Approvata la legge sull'acqua pubblica nel Lazio

  • Martedì, 18 Marzo 2014 09:36 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamopress
18 03 2014

Approvata dal Consiglio regionale la proposta di legge di iniziativa popolare "Tutela, governo e gestione pubblica delle acque". Un risultato straordinario, frutto di impegno costante e passione democratica, che porta alla ribalta le ragioni profonde dei movimenti per l'acqua pubblica e per i beni comuni [...] così bene espresse dal referendum del giugno 2011 sul tema della ripubblicizzazione del servizio idrico e, più in generale, dei servizi pubblici locali con rilevanza economica. Di sicuro, una vittoria degli Enti locali regionali, promotori e sostenitori della legge, e del "Coordinamento regionale Acqua Pubblica Lazio", ma soprattutto della volontà popolare e della democrazia.

Il cammino della proposta legislativa, iniziato nel giugno 2012 con l'approvazione della deliberazione a sostegno dell'iniziativa di legge popolare da parte del Consiglio comunale di Corchiano, giunge finalmente alla sua conclusione. Da oggi sarà dunque possibile ridisegnare la gestione del servizio idrico della nostra regione.

La proposta, sulla scorta dei principi e contenuti referendari, prevede il governo pubblico e partecipato del ciclo integrato dell’acqua, la sostituzione degli ambiti territoriali ottimali con gli ambiti di bacino idrografico, e non più con l'ambito unico coincidente con l'intera Regione Lazio come del resto previsto dalla Legge regionale 191/2009, la gestione del servizio idrico sottratto al principio della libera concorrenza e l’istituzione di un fondo regionale per la ripubblicizzazione teso a favorire la gestione attraverso soggetti di diritto pubblico, come aziende speciali o consorzi tra Comuni.

Con l'approvazione della legge da parte del Consiglio regionale, è stata scritta una importante pagina nell'ambito delle politiche tese ad affermare la gestione pubblica e sociale dei servizi locali di interesse generale. Una pagina che, oltre ad essere un esempio internazionale, rappresenterà un precedente molto significativo per il governo nazionale.


Approvata la prima legge in Italia per la gestione pubblica e partecipata dell’acqua, presentata da cittadini e comuni

Dopo la straordinaria vittoria referendaria di giugno 2011, dopo un percorso durato due anni che ha intrecciato le esperienze dei comitati e di numerosi comuni del Lazio, dopo 12 mesi di pressioni sul Governo Regionale, oggi, 17 marzo, finalmente, è stata approvata all’unanimità la proposta di Legge popolare n°31, per la gestione pubblica e partecipata del servizio idrico nella Regione Lazio.

Una legge che recepisce i risultati referendari, a partire dalla definizione di servizio idrico come servizio di interesse generale da gestire senza finalità di lucro, fino al fondo stanziato per incoraggiare la ripubblicizzazione delle gestioni in essere. Una legge che rimette al centro finalmente gli enti locali, delineando gli ambiti territoriali ottimali sulla base dei bacini idrografici e dando la possibilità ai comuni di organizzarsi in consorzi e di affidare il servizio anche ad enti di diritto pubblico, tutelando al contempo la partecipazione delle comunità locali nella gestione di questo bene fondamentale, anche rispetto alle generazioni future. Una discussione in Aula Consiliare niente affatto semplice che, in prima seduta , si è protratta fino a tarda notte, per essere poi aggiornata a questa mattina. Decisiva è stata la costante presenza di rappresentanti dei comitati e degli enti locali che hanno contribuito a sventare i tentativi di ostruzionismo e di modifica dei principi cardine della legge.

Una pressione dal basso che assolutamente non dovrà attenuarsi nei prossimi mesi, quando a livello regionale dovranno essere elaborati atti legislativi fondamentali , quali la legge sugli ambiti di bacino idrografico e la nuova convenzione di cooperazione tipo. Saranno queste infatti le prossime occasioni per applicare concretamente i principi contenuti nella legge approvata oggi e di valorizzare gli spazi di partecipazione da questa aperti. Nel frattempo ci si aspetta che, coerentemente alla legge approvata, venga salvaguardata la libertà di quei comuni del Lazio che rischiano il passaggio forzato al gestore dell’ATO di riferimento pur volendo gestire il servizio in autonomia. Unico neo della discussione odierna è stato, infatti, il poco coraggio della maggioranza nell’affermare con chiarezza tale principio.

