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Il Fatto Quotidiano
12 06 2014

All’inizio degli anni Sessanta in Puglia quattro fulmini colpirono quattro testate di missili Jupiter e per quattro volte si sfiorò l’apocalisse atomica. Oggi le quattro apocalissi atomiche avvengono regolarmente ogni anno, in gran silenzio, e derivano dall’esposizione alle emissioni inquinanti. Oltre 400 mila morti premature ogni anno equivalgono infatti quattro bombe equivalenti a Hiroshima che causò nel 1945 centomila vittime.

Le vittime di Nagasaki furono 80 mila, compreso quelle collegate alle radiazioni. Di questa strage si sta occupando oggi il Concilio dell’Unione Europea che alle ore 15 riferirà in una pubblica sessione in Lussemburgo.

“Quando si parla dell’argomento, gli Stati diventano molto nervosi”, ha ammesso Tom Verheye, responsabile Qualità dell’aria della Direzione generale Ambiente della Commissione Europea.

Eppure il taglio delle emissioni inquinanti è un’opportunità per l’innovazione nel settore dell’aria pulita, sostenendo la nostra industria nell’investire in tecnologie pulite. ”Si tratta di un settore – sostiene il Commissario europeo all’ambiente Potocnick – in cui molte imprese europee sono leader mondiali in un mercato in espansione con un potenziale per creare nuova crescita e nuovi posti di lavoro”.

L’argomento focale nell’incontro di oggi in Lussemburgo è la preparazione della nuova direttiva NEC sui limiti alle emissioni inquinanti. Si parla di ”un nuovo pacchetto di politiche per ripulire l’aria in Europa”.

Un gruppo di associazioni italiane - AmbienteScienze, FAI (Fondo Ambiente Italiano), FIAB (Federazione Italiana Amici della Bicicletta), Genitori Antismog, ISDE (Medici per l’Ambiente), Legambiente, PeaceLink e SpeziaViaDalCarbone - ha scritto al ministro dell’Ambiente Galletti e al presidente del Consiglio Renzi perché venga fatto di più; infatti il pacchetto proposto dalla Commissione Europea “è un passo nella direzione giusta ma non è abbastanza ambizioso”, dichiarano le associazioni, le quali aggiungono che anche “se le odierne proposte della Commissione venissero adottate oltre metà del problema odierno rimarrebbe irrisolto e nel 2030 ci sarebbero ancora oltre 260 mila morti premature in Europa. Di cui 41.708 in solo in Italia”. Le associazioni temono che il problema dell’inquinamento dell’aria non venga tenuto in sufficiente conto in particolare in Italia, dove si concentra oltre la metà delle 30 aree più inquinate d’Europa.

La questione è molto sentita.

Anna Gerometta, un avvocato che dà voce ai “genitori antismog“, auspica un ampliamento del gruppo di associazioni che facciano sentire la propria voce. I comitati locali e le associazioni che vogliano aderire possono scrivere una email a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Sarebbe importante che si formasse un folto gruppo di associazioni e che il ministro dell’Ambiente incontrasse questi cittadini uniti dal comune obiettivo di garantire a tutti un’aria più pulita.

Tre sono le cose importanti da notare in questa iniziativa:

1) è preventiva e interviene nella fase preparatoria di una direttiva europea;

2) è nazionale e mette assieme associazioni diverse fra loro;

3) Propone una ”spending review” a tutto beneficio della salute.

Infatti ogni euro speso in riduzione delle emissioni inquinanti genera 12 euro di risparmio in costi sanitari e in esternalità economiche negative.

“I benefici per la salute derivanti dall’attuazione del pacchetto “aria pulita” sono pari a circa 40 miliardi di euro all’anno, cioè oltre dodici volte i costi per la riduzione dell’inquinamento che si stima possano raggiungere 3,4 miliardi di euro all’anno nel 2030″, come calcolato dalla Commissione Europea.

