Corriere della Sera
04 11 2015

Il rattoppo al vecchio acquedotto non ha retto. Un'altra frana. L'ennesima perdita con l`acqua che zampilla in aperta campagna come petrolio nel Texas e la città dello Stretto precipita di nuovo nell'incubo dei rubinetti a secco, della corsa alle autocisterne, di riunioni e polemiche, di liti e unità di crisi, mentre da Roma il governo centrale manda una squadra guidata dal capo della Protezione civile Francesco Curcio. ...

Felice Cavallaro

Lo scandalo (silenzioso) di Messina senza acqua da 5 giorni

  • Giovedì, 29 Ottobre 2015 10:42 ,
  • Pubblicato in Flash news
Giornalettismo
29 10 2015

La città peloritana da una settimana nell'emergenza idrica. Nuovo simbolo di un Sud dimenticato, al di là dei masterplan (promessi). Anche nella manovra
Lo scandalo (silenzioso) di Messina senza acqua da 5 giorni    

Cinque giorni senza acqua, con l’emergenza idrica che rischia di prolungarsi ancora per diversi giorni. A Messina i rubinetti restano a secco, ancora nel silenzio o quasi delle istituzioni, dopo la rottura sabato scorso della condotta dell’acquedotto di Fiumefreddo, a Calatabiano (in provincia di Catania), per una frana.

Non è ancora chiaro per quanto tempo continueranno i disagi per la città peloritana, colpita dal maltempo, e per i suoi cittadini. Anche perché, dopo una serie di interventi di riparazione dell’Amam (l’azienda Meridionale acque di Messina) il direttore Luigi La Rosa ha fatto sapere che per i prossimi giorni l’erogazione non verrà ancora ripristinata, come si sperava. Il motivo? Altri smottamenti nell’area della frana, le riparazioni già effettuate non sembrano essere sufficienti. Così in città scuole e uffici pubblici sono stati chiusi dal sindaco Renato Accorinti: «Chiederemo lo stato di calamità: la situazione è gravissima e peggiore del previsto». Non mancano le code nei punti dove le cisterne erogano acqua nei due punti individuati dell’autoparco e dell’ex Gazometro. E i problemi sono evidenti per ospedali ed esercizi commerciali. Non è un caso che l’indignazione sia già scoppiata attraverso i social network, contro l’amministrazione locale e lo stesso governo. Con lo stesso Fiorello che ha invocato un segnale da Renzi:

Il rischio – secondo le prime previsioni – è che il servizio non torni efficiente prima di quattro-cinque giorni in diverse aree di Messina. Un’emergenza che sembra diventare infinita. Assurda e incomprensibile, alle soglie del 2016.

Non certo l’unica in quel Sud dove i disagi sono considerati quasi cronici. Un Mezzogiorno d’Italia per il quale lo stesso Svimez ha già denunciato il rischio di un “sottosviluppo permanente”. Altro che Ponte sullo stretto, la “grande opera” evocata a intermittenza come propaganda politica, l’ultima volta dal Nuovo centrodestra di Alfano. Una farsa già costata diverse centinaia di milioni ai contribuenti – e che rischia di costare fino a un miliardo di euro di penali – pur restando soltanto sulla carta. Nella Sicilia già tormentata dai disagi sulla rete autostradale (tra il crollo del viadotto Himera sulla A19 e la chiusura di alcuni tratti dell’A18 per frane), mancano le infrastrutture più elementari. E anche quelle esistenti sono in condizioni pessime.

Così, senz’acqua da giorni e chissà per quanti ancora, Messina diventa il nuovo simbolo dello stato a dir poco precario nel quale versa l’isola. E l’intero Sud, travolto da corruzione, mafie, burocrazia e non solo. «Basta piagnistei. La retorica del Sud abbandonato è autoassolutoria. L’autoassoluzione è un elemento che concorre alla crisi del Mezzogiorno e del Sud», contestava Renzi pochi mesi fa. Polemizzando a distanza anche con Saviano, reo di raccontarne il suo stato. Per poi dedicare una direzione del PD al tema del Mezzogiorno, «A settembre il masterplan per il Meridione», rivendicava il segretario dem. Con tanto di hashtag #zerochiacchiere.