Oggi quindi si festeggia insieme a tutti gli altri comitati che, in altrettante regioni, stanno lavorando per l’approvazione di testi di legge analoghi. L’auspicio è che, a partire dal Lazio, si inneschi finalmente una reazione a catena che veda i governi regionali rispettare la volontà dei cittadini e il diritto all’acqua, proprio in un momento in cui questo viene nuovamente minacciato dal vento privatizzatore che soffia dal governo. Per approfondire i contenuti della legge e le prospettive da questa aperte invitiamo la stampa e i cittadini ad una conferenza stampa domani, 18 marzo, alle ore 11.30 presso la sede del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, al secondo piano in via S.Ambrogio, 4 a Roma.

Il Fatto Quotidiano
27 12 2013

Dal 26 dicembre l’acqua potabile italiana dovrà contenere meno piombo. Entrano infatti in vigore i nuovi limiti previsti dal decreto legislativo 31 del 2001, che riduce di oltre la metà la quantità ammessa, da 25 a 10 microgrammi per litro.

Un limite che in realtà era già stato previsto da una direttiva europea del 1998, ma che in Italia non è stato possibile rendere efficace da subito. Si è così disposta una fase di transizione, per consentire un adeguamento graduale per tutti gli edifici, pubblici e privati, da parte di Regioni, Asl e gestori degli acquedotti.

Il piombo infatti è un metallo tossico. Può causare disturbi neurologici e del comportamento, malattie cardiovascolari e, secondo il recente allarme dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, anche ritardi nello sviluppo neurologico dei bambini. Senza dimenticare problemi ai reni, ipertensione, ridotta fertilità, aborti, ritardo nella maturazione sessuale e alterato sviluppo dentale.

Tuttavia, al momento, non è possibile conoscere la situazione degli edifici italiani, perché non esistono dei dati aggiornati e precisi sugli edifici. “E’ piuttosto complicato da capire – ammette Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente – La presenza di piombo è legata alle tubature vecchie, fatte in piombo. Non è stato possibile adeguarsi da subito ai limiti imposti dall’Europa perché sarebbero stati troppi i soldi da spendere per mettersi in regola, così si è deciso per una fase di transizione, in modo da consentire un passaggio graduale. Da quel che sappiamo ci sono degli edifici fuori norma, ma si tratta di situazioni locali abbastanza limitate. In molti casi sono stati fatti lavori di adeguamento nelle strutture pubbliche”.

Anche l’Istituto superiore di sanità ha da poco pubblicato sul sito una “Nota informativa in merito alla potenziale contaminazione da piombo in acque destinate a consumo umano”, ma neanche questa presenta dati aggiornati. Sugli edifici ad uso privato, spiega l’Iss, “i dati di alcune Regioni evidenziano sporadiche criticità in vecchie costruzioni”, e si cita il caso della Toscana, e in particolare di Firenze, dove si stima che circa il 30 per cento degli edifici sia a rischio, e dove è stato rilevato un superamento del valore di 10 microgrammi su circa il 5 per cento di campioni analizzati.

A livello nazionale, gli ultimi dati sono piuttosto vecchi e risalgono ad un progetto di ricerca supportato dal ministero della Salute e condotto dall’Iss tra il 2002 e 2004 in 21 città di 15 regioni ed una provincia autonoma. Su circa 6mila prelievi in 3.800 utenze, di cui circa il 60 per cento in abitazioni private, sono state evidenziate concentrazioni di piombo al rubinetto con valori superiori alla norma in circa il 2-4 per cento dei controlli, soprattutto negli edifici costruiti prima degli anni Sessanta.

Il vero rischio è legato quindi alle tubature nei vecchi palazzi. In caso di edificio pubblico, invece, la Asl può intervenire per obbligare ad un intervento, anche se non è chiaro quali possano essere le eventuali sanzioni. I controlli a monte, nel percorso dagli acquedotti fino agli edifici, non hanno registrato problemi. Il problema quindi è per i privati.

Generalmente, rassicura l’Iss, le acque fornite dal gestore del servizio idrico contengono livelli di piombo significativamente inferiori ai 10 microgrammi, anche se concentrazioni superiori possono essere riscontrate al punto d’utenza in edifici con tubature, rubinetteria o altre componenti o saldature in piombo o stagno, per via della corrosione dei materiali con conseguente rilascio del metallo nell’acqua. I centri o i quartieri storici sono le aree più a rischio.