Infine va notata una quarta cosa importante: i gruppi italiani si stanno raccordando con quelli europei attraverso un network europeo denominato EEB (European Environmental Bureau). Sono già stati firmati importanti documenti comuni.

Il fatto che in Europa si stia formando un fronte che chiede più salute proponendo misure che ”tagliano” le spese invece di “aumentarle” è indice di una rivoluzione che disinnescherà alcune delle prossime bombe atomiche che potrebbero cadere sull’Europa, facendo silenziosamente strage dei nostri figli e nipoti. Poiché la rivoluzione che proponiamo riduce le spese anziché aumentarle, di fronte all’emergenza chiediamo all’Europa di fare presto e di correre di più.

Alessandro Marescotti

Huffington Post
05 06 2014

La decisione annunciata dall'amministrazione Obama di ridurre, sul territorio nazionale, le emissioni di gas inquinanti degli impianti energetici che contribuiscono al riscaldamento globale è il passo più importante mai intrapreso nella storia del nostro paese per combattere l'emergenza climatica.

È ovvio che non possiamo continuare a usare l'atmosfera come una discarica di materiali nocivi che mettono a rischio la nostra salute e rendono uragani, alluvioni, frane di fango e ondate di siccità sempre più minacciosi e funesti, non solo per il futuro ma anche per l'immediato presente. Com'è già accaduto per il nesso causale tra il tabacco e il cancro ai polmoni, diversi interessi particolari hanno negato con veemenza il legame tra le emissioni di carbonio e l'emergenza climatica.

Ma la realtà del riscaldamento globale ora è molto più evidente, e sono sempre più numerose le persone che chiedono interventi concreti. Quegli stessi interessi particolari ora riconoscono che un cambiamento è inevitabile, ma continuano ad accampare pretesti falsi e fuorvianti per confondere le idee e rimandare gli interventi il più a lungo possibile. Ma adesso è chiaro che perpetuare l'inerzia sarebbe oltremodo pericoloso e distruttivo, per l'America e per il resto del mondo.

Per fortuna, grazie all'innovazione e al duro lavoro di imprese, scienziati e ingegneri americani, disponiamo di soluzioni basate sull'energia pulita che oggi sono molto più efficaci, più convenienti e più accessibili di quanto siano mai state in passato. L'energia solare e l'energia eolica sono già più economiche delle vecchie fonti energetiche in molti settori, e diventano più economiche ogni anno che passa, proprio come i cellulari e i computer.

Dopo anni scanditi da uragani sempre più frequenti, alluvioni di portata mai vista, frane di fango micidiali, siccità dilagante e incendi indomabili - per non parlare di ondate di calore che superano i massimi storici - la necessità di adottare misure incisive è ovvia e pressante. Il Presidente Obama ha risposto a questa sfida con una serie di azioni cruciali, conferendo alla Environmental Protection Agency il potere di imporre limiti alle emissioni di CO2 per le nuove centrali energetiche, accelerando l'adozione di energie rinnovabili e applicando nuovi ed efficaci parametri per i consumi di carburante, e al contempo ha continuato a sensibilizzare l'opinione pubblica sulla necessità di affrontare l'emergenza climatica e di ristabilire la leadership dell'America sulla scena mondiale.
Risolvere l'emergenza climatica di certo sarà difficile ma, grazie all'azione del Presidente Obama e di molti altri, ora esistono i presupposti per imboccare la via verso un futuro sostenibile.

