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Il Fatto Quotidiano
07 10 2013

Il giovane tifoso del Brescia il 24 settembre del 2005 è stato ridotto in fin di vita alla stazione di Verona dagli agenti. Nella sentenza di primo grado i giudici hanno stabilito la responsabilità delle forze dell'ordine ("hanno picchiato con il manganello al contrario"), ma nessuna possibilità di individuare le responsabilità personali. Per questo gli imputati sono stati tutti assolti.

”Sai cosa? Secondo me quel giorno alla stazione di Verona cercavano il morto”. Paolo Scaroni a otto anni esatti da quel pomeriggio di fine estate in cui la sua vita è totalmente cambiata, alcune idee le ha chiare. Sa che lui, che ne è uscito miracolosamente vivo, è uno dei pochi che può, e deve, raccontare. ”Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi, me lo dice sempre: io posso essere quella voce che altri non hanno più”, spiega a ilfattoquotidiano.it. Per il giovane tifoso del Brescia, ridotto in fin di vita a colpi di manganello da agenti di polizia il 24 settembre 2005, per tragica coincidenza proprio la sera prima dell’omicidio di “Aldro” a Ferrara, la battaglia nelle aule di giustizia continua: il pubblico ministero della procura scaligera, Beatrice Zanotti ha presentato a fine aprile il ricorso in appello contro l’assoluzione di sette poliziotti del Reparto mobile di Bologna.

Per la sentenza di primo grado a pestare l’ultras dopo la partita tra Hellas e Brescia furono sicuramente dei poliziotti, ma non c’è la prova che siano stati proprio Massimo Coppola, Michele Granieri, Luca Iodice, Bartolomeo Nemolato, Ivano Pangione, Antonio Tota e Giuseppe Valente, e non invece altri appartenenti alla Celere (l’ottavo imputato, un autista, è stato scagionato per non aver commesso il fatto). Erano 300 in stazione quel pomeriggio tutti in divisa, tutti col casco, irriconoscibili.
Paolo Scaroni, 36 anni, fino al ”maledetto giorno” era un fiero allevatore di tori. Ora, invalido al 100%, dalla sua casa di Castenedolo dove abita con la moglie, lotta giorno per giorno per ritrovare una vita un po’ normale. Adesso potrà forse avere un risarcimento: ora che un giudice ha detto che quello fu un ”pestaggio gratuito”, ”immotivato rispetto alle esigenze di uso legittimo della forza, di un giovane, con danni gravissimi allo stesso”, avere qualcosa indietro dallo Stato potrebbe essere più facile. Il giudice infatti dice che non ci sono prove sull’identità dei poliziotti colpevoli, ma sulla responsabilità della Polizia non ci sono dubbi. ”E finora, anche se proprio in questi giorni lo Stato ha avviato con me una sorta di trattativa, non ho avuto neanche un euro”.
Per tutti questi anni Scaroni è stato omaggiato da migliaia di tifosi in tutta Italia, che ne hanno fatto un simbolo delle ingiustizie subite dal mondo ultras. Lui, che ormai raramente va allo stadio, si gode questa vicinanza, ma lamenta la lontananza delle autorità: ”Solo il questore di Brescia mi ha fatto sentire la sua solidarietà. Avevo scritto a Roberto Maroni quando era ministro dell’Interno, persino al Papa. Niente”.

Paolo porta sul suo corpo i segni di quel giorno. La diagnosi dei medici non lasciava molte speranze: ”Trauma cranio cerebrale. Frattura affondamento temporale destra. Voluminoso ematoma extradurale temporo parietale destro”. Una persona spacciata: ”Il medico legale si spaventò perché nonostante fossi in fin di vita non avevo un livido nel corpo. Avevano picchiato solo in testa”. E avevano picchiato, certifica il giudice Marzio Bruno Guidorizzi, ”con una certa impugnatura” del manganello ”al contrario”.  
L’ultras del Brescia non si dà pace quando ripensa al processo: ”C’è stato persino un poliziotto che testimoniò di avermi visto prendere a testate un vagone”. Poi c’è la storia dei depistaggi: alcuni minuti del video della Polizia sugli scontri di quel giorno tra tifosi e forze dell’ordine infatti sparirono durante le indagini.”L’impressione – scrive il giudice nelle motivazioni alla sentenza – è che si sia inteso far perdere le tracce di un momento dello scontro”. Ora anche su quel fatto la procura sta indagando.

