Internazionale
07 06 2013
   
Un giovane di 19 anni Clément Méric, militante antifascista, è stato picchiato e ucciso da un gruppo di skinhead di estrema destra a Parigi il 5 giugno. Sono state interrogate diverse persone sull’accaduto e la polizia ha arrestato i presunti responsabili.

L’aggressione. Clément Méric era uno studente di Science Po e militante della formazione di sinistra Action antifasciste Paris-banlieue. Il 5 giugno si trovava insieme a tre amici in un appartamento di rue de Caumartin, a Parigi, dove si stava tenendo un mercatino di vestiti. Al mercatino sono arrivati tre ragazzi e una ragazza che, secondo i testimoni, sembravano appartenere a un gruppo skinhead. Poco dopo sulla strada è scoppiata una rissa tra i due gruppi, che non è durata molto perché Clément Méric è stato colpito alla testa e ha perso conoscenza. Il ragazzo è stato ricoverato d’urgenza all’ospedale Pitié-Salpêtrière, ma le sue condizioni erano disperate. Méric è morto il 6 giugno.

Chi è Clément Méric. Il sito di notizie Rue89 ha cercato di ricostruire l’accaduto e di rispondere nel dettaglio alle domande dei lettori sull’accaduto che ha colpito molto l’opinione pubblica francese. Il primo a dare la notizia dell’aggressione è stato sul suo blog Alexis Corbière, del Front de gauche, una federazione che riunisce diversi movimenti della sinistra francese. Lo studente aggredito non apparteva al Front de gauche, ma a un altro movimento di sinistra Action antifasciste Paris-banlieue e anche al sindacato Sud-solidaires di Science Po.

Chi sono i suoi aggressori. Secondo gli amici di Méric che hanno assistito alla rissa gli aggressori erano almeno tre, tra i 20 e i 30 anni. Secondo le loro descrizioni indossavano bomber, vestiti neri e avevano dei tatuaggi che hanno fatto pensare al gruppo di estrema destra Jeune nationaliste révolutionnaire (Jnr). Serge Ayoub, il leader del Jnr, ha smentito il coinvolgimento del suo gruppo nell’aggressione. Il ministro dell’interno Manuel Valls ha parlato in maniera generica di un gruppo di skinhead. Il ministro delle relazioni con il parlamento Alain Vidalies lo ha definito un gruppo neonazista.

Alcuni precedenti. Secondo Rue89 episodi di aggressioni e violenze si sono moltiplicati negli ultimi anni in Francia, “in parte a causa della crisi economica, ma anche dopo l’approvazione della legge che permette il matrimonio gay”. Il sito ne ricorda qualcuno: il 23 aprile a Lione durante una manifestazione contro i matrimoni gay un giovane di 24 anni aggredisce un poliziotto e un fotografo. Il 17 aprile 2013 a Lille tre skinhead attaccano un bar gay, spaccano mobili e vetrine e picchiano il proprietario. Il 7 aprile 2013 una coppia di omosessuali viene aggredita e picchiata all’uscita da un ristorante di Parigi.

Il 1 aprile 2012 a Tolosa uno studente cileno di sinistra viene aggredito da una decina di fascisti con mazze da baseball, lo studente riporta una frattura al cranio ed entra in coma. “Assistiamo negli ultimi anni in Europa, in un clima di crisi economica, sociale e d’identità, alla crescente affermazione di partiti di estrema destra, che prospera a lato di partiti populisti o di partiti dell’estrema destra storica come il Front national in Francia”, scrive Pierre Haski su Rue89.

Le reazioni. A Parigi i sindacati e i partiti di sinistra e gli studenti hanno convocato tre diverse manifestazioni una alle 12, una alle 17 e una alle 18.30. L’aggressione ha riaperto una vecchia discussione sulla messa al bando dei partiti di estrema destra nel paese. Il presidente della repubblica François Hollande ha condannato l’aggressione, il governo ha dichiarato che farà chiarezza sull’accaduto.

