Aids: maschio italiano, ti prego usa il condom

Il Fatto Quotidiano
01 12 2014

di Elisabetta Ambrosi

Ancora, anzi spesso, mi capita di sentire amiche che raccontano storie di rapporti occasionali qui e là – perfetti per aiutare la sopravvivenza, che la vita mica è tanto facile – ma sempre senza preservativo. “Lui non lo voleva” è la risposta unanime quando chiedo loro se l’odiata protezione è stata usata.

Nella giornata mondiale contro l’Aids, mentre leggo i dati che raccontano, ormai è un dato acquisito da qualche anno, di come le nuove infezioni arrivino ormai tramite rapporti eterosessuali occasionali, mi chiedo perché noi donne siamo sprofondate così in basso nella difesa di noi stesse e dei nostri desideri da non avere neanche il coraggio di chiedere il preservativo. E accettare questa forma invisibile, sottile eppure tale, di violenza, senza neanche chiedere a lui le ragioni di questa avversione.

Condom

Ragioni che secondo me non sono solo dovute al fatto che con il condom il piacere è attutito, perché lo stesso vale per noi, che pure il problema ce lo poniamo più degli uomini (a quanto ho avuto modo di osservare). C’è una ragione psicologica più profonda, che sta, secondo me, nel piacere di un possesso completo. Non voglio giudicare a priori negativamente questo desiderio, perché credo che in esso ci sia anche, in parte, il residuo di un ideale romantico di fusione totale. Ma c’è anche, per quello che posso percepire, anche una fantasia di conquista, di avere la donna completamente, totalmente, propria durante un rapporto sessuale.

Un male? Un bene? Se ne può discutere, ma nel frattempo usando il preservativo, perché i dati sono dati e non opinioni e il desiderio di fusione espresso attraverso un comportamento pericoloso rischia di perdere qualsiasi lato sentimentale, mostrandosi soprattutto per quello che è: un sopruso.

Non amo l’eccesso di politicamente corretto nei rapporti sentimentali, mi piace anche la rottura delle convenzioni, così come il comportamento che, pur se non formalmente eccepibile, rivela passione, fantasia, rottura dei cliché. Ma non riesco a vedere il mancato uso del preservativo sotto questa luce, perché l’amore che mettere a rischio la salute non mi interessa, visto che preclude la mia possibilità di amare in futuro. Sono certa che le donne che accettino passivamente di non usarlo non vivano davvero il piacere fino in fondo, perché senza protezione, specie quando i rapporti sono occasionali, resta sempre un punto interrogativo, un senso di angoscia sottile, la percezione che in quel modo di vivere il piacere c’è qualcosa di sbagliato.

Faccio un appello rovesciato, allora, soprattutto alle donne, e specie alle giovanissime: il preservativo chiedetelo, anzi datelo proprio per scontato, ironizzando su chi non si pone neanche il problema. E magari, anche, fatelo pagare a lui, perché quando siamo noi a usare la pillola andiamo dalla ginecologa e la prendiamo in farmacia. Dunque non si tratta niente di più che di parità (che poi i condom costino tantissimo questa è un’altra storia). No preservativo? No party. Altrove è un collegamento banale, portiamo un po’ di Europa nelle nostre camere da letto rassicurando i primitivi latin lover che no, non perderanno né virilità né piacere. E che anzi solo in quel modo avranno il nostro completo, e piacevole, abbandono.

Huffingtonpost
30 11 2014

di Chiara Piotto

Il Brasile offre gratuitamente ai malati di Aids che soffono di lipodistrofia un intervento di ricostruzione facciale per tutelarli dalla discriminazione. Prevenzione. Assistenza. Terapia. Queste le parole chiave della lotta contro l'Aids, la malattia del sistema immunitario riconosciuta per la prima volta nel 1981. Il progetto a tappe del fotografo milanese Nanni Fontana ha l'ambizione di ritrarne gli effetti a distanza di 33 anni in Brasile e in altri quattro Paesi del mondo: Thailandia, Mozambico, Ucraina e Stati Uniti. Nato in collaborazione con l'Organizzazione mondiale della sanità, Out of Sight si è sviluppato dal 2011 al 2013 e dal 28 novembre al 7 dicembre sarà in mostra all'AMY-D Arte Spazio di Milano, in coincidenza con la giornata mondiale della lotta contro l'Aids il 1 dicembre.

