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Fare cultura in Afghanistan

  • Martedì, 15 Luglio 2014 11:24 ,
  • Pubblicato in Flash news

Minima et Moralia
15 07 2014

Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (La foto è di Giuliano Battiston)

Kabul. “Poesia, musica, graffiti, cinema, teatro, qui a Kabul puoi trovare di tutto, basta saper cercare”. Volto plastico e cinematografico, il fisico asciutto nascosto dall’immancabile completo a righe, Timur Hakimyar non ha dubbi: Kabul è una città che “produce cultura, oltre che politica e corruzione”. Hakimyar è il direttore della Foundation for Culture and Civil Society, una delle tante associazioni nate su impulso della comunità internazionale dopo che i barbuti talebani sono stati rimossi dal potere, manu militari. Basta frequentare con una certa assiduità la decadente villa che ospita la fondazione culturale di cui è direttore per dare ragione ad Hakimyar, attore, regista, già portavoce dell’associazione nazionale degli artisti afghani. Un giorno capita di incontrare il regista Siddiq Barmak, autore di Osama e di Opium war; il giorno successivo nell’ampio giardino della villa passeggia Partaw Naderi, il più importante poeta in lingua farsi di tutto il paese; nel fine settimana i ragazzi del Parwaz Puppet Theater, un gruppo fondato nel 2009, allestiscono un nuovo spettacolo di marionette, mentre a pochi passi da qui, al centro culturale francese, si susseguono proiezioni cinematografiche e mostre fotografiche in attesa del “grande evento”: il Sound Central Asia’s Modern Musica Festival, il festival musicale adorato dai ragazzini che scimmiottano i loro coetanei occidentali.

Hakimyar ha ragione: Kabul è una città che produce cultura. Ma rimane la capitale, dove è più facile trovare i finanziamenti degli stranieri, che elargiscono soldi anche per normalizzare l’occupazione militare con le attività culturali. Nelle zone periferiche, escluse dalla fitta rete di legami politici e finanziari costruiti in questi anni nella capitale, la situazione è più complicata. “Questa è l’unica tipografia di tutta la città”, racconta Qotbuddin Kohi, giornalista e attivista sociale di Maimana, capoluogo della provincia nordoccidentale di Faryab, al confine con il Turkmenistan. “Il nostro problema sono i soldi. Nel 2005 insieme ad altri colleghi ho fondato il giornale Saday-e-Mellat (La voce della nazione), ma fatichiamo a coprirne i costi. Comunque non ci scoraggiamo: per noi è importante promuovere la cultura soprattutto tra i più giovani”. Qotbuddin Kohi lamenta il disinteresse del governo per il settore culturale, oltre che la tendenza della comunità internazionale a finanziare soltanto “scuole, ospedali, progetti concreti, come se la cultura non fosse altrettanto necessaria”. Nonostante le difficoltà di vivere in un posto di frontiera “dove circola molta droga e tanti terroristi ma pochi libri”, Qotbuddin Kohi continuerà a scrivere “e a stampare libri, con i pochi mezzi a disposizione”.

Più scoraggiato sembra Kazem Amini, scrittore poliglotta, autore di raccolte di poesie e di un’interessante storia di Maimana. L’ho incontrato la prima volta quattro anni fa, quando aveva da poco fondato un settimanale culturale e la Zahiruddin Faryabi Cultural Association, “nata con l’intento di fare della cultura uno strumento di riconciliazione e di pace”. Quando l’ho rivisto, pochi mesi fa, aveva gettato la spugna: “sono venuti più volte a minacciarmi. Con i miei articoli ho denunciato le attività illegali di alcuni comandanti locali, che sottraggono le terre ai contadini con la forza. L’ultima volta hanno sparato sul portone di casa. Il settimanale per ora è chiuso, io mi limito a scrivere poesie”.

