni da Acea e dalle istituzioni su una risoluzione della vicenda. Eravamo anche disponibili a procedere con i distacchi singoli, pagando più di 1000 euro per uno". Ma non c'è stato nulla da fare a quanto pare, Acea, azienda a capitale a maggioranza pubblico, ha deciso di procedere con il distacco per morosità come sempre più spesso sta accadendo in questi mesi.Nel 2013 Acea e Comune di Roma strinsero un accordo (a quanto pare mai rispettato), tramite cui il comune si impegnava a sanare la sua situazione in tre tranche. "Il paradosso è che non solo le nostre case saranno vendute a prezzo di mercato e non potremo comprarle - spiega un inquilino di una casa di proprietà comunale - Ma ora siamo ancora senza acqua per colpa del comune di Roma".

Sulla vicenda è intervenuto anche la parlamentare 5 Stelle, da sempre impegnata sul tema dell'acqua pubblica, Federica Daga, che ha criticato duramente l'episodio. "Ci vedo interruzione di pubblico servizio - si legge sulla pagina Facebook dell'esponente pentastellata - rischio sanitario, inagibilità dei locali ora abitati. Senza contare che il Comune di Roma aveva approvato ben due mozioni contro i distacchi idrici nel settembre 2013. Abbiamo anche depositato un'interrogazione sul tema dei distacchi e di ciò che causa tale pratica".



Craproma.blog
25.03.2015

Ieri sera l'assemblea capitolina ha approvato la delibera che contiene la messa in vendita delle quote azionarie comunali di Acea Ato2 ad Acea holding, insieme ad altre 27 società partecipate, mettendo nello stesso calderone i servizi essenziali e i poltronifici.
In nome della “razionalizzazione” e del risparmio ad ogni costo il Consiglio comunale ha scelto di uscire dalla gestione diretta dell'acqua di Roma, perdendo, tralaltro, 2 milioni di utili all'anno, contro i 12 milioni “una tantum” che la vendita comporterà. Tra soli 6 anni, l'operazione sarà dunque in perdita.

Una scelta quindi non solo poco lungimirante, ma ulteriormente pericolosa perchè spiana la strada all'operazione di fusione delle gestioni del centro italia sotto il logo di Acea S.p.A. Una gigantesca opera di finanziarizzazione dell'acqua che inizia proprio con l'acquisizione da parte della holding delle quote dei singoli comuni, confinando quindi enti locali, lavoratori e utenti ad un ruolo sempre più secondario.

Una scelta opposta e contraria a quella fatta da oltre un milione di romani con il voto referendario del 2011. Una gestione pubblica, trasparente e partecipata sarebbe infatti senz'altro più vicina agli interessi dei cittadini e dei lavoratori dell'azienda: una gestione che reinvesta totalmente gli utili nel servizio, che non ricorra all'odiosa pratica del distacco idrico per massimizzare i profitti, che non abbia a cuore gli indici di borsa, ma la salute dei cittadini. Cittadini che, lo ricordiamo, attraverso le bollette sostengono interamente il costo del servizio idrico, comprensivo dei profitti che finiscono in tasca ai privati.

Ed è proprio sul profitto di pochi e ricchi privati che il Comune potrebbe intervenire per far fronte a quella "mancanza di soldi" utilizzata come giustificazione per la vendita della città: una patrimoniale comunale sulle grandi ricchezze immobiliari, progressività delle imposte comunali, lotta all'evasione fiscale e ricontrattazione del debito con banche e CDP. Queste le strade praticabili per un'alternativa che tuteli i diritti di cittadini e lavoratori.
Per questo cittadini e comitati per l'acqua pubblica non si stancheranno di lottare contro la privatizzazione dell'acqua e dei servizi pubblici, attraverso tutti gli strumenti democratici ancora agibili in questa città, ma anche attraverso l'autorganizzazione dal basso contro i distacchi e gli abusi di Acea SpA.

 

Le persone e la dignità
23 03 2015

La situazione migliora ma c’è ancora molto da fare. Oggi, 22 marzo, è la Giornata Mondiale dell’Acqua e c’è un dato positivo: dal 1990 circa 2,3 miliardi di persone hanno ottenuto l’accesso a fonti migliorate di acqua potabile. Secondo l’Unicef “l’Obiettivo di Sviluppo del Millennio di dimezzare a livello globale la percentuale di persone che non hanno accesso all’acqua è stato raggiunto 5 anni prima del 2015. Tuttavia nel mondo rimangono circa 750 milioni di persone che non hanno accesso ad acqua potabile. E sono circa 1.000 i bambini muoiono ogni giorno per malattie legate ad acqua non sicura, mancanza di servizi igienico-sanitari e scarsa igiene. I Paesi che versano nelle condizioni peggiori sono Repubblica Democratica del Congo, Mozambico e Papua Nuova Guinea dove la metà della popolazione non ha accesso a fonti migliorate di acqua potabile. Ma la situazione è delicata anche in Cina (112 milioni di persone) e in India (92 milioni).