Al Gore 

Il Fatto Quotidiano
23 05 2014

La prossima settimana Ispra pubblicherà i criteri per individuare l’area che entro il 2025 dovrà custodire 90mila metri cubi di rifiuti radioattivi. Il documento in realtà è pronto da tre mesi ma è rimasto nel cassetto. In un audio che ilfattoquotidiano.it pubblica, il presidente di Sogin spiega che la ragione è tutta politica: deputati e senatori preferiscono aspettare il voto. Nel 2003 Berlusconi fu costretto dalle rivolte a cancellare il deposito a Scanzano Jonico

Il fantasma del cimitero nucleare aleggia sull’Italia. Inizierà a materializzarsi presto, ma solo a urne chiuse. Basta il nome, del resto, a far paura alla gente. “Deposito unico delle scorie radioattive”, così si chiama il luogo che, entro una decina d’anni, dovrà custodire 90mila metri cubi di scorie radioattive oggi disseminati in 23 depositi temporanei. Lo prevede una legge del 2010, ma dopo tre anni non si è ancora deciso dove sorgerà, né come sarà. In verità dal 28 febbraio scorso l’Ispra ha messo a punto i criteri per individuare la località più adatta, suo malgrado, a ospitare il sito grande come un campo da calcio, alto come un palazzo di cinque piani, che nessuno vorrebbe sul suo territorio. Puglia, Basilicata, Lazio o Toscana, quali sono le aree più idonee? Impossibile fare ipotesi, perché le indicazioni dell’ente sono rimaste nel cassetto per quasi tre mesi. E a quanto pare, per motivi politico-elettorali.

A sostenerlo è il neopresidente di Sogin, la società pubblica responsabile del decommissioning degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi candidata a realizzare il “sarcofago nucleare”. A margine della visita dei parlamentari al sito di Latina, lo scorso 14 aprile, Giuseppe Zollino aveva confidato di essere pronto a scommettere che il documento non sarebbe stato divulgato prima delle elezioni. In un audio in possesso di ilfattoquotidiano.it, Zollino ammette che “lo sanno in troppi che è pronto, e nascondersi dietro un dito è imbarazzante”. Ce l’ha l’Enea, l’Invg, il Cnr, Sogin… “come fa il governo a dire che non è pronto?”. Alla domanda specifica, se c’è un motivo per non pubblicarlo, risponde che “no, non c’è assolutamente, ma deputati e senatori ti dicono che così si spacca il partito, che adesso andiamo a elezioni… che in fondo sono passati 40 anni e anche se passano altri due mesi…”.

Il ritardo, al di là delle motivazioni ufficiali, sarebbe dovuto dunque alla volontà di evitare l’innesco di una roulette russa potenzialmente devastante in campagna elettorale, foriera di timori e proteste analoghi a quelli che nel 2003 costrinsero Berlusconi a cancellare il decreto che individuava Scanzano Jonico come sede del deposito nazionale. Meglio non rischiare, meglio rimandare tutto a dopo le europee. E infatti Ispra, conformandosi alle indicazioni impartite del ministero dello Sviluppo economico, si è guardata bene dal pubblicare il dossier.

A niente, per altro, sono valse le sollecitazioni fatte in pubblico dai vari ministri dell’Ambiente che si sono succeduti, Orlando e l’attuale Galletti, che avevano dato l’assenso alla pubblicazione che, assicura Ispra, avverrà a breve “probabilmente settimana prossima”, a urne ormai chiuse, dunque. La questione è destinata ad avere ulteriori risvolti politici perché sarà oggetto di un’interpellanza urgente dei Cinque Stelle, insieme alla richiesta di chiarimenti sugli appalti affidati da Sogin alla Maltauro, l’impresa finita al centro dell’inchiesta milanese su Expo.

La pubblicazione dei criteri Ispra, del resto, non è un orpello: oltre a stringere sulle destinazioni papabili, come disposto dal dl 31/2010, segna l’avvio della fase operativa del progetto che nei sette mesi successivi dovrebbe portare a individuare la località, in quattro anni all’autorizzazione e quindi all’inizio lavori che terminerebbero nel 2025. Quel documento, finito ostaggio di ragioni elettorali, segna dunque l’inizio di una vicenda che si protrarrà anni e si annuncia ad altissimo rischio incendiario. Sogin ovviamente si augura il contrario, e invita a pensare al deposito unico non come fonte di rischio per la salute pubblica ma di “garanzia”, vista l’oggettiva l’inadeguatezza degli attuali siti sparsi sul territorio nazionale e la necessità di evitare che, presto o tardi, non si sappia più dove ficcare i rifiuti radioattivi di ogni giorno, quelli banalmente prodotti in ambito medicale che ogni anno producono 500 metri cubi di scorie. Non solo. Nel 2025 saranno scaduti poi i contratti stipulati con Francia e Inghilterra per riprocessare le scorie da combustibile nucleare e quando i fusti torneranno in Italia il problema di dove metterli sarà impellente.