Peccato che del piano non ci siano ancora tracce concrete. E che nella manovra le risorse effettivamente stanziate per il Mezzogiorno vengano da più parti ritenute insufficienti. Confindustria compresa. Un budget da 450 milioni (150 per il 2015) di euro per avviare la rimozione dei circa cinque milioni di ecoballe accumulate tra il 2000 e il 2009. Lo stanziamento (finale?) per la madre delle incompiute, la Salerno-Reggio Calabria, l’aumento del fondo di garanzia Ilva. E poco altro, se non le parole del ministro dell’Economia Padoan che rivendica lo sblocco di investimenti con la legge di stabilità di “11 miliardi di euro e di cui 7 destinati al Mezzogiorno”. Numeri contestati da opposizioni e sindacati: «Il governo non fa nulla per il Sud: non c’è la costruzione di fiscalità di vantaggio, né investimenti, né la capacità di rifinanziare significativamente i fondi Coesione», hanno attaccato dalla Cgil.

Di certo, ci sono già i dati, drammatici, dello stesso Svimez. Al Mezzogiorno la povertà assoluta è al 10,6% , 750mila giovani hanno lasciato il Sud, 576mmila posti di lavoro persi in 5 anni e ancora nel 2015 calano gli investimenti pubblici (-3%). Così, nemmeno la timida inversione di rotta (decimale, +0,1%) sulla crescita può rassicurare. In attesa di capire che fine abbiano fatto i masterplan annunciati. E che qualcuno, da Roma, si ricordi anche di Messina.

Finanza, acqua e democrazia. La Grecia e l'Italia

  • Giovedì, 16 Luglio 2015 09:36 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
FinanzaMarco Omizzolo e Roberto Lessio, Articolo 21
14 luglio, 2105

Il popolo greco in questi giorni è stato trattato come quattro anni fa fu trattato quello italiano. Con larga maggioranza gli ellenici hanno detto no alle misure finanziarie che ora gli sono state imposte in modo ancora più restrittivo, in cambio di un ennesimo "prestito ponte".

Lo scandalo costituzionale

Gentile Signor Presidente On. Sergio Mattarella, il 12 e 13 giugno del 2011, 27 milioni di cittadini hanno detto chiaramente e con immenso entusiasmo (la democrazia può essere felice), "no al profitto con l'acqua potabile", abrogando la norma che stabiliva la determinazione della tariffa per l'erogazione dell'acqua, contro la remunerazione del capitale investito dal gestore. Gli italiani hanno coerentemente escluso che l'accesso al diritto umano all'acqua potabile e per l'igiene, riconosciuto come tale dalla risoluzione del 28 luglio 2010 dell'Assemblea Generale dell'Onu, fosse fonte di lucro.
Riccardo Petrella, Il Manifesto ...

Dinamo Press
27 05 2015

Quest’anno segna quindici anni dalla vittoria delle comunità della Bolivia sulle grosse imprese private dell’acqua. Non soltanto i poteri popolari hanno invertito il piano per privatizzare l’acqua, ma le molte centinaia di comunità che circondano Cochabamba sono riuscite a mantenere l’acqua come diritto , controllata e gestita dalla comunità direttamente e democraticamente.

Gli scorsi decenni sono stati testimoni di un massiccio aumento dei tentativi di mercificare le risorse naturali. La maggior parte di questi tentativi si è scontrata con potenti mobilitazioni e resistenza della comunità. Ci sono state molte vittorie, ma anche non soltanto poche sconfite. Si sono avuti dei successi, per esempio in Argentina, con la sconfitta della Monsanto, di tre imprese minerarie una dopo l’altra, e di una cartiera al confine con l’Uruguay. Anche altri luoghi nel mondo sono riusciti almeno a contenere le privatizzazioni e le attività minerarie, come Salonicco, con la lotta per mantenere pubblica l’acqua e la regione greca di Halkidiki. In questi esempi, e anche in molti altri, le lotte sono fondate su una particolare forma di potere popolare. Come nel caso dell’esperienza di Cochabamba, sono state persone normali e comunità organizzate nelle strade (non partiti, sindacati o altri settori) che hanno usato l’azione diretta e assemblee esplicitamente democratiche per prendere le decisioni.