“Qui a Mazar-e-Sharif non abbiamo alcun problema. Al contrario, il nostro gruppo di lettura cresce di mese in mese”, racconta con entusiasmo Zamir Saar, fondatore della Khoshal Baba Library e lettore di lingua e letteratura pashto all’università di Balkh, nell’omonima provincia settentrionale, a due passi dall’Uzbekistan. Ospitata in un edificio a poche centinaia di metri dal celebre santuario di Hazrat Ali, la biblioteca raccoglie migliaia di libri ed è dedicata a Khoshal Khan Kattak (detto Khoshal Baba), poeta e stratega militare vissuto nel 17esimo secolo, tra i primi a invocare l’unità delle tribù pashtun contro l’impero Moghul. “La biblioteca è diventata un punto di riferimento per tutti i poeti in lingua pashto della provincia. Ogni venerdì organizziamo un incontro in cui si recitano poesie e ci si confronta”, spiega Zamir Saar. A moderare gli incontri spesso è Barialai Jalalzai, giovane poeta e redattore di Parkha, trimestrale culturale “che ospita scritti brevi, racconti e poesie”.

I ragazzi della Khoshal Baba Library si dicono convinti dell’importanza di recuperare la tradizione letteraria in lingua pashto, una delle due lingue nazionali afghane, ma non vogliono sentir parlare di discriminazioni etniche: “La poesia è un genere letterario che va praticato nella propria lingua madre. Per questo ospitiamo solo poesie in pashto. Ciò non toglie che ci interessiamo anche alla poesia in lingua farsi. L’Afghanistan è un’unica, grande nazione, composta da tribù e comunità diverse. Sono i politici a strumentalizzare le divisioni tra le comunità. La realtà è che abbiamo bisogno gli uni degli altri”, aggiunge Jalalzai.

“Certo che conosco i ragazzi della Khoshal Baba Library. Ogni tanto ci incontriamo e discutiamo di letteratura”, conferma Sadeq Hossian, un bell’uomo sulla cinquantina che all’Università di Balkh insegna Letteratura farsi, “non solo quella prodotta in Afghanistan, ma anche in Iran e Tajikistan”. Ai suoi studenti prova a “spiegare cosa abbia rappresentato la poesia negli ultimi secoli, il rapporto dei poeti con la società in cui vivevano”. Sadeq Hossian sostiene che oggi nel suo paese la poesia goda di un diffuso riconoscimento, che sia apprezzata e praticata anche nelle zone rurali, e che gran parte del merito vada attribuito a Mahmoud Tarzi, giornalista, poeta e ministro degli Esteri durante il regno di Amanullah Khan, agli inizi del Novecento. “La fondazione nel 1911 del giornale Seraj-al-Akhbar ha completamente modificato il panorama giornalistico e poetico afghano”, spiega il professor Hossian. “Prima di allora i poeti lavoravano al ‘chiuso’, in una dimensione privata, scrivevano prevalentemente per re o regine, per i notabili. Da allora, invece, la poesia si è diffusa tra la gente comune. Tarzi ha introdotto la modernità nel nostro panorama culturale”.

Sadeq Hossian si dice soddisfatto dell’attuale panorama. “Ci sono molti problemi, certo, ma soprattutto qui a Mazar c’è un vero revival della poesia, grazie ai tanti giovani che fondano riviste e circoli letterari, viaggiano all’estero, vengono tradotti”. Tra questi c’è la giovane Farkonda Rajabi, studentessa di letteratura, editor del sito Balkh Times, scrittrice e fondatrice a Mazar-e-Sharif della casa di cultura Partau, “uno spazio per le donne, dove possano sentirsi libere di esprimersi liberamente, senza timore di essere giudicate dagli uomini”, racconta Farkhonda all’interno di un giardino di Mazar riservato alle donne. “La poesia è un elemento fondamentale della nostra vita, tra le mie amiche non ce n’è una che non scriva. Pare che oggi tutti vogliano fare gli scrittori”, aggiunge sorridendo.