“Le tappe per l’accesso all’acqua potabile, dal 1990, hanno rappresentato progressi importanti nonostante le incredibili difficoltà – ha spiegato Sanjay Wijesekera, Responsabile Unicef per i programmi all’Acqua e ai Servizi igienico sanitari -. Ma c’è ancora tanto da fare. L’acqua è la vera essenza della vita e circa 750 milioni di persone tra le più povere e ai margini ancora oggi vedono negato questo diritto umano di base”.
Una storia positiva ci viene raccontata dall’Avsi, l’associazione volontari servizio internazionale che opera che è impegnata in 136 progetti di cooperazione allo sviluppo in 30 Paesi del mondo. Hassan Hammoud ha 53 anni e quattro figli. E’ un agricoltore del villaggio di Khiam, situato al sud del Libano, in una delicata posizione di confine con il territorio israeliano. Hassan coltiva circa 14 ettari di ortaggi e cereali della piana di Marjayoun-Khiam, una piana fertile di circa 1.000 ettari che si estende dalla cerchia di villaggi cristiani e sciiti verso il confine con Israele. La regione, a causa della delicata posizione, è stata teatro della guerra tra Libano ed Israele del 2006, e proprio in risposta ai danni causati dalla guerra Avsi ha cominciato il proprio intervento di emergenza nella regione. A partire dal bisogno di accesso al bene più importante: l’acqua. Riabilitare i canali a cielo aperto che percorrevano la piana era la priorità per tutti gli agricoltori.

Grazie a un progetto iniziato nel 2007 e realizzato da AVSI insieme alla Regione Lombardia e alla Fao, 100 agricoltori, tra cui Hassan, hanno potuto beneficiare dell’acqua per le loro coltivazioni. E’ stato creato un sistema d’irrigazione moderno e al tempo stesso di facile gestione, in cui i canali a cielo aperto sono stati sostituiti da canali in pressione sotterranei, che hanno permesso di coprire, con una lunghezza totale di 16 km di tubature, tutta la zona coltivabile della Piana. Non solo, il sistema idrico prevede contatori a ogni tombino, canali di drenaggio primari e secondari, sistemi di irrigazione a goccia. Le conseguenze del progetto non hanno riguardato soltanto le condizioni di vita degli agricoltori, che sono tornati a coltivare e a guadagnare dal loro lavoro. Ma ha svolto un importante lavoro di riconciliazione, riducendo i conflitti legati alla spartizioni delle poche fonti d’acqua disponibili.

Dal progetto è nata anche una cooperativa, Dardara, dal nome della sorgente naturale che sgorga nella piana. Cristiani e sciiti coltivano insieme i terreni di Marjayoun.

“Da quando abbiamo istituito la cooperativa, sono anche riuscito a migliorare competenze di agricoltore – racconta oggi Hassan, tra i primi membri della cooperativa Dardara, che ha partecipato ai training per un utilizzo più efficiente della risorsa -. Ora, il valore di questi terreni è almeno dieci volte maggiore rispetto al 2009 e noi ci sentiamo parte integrante di questo cambiamento”.

Napul’è…. acqua pubblica

  • Lunedì, 16 Marzo 2015 09:11 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune - info
16 03 2015

di Alex Zanotelli

Il 9 marzo 2015 è una data storica per il movimento Acqua di Napoli perché il Consiglio Comunale di Napoli ha finalmente votato lo Statuto di ABC –Napoli (Acqua Bene Comune) ed ha affidato, con una Convenzione, l’acqua di Napoli ad ABC, Azienda Speciale, che non può lucrare sull’acqua. Per sei lunghe ore in piedi, con i rappresentanti del movimento acqua di Napoli, ho potuto seguire il dibattito delle forze politiche, che per la prima volta hanno votato compatte per la gestione pubblica dell’acqua, incluso il Pd. Astenuti, invece,i Fratelli d’Italia, Nuovo Centro Destra e Forza Italia.

Quando il presidente del Consiglio Comunale ha annunciato l’esito del voto, l’assemblea lo ha accolto con un scrosciante applauso. Consiglia Salvio, la coordinatrice del movimento acqua in Campania ha alzato un cartellone con la scritta “Napul’è ….ABC”. Euforia per una vittoria quasi insperata: abbracci, strette di mano, foto e sventolii di bandiere.

“Questa è una pagina storica che Napoli oggi scrive”- tuona in aula il sindaco Luigi De Magistris, soddisfatto anche per l’appoggio quasi unanime del Consiglio. Napoli diventa così l’unica grande città in Italia che ha avuto il coraggio di obbedire al Referendum sull’acqua del 2011 che sancisce (è legge di Stato) che l’acqua deve uscire dal mercato e che non si può fare profitto su questo bene che è un diritto fondamentale. Ero così felice perché Napoli, una città così malfamata in Italia, dava a tutto il paese una lezione di civiltà, di coraggio. Mi sembrava di sognare! Ce l’avevamo fatta. Il merito va tutto ai comitati. Il Sindaco nel suo discorso ha infatti sottolineato la ‘tenacia’, ma anche la ‘pazienza’ dei comitati.