Importanti lezioni possono e dovrebbero essere apprese nelle nostre lotte per difendere la terra e i beni comuni da quello che è avvenuto e continua ad avvenire in Bolivia. Mentre ci si riferisce alla lotta boliviana come Guerra dell’Acqua, questo non riflette tutto ciò che è avvenuto: non è stata soltanto una guerra per la privatizzazione delle risorse, ma, come sarà spiegato qui sotto, è stata ed è una lotta per mantenere l’autonomia e l’autorganizzazione, esperienze che in certi posti risalgono a centinaia di anni fa. I Cochabambini non hanno soltanto cacciato le compagnie private per l’acqua, ma sono riusciti a mantenere i loro modi di organizzarsi e di essere – i loro beni comuni.

Ho parlato con Marcela Olivera nel maggio 2015 di questi 15 anni di continue lotte per l’autonomia e l’autorganizzazione dei beni comuni - l’acqua. Marcela si è occupata di organizzare i problemi dell’acqua, per 15 anni, non certo una coincidenza. Abbiamo iniziato la conversazione ripercorrendo i primi giorni delle Guerre dell’acqua a Cochabamba nell’aprile del 2000.

Ci può spiegare un poco in che modo è stata coinvolta nel problema di difendere l’acqua e le risorse?

All’inizio sono stata coinvolta in questo problema come migliaia e migliaia di Cochabambini (gli abitanti di Cochabamba) 15 anni fa, per difendere la nostra acqua. C’erano già delle attività organizzative nelle quali non ero realmente coinvolta. Il mio primo ricordo della faccenda è aver visto alla televisione come i contadini, donne e bambini, venivano picchiati dalla polizia sulla strada e aver provato tanta rabbia – e così, insieme a mia sorella, siamo andate nelle strade – credo il motivo per cui per la prima volta molte migliaia di altre persone siano scese nelle strade fosse simile. All’inizio non ci siamo completamente identificate con il problema, personalmente io all’epoca vivevo con i miei genitori e non pagavo le bollette, ma come me, molte persone vedevano l’ingiustizia di questa problema e sono scese in strada. E’ stato qualcosa che non avevo mai visto prima in vita mia e penso che non lo vedrò più finché vivrò.

Ha parlato di democrazia e di quella che chiama vera democrazia. Può spiegare come erano le cose in pratica?

Quando si parla di democrazia e di tutte queste parole, delle volte non capiamo realmente che cosa significhino davvero. Penso però di essere stata testimone di che cosa è realmente la democrazia e di come dovrebbe funzionare e di come non abbiamo quel tipo di democrazia nella nostra vita quotidiana. Ci fanno credere che eleggere qualcuno è democrazia, ma non è vero. Quello che ho visto durante le Guerre per l’Acqua era vera democrazia, democrazia diretta, dove le persone si uniscono e prendono le decisioni. Sentivo che la mia voce contava. Non ero dirigente di un sindacato e non appartenevo a un settore organizzato, ma la mia voce contava. Avevo la sensazione che la gente mi ascoltasse e che io ascoltassi gli altri e che insieme avremmo preso le decisioni - eravamo sempre nella situazione di prendere decisioni. Talvolta non eravamo d’accordo su certe cose, e c’erano persone con opinioni diverse riguardo alle strategie, ma quello che contava davvero era il modo in cui prendevamo le decisioni insieme. Ecco che cosa è la vera democrazia. Le persone nelle strade erano persone proprio come me – non erano parte di organizzazioni; il movimento sindacale era praticamente sparito dopo che era stato imposto il modello neoliberale, e quindi la classe operaia era sparita, ma allora eravamo noi la classe dei lavoratori – persone come me – senza un settore, che lavoravamo principalmente per conto nostro, senza una tradizione di attività organizzate…ma potevamo incontrarci e trovarci tra di noi e vedere l’altro lato della gente, e poi incontrarci con coloro che erano organizzati, come i coltivatori delle piante di coca (cocaleros), i contadini e gli operai delle fabbriche locali. Tra di noi non c’erano differenze, non c’era la gerarchia dovuta alle differenze basate sul fatto che si appartenesse o no a un certo settore. Avevamo uno scopo comune e questo era ciò che contava.