La creazione di un’unica discarica per i rifiuti nucleari è richiesta da una direttiva europea e consigliata da un po’ tutti gli esperti, pro e anti nucleare. Si tratta di farlo mandar giù agli italiani, in particolare quelli che se la ritroveranno dietro casa. Il rischio proteste è altissimo, e per questo la società controllata dal Tesoro parla della necessità di avviare un processo di coinvolgimento “trasparente e informato”, di informazione capillare per “evitare condizionamenti dovuti all’irrazionalità”. Ecco, forse proprio questo era il timore – ma per se stessi – di quei parlamentari che hanno suggerito di far slittare la pubblicazione dei criteri a dopo il voto, evitando che il tema agitasse le 4mila amministrazioni in via di rinnovo e lo scontro all’ultimo voto per le europee. Con buona pace del coinvolgimento trasparente e informato.

Thomas Mackinson

Alle ragazze di Chibok rapite da Boko Haram devono averlo descritto i nonni, che lo chiamavano "mare interno". Ma sono tempi lontani. Cinquant'anni che sembrano un'eternità. ...

Il Fatto Quotidiano
22 05 2014

L’uomo potrebbe rappresentare oggi per molte specie animali e vegetali ciò che un asteroide fu per i dinosauri 65 milioni di anni fa: una minaccia di estinzione di massa. La sesta, in ordine di tempo, tra quelle conosciute dalla Terra dalla comparsa della vita pluricellulare. Come ammonimento contro questo rischio, paventato da molti biologi e naturalisti, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a partire dal 2000 ha proclamato il 22 maggio, data in cui fu adottata nel 1992 la Convenzione sulla diversità biologica, Giornata mondiale della biodiversità.

I primi profughi climatici potrebbero essere eschimesi. La scelta dell’Onu quest’anno è caduta sull’ecosistema delle isole, in particolar modo le più piccole, in cui vive circa un decimo della popolazione mondiale. Un habitat considerato tra i più vulnerabili ai mutamenti climatici, basti pensare alla fragilità delle barriere coralline. I pericoli maggiori per questi ecosistemi, secondo gli ultimi rapporti dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), l’organismo delle Nazioni Unite per lo studio del clima, sono rappresentati dall’innalzamento del livello degli oceani, stimato dall’Ipcc tra 0,18 e 0,59 metri entro la fine del secolo, e dalle tempeste sempre più frequenti e violente, che rischiano di creare profughi climatici. I primi potrebbero essere i 400 eschimesi che abitano la piccola isola di Kivalina, di fronte la costa ovest dell’Alaska, che secondo gli esperti potrebbe essere tra le prime a sparire entro il 2025.

Le isole sono un’importante cartina al tornasole della biodiversità. Lo sapeva bene Charles Darwin che, grazie anche alle osservazioni compiute su un habitat insulare, le Galapagos, riuscì a elaborare la sua teoria dell’evoluzione. E lo confermano le indagini della cosiddetta Lista rossa delle specie in pericolo, che proprio quest’anno compie 50 anni, in base alle quali il 90% degli uccelli e il 75% delle specie animali estinte a partire dal 17esimo secolo vivevano in habitat insulari. Vero e proprio “Barometro della vita”, secondo una definizione della rivista Science, la Lista, messa a punto dall’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn), assegna a più di 70mila specie una categoria di rischio. Si va dalle specie estinte a quelle fuori pericolo, passando dagli organismi che ormai sopravvivono solo in cattività a quelli che, a vari livelli, sono minacciati di estinzione.