"La didattica nelle scuole è fondamentale - ha spiegato il fotografo alla presentazione del lavoro al Parallelozero Café di Milano - per trasmettere alle nuove generazioni l'idea che l'hiv non è legato solo ad un mondo 'altro', all'omosessualità o alla droga. A causa dell'ignoranza la discriminazione che i malati devono affrontare è altissima e nessuno fa il test: in Italia un quarto della popolazione sieropositiva non sa di esserlo, molti fanno il test e poi non vanno a ritirare il risultato per paura. "

"Entrai in contatto con questa realtà quando mi sottoposi io al test - ha raccontato Fontana - e mi resi conto che c'era ancora bisogno di informare: perché molti credono che l'Aids sia una malattia sonfitta, scomparsa, e si sbagliano. Decisi di raccontare la storia di alcuni tra i Paesi più coinvolti. Ho scelto la Thailandia, meta per eccellenza del turismo sessuale, il Mozambico dove è altissimo il tasso di trasmissione madre-figlio, il Brasile che ha trovato il modello di risposta più efficace con la produzione delle medicine, l'Ucraina che dopo la caduta dell'Urss ha avuto una fortissima esplosione per via delle iniezione endovenose e infine gli Stati Uniti, il Paese che spende più di tutti per la ricerca."

Ad oggi sono circa 36 milioni le persone affette da hiv nel mondo. Solo 2012 ci sono state 2,3 milioni di nuove infezioni di cui ben 4mila in Italia.


Si celebra in tutto il mondo la giornata mondiale dal 1988. Una ricerca Doxa stima in oltre 35 milioni le persone che vivono attualmente con l'Hiv: di queste, ben 19 milioni non hanno idea del proprio stato di sieropositività.
Mika, Il Corriere della Sera ...

L'ultima sfida la "pillola magica" killer del virus

L'obiettivo per il 2020 è mettere in cura un numero alto di persone infettate (modelli matematici indicano una soglia minima del 70% degli infettati) in modo da abbattere la trasmissione del virus e "spegnere" progressivamente l'epidemia.
Stefano Vella, la Repubblica ...

Circolo Mario Mieli
04 09 2014

Con questo articolo inizia la collaborazione tra Plus e il blogger statunitense Mark S. King, autore del sito My Fabulous Disease, all’avanguardia nella lotta allo stigma verso le persone sieropositive. Gli articoli di Mark sono molto diretti, a volte sconcertanti nella scelta – volutamente provocatoria – degli argomenti e dei paragoni, tant’è che il suo pensiero non collima sempre con le posizioni di Plus. Detto questo, abbiamo deciso di pubblicarne alcuni in traduzione (con piccoli aggiustamenti di natura esplicativa) per dare una «scossa», anche in Italia, al dibattito su temi troppo spesso ignorati dalla nostra comunità.

Quando Donald Sterling insultò Magic Johnson dandogli del promiscuo e dell’indegno, l’accusa non suonò nuova a chi viveva con l’hiv. L’abbiamo sentita per anni. Ancora oggi molte di queste idee sbagliate persistono, addirittura – o forse soprattutto – tra i maschi omosessuali. Certi atteggiamenti possono ferire, stigmatizzare, pur nella loro assurdità. Cerchiamo allora di mettere i puntini sulle i stilando una lista di dieci cose che i maschi sieropositivi vorrebbero tanto far sapere ai maschi sieronegativi. Questa lista può non rispecchiare al cento per cento le opinioni di tutti i gay con hiv, ma include sicuramente molte delle loro frustrazioni.

1. Non tutti i maschi sieropositivi sono tossici con la fissa del bareback

È umano, forse, cercare di trovare la «falla» in coloro che s’infettano. Vederli come estremisti ci fa sentire per certi versi al sicuro. Eppure, la verità è che la maggioranza delle nuove infezioni si verifica all’interno di «relazioni primarie», come una storia fissa o una frequentazione abituale, spesso perché uno dei due non sa di essere infetto e finisce per trasmettere l’hiv al partner. Ecco perché ha senso insistere col test, e farlo regolarmente. Di solito le nuove infezioni non sono, statistiche alla mano, il risultato di una notte brava a un sex party imbottiti di crystal meth, né di un pomeriggio etilico in sauna. Certo, queste sono situazioni possibili, ma il concetto è che il sesso tra persone che si vogliono bene non è per forza più sicuro. Per l’hiv, una striscia di pelle nera o il fiocchetto di un regalo d’anniversario sono la stessa identica cosa.