Il mio 25 Aprile ad Affile

  • Lunedì, 29 Aprile 2013 08:18 ,
  • Pubblicato in Flash news
Corriere Immigrazione
29 04 2013

Pochi giorni dopo la “vittoria” sul mausoleo della vergogna, Igiaba Scego torna nel paese del generale Graziani.

All’improvviso ho sentito un gran freddo dentro di me. Non avrei dovuto. La piazza era quasi piena, la gente indaffarata, le facce sorridenti e c’era un odore di pizza fragrante che si spandeva tutt’intorno. Matteo Lollobrigida e gli altri ragazzi del comitato antifascista di Affile erano tutti impegnati nei preparativi per celebrare in letizia il 25 Aprile, la festa della liberazione dal nazifascismo. Ad Affile di fatto era una novità assoluta il 25 Aprile.

Non si era mai veramente festeggiato e per questo i ragazzi ci mettevano così tanta cura nei preparativi. Il tutto aveva un sapore così antico, così vero. Affile di fatto è stata in questi mesi una trincea moderna e lì che si è combattuta una dura battaglia per la democrazia di questo paese. Infatti, il Sacrario militare a Rodolfo Graziani, che è stato (e sempre bene ricordarlo) uno dei più feroci criminali di guerra fascisti, ha scatenato lì, e non solo lì, un putiferio. Alcuni affilani non se la sono sentita di piegare il capo ed accettare l’inaccettabile. E si sono detti che era meglio combattere con onore che morire da vigliacchi. All’inizio la loro è stata una battaglia in solitudine contro il sindaco della cittadina, Ercole Viri, che dirottando fondi pubblici aveva fatto costruire quella vergogna. Ma poi molti da Roma, da fuori Roma, dal mondo hanno cominciato a riempire di amore questi cittadini partigiani di Affile.

Ci sono stati articoli, fiaccolate, mobilitazioni, interpellanze parlamentari, petizioni, appelli. Dal New York Times al Manifesto sono stati tanti i media che si sono occupati di questa cittadina della valle dell’Aniene. E anche la politica alla fine ha risposto. Dopo tante mobilitazioni (come la petizione che la sottoscritta – coordinandosi con Cécile Kashetu Kyenge, che intanto presentava un’interrogazione parlamentare – ha lanciato su change.org, raccogliendo migliaia di firme in poche ore) il neopresidente della regione Lazio, Nicola Zingaretti, ha deliberato lo stop al finanziamento di questo monumento che non faceva onore all’Italia. Una bella notizia. Un motivo in più per celebrare il 25 Aprile.

Però quel freddo non mi lasciava. I brividi attraversano tutto il mio corpo. C’era qualcosa che ancora non mi era totalmente chiaro… BRRRR perché tanto freddo? Certo era nuvoloso, ma la gente aveva abbandonato giacche e giacchette per godersi quel calore finalmente primaverile. Possibile che stesse venendo solo a me quella febbre?

Poi ho capito. Era tutta colpa del mausoleo, di quel Graziani. La prima volta che sono stata ad Affile – vuoi per il tempo, vuoi per il disgusto – non ce l’avevo fatta a vedere quel sacrario (che il mio amico Daniele Barbieri aveva ribattezzato in un articolo schifezzario). Ma questa volta stavo toccando con mano quell’orrore.