Biodiversità, 30mila specie perse ogni anno. Ma perché è così importante la biodiversità? Questo termine è usato comunemente per indicare l’insieme degli individui e delle specie che vivono in una determinata area. Definizione che, estesa all’intero Pianeta, porta a descrivere la biodiversità come “La varietà della vita sulla Terra a tutti i livelli”. Un concetto che può sembrare in apparenza generico e lontano. Ma che, espresso in termini di relazione degli organismi tra loro e con l’ambiente, come amano fare gli scienziati, riguarda da vicino una specie in particolare e il suo modo di vivere il rapporto con la natura, l’Homo sapiens. Specie che, a dispetto del nome, sta modificando sempre più gli equilibri esistenti tra gli ecosistemi, con seri rischi per l’ambiente.

Il biologo di Harvard Edward Owen Wilson più di un decennio fa ha quantificato in 30mila specie l’anno la perdita di biodiversità terrestre, e sintetizzato il peso dell’uomo sulla diversità biologica coniando un curioso acronimo, “HIPPO”. Parola in cui la “H” sta per “Habitat loss”, cioè la perdita di ambiente naturale in favore di coltivazioni e insediamenti umani; la “I” per “Invasive species”, le specie aliene introdotte dall’uomo in ecosistemi diversi da quelli di origine, che proliferano in maniera incontrollata fino a sterminare quelle indigene; le due “P” per “Pollution”, l’inquinamento antropico e “Population”, a indicare la continua crescita della popolazione umana, giunta ormai a superare i sette miliardi di individui; infine la “O” che sta per “Overharvesting”, il crescente sequestro delle risorse ambientali fino al loro completo depauperamento. Pressioni ambientali cui va, inoltre, aggiunto il mutamento globale del clima.

Ipcc, incremento aree urbane e perdita di suolo fertile. “Maggiore è il grado di biodiversità, più grande sarà la capacità degli ecosistemi di sopportare perturbazioni esterne, indotte ad esempio dai cambiamenti climatici”, affermano gli scienziati dell’Ipcc per sottolineare l’importanza della diversità biologica. “L’incremento e la diffusione delle aree urbane e delle relative infrastrutture – aggiungono gli esperti della Convenzione Onu sulla biodiversità – ha determinato un aumento dei trasporti e del consumo energetico, con la conseguente crescita delle emissioni di gas serra e inquinanti atmosferici. Inoltre – sottolineano gli studiosi di biodiversità – la trasformazione dei terreni da naturali, come le foreste, ad altre destinazioni d’uso, semi-naturali come le coltivazioni, o artificiali come le infrastrutture, non solo sta provocando la permanente, e in molti casi irreversibile, perdita di suolo fertile, ma ha anche altri effetti negativi, come l’alterazione degli equilibri idrogeologici”.

L’Italia perde 8 metri quadrati di terreno al secondo. L’Italia, proprio sul tema del dissesto idrogeologico, sta ancora perdendo terreno. Letteralmente. Secondo l’ultimo report dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale la crisi non sembra aver affatto frenato il consumo di suolo nel nostro Paese. “Il fenomeno è in aumento, al ritmo di 8 m2 al secondo. Negli ultimi tre anni – affermano gli esperti italiani – abbiamo divorato un’area di 720 km2, grande come cinque capoluoghi di regione, Milano, Firenze, Bologna, Napoli e Palermo, perdendo così la capacità di trattenere 270 milioni di tonnellate d’acqua. Il 7,3% del territorio è ormai da considerare perso. La cementificazione – si legge inoltre nel rapporto – ha comportato tra il 2009 e il 2012 l’immissione in atmosfera di 21 milioni di tonnellate di CO2, valore pari a 4 milioni di utilitarie in più, l’11% dei veicoli circolanti nel 2012”.