2. Vivere con l’hiv non è un film ospedaliero dell’orrore

Sì, quando hai l’hiv vai regolarmente dal dottore e prima o poi prendi medicine. Ma non bisogna confondere una condizione cronica con una acuta, l’infezione con la malattia. Grazie all’ampia gamma di farmaci antiretrovirali, gli effetti collaterali sono stati ridotti di molto, e i nuovi ritrovati li ridurranno ulteriormente. I sieropositivi non piangono come fontane ogni mattina mentre trangugiano le pillole insieme al caffellatte. Devono prenderle ogni santo giorno, questo sì, magari a orari ben definiti e dopo aver consumato un pasto completo. È scocciante, ma non certo drammatico.

3. Un’infezione da hiv non ti trasforma automaticamente in un bugiardo patentato

Uno dei pregiudizi più penosi circa i maschi positivi è che mentono come se respirassero sul loro stato sierologico pur di scopare, magari con l’obiettivo di infettarti. Ce la facciamo a rimodulare questi cliché sulla trasmissione intenzionale, per cortesia? La verità è che i sieropositivi possono avere difficoltà a rivelare il proprio status… proprio per paura di discriminazioni derivanti da sciocchezze come questa. È ingiusto dare la colpa a tutti i positivi del comportamento criminoso di pochi.

4. «Sono pulito, devi esserlo anche tu»: una bella stronzata

Se in chat usi questa frase a mo’ di «filtro» per cercare nuovi scopamici, sappi che stai commettendo un grosso errore. Tanto per cominciare bisogna tenere a mente che i positivi con viremia non rilevabile non possono infettare nessuno, per cui rifiutare un partner per via dello stato sierologico rischia di essere una mossa puramente discriminatoria, e tutt’altro che pratica. Inoltre, etichettare chiunque come una merce difettosa o un frutto marcio è disgustoso (se ti è già capitato per un motivo o per l’altro, sai come ci si sente). Il «sono pulito» ti dà poi un senso illusorio di sicurezza, perché come dimostra uno studio britannico, il rischio di contrarre il virus è molto più elevato andando con qualcuno che crede di essere negativo e non lo è. Questo perché l’attività virale in una persona appena infettata, cioè in piena sieroconversione, può schizzare alle stelle senza che il diretto interessato lo sappia o possa impararlo a breve. Quindi, in ogni caso, evita mosse rischiose, metti le cose in chiaro, fa’ il test con lui oppure accertati che prenda le medicine e che sia «undetectable». E se senti il bisogno di chiedere subito lo stato sierologico al tuo partner, formula la domanda in maniera rispettosa («Il mio ultimo test è negativo. E il tuo?»). Chiedergli se è «pulito» o «senza malattie» ti fa fare la figura del cretino, soprattutto perché, quando si ha una vita sessuale, le infezioni sono tante e non si può mai sapere.

5. Sei l’unico responsabile della tua salute (comportamenti a rischio inclusi)

Dopo decenni di ricerca incentrata sulle persone con hiv, ora esistono trattamenti pensati anche per maschi sieronegativi e sessualmente attivi, come la PrEP (Pre-Exposure Prophylaxis, profilassi pre-esposizione – non ancora disponibile in Italia), uno strumento che consente di tenere sotto controllo i comportamenti a rischio. Sì, sono stati sollevati dei dubbi sulla tossicità del Truvada, la medicina che viene somministrata come PrEP, ma studi recenti hanno dimostrato come tali rimostranze fossero esagerate. Sei tu l’unico responsabile del tuo stato di salute, tutto dipende cioè dalle scelte che fai – che non hanno nulla a che vedere con lo stato sierologico del tuo partner, noto o ignoto che sia. Lo scaricabarile non ha mai giovato a nessuno, e a letto si è sempre tutti sulla stessa barca, che lo si voglia ammettere o meno.