Strano ma vero, anche i barbuti Talebani coltivano la passione per la poesia. Lo dimostra un libro recente curato dagli studiosi Alex Strick van Linschoten e Felix Kuehn: Poetry of the Taliban. Introdotto da una puntuale prefazione di Faisal Devij, studioso dell’islamismo politico all’Università di Oxford, il libro include una serie di poesie scritte, recitate o cantate dai “turbanti neri”, dagli anni Novanta del secolo scorso fino al 2008. Ne esce un quadro sorprendente, un prezioso manuale estetico-politico del movimento degli studenti coranici, fatto di vicende quotidiane e di grandi avvenimenti, di raffinatezze poetiche e di tragiche brutalità. “Avranno pure scritto delle poesie, ma quando al governo c’erano loro non potevano riunirci liberamente”, spiega il professor Hossian, tra i fondatori della Balkh Writers Association: “sotto il regime talebano eravamo costretti a nasconderci, oggi recitiamo le nostre poesie in pubblico. Le sembra poco?”, chiede Hossian prima di tornare in classe dai suoi studenti.

Corriere della Sera
13 06 2014

Il sogno di un padre. Il riscatto di una donna per tutte le donne.

Negli occhi di Maurice Sandouno, 42 anni, medico guineano di Conakry, e Farzana Rasouli, 35 anni, "camice bianco" nella - un tempo - favolosa Herat di Tamerlano, passato e futuro delle loro storie personali si intrecciano al presente incerto di popolazioni antiche e fiere. ...

La 27 Ora
05 06 2014

Questa è una storia vera, inviatami da un giovane medico afghano che ho conosciuto personalmente alcuni anni fa, e che mi chiede di pubblicarla senza rivelare il suo nome. “Oggi storie come questa sono una parte normale della nostra vita”.

C’era un mullah molto onesto e religioso che si occupava di una piccola moschea nel distretto di Haska Mina, nella provincia di Nangrahar. Haska Mina, nella lingua pashto, significa “alto villaggio”, ed è un distretto verdeggiante e montagnoso che assomiglia molto all’Europa dell’Est.

Questo sant’uomo insegnava agli abitanti del distretto che gli atti di crudeltà e di bullismo, gli insulti e gli assassinii di adulti e bambini innocenti – come quelli commessi dai talebani nelle zone sotto il loro controllo – sono veri e propri atti di terrorismo. Il mullah credeva che, se avesse insegnato alla gente che quelle azioni sono disumane, avrebbe potuto prevenire attacchi futuri, frenare l’arruolamento di giovani da parte dei talebani, e ridurre la violenza contro gli innocenti nel distretto.

Un giorno, i talebani hanno razziato il distretto di Haska Mina e hanno avvertito la popolazione che nessun mullah era autorizzato a pregare e a celebrare i funerali per i soldati dell’esercito afghano caduti in battaglia. E se un qualche mullah o cittadino avesse disobbedito quest’ordine – hanno minacciato i talebani – sarebbe stato giustiziato senza pietà. La giustificazione dei talebani è che i soldati dell’esercito nazionale afghano sono schiavi che lavorano per gli Stati Uniti e la Nato.

Pochi giorni dopo l’avvertimento pubblico, i talebani sono tornati nel distretto, hanno usato la forza e minacciato nuovamente la popolazione, e hanno ucciso un soldato dell’esercito afghano. Dato che era il dovere e la responsabilità del mullah occuparsene, lui ha celebrato le preghiere per il soldato ucciso, e durante la cerimonia funebre, questo mullah coraggioso ha spiegato alla gente che quell’uomo era un martire che aveva sacrificato la vita per il bene del Paese e del popolo afghano.

Quando il mullah ha completato la cerimonia, è tornato in moschea per la preghiera della sera. E lì, mentre insegnava e traduceva il Corano per il popolo, improvvisamente i talebani sono entrati e hanno chiesto che venisse fuori. Il mullah ha rifiutato, e li ha supplicati di non ucciderlo, per pietà dei suoi figli ancora piccoli. Ma i talebani non l’hanno ascoltato, e gli hanno sparato alla testa in moschea, davanti a tutta quella gente.

