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Al grido di "Allah 'Akbar" - Allah è grande - un poliziotto ha aperto il fuoco contro l'auto su cui si trovavano la 48enne fotoreporter di guerra, uccisa sul colpo, la collega canadese 60enne Kathy Gannon, rimasta gravemente ferita e un giornalista locale, oltre all'autista. ...

Huffington Post
04 04 2014

Un attentato a est dell'Afghanistan ha ucciso una fotografa tedesca e ferito una giornalista canadese. Secondo il network afgano Tolo tv, si tratta della fotografa Anja Niedringhaus e della giornalista Kathy Gannon, entrambe reporter dell'agenzia americana Associated Press.

Le due giornaliste, a quanto si apprende, si trovavano nella provincia di Khost, est dell'Afghanistan. "Due donne giornaliste sono state raggiunte da colpi d'arma da fuoco questa mattina mentre si trovavano all'interno del quartier generale del distretto di polizia. Una è stata uccisa, mentre l'altra e gravemente ferita", ha detto il portavoce della polizia di Khost.

Le reporter sarebbero state assalite e raggiunte da colpi d'arma da fuoco mentre stavano visitando l'ufficio del governatore del distretto di Tanai. Ad assalirle sarebbe stato un uomo, con indosso un'uniforme, che è stato fermato dalle forze dell'ordine.

La Niedringhaus è morta sul colpo, mentre la Gannon è stata ferita gravemente ed è stata trasportata presso un ospedale nelle vicinanze. Citato dall'agenzia Dpa, Rawan non ha chiarito i motivi dell'agguato.

Anja, 49 anni, lavorava per l'Ap dal 2002, per cui ha realizzato reportage dall'Iraq, dall'Afghanistan, dalla Striscia di Gaza, da Israele, Kuwait e Turchia. Nel 2005 ha vinto il premio Pulitzer nel fotogiornalismo per le fotografie realizzate durante la guerra in Iraq.

L'attacco, lo ricordiamo, è avvenuto alla vigilia delle elezioni presidenziali.

La minaccia dei talebani: "Attacchi mirati contro le elezioni". Nuove minacce di lanciare attentati nel giorno delle elezioni presidenziali afgane, fissate per domani, sono arrivate dai talebani. Il portavoce Zabihullah Mujahid ha annunciato in un messaggio inviato al quotidiano The Express Tribune che il gruppo è entrato in possesso del "piano di sicurezza del governo", predisposto in occasione del voto.

Il documento, secondo Mujahid, comprende una lista dettagliata di nomi di ufficiali della sicurezza nonché dei luoghi esatti in cui saranno schierati e consentirà ai militanti, secondo il portavoce, di sferrare attacchi mirati. "La nostra patria è sotto invasione americana - ha detto Mujahid nell'email inviata a The Express Tribune - Le cosiddette elezioni tenute sotto invasione proteggeranno gli interessi dell'invasore, che imporrà la sua scelta agli afghani. Questo è l'unico obiettivo del processo".

Il portavoce ha aggiunto che i talebani afgani non hanno un candidato preferito tra gli otto che si sono presentati, due dei quali sono di dichiarate idee jihadiste. "Non ci aspettiamo nulla di buono da nessuno di loro - ha detto - perché lavorano tutti per conto di altri".

Il Fatto Quotidiano
04 04 2014

In vista delle elezioni di sabato 5 aprile lo staff di donne afghane di Fondazione Pangea ha intervistato 100 donne di Kabul che partecipano al progetto di microcredito “Jamila” per capire come stavano vivendo questo periodo, se sarebbero andate a votare e con sentimento e quali aspettative avevano per il loro futuro e per quello del loro Paese.

Questa piccola ricerca non ha certo la pretesa di dare dati statistici assoluti, né di essere lo specchio di quanto accade in tutto il paese Afghanistan. Per noi di Pangea, impegnati dal 2003 e su più fronti nel dare un aiuto concreto alle donne e alla ricostruzione, era tuttavia importante verificare concretamente se il nostro lavoro di informazione, di sensibilizzazione ai diritti e all’empowerment delle donne avesse in qualche misura contribuito a far accrescere la loro volontà di partecipazione anche al processo elettorale.

La nostra indagine si sviluppa attraverso 22 domande rivolte a donne tra i 18 e i 50 anni e che fanno parte del nostro progetto da almeno due o tre anni. Il 92% sono sposate e tutte vivono a Kabul.

Abbiamo chiesto se e come erano venute a conoscenza delle elezioni presidenziali, se conoscevano i programmi dei candidati e sulla base di quali valutazioni esprimeranno la loro preferenza; se avranno la volontà e la possibilità di esprimere il proprio voto liberamente; quali sono le prime cose che dal loro punto di vista dovrebbe realizzare il neopresidente e infine un giudizio sul futuro dell’Afghanistan.

Tutte le intervistate (il 98%) si sono rivelate informate riguardo alle elezioni – ma ricordiamo che siamo parlando di cittadine di Kabul -, e con una forte consapevolezza dell’importanza dell’andare a votare. Infatti il 90% lo farà, mentre solo un 2% è incerta perché ha paura per la propria sicurezza.

72 su 100 sono già in possesso della carta elettorale e ciò dimostra una notevole sensibilità su ciò che accadrà sabato 5 aprile nel paese e una decisa volontà di portare un cambiamento sociale attraverso il voto.