Quando le ho proposto la gita fuori porta ad Affile, Marta Bonafoni, neoconsigliera della regione Lazio e amica di sempre, mi ha detto subito con entusiasmo: «Si andiamo». Entrambe infatti volevamo renderci conto di quale mostro avessimo fronteggiato in questi mesi.
Camminando, siamo passate per un parco giochi pieno di bambini. Saltavano, urlavano, si divertivano da matti. Le mamme erano sulle panchine a chiacchierare dei loro piccoli grandi mondi. Ed è lì che ho pensato che il sindaco Ercole Viri, che ha voluto il monumento, è maestro elementare. Un pensiero, uno tra i tanti. Poi, a pochi metri, sul muro opposto, scritte oscene si contrapponevano a quell’infanzia gioiosa. Le croci celtiche dominavano il panorama e i caratteri cubitali delle scritte mettevano un po’ di angoscia. Su un muretto accanto ad un bar ho letto “squadra d’azione alessandro pavolini”. Le gambe hanno cominciato a tremare. C’era davvero ancora chi scriveva queste cose?

Ho continuato a camminare e con il gruppo siamo saliti su una specie di collinetta. Il luogo era semplicemente splendido, da togliere il fiato. Intorno a noi ulivi e beatitudine. Qualche gallinella scarrozzava felice e le formiche operaie si davano veramente un gran da fare. Poteva essere il paradiso. Però poi si alzava lo sguardo e si aveva davanti l’inferno. Lassù, infatti, c’era il mausoleo a Graziani.

Già a distanza mi sembrava molto brutto. Avevo visto molte foto, ma vederlo dal vivo mi stava facendo capire che oltre ad essere un insulto manifesto alla nostra costituzione, era anche un insulto al nostro senso artistico. Guardandolo ci si rendeva conto che quei 130 mila euro della regione Lazio giunta Polverini erano stati spesi doppiamente male, non solo per celebrare un fascista, ma anche per celebrare la bruttezza. Ah quante cose si potevano fare con quei soldi! Magari delle cooperative per i giovani d’Affile, invece l’egoismo di un sindaco e di una giunta ha prodotto quella oscenità artistica e umana.

Poi improvvisamente un “fermatevi” da parte di una signora. Era muscolosa, con mani grandi, abituate a faticare. Era la proprietaria delle galline e di qualche albero di ulivo. La signora ha cominciato a mettere in scena la sua rabbia. Era così infastidita di quel via vai di gente verso il monumento. Continuava a dire che “voi” (un voi che io ho interpretato come un vago voi comunisti) siete fissati con il passato e che dopotutto quel monumento non fa male a nessuno e che in fondo “so stili” e che insomma sto Graziani era un cristiano. Ad un certo punto entrano in scena i racconti di guerra, dei nonni ed inspiegabilmente anche Grillo, Bersani e gli aborti che lei chiamava omicidi. Era molto arrabbiata, molto confusa. Mescolava tutto.

Ed è lì che un’altra affilana le va contro e le dice che quel monumento è una vergogna pubblica, una macchia per Affile e che Affile deve essere antifascista. Le due donne si prendono a male parole. Marta Bonafoni da buon politico ascolta, altre persone non capiscono e bollano la signora con le galline come una mentecatta. Io penso che quel litigio tra le due donne rappresenti l’Italia con le sue contraddizioni, con le sue divisioni, con la sua memoria frantumata da ricostruire. Marta e io concordiamo che qualsiasi cosa si farà in futuro al monumento prima si dovrà appianare il dissidio tra gli affilani. Si deve creare dialogo in questa cittadina, fare un lavoro culturale. L’idea degli Wu Ming di colorare il monumento e dedicarlo al partigiano italo-somalo Giorgio Marincola è un’idea splendida, ma non può calare dall’alto, da noi che lì non abitiamo.

Affile si deve parlare prima, deve discutere e noi tutti con loro. Perché la tensione c’è ed è palpabile. Nel delirio di quelle parole confuse cercavo comunque di raggiungere la mia meta: il monumento. Cercavo lentamente di avvicinarmi. Ed è lì che il disegno recondito del sindaco di trasformare Affile nella Predappio del Lazio mi è apparso in tutta la sua chiarezza. Lo spiazzo, infatti, era fatto apposta per ospitare delle commemorazioni. C’erano persino delle toiletes. È lì che ho cominciato a ridere come una matta. Il monumento con la scritta patria e onore a Graziani e la struttura che ospitava i “cessi” erano di fatto identiche. Edifici gemelli. Della serie: un cesso di monumento e un monumento di cesso. E sì, il fascismo ha avuto sempre poca fantasia. E poi era bene non dimenticarlo che quella era la zona di Fiorito, della corruzione più manifesta, della volgarità al potere. Gli errori di ieri si sovrapponevano a quelli di oggi e l’orrore era servito caldo. Nel mausoleo però non c’era traccia del busto di Graziani e i quadri a lui dedicati erano stati capovolti. Si era forse voluto far sparire le prove? Chissà…

