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Alda Merini, ritratto intimo in "La pazza della porta accanto"

  • Giovedì, 13 Novembre 2014 10:29 ,
  • Pubblicato in Flash news
l'Espresso
13 11 2014

Nel suo nuovo film, che sarà nei cinema il 16 e 17 novembre, la regista Antonietta De Lillo racconta la figura dell'amata poetessa milanese Alda Merini.

Realizzato recuperando una lunga conversazione con la scrittrice girata da De Lillo negli anni Novanta, "La pazza della porta accanto" è un ritratto libero e intimo della personalità di una delle personalità più forti della nostra letteratura del Novecento.

Ecco un estratto della pellicola, in cui Alda rievoca l'esperienza del ricovero in manicomio ma anche gli amori della sua vita. E confessa: "La mia vita è stata più bella di quello che ho scritto".

Essere santa senza Dio. I primi versi di Alda Merini

Alda Merini e le poesie inediteE dove nasce quella strana disposizione della mente che porta alcuni esseri umani a valicare il piano della vita ordinaria, afferrati da un bisogno irresistibile di oltrepassare la superficie su cui gli altri si aggirano al sicuro ma che da loro è avvertita come piatta superficialità
Vito Mancuso, La Repubblica ...

Corriere della Sera
06 10 2014

di Giovanna Rosadini *

Indimenticabile, passionale, anticonformista e imprevedibile Alda Merini: l’occasione per tornare a rileggerla, e a ricordarla, è data dalla serie di volumi che il Corriere le dedica, in edicola a partire dalla scorsa settimana. Forse nessun poeta contemporaneo quanto lei ha saputo parlare alla gente, parlare a tutti, giovani o anziani, persone semplici o di grande cultura, uomini o donne. Il suo segreto? Una geniale semplicità. E un pizzico di follia.

A dire il vero, Alda Merini malata lo è stata seriamente, tanto da venir ricoverata in ospedale psichiatrico (ma per lei, senza tanti giri di parole, era «il manicomio») a più riprese: negli anni giovanili, fresca sposa e madre, inizialmente a villa Turro e poi al Paolo Pini di Milano, sua amatissima città natale; successivamente, dopo la morte del primo marito e il secondo matrimonio col medico e poeta Michele Pierri, a Taranto… A me, che sono stata sua editor per Einaudi editore, durante gli ultimi anni della sua vita, raccontava degli elettroshock cui veniva sottoposta con la tranquillità con cui si riferiscono episodi della propria vita coi quali ormai si è fatto pace: «Finito il trattamento, mi sentivo la mente snebbiata e pulita, lucida come una parete di piastrelle bianche…».

Ho conosciuto Alda Merini nel 2003, in seguito all’incarico ricevuto dall’editore presso cui lavoravo, Einaudi, di curare un suo libro, quello che sarebbe diventato «Clinica dell’abbandono», insieme ad Ambrogio Borsani (fedele archivista dall’aplomb anglosassone, e promotore dei testi della poetessa negli anni della sua vecchiaia), e Vincenzo Mollica, che realizzò un video per il cofanetto confezionato per Einaudi Stile libero, «Più bella della poesia è stata la mia vita».

Ricordo ancora il primo incontro, nella sua famosa casa sui Navigli «arredata da un limpido disordine, in cui lei respira come una regina senza regno», come ebbe a scrivere lo stesso Mollica: «La casa di Alda Merini è una zona franca, dove tutto si compie: la gioia, il dolore, la malinconia…». Una casa dove lei ormai abitava sola, vedova di due mariti, le figlie grandi, di cui parlava come pezzi di anima in esilio da lei, da tempo altrove con le rispettive famiglie…

Mi accolse con grande cordialità, aveva modi diretti e un po’ bruschi, con lei non c’era spazio per le forme: si andava subito al dunque, aveva una capacità istintiva di arrivare immediatamente al nocciolo delle persone. Così fu con me, allora giovane redattrice intimorita dalla sua fama: leggendarie, in quel periodo, erano le sue apparizioni televisive al Maurizio Costanzo show, o le sue provocatorie foto a seno nudo sulle riviste patinate (una delle forme, come avrei in seguito compreso, in cui si esprimeva la sua grande generosità nel darsi agli altri). Di me volle sapere tutto: da quanto tempo lavoravo per Einaudi, come mai abitavo a Milano e non a Torino dov’era la sede della casa editrice, e, saputo che la ragione erano due bimbi piccoli, cominciammo subito ad intenderci scambiandoci le rispettive esperienze relative alla maternità. Cominciai a comprendere così le sofferenze che aveva passato quando, ricoverata in ospedale, era stata separata dalle bambine, e trattata lei stessa come qualcuno di ci si può disporre impunemente, una bambola di pezza resa inerme dallo spaesamento causato dalle «ombre della mente» (anche se, a onor del vero, non le ho mai sentito pronunciare parole di rabbia o risentimento: per i compagni di vita, i medici che la curarono coercitivamente o altri).