“Non sappiamo se ci sono delle situazioni di rischio – spiega Loredana Musumeci, direttore del Dipartimento ambiente e connessa prevenzione primaria dell’Iss – Quello che possiamo dire è che un problema generale non c’è. L’indicazione che diamo ai condomini è di fare controllare l’acqua del loro edificio a laboratori specializzati, anche perché non ci sono dei segnali visibili a occhio nudo della presenza di piombo”.

L’unico dato sicuro al momento è che, ancora una volta, dovranno essere i singoli cittadini a preoccuparsi e pagare per l’eventuale messa a norma delle tubature delle abitazioni.

Adele Lapertosa

Se l'acqua potabile ci arriva con l'amianto

  • Martedì, 22 Ottobre 2013 14:06 ,
  • Pubblicato in La Denuncia
Cronache Marziane

C'è amianto nelle tubature degli acquedotti italiani. Sì, avete capito bene: l'acqua che arriva nelle nostre case, che usiamo per bere, lavarci, cucinare, passa attraverso chilometri di condutture in cemento-amianto. ...

A Berlino l'acqua torna pubblica

  • Mercoledì, 18 Settembre 2013 07:52 ,
  • Pubblicato in Flash news

Contro Piano
18 09 2013

Berlino si riprende la sua acqua. A tredici anni dalla privatizzazione della rete idrica cittadina, la capitale tedesca ha deciso di ricomprare parte delle quote cedute a società e compagnie.

Nella giornata di ieri, il Land ha infatti annunciato di avere riacquistato la quota del 24,95% nella rete idrica cittadina da Rwe, numero due dell’energia in terra tedesca, a un prezzo di 618 milioni più interessi.

La quota del Governo cittadino sale così dal 50,1% al 75,05%. Il gruppo francese Veolia mantiene una quota del 24,95% in Bwb anche se, a quanto pare, si è già detta disposta alla vendita.

La cessione di quote fa parte del piano di dismissioni per un totale di 7 miliardi varato da Rwe e da completarsi entro fine 2013 per ridurre l’indebitamento e garantire il livello di rating attuale. L’operazione, che deve ancora essere approvata dal Parlamento, avrà validità retroattiva dal primo gennaio di quest’anno.

Secondo quanto ricorda Radiocor, Berliner Wasserbetriebe era stata privatizzata nel 1999 con la cessione di quote ciascuna del 25% circa a Rwe e Veolia per 3,3 miliardi di marchi (1,69 miliardi di euro), la coalizione che governa la città ha detto da tempo di puntare al totale ritorno della società sotto il controllo comunale.

Intanto il quotidiano “Rheinische Post” rivela, citando fonti sindacali, che Rwe ha in programma il taglio di “almeno” altri 2mila posti di lavoro in Europa e la delocalizzazione di linee produttive, il che porterebbe a 8mila i tagli già decisi. I dipendenti a rischio sarebbero, secondo fonti del sindacato Ver.di, tra 2mila e 5mila su un totale di 70mila in tutto il mondo.

dea IlMitte, quotidiano italiano di Berlino

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È un grande successo per i 666 000 cittadini berlinesi che hanno aperto la strada a questa rimunicipalizzazione con il referendum del 2011, il primo ad essere vinto a Berlino.

“Siamo felici ed orgogliosi di essere riusciti a far ritornare l’acqua in mano pubblica, ma siamo però critici sul prezzo troppo alto del riscatto” - dichiara Gerlinde Schermer che nel 1999, nel suo ruolo di parlamentare, aveva votato contro quel pessimo affare – Sappiamo che ciò renderà molto difficile per i prossimi 30 anni una diminuzione del prezzo dell’acqua che è alto”.

Il Berliner Wassertisch, che dal 2006 lotta per una gestione dell’acqua democratica e partecipativa, è consapevole che il successo ottenuto comporta la prosecuzione di un impegno molto intenso. “Ora dobbiamo controllare e premere sui nostri politici – spiega Dorothea Hërlin, membro fondatore del Berliner Wassertisch – Dobbiamo impedire che proseguano con la logica del profitto, a lungo praticata nella gestione dell’acqua” .

Per questo il Berliner Wassertisch ha reso pubblico un progetto di “Carta dell’Acqua di Berlino” con il quale si è aperta una discussione in tutta la città su come istituire un “Consiglio dell’Acqua di Berlino” quale strumento di democrazia diretta partecipativa nel quadro di una gestione trasparente, democratica, ecologica e sociale dell’Acqua a Berlino.