Di fatto il sindaco della cittadina era (e rimane ancora) formalmente indagato per apologia di fascismo.

Ma le tracce di quel fascismo sono rimaste nei dirupi in basso, vicini ma non troppo al monumento. Targhe ai “combattenti e coloni in A.O.I. al grande condottiero” o una inquietante “le nostra mura crollarono i nostri cuori no” firmato linea gotica 1942-43. C’era persino una scritta in tedesco piuttosto nazisteggiante. E pensare che lì proprio per mano nazista era morto un povero pastore di 25 anni, Alfredo Mariozzi, reo solo di voler far pascolare il suo gregge dove l’aveva sempre fatto. Questo l’ha spiegato Matteo Lollobrigida all’inizio della celebrazione del 25 Aprile.

L’emozione in lui era grande, gli occhi lucidi, ma c’era nei suoi occhi la scintilla dei lottatori per le giuste cause. Lui, la meglio gioventù, ci credeva. Affile poteva essere salvata. Ma mentre le celebrazioni scorrevano in letizia tra balli e canti, un signore un po’ anziano e vagamente alticcio guardava la scena con un certo disgusto. E poco prima di andarsene per i fatti suoi ha salutato romanamente chi in piazza stava per ben altri motivi. Quel saluto fascista era la prima volta che lo vedevo dal vivo. Mi si è fermato il cuore. Ho pensato: «Accidenti, il lavoro da fare è ancora tanto».

Igiaba Scego

25 aprile. Il femminismo è solo antifascista.

  • Giovedì, 25 Aprile 2013 17:04 ,
  • Pubblicato in Flash news

Un altro genere di comunicazione
25 04 2013

Simone de Beauvoir nel 1976 scriveva ne “Il secondo sesso 25 anni dopo”:
“Una femminista, si consideri o no di sinistra, è di sinistra per definizione. Lotta per un’uguaglianza totale, per il diritto di essere importante, valida, quanto un uomo. E’ per questo che l’esigenza dell’uguaglianza delle classi è implicita nella sua ribellione per l’uguaglianza dei sessi”.
Scritta in un periodo in cui “essere di sinistra” aveva valenze rivoluzionarie che non tutte erano pronte a rivendicare ( per estrazione socio-culturale o per “pudore femminile” che convinceva le donne ad essere inadatte alla vita politica ) questa affermazione ha ancora un valore attuale. Nella giornata di commemorazione del 25 aprile 1945, potremmo citarla modificandola così: una femminista è antifascista per definizione.
Altrimenti non è femminista.