6. I tipi con l’hiv non sono iperpromiscui… né hanno una vita sessuale schifosa… e non sono neppure delle monache di clausura

Ecco tre preconcetti ricorrenti… e falsi, se si prende come punto di riferimento la tipica vita sessuale di un maschio gay single.
Abbiamo tutti i nostri momenti no. A volte il carnet di ballo è pieno, ci sono tempi di vacche magre e altre volte ancora il sesso che facciamo fa schifo. Proprio come chiunque altro, anche i sieropositivi sono sull’ottovolante e quando le cose girano per il verso giusto fanno un sesso grandioso, di quelli da urlo. Giudicare le persone in base a quanto scopano è un argomento vecchio e ritrito (spesso usato contro tutti i gay) del quale faremmo volentieri a meno. Tra l’altro, è un ulteriore esempio di come si tenti di prendere le distanze dai sieropositivi etichettandoli come diversi da noi. Non lo sono mica. C’è la suora così come c’è la troia. Del resto, per beccarsela basta una volta sola. E non diamo forse della troia a chiunque scopi più di noi?

7. Come la si è presa e da chi è una questione privata

I dettagli di un’infezione altrui non sono roba da soap opera o da novella esemplare, per quanto buone possano essere le tue intenzioni. Se una persona sieropositiva è in vena di confidenze, può anche sciorinarti la sua storiella, ma è probabile che per lui la questione sia chiusa da tempo e che comunque si tratti di una vicenda noiosa. Ha fatto sesso senza le dovute precauzioni e se l’è buscata. Ah, vuoi pure i dettagli? Ma una forchettata di cacchi tuoi?

8. Se hai bisogno di informarti sull’hiv, datti una mossa

Avere l’hiv non significa possedere anche un master in epidemiologia o una specializzazione in malattie infettive. Non tutti i sieropositivi sono esperti del virus, specialisti nel campo della prevenzione – o attivisti. Vivono con hiv, tutto qua. E se si trovano nell’incresciosa situazione di doverti fare la lezioncina sui fondamentali della prevenzione, non te la prendere se saranno loro a dire no grazie, preferisco non scopare. Niente ammoscia gli animi come il signor virus hiv. E gran parte dei sieropositivi non ha voglia di «convincerti» prima di andare a letto. Anzi, tra i loro contatti vi sono sicuramente persone più bone di te e con qualche nozione in più tra neurone e neurone.

9. Dici che le persone sieropositive non vivono a lungo? Ma per carità…

Secondo studi recenti, una persona che al giorno d’oggi riceve la diagnosi di hiv in tempo utile (prima cioè che l’infezione raggiunga uno stadio avanzato) ha la medesima aspettativa di vita di una persona «normale». C’è chi sostiene addirittura che questa aspettativa possa essere superiore alla media, in quanto i frequenti controlli medici consentono di individuare subito, e trattare, gli eventuali problemi. Inoltre, è probabile che le persone sieropositive stiano molto più attente al fumo, alle droghe o all’alcol, che mangino bene e facciano esercizio fisico, in modo da restare in salute e vivere a lungo. Molti positivi lo sono di nome e di fatto, vivono la vita con gioia e guardano al futuro. Che motivo hanno di deprimersi? Col progredire delle scoperte scientifiche – ma anche delle infezioni – il numero dei maschi sieropositivi nella società è in aumento. Tanto vale capirli, rispettarli e accettarli invece di impiccarsi a paure antiquate e sciocchi pregiudizi.

10. … E le sorprese non finiscono qui

Molte ricerche in corso sono destinate a migliorare ulteriormente la situazione, rendendo la vita più facile e meno rischiosa tanto per i sieropositivi quanto per i sieronegativi. Stanno testando dei microbicidi rettali (pomate e clisteri che uccidono il virus all’istante), la gamma dei medicinali per la PrEP si sta ampliando e potrebbe includere iniezioni capaci di proteggere dal virus per mesi, evitando così la scocciatura della pillola quotidiana. Anche i profilattici stanno subendo un restyling volto a migliorarne il design e la sensibilità. Nel giro di non molto tempo si potranno eliminare anche i rischi d’infezione più modesti, e i farmaci antiretrovirali diventeranno sempre meno tossici e ancora più efficaci. Si tratta di progressi importanti non solo in termini di statistiche e numeri: di questo passo possiamo davvero colmare quel «viral divide» che ha danneggiato la nostra comunità per decenni, e continua a farlo.

L’originale, pubblicato sul blog di My Fabulous Disease, si trova a questo indirizzo.

Traduzione di Simone Buttazzi

 

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