Ma Paolo non dimentica che proprio dentro la questura di Verona lavorava la poliziotta che testarda ha indagato sui suoi colleghi ed è riuscita, dopo due richieste di archiviazione da parte della magistratura e anni di indagini, a portare gli agenti alla sbarra. ”Nonostante il clima creato intorno a lei da parte dei colleghi è riuscita a ricostruire quello che è successo quel giorno”, dice Paolo ricordando le lunghe ricostruzioni per arrivare a chi gli ha riempito la testa di bernoccoli, facendola diventare ”come un ananas”.

Il Fatto Quotidiano
12 09 2013

Essere accusata di essere un avvoltoio, di sfruttare la morte del figlio per scopi personali è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Patrizia Moretti ha querelato Franco Maccari, segretario generale del Coisp per diffamazione, stalking e molestie. La madre di Federico Aldrovandi lo aveva già anticipato dopo l’ultima uscita del sindacato di polizia contro di lei.

L’occasione era data dall’ultima querela in ordine di tempo presentata questa volta dal Coisp (ad oggi se ne contano più di 70 sul caso Aldrovandi) nei confronti del capogruppo del Pd del comune di Bologna Francesco Critelli e contro il consigliere democratico Benedetto Zacchiroli. La loro colpa era quella di aver “offeso” il sindacato in aula di consiglio nel giorno in cui Palazzo D’Accursio consegnava a Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi, la cittadinanza onoraria. Una solidarietà che arrivava all’indomani delle polemiche per la manifestazione del Coisp in solidarietà ai quattro agenti finiti in carcere.

Maccari entrò a gamba tesa sull’iniziativa politica, annunciando le azioni legali. Nel botta e risposta si introdusse Patrizia Moretti, dicendosi “ferita e irritata da questo comportamento continuo del Coisp: lo trovo un atteggiamento arrogante, a me sembra che vogliano intimidire chiunque esprima un critica. A me sembra molto grave voler tappare la bocca a chiunque non si allinei”.

Quanto basta per far scrivere a Maccari una dura replica. Siamo al comunicato dello scorso 22 agosto, dove il sindacato bolla come “ingiustificate, gratuite e immotivate cattiverie” la parole della madre del ragazzo ucciso dai loro colleghi, e parla di “astio” e “veleno sparso a profusione da Patrizia Moretti sul Coisp e sulle Forze dell’Ordine”. Uno “sparare a zero senza controllo basandosi su argomentazioni fasulle” fatto da chi “si trincera dietro al dolore del lutto per infierire sugli altri senza argomentazioni valide”. “Lei, né tutti i suoi sostenitori – aggiungeva il comunicato -che in questa storia drammatica hanno intravisto un’ottima campagna più che altro politica in cui gettarsi come avvoltoi”.

Tutte frasi che ora finiranno all’esame della Procura di Ferrara, che valuterà anche – su richiesta della Moretti – l’ipotesi di stalking.

I continui interventi di Maccari contro la Moretti avrebbero ingenerato nella donna “un grave stato di ansia”. In sostanza, stando a quanto denunciato, la madre teme anche solo di parlare in merito al suo lutto. La frena il timore che “il Coisp tramite i suoi esponenti organizzi manifestazioni di provocatoria protesta in prossimità fisica con i luoghi da lei frequentati”. La “fondata preoccupazione” è che “ogni sua lecita espressione di pensiero con riferimento alla vicenda della morte di suo figlio divenga pretesto per il Coisp per una campagna gravemente denigratoria e offensiva nei suoi confronti e nei confronti della memoria di Federico”.