Mi ricordo che lei e altre mi raccontavate la storia della Coordinadora per la difesa dell’acqua e della vita già nel 2006. Me la può dire di nuovo? Sono particolarmente curiosa perché lei descrive un movimento orizzontale e partecipativo, e tuttavia la gente insisteva nel vedere il movimento come un movimento con un leader?

[ride] Intendi dire di come la gente pensava che la Coordinadora fosse una donna, giusto? In questo periodo sono state messe in atto molte riforme e il governo ha nominato molte persone nei loro ruoli specifici, come la Difensora del Pueblo, e quindi la gente, la coalizione ha assunto un nome basato su quell’azione. Hanno quindi deciso riguardo al Coordinamento per la Difesa dell’acqua e della vita, in spagnolo Coordinadora. Per farla breve, la gente parlava della Coordinadora che in spagnolo è un nome femminile, come se si trattasse di una donna. Molte persone che non erano profondamente impegnate, pensavano che fosse una persona, come la Defensora del Pueblo – anche sui media e sulle vignette di genere politico era mostrata come una donna. Era sempre rappresentata come una chola [donna di sangue indigeno] con una gonna, insomma, come una tradizionale donna indigena. La gente si chiedeva: chi è quella donna coraggiosa che affronta la polizia e il governo? Mi ricordo che dopo la lotta c’era un vecchio che veniva a cercare la Coordinadora e abbiamo cercato di spiegargli che siamo tutti la Coordinadora , non è una persona, siamo tutti noi, e allora finalmente hanno mandato una donna per parlargli. Una volta è venuto e ha chiesto della Signora Coordinadora dell’Acqua e ci siamo messe tutte a ridere e l’uomo era imbarazzato e ha detto: oh, scusate, è una signorina? Si pensava sempre che fosse una donna che lottava pei popolo. E’ buffo, perché tutti i portavoce erano uomini, c’era quindi questa specie di contraddizione, ma abbiamo sempre pensato e visto che le lotte sono per lo più fatte e guidate dalle donne. Se guardate delle foto, vedrete che sono state le donne a essere in prima linea. Tuttavia gli uomini si incaricano di parlare…penso che a loro piaccia parlare e a noi agire.

In passato lei ha parlato molto riguardo all’idea dei beni comuni e di come lo avete imparato dai movimenti. Ci vuole spiegare come è organizzata la fornitura e la distribuzione dell’acqua? Potrebbe anche parlarmi delle differenze tra i diritti, e il controllo pubblico e privato...

Quello che accadeva era a due livelli; prima volevano prendere le concessioni dal sistema idrico a Cochabamba e c’era anche la legislazione nazionale che avrebbe fatto dell’acqua una merce - e quindi la privatizzazione dell’acqua e dei sistemi idrici. Il popolo boliviano, per tradizione, ha gestito l’acqua in base ai suoi usi e abitudini (in spagnolo nel testo: usos y custumbres), e quindi gli usi sono l’uso dell’acqua e come viene impiegata e le abitudini sono la tradizione dell’uso dell’acqua e cioè: chi la usa, quali sono gli accordi tra le comunità riguardo al modo in cui viene usata, ecc. Grazie alla Guerra dell’Acqua entrambe queste cose sono finite, e quindi la privatizzazione è stata rispettata e la legislazione per l’acqua è stata cambiata in base alle richieste della gente.