Un primo commento di Laura Valentukeviciute di GiB (Beni Comuni in mano ai cittadini) : « Può essere un grande passo in avanti verso una gestione dei nostri beni comuni non più basata sulla logica del profitto ma sui costi e sul benessere dei cittadini. »

La decisione definitiva sull’accordo sarà presa dal Parlamento di Berlino ma non vi è dubbio che la coalizione SPD-CDU sarà consenziente.

Contatti :
Dorothea Haerlin
Berliner Wassertisch – Bene Comune

Acqua pubblica

Internazionale
11 06 2013

Il 12 e 13 giugno di due anni fa, circa 26 milioni di italiani hanno speso qualche minuto del proprio tempo per votare due sì al cosiddetto “referendum per l’acqua pubblica”. Oggi ognuno di loro farebbe bene a spendere altrettanti minuti per provare a capire cos’è successo nel frattempo e cosa si potrà fare in futuro.

Da più parti si sente ripetere che, come al solito, il referendum non è servito a niente. I privati continuano a gestire il servizio idrico locale e nelle bollette c’è ancora la famigerata percentuale per la remunerazione del capitale investito, ovvero: per fare profitti sicuri con un bene comune. Eppure, la narrazione del “voto inutile” va disinnescata, perché non solo è falsa, ma serve pure a delegittimare l’unico referendum vincente da diciassette anni a questa parte.

Certo non si può negare che la strada del cambiamento è stata fin dall’inizio piena di ostacoli. Giusto il tempo di abrogare le norme oggetto del voto, e subito il governo Berlusconi ha tentato di farle rientrare dalla finestra con l’articolo 4 del cosiddetto “decreto di Ferragosto”. Classica data balneare, utile per far passare nefandezze, ma la corte costituzionale ha bloccato il provvedimento proprio in virtù della volontà popolare uscita dalle urne. Poi ci hanno provato con il patto di stabilità, la manovra “salva Italia” del governo Monti e l’autorità per l’energia.

Tanto accanimento non dimostra solo che l’acqua è un buon affare, ma fa capire anche come gli sconfitti non possano accettare di esserlo. Perché accettarlo significherebbe ammettere che le risorse più preziose per la vita devono essere sottratte al mercato e alla libera concorrenza. Il che equivale a bestemmiare il credo neoliberista, mostrando che la logica del profitto non è in grado di trovare il giusto equilibrio con il benessere collettivo. Non a caso, gli anni dell’acqua privata sono stati anche quelli più poveri di investimenti per migliorare il servizio idrico.

Ma tanto accanimento significa anche che l’avversario è forte, agguerrito, e lo è grazie al risultato di due anni fa.

Gli inquilini del condominio Itaca di Modena, per esempio, hanno deciso di aderire alla campagna di obbedienza civile lanciata dal forum italiano dei movimenti per l’acqua. Visto l’esito del referendum, hanno deciso di obbedire alla legge e di togliere dalle loro bollette la percentuale di “remunerazione del capitale investito” (circa il 18 per cento). Per far questo, si sono semplicemente rifiutati di pagarla. La cifra è di poco conto: 500 euro all’anno per un intero condominio, eppure la multiutility Hera non ha voluto sentire ragioni e pochi giorni fa – dopo diverse “riduzioni di flusso” – senza nessun preavviso ha interrotto il servizio. Al che i cittadini sono andati in municipio con asciugamani e spazzolini da denti per chiedere al sindaco di poter usare la sua acqua. E il sindaco – che come tale è pure socio di Hera – ci ha messo una buona parola e ha fatto riaprire i rubinetti, anche se, da buon sostenitore del referendum, farebbe meglio a pretendere che l’azienda di cui è azionista rispettasse la volontà popolare.

Nel frattempo a Imperia la percentuale che i modenesi di Itaca si rifiutano di pagare è stata eliminata dalle bollette. A Vicenza si lavora per mettere la gestione dell’acqua in mano a una società di diritto pubblico e senza scopo di lucro. A Reggio Emilia hanno strappato il servizio idrico al controllo di Iren, una società mista. Inoltre il comune, nel suo nuovo statuto, garantisce “la gestione partecipativa del bene comune acqua”. A Trento si protesta contro la nuova In House spa. In Toscana, i comuni dell’ex Ato 3 (zona di Firenze, Prato e Pistoia) hanno respinto la nuova “tariffa truffa”, che di fatto ripropone la logica del profitto privato garantito in bolletta. L’unico a votare a favore è stato il sindaco Matteo Renzi. E poi Forlì, Palermo, Piacenza…

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