Una lunga lotta questa, iniziata con l’impegno del sindaco De Magistris in campagna elettorale, di tradurre in pratica il Referendum. I comitati dell’acqua, ben coordinati in chiave provinciale e regionale, hanno continuato a fare pressione sul sindaco perché mantenesse la promessa. E De Magistris l’ha mantenuta, quando, appena eletto, ha trasformato l’Arin, un’impresa totalmente pubblica ma gestita da una SPA (Società per Azioni) che serve a fare profitti, in ABC (Acqua Bene Comune), Azienda Speciale. È stato un passaggio epocale. I comitati esultarono per la vittoria.

Ma ben presto ci accorgemmo che mancava qualcosa di importante: il Comune non aveva mai affidato con una convenzione l’acqua di Napoli ad ABC .Chi aiutò a capire questo, fu un giovane avvocato, Maurizio Montalto, che ci ha da sempre aiutato. Seguirono altri due anni di dure lotte e di scontri con De Magistris per forzarlo a fare questo passo, ma inutilmente! Il primo segno di una svolta l’abbiamo avuto quando il sindaco ha scelto, lo scorso anno, l’avvocato Montalto a presidente dell’ABC (al posto del prof. Ugo Mattei). E così il 9 marzo la grande svolta.

“Nessuno guadagnerà più sull’acqua – ha esultato l’avvocato Montalto dopo il voto – Tutti gli utili saranno reinvestiti nel servizio. Non ci sarà più lucro. Oggi non siamo più una società di mercato, ma siamo diventati tutori di un diritto. È una svolta storica”.

La prima mossa della nuova ABC sarà di togliere a giugno ogni competenza a Equitalia sulle bollette non pagate, e la seconda è la decisione di dare l’1 per cento degli utili per portare l’acqua a chi non ce l’ha nei pesi del Sud del mondo. Per di più, il presidente dell’ABC, ha deciso che i comitati acqua di Napoli possano partecipare al Consiglio di amministrazione dell’Azienda Speciale. È fondamentale questo processo di partecipazione democratica su un tema così importante. Inoltre la delibera votata dal Consiglio comunale prevede che l’ABC, tra le sue attività, non potrà mai realizzare programmi che prevedono l’imbottigliamento e la vendita dell’acqua. Tutto questo avrà grandi ripercussioni sia in Campania come in Italia.

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In chiave campana, il presidente Caldoro sta varando una legge che mira alla privatizzazione dell’acqua, ponendola sotto l’unico soggetto giuridico esistente che è la Gori, una società mista pubblico-privata che gestisce 76 comuni dell’area vesuviana. È da anni che i comitati dell’acqua stanno lottando contro la pessima gestione della Gori, con bollette salate, ma finora inutilmente. Con questa legge Caldoro sperava così di poter mettere le mani anche sull’ABC di Napoli. Ma la Convenzione con la quale il Comune di Napoli affida per trent’anni l’acqua ad ABC, blocca il piano di Caldoro. Ecco perché abbiamo premuto su De Magistris perché mettesse ABC “in sicurezza”.

“Mi auguro – ha detto il sindaco dopo il voto – che questo segnale del Pd che ha votato per la gestione pubblica dell’acqua, vada anche verso la Regione che cerca di affondare ABC. Saremo noi ad affondare le mire di Caldoro e della Gori. E vogliamo anche inserire la gestione pubblica dell’acqua pubblica nello statuto della Città Metropolitana”. Ma la scelta del Comune di Napoli va non solo contro Caldoro, ma anche contro il governo Renzi che con lo Sblocca Italia spinge verso la privatizzazione dell’acqua, favorendo le grandi multiutilities Hera, A2 A, Iren… È questa la politica neoliberale del governo Renzi che è la negazione del Referendum del 2011.

Per questo Napoli invita oggi città come Milano, Torino, Reggio Emilia, Trento, Savona, Venezia a imitarla. È solo partendo dal basso che riusciremo a sconfiggere il Sistema. E sempre partendo dal basso Napoli sollecita oggi i nostri Parlamentari a far discutere la Legge di iniziativa popolare sulla gestione pubblica dell’acqua che è stata rivista e firmata da oltre 200 deputati dell’attuale Parlamento, ma che resta ancora nel cassetto della Commissione Ambiente della Camera.

Mi auguro che la vittoria che abbiamo ottenuto a Napoli dia uno scossone a tutto il movimento dell’acqua in Italia perché si risvegli dal proprio torpore e obblighi il governo Renzi ad obbedire alla volontà del popolo, democraticamente espressa nel referendum del 2011.

Dal basso, e insieme, si può!

 

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