“Essere definita come un avvoltoio – commenta la madre di Federico – che alimenta con ipocrisia e con argomenti falsi la notorietà del caso della morte di proprio figlio per sfruttarla a fini personali di una (del tutto inesistente..!) carriera politica, fingendo dolore per poter attaccare i propri (presunti) avversari, è una circostanza che travalica di gran lunga qualsiasi lecito e consentito diritto di critica”.

"Questa solidarietà è grandiosa. Enorme", scandisce Patrizia Moretti. "Quei signori tra poco torneranno liberi, però quella divisa va tolta" ribadisce il marito, Lino Aldrovandi, al termine della grande manifestazione organizzata a Ferrara dagli amici del figlio Federico. ...
Osservatorio sulla Repressione
27 03 2013

Buongiorno,
come saprete oggi un gruppo di poliziotti del Coisp, ha manifestato a favore degli assassini di Federico Aldrovandri, sotto la casa della madre dello stesso, Patrizia Moretti. Io trovo questo un gesto intimidatorio e inacettabile, per questo mi sto muovendo e sto proponendo una petizione online per chiedere l'allontanemento di questi individui dal corpo della Polizia di Stato.

Chiedo di firmare la petizione sottostante e di farla conoscere agli amici e conoscenti.
Chiedo altresì di mandare una mail di protesta al ministero dell'Interno: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
http://www.poliziadistato.it/scrivici/message/

Vi ringrazio, saluti
Paolo Perini

Testo Petizione per Radiare dalla polizia chi ha manifestato pro assassini Aldrovandi:

http://www.avaaz.org/it/petition/Fuori_dalla_polizia_chi_manifesta_in_favore_degli_assassini_di_Aldrovandi/?wuZbueb
Infoaut
27 03 2013

Il Coisp, sindacato di polizia, da settimane gira con un camper per solidarizzare con i colleghi assassini di Federico Aldrovandi. Solo poche settimane fa il sindacato autonomo SAP aveva atteso fuori dal tribunale di Bologna uno dei quattro assassini per festeggiarlo con bandiere, pacche e applausi.
Ma oggi si è raggiunto un vero e spregevole apice di infamia (dove l'aggettivo rischia di suonare come eufemismo!).
 
Con l'ipocrisia di chi sa di aver torto marcio ma gode delle spalle coperte, alcuni membri del sindacato indipendente di Polizia giunti per tenere il loro Congresso Regionale dal titolo “Poliziotti in carcere, criminali fuori, la legge è uguale per tutti?” hanno inscenato un presidio davanti alla sede del Comune con tanto di bandiere e manifesti di solidarietà per gli agenti condannati per l'omicidio di Federico Aldrovandi.
 
Un presidio che è una grave provocazione, dato che la madre di Aldro, Patrizia, lavora proprio in Comune, ed era presente a quell'ora. Tant'è che pure il sindaco di Ferrara, fiutando l'aria provocatoria, si è recato a pregare i poliziotti di spostarsi ma questi con tanta faccia tosta non ne hanno proprio voluto sapere!

Una volta constatata la provocazione strumentale, Patrizia Moretti ha deciso di scendere in piazza con tutta la dignità e la fermezza che la contraddistingue per mostrare agli agenti solidali con i colleghi assassini la foto di Federico ormai morto e riverso in una pozza di sangue.

All'ennesimo atto di sciacallaggio dei “manifestanti” in divisa la madre di Aldro ha risposto alla sua maniera, senza alcun timore, dichiarando “Speravo di non dover mai essere costretta a mostrare ancora in pubblico quella foto”.

Le facce di bronzo del Coisp hanno voltato le spalle davanti all'esposizione della foto, macchiandosi incresciosamente una volta di più della corresponsabilità di difendere degli assassini, graziati solo per indossare una divisa.

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