Il mullah aveva una famiglia, una moglie e quattro figli, tutti al di sotto degli 8 anni. La giovane vedova è ora senza protezione né denaro per se stessa e per i bambini. Le altre donne del distretto vanno a trovarla e cercano di attenuare il suo dolore, ma invano. E’ inconsolabile perché ha perso un marito amorevole e perché adesso deve affrontare l’incertezza economica: deve provvedere alla famiglia da sola. Possa Dio aiutare questa giovane vedova e i suoi orfani.

Viviana Mazza

Articolo Tre
10 04 2014

Era stata data in sposa a sei anni, dal padre, che doveva saldare un debito che aveva contratto. Ma a salvare Naghma sono stati un donatore anonimo e un'avvocatessa americana.

Naghma oggi ha sette anni, è una bellissima bambina con grandi occhi marroni e vive in un campo profughi alla periferia di Kabul da quando, insieme alla sua famiglia è fuggita dalla fame e dagli scontri dalla provincia meridionale di Helmand in Afghanistan.

Taj Mohammad, il papà della piccola Naghma, sperava che a Kabul fosse tutto un po' più semplice, che le condizioni di vita fossero migliori, ma purtroppo non è così, soprattutto quando sopraggiunge il terribile inverno afghano.

La famiglia è in difficoltà e la situazione peggiora quando la moglie di Taj deve essere ricoverata in ospedale, mentre uno dei fratellini di Naghma, a causa del freddo, non riesce a sopravvivere.

Le spese crescono, Taj deve pagare i conti dell'ospedale dov'è ricoverata la moglie; una parcella da 2.500 dollari, impossibile da saldare, così chiede un prestito a un parente, un usuraio che gli dà i soldi, ma ad un certo punto il denaro va restituito e il papà di Naghma non sa come fare.

Al New York Times Taj confessa tra le lacrime: "Ho dovuto vendere la mia bambina di 6 anni per estinguere un vecchio debito. E’ stata una decisione difficile". Altro non potevano fare, i parenti volevano i soldi indietro e la famiglia di Naghma non poteva pagare.

La piccola Naghma, sposa bambina a soli sei anni, nell'età in cui si pensa solo a giocare con le bambole, lei era stata promessa in sposa al figlio del parente usuraio, un ragazzo di 19 anni.

Alcuni gruppi per la difesa dei diritti umani, venuti a sapere della storia di Naghma e della sua famiglia, decidono di contattare l'avvocatessa americana Kimberley Motley, che vive, ormai da qualche anno, tra Kabul e Milwaukee. La donna arrivò nel Paese la prima volta nel 2008, nell'ambito del programma del Dipartimento di Stato Usa per formare avvocati afghani difensori.

L'avvocatessa parte subito per Kabul, dove convoca una Jirga, una riunione dei leader tribali, per trovare una soluzione affinché la piccola non fosse costretta a diventare l'ennesima sposa bambina del Paese. In Afghanistan i matrimoni si possono contrarre dall’età di 16 anni per le ragazze e di 18 per i ragazzi, tuttavia la pratica è ancora molto diffusa.

Un donatore anonimo, dopo aver appreso della storia di Naghma, decide di saldare il debito contratto dalla famiglia, rendendo così di fatto libera la piccola dal matrimonio.

"Sono felice che Naghma non si sia sposata all'età di sei anni – ha detto l'avvocatessa Motley – ma ora vorrei che potesse avere anche un'istruzione". Una speranza che è stata presto soddisfatta, infatti, a Naghma e al suo fratellino di 9 anni sono stati offerti due posti all'Istituto Nazionale musicale dell'Afghanistan, una scuola che ospita orfani e bambini poveri e che si prende cura della loro istruzione.

L'impressione che le cose stessero mettendosi relativamente bene si è avuta sin dalle prime ore del mattino, quando in molti centri urbani si sono formate lunghe e pazienti code ai seggi. ...

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