Ciò che più colpiva in Alda Merini era la sua prodigiosa vitalità: un indomito gusto per la vita che si realizzava soprattutto nel contatto con gli altri e nei legami sentimentali, che continuò a intrecciare ancora in età avanzata. Anche se abitava sola, la sua casa era popolata di presenze: ancora tangibili erano gli affetti che avevano abitato la sua vita, nelle sue parole e nella sua scrittura, che potremmo definire eminentemente amorosa e religiosa in senso lato (e certamente, per lei, il mistero dell’innamoramento, così come il mistero della sua energia creativa, avevano molto a che fare col senso religioso dell’esistenza). Ma la vita continuava a portarle presenze concrete e reali: nello storico quartiere dei Navigli, dove abitava, era una figura amata e conosciuta da tutti; spesso qualche vicino passava a salutarla, e il Caffè Chimera, vicino a casa, era un luogo dove la si poteva trovare, seduta a un tavolino intenta a scrivere o davanti a un caffè in chiacchiere con gli amici. Molte furono le personalità del mondo editoriale che ebbero con lei una frequentazione assidua, in quegli anni; fra questi, furono in diversi a recepirne, come interlocutori privilegiati, i versi, che lei da ultimo amava dettare, anche al telefono. Persone come Roberto Dossi, Alberto Casiraghi, Manuel Serantes o i già citati Borsani e Mollica. Alda Merini, da figlia del popolo (crebbe in una famiglia di modeste condizioni economiche) e persona sostanzialmente semplice qual era, fu una donna anche di piaceri terreni e carnali, con un forte gusto per la convivialità e per le cose belle. Eccentrica, senza dubbio, e donna di forti contrasti: magari si dimenticava di chiudere la lampo della gonna, ma la manicure, la laccatura di un bel rosso fuoco, era sempre perfetta. Oppure, capitava che uscisse con la pelliccia ma una vistosa smagliatura nelle calze… C’era in lei un misto di noncuranza e vanità, non solo per quanto riguarda il suo aspetto fisico. Ricordo quando vinse un premio prestigioso, uno dei più importanti premi letterari italiani, il Mondello. Avrei dovuto accompagnarla nella trasferta a Palermo, era tutto pronto: i biglietti per l’aereo, l’albergo prenotato… Ma la mattina, quando in taxi passai a prenderla in Ripa di Porta Ticinese, mi annunciò con un filo di voce che non se la sentiva di andare, non le sembrava poi una cosa così importante…

Il suo talento era fuori discussione. Precocissimo (esordì a soli quindici anni, sotto la guida di Giacinto Spagnoletti), notato fin dagli esordi da grandi autori come Giorgio Manganelli (che fu uno degli amori passionali della giovinezza) ed Eugenio Montale (che con Maria Luisa Spaziani la indirizzò all’editore Scheiwiller sul finire degli anni Quaranta), e poi, dopo decenni di oblio dovuto ai ricoveri ospedalieri, riportato agli onori della critica e all’attenzione del pubblico negli anni Ottanta da altri due grandi autori e critici, Maria Corti e Giovanni Raboni, che di lei scrisse: «È comune l’impressione che alla presenza di un talento vistosamente naturale si accompagni a tratti in questa autrice il prorompere di un’ardita intemperanza», e di una poesia segnata da «ustioni angeliche o sulfuree».

Talento certamente collegato, e amplificato, dagli studi musicali e dalla passione per il pianoforte, altra presenza viva nella sua casa, sempre aperto e con uno spartito pronto sul leggio…

Memorabili le sessioni di lavoro ai suoi testi, pomeriggi in cui il tempo pareva fermarsi, in un silenzio scandito dalla lettura ad alta voce dei suoi versi e dal rumore in lontananza del tram che transitava sui binari… Ogni tanto, vuoi per un mio suggerimento, vuoi perché un verso non le corrispondeva più, dopo un guizzo di riflessione Alda si interrompeva, e, afferrando la penna per intervenire sul foglio, modificava d’istinto una sequenza, una parola, una rima. Poi rileggeva, soddisfatta, il testo: «Va molto meglio così, non ti pare?» Ed era, invariabilmente, vero.

Conservo ancora gli oggetti che volle a tutti i costi regalarmi, un astuccio portamatite di legno e una collanina d’ambra. Ma il regalo più gradito fu la poesia che scelse di dedicarmi, e, oggi, questi ricordi che possiedo e posso condividere di lei insieme all’opportunità di averla conosciuta, e avere imparato da lei cose che metto ancora in pratica quando scrivo.

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