Prima di tutto per un motivo storico.
Ogni volta che incontriamo riferimenti a cosiddetti “femminismi di destra”, legati ad organizzazioni fasciste del Ventennio o contemporanee neofasciste, sappiamo di incontrare un falso.
E’ un falso che il regime fascista valorizzasse le donne. Durante la dittatura mussoliniana le donne, le camerate, erano strumentalizzate solo ai fini di raggiungere l’elettorato femminile e rese partecipi del processo di affermazione del modello dell’ “angelo del focolare” attraverso una politica demografica e di familiarizzazione.
Già nel 1927 con il “Discorso dell’ascensione” di Mussolini alla Camera dei Deputati, le donne sono confinate al ruolo di tutrici della demografia nazionale, destinandole all’unico obiettivo di procreare i figli “dello Stato”, nemmeno propri, ma di una Nazione. Ancor più che prima del Ventennio, le donne sotto il fascismo si ritrovarono costrette nell’ambito domestico e familiare, private anche solo del tentativo dell’emancipazione e di ogni maggiore influenza politica ed economica.
Lunedì 22 marzo su rai3 “La grande storia” ripercorreva tutte le sfumature del Ventennio fascista : dalla propaganda, all’istruzione, alla pubblicità, all’informazione distorta e falsificata fino ad arrivare all’immagine della donna.
Dal documentario, per citare solo l’ultimo dei tanti riferimenti puntuali che potremmo citare, emerge proprio l’esaltazione dell’angelo del focolare, della donna dedita esclusivamente alla casa e alla famiglia, raccontando anche di come Mussolini fosse deciso a cancellare letteralmente le figure femminili altre rispetto a questo ideale. Durante il fascismo, erano persino state fatte bandire dai giornali tutte le immagini di donne con il famoso “vitino da vespa” perché le donne dovevano essere accoglienti e fertili pronte e con l’unico scopo di mettere al mondo una robusta e numerosa prole.
Le donne eccessivamente emancipate, insieme agli omosessuali, le lesbiche, gli scapoli, le prostitute, erano tutti nemici delle politiche demografiche del regime e per questo andavano stigmatizzati ed emarginati in modo sempre più violento.

Il paradosso per le donne del periodo fascista è quello di subire, da una parte, la repressione delle proprie libertà, dall’altra di essere sempre corteggiate dallo Stato che si vantava di aver provveduto alla sostanziale modernizzazione della maternità.
L’istituzione dell’ ONMI, L’Opera nazionale per la maternità ed infanzia, ad esempio, doveva proprio rappresentare la guida del processo di modernizzazione dell’essere madre: fondata nel 1925, sostenuta da cattolici, liberali e nazionalisti, doveva adoperarsi per combattere l’alto tasso di mortalità infantile.
Il vero risultato ottenuto da questo ed altri enti fascisti per la maternità, fu contribuire a rendere le donne semplici portatrici di prole per servire la Nazione, dimenticandone in toto l’identità di cittadine: durante la prima “Giornata della madre e dell’infanzia”, le donne più prolifiche d’Italia, insignite di un’onorificenza, vennero chiamate non per nome, ma per numero di figli.
Sostenere che il femminismo debba essere antifascista per definizione, serve quindi a ribadire un fatto storico, cioè l’oppressione del regime mussoliniano nei confronti delle donne, ma anche altro tipo di considerazione.
Il patriarcato non nasce certo con il fascismo, ma dal Ventennio ad oggi, è tra le sacche subculturali fasciste che ha trovato piena capacità di espressione, nel pubblico e nel privato.
Ad oggi esistono neofascismi anticlericali o conciliaristi, spiritualisti evoliani o con sfumature neonaziste.
Ciò che tiene tutti legati insieme è la triade Dio-Patria-Famiglia, a cui si aggiungono eventualmente Onore, Natura e Razza, lasciando a volte Dio ai più tradizionalisti.
I capisaldi del neofascismo oggi continuano ad escludere il soggetto donna, a considerarlo differente e destinato a diversi ruoli rispetto a quelli maschili. Questo dualismo è fisso ed immutabile e si concretizza nel rifiuto dell’autodeterminazione, nel rifiuto delle differenziazioni di genere, accettando solo il binomio maschio/femmina e declinandosi quindi verso omofobia, lesbofobia, transofobia e costrizione ai generi naturali e culturali imposti.