Quindici anni dopo non credo che la situazione sia cambiata troppo: dobbiamo ancora lottare. Subito dopo la Guerra per l’Acqua, quando abbiamo recuperato il sistema idrico c’è stato tutto questo mettere in discussione e pensare tra di noi, e ci siamo chiesti che cosa volevamo: volevamo che l’acqua venisse controllata da mani pubbliche, cioè le mani dello stato o volevamo qualcosa di diverso? Molte volte parliamo soltanto in quei termini: se è pubblico o privato e non pensiamo a una/la terza via. Dopo la Guerra per l’Acqua è diventato evidente che l’altro modo di gestire l’acqua è tramite la comunità – questa è la terza via: ci siamo resi conto che esisteva già e che è possibile. Questo è quanto è avvenuto nel corso degli anni e che abbiamo cercato di rendere evidente: in che modo le comunità gestiscono la propria acqua, senza aspettare che lo stato lo faccia, ma le persone lo fanno, gestendo i propri sistemi idrici. Tutta questa democrazia che abbiamo visto nelle strade viene replicata ogni giorno da questi sistemi idrici. La gente si organizza in assemblee e decide insieme che cosa faranno con l’acqua e come lo faranno.

Questa è una realtà che non sapevamo esistesse, che abbiamo conosciuto in seguito. Proprio intorno all’area intorno a Cochabamba ci sono 600 o 700 sistemi idrici gestiti dalle comunità. Questo significa che il 50% della popolazione si procura l’acqua in questo modo. Sono esattamente questi sistemi idrici ciò per cui si sta combattendo, stavano combattendo per continuare a gestire i loro sistemi idrici. Talvolta ci sono 500 famiglie e talvolta 50 di grandezze diverse e con forme interne diverse di democrazia. Alcune fanno tutto in comune, altre no, ognuna decide il modo migliore di governarsi. Dato che ci sono tante comunità di questo tipo, e che sono così diverse, molti non ne sapevano nulla.

Negli scorsi 15 anni in cui ho lavorato a questa iniziativa, ho anche imparato che questo tipo di cose avviene in tutto il mondo. La gente gestisce la propria acqua e le proprie risorse e non aspetta lo stato. La stessa realtà esiste in Colombia, per esempio, e anche in Perù e in Ecuador; non è quindi soltanto una realtà di Cochabamba, ma di molti luoghi del mondo. E così quello che facciamo e che abbiamo cercato di fare, è rendere evidente ciò che sta già accadendo. Nessuno guarda in che modo può essere gestita l’acqua, la gente guarda la sfera pubblica o privata.

Questa è veramente una cosa da vedere: come la gente ha gestito la propria acqua e che lo abbia fatto in modi che vanno oltre ciò che è privato, oltre ciò che è pubblico e oltre lo stato.

Che cosa pensa della recente municipalizzazione dell’acqua? E’ simile all’idea dei beni comuni?

Una cosa che vediamo di recente è l’esaltazione della ri-municipalizzazione delle fonti idriche. L’ho visto nel movimento per l’acqua in generale, per esempio a Parigi, Buenos Aires e in altre parti del mondo dove le municipalità hanno rilevato la fonte dell’acqua da risorse private. Nel nostro caso avviene il contrario: lo consideriamo come una specie di privatizzazione della sorgente idrica, quando lo stato cerca di intervenire e di gestire qualcosa che non abbiamo fatto per tanti anni, in alcuni casi per centinai di anni. Mentre questa è una cosa che si può esaltare al nord, qui ha un significato diverso. Potrebbe non indicare il trasferimento delle risorse al settore privato, ma che ci si leva il potere decisionale dalle mani, il che ci porta a credere che non riguardi soltanto l’acqua, che riguardi qualche altra cosa. E’ un luogo dove possiamo riunire molti altri aspetti della nostra vita. Le commissioni per l’acqua a Cochabamba, per esempio, parlano di molte altre cose collegate alla comunità nel suo insieme, di come vanno le cose alla gente, se qualcuno ha bisogno di sostegno o di aiuto, se qualcuno è morto in una comunità si parla di come aiutare la famiglia. Si organizza un campionato di calcio. E’ quindi un posto dove le persone organizzano molti aspetti della loro vita sociale – è qualcosa di diverso.

*tratto da znetitaly

 

 

 

 

 

 

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