Eppure, il nostro Paese parte da una condizione di privilegio. “L’Italia – sottolineano gli esperti Onu sulla biodiversità – grazie alla sua varietà geografica che comprende regioni alpine, continentali e mediterranee, e alle sue coste che si estendono per 7400 km, è un Paese estremamente ricco in biodiversità, con il più elevato numero e la maggiore densità di specie animali e vegetali dell’Unione Europea. La stima – in base ai dati delle Nazioni Unite – è di 58mila specie animali, il 95% delle quali rappresentate da invertebrati, 6700 specie vegetali e 20mila fungine. Ogni anno, inoltre, sono almeno 20 le nuove specie classificate sul territorio nazionale, di cui una percentuale superiore al 10% è rappresentata da aree protette”.

Ma costa sta facendo il nostro Paese per mantenere questo primato europeo? Se in ambito economico e finanziario ha preso provvedimenti, spesso all’insegna di austerità e rigore, con la motivazione che erano richiesti dall’Europa, sulla diversità biologica, dopo aver ratificato nel 1994 la Convenzione Onu, l’Italia è in linea con gli organismi internazionali?

Dopo la Convenzione Onu, carenze e mancanza di coordinamento. Nel 2010, in occasione dell’Anno internazionale della diversità biologica, il ministero dell’Ambiente ha messo a punto la “Strategia nazionale per la biodiversità” , un documento suddiviso in tre punti cardine: biodiversità ed ecosistemi, biodiversità e cambiamento climatico, biodiversità e politiche economiche, che devono trovare attuazione nel decennio 2011-2020. Nel 2015, anno di scadenza dei cosiddetti Obiettivi del millennio tra i quali c’è, al settimo punto, quello di assicurare la sostenibilità ambientale, ad esempio riducendo proprio la perdita di biodiversità – è in programma una verifica approfondita sulla validità dell’impostazione della strategia.

Ma un primo parziale bilancio esiste già. È rappresentato dalla prima analisi, tra quelle previste con cadenza biennale, dello stato di attuazione della strategia nazionale. Nelle conclusioni del rapporto, redatto dallo stesso ministero dell’Ambiente e riferito agli anni 2011-2012, emergono ancora molte ombre. Nella tabella delle quindici aree di lavoro in cui è stata suddivisa la strategia, la scala cromatica che evidenzia lo stato di attuazione degli interventi mostra solo un piccolo quadratino verde, come segno tangibile di un risultato positivo, in mezzo a tanti grigi. Nel report si parla, ad esempio, di “Carenze dovute ad un assetto nazionale e locale che spesso risente della mancanza di coordinamento nell’adempiere agli obblighi assunti” e di “Ritardi e scarsa incisività che spesso comportano l’apertura di procedure d’infrazione”. Si sottolinea, inoltre, che “Lo stato di crisi globale, comunitaria e nazionale, non facilita l’interesse verso i temi della conservazione della biodiversità, malgrado rappresentino una risorsa fondamentale su cui fare affidamento”.

Il paleontologo Eldredge: “La vita si è sempre ripresa dopo una estinzione”. Ma la Natura, a dispetto del disinteresse umano, potrebbe da sola trovare le giuste contromisure. “La vita ha capacità di recupero incredibili e si è sempre ripresa, anche se dopo lunghi intervalli di tempo, in seguito a spasmi di estinzione importanti – afferma Niles Eldredge, paleontologo dell’American museum of natural history di New York, in un’enciclopedia integrata della biodiversità, dell’ecologia e dell’evoluzione, dal titolo “La vita sulla Terra”. Ma questa ripresa è sempre avvenuta solo dopo la scomparsa di ciò che aveva provocato l’estinzione. E, poiché nel caso della sesta estinzione la causa siamo noi, l’Homo sapiens, questo significherebbe la nostra stessa scomparsa. A meno che – auspica lo studioso americano – non scegliamo di modificare i nostri comportamenti nei confronti dell’ecosistema globale”.

Davide Patitucci

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