L’unico modo in cui il neofascismo prende parola sulle donne è per colpevolizzarle sul tema dell’aborto, per farsi portavoce delle posizioni bigotte più reazionarie o per strumentalizzare il tema della violenza sulle donne ai fini di una propaganda “sulla sicurezza” che fa leva sostanzialmente su un forte e diffuso razzismo e sulla paura di cui chiunque voglia imporre un potere autoritario ha bisogno per emergere.
Dimostrazione del massimo grado di uso strumentale del tema della violenza sulle donne è che i manifesti che istigano all’odio razziale o a farsi giustizia da soli, sono rivolti agli uomini, non alle donne.
Si parla di “tua madre, tua moglie o tua figlia” e la soluzione qual è? Espellere i ROM.
La comunicazione manipolatoria di tali gruppi a volte carpisce la buona fede di persone non politicizzate a cui magari facilmente si dà a bere che la colpa della violenza sulle donne sia del “diverso” e non si dice che la stragrande maggioranza delle violenze nel nostro Paese avviene in casa, per colpa di uomini che le vittime conoscono bene, mariti, padri, fidanzati, fratelli italianissimi.


Riteniamo fondamentale ad oggi l’approccio al femminismo “intersezionale“, cioè di analisi delle relazioni in base a multiple dimensioni identitarie e modalità sociali di creazione del soggetto: categorie come genere, razza, sesso, classe, orientamento sessuale spesso sono inscindibili nella lotta alle inequità di sistema.
Un femminismo dunque internazionale e multiculturale, che affronti le strutture delle società per scardinare le oppressioni che muovono dallo stesso sistema economico e che si rivolgono contro gli individui canalizzandosi in sessimo, ma anche razzismo e classismo dunque.
Nessuno di questi processi di oppressione agisce indipendentemente dagli altri, così come non vi sono processi di liberazione che possano combattere una sola di queste repressioni, senza essere in sè fallimentari.
Anche per questo dunque una femminista non può che essere antifascista, altrimenti vorrebbe dire lottare forse per i diritti delle donne, probabilmente per donne di una sola “razza” e di una sola classe, accettando implicitamente una storia di repressione dei diritti e delle libertà femminili che ancora oggi si perpetua nelle politiche e gli atteggiamenti del neofascismo contemporaneo.
Il femminismo è antifascista, altrimenti non è femminismo.
Al massimo è “femminilismo”, è rivendicare sterilmente diritti che non intaccheranno minimamente il sistema patriarcale ma che possono far sentire migliori di altre donne, sicure della propria identità nazionale, esprimere un frustrato bigottismo o bene che vada riempire le piazze in nome dell’antiberlusconismo.
La vera domanda da lanciare oggi, proprio per commemorare il 25 aprile, potrebbe allora essere: se il femminismo non può che essere antifascista, l’antifascismo sa di non poter esistere nelle forme del sessismo e dell’omofobia? L’antifascismo deve essere femminista, sennò partecipa delle stesse categorie del fascismo?
La risposta a tutte queste domande, il più delle volte è no.
Nel corso della guerra furono migliaia le donne che persero la vita, subirono torture, che vennero trucidate, che combatterono fianco a fianco agli uomini.
Ed era quello il vero femminismo : collaborare. Uomini e donne uniti a combattere l’oppressore, chi con regimi totalitari privava della libertà di pensiero, parola e azione anche i bambini che nelle scuole sin dai primissimi anni crescevano con il mito del super uomo, con la netta divisione tra maschi e femmine. Futuri soldati per il fronte e future mamme sforna pargoli fascisti.

Ed invece subito dopo la guerra quelle lotte per la libertà che hanno visto uniti donne e uomini si sono perse e dimenticate per ritornare alla famiglia tradizionale, l’Italia partigiana si piegava alla borghesia che relega(va) le donne a signore di casa e regine del fornello e agli uomini patriarchi e machisti.
Ogni uomo nella propria casa si sentiva un perfetto Mussolini : lavare, cucinare, crescere figli erano compiti esclusivamente per donne , immaginario di famiglia tradizionale, purtroppo, ancora troppo osannato e condiviso dai più.
E ogni donna veniva educata con l’idea che l’unico suo scopo fosse quello