In questo scenario, i mass media giocano un ruolo cruciale: 83 intervistate su 100 sono venute a conoscenza e traggono informazioni sulle elezioni e sui candidati dalla televisione e dalla radio, un altro importante segnale di cambiamento della società afghana, proprio a partire dalle donne, perché dimostra il desiderio di proiettarsi in un dialogo nazionale che passa dai media e che collega al resto del mondo. Ciò in qualche modo è all’antitesi del periodo oscurantista talebano in cui vigeva un isolamento culturale e mediatico estremo, almeno per quel che riguarda la situazione nella capitale. Altro invece è il discorso per le aree rurali, isolate non solo dal punto di vista logistico.

Conoscono i candidati 91 donne su 100 e nessuna voterà in base dell’appartenenza etnica. 75 di loro affermano infatti che voteranno sulla base dei programmi. La possibilità che i familiari, gli uomini nello specifico, possano influenzare il loro voto, pare non riguardate 73 intervistate, che dichiarano non solo di non subire tale pressione e che andranno a votare liberamente, ma che comunque sceglierebbero di testa loro, indipendentemente dal volere di mariti, padri o fratelli. Una dozzina di donne, invece, seguirà le indicazioni familiari. E questa è per Pangea un importante segnale. E’ la testimonianza dell’efficacia del nostro lavoro nel favorire una maggiore fiducia in se stesse e consapevolezza nelle donne.

Ma alla fine, queste elezioni cambieranno qualcosa? Secondo il 94% delle intervistate sì. E tanta è la fiducia e l’ottimismo per il futuro dell’Afghanistan. È evidente che vi è una forte voglia di cambiamento forse dovuta al fatto che ormai dopo anni la popolazione stessa, a partire dalle donne, ha voglia di riscrivere la propria storia in pace.

La risposta all’ultima domanda che abbiamo fatto – “Quali sono i problemi più urgenti da affrontare per il Paese?” – ci racconta molto della vita quotidiana delle persone: in 60 donne hanno detto la disoccupazione, in 46 la sicurezza, in 15 la condizione femminile, in 7 la corruzione, in 7 la sicurezza alimentare, in 4 l’educazione e una donna il ritiro delle truppe Isaf.

Ognuno tragga da sé le proprie conclusioni. Il Progetto Jamila di Fondazione Pangea risponde alla prima priorità, risolvere la disoccupazione: grazie al microcredito, infatti si crea lavoro, ma per fortuna non partecipiamo alle elezioni in Afghanistan!

Simona Lanzoni

Scritto in collaborazione con Barbara Gallo, attivista di Pangea è appassionata di Afghanistan

"Il nostro sarà un voto soprattutto nella speranza che i politici si impegnino per porre fine alla violenze contro le donne in famiglia". Zarifa l'anno scorso ottenne finalmente il divorzio quando riuscì a dimostrare in tribunale che era stata "picchiata e torturata" dai parenti del marito, che non voleva lavorasse fuori casa (è impiegata presso la clinica dell'organizzazione umanitaria italiana Emergency). Oltre 300 candidate sono in lizza per il rinnovo dei consigli provinciali. ...

Il Corriere della Sera
12 03 2014

In vista delle elezioni del 5 aprile, Amnesty International ha inviato a tutti i candidati alla presidenza dell’Afghanistan un’agenda per i diritti umani in cui chiede che questi non vengano messi in un angolo bensì siano al centro dei programmi e della loro attuazione.

L’agenda di Amnesty International presenta raccomandazioni pratiche su come migliorare la situazione dei diritti umani in sette aree cruciali: adempiere agli obblighi internazionali sui diritti umani; garantire che i presunti autori di crimini di guerra, appartenenti alle forze afgane e a quelle internazionali, siano chiamati a risponderne; proteggere i diritti delle donne e delle bambine; prevenire gli sfollamenti interni e reagire a quelli in atto; porre fine all’impunità per le violazioni dei diritti umani e i crimini di guerra del passato; garantire la libertà d’espressione; abolire la pena di morte.

Se non c’è dubbio che nell’ultimo decennio siano stati fatti passi avanti in materia di diritti umani, è altrettanto evidente che per milioni afgani, e soprattutto di afgane, le prospettive sono ancora cupe. Le violazioni collegate al conflitto e un agghiacciante livello di violenza contro le donne e le bambine sono solo due delle questioni che, secondo Amnesty International, dovranno essere affrontate dalla prossima presidenza.

Nel 2013 sono stati uccisi 2959 civili e ne sono stati feriti altri 5656, con un incremento del 17 per cento nel primo caso e del 14 per cento nel secondo, rispetto al 2012. Il 2013 è stato il peggiore anno, dal 2009, per quanto riguarda le uccisioni e i ferimenti di donne e bambini.

La Commissione indipendente afgana per i diritti umani ha documentato 6823 casi di violenza contro le donne tra l’ottobre 2012 e il settembre 2013. L’attuazione della legge sull’eliminazione della violenza contro le donne è limitata e le inchieste e le condanne si contano sulle punte delle dita.

Non c’è da essere molto ottimisti, dunque. In Afghanistan persiste una pressoché totale impunità per le violazioni dei diritti umani e i crimini di guerra del passato. Molti di coloro che si candidano alla presidenza o alla vicepresidenza del paese sono seriamente indiziati di complicità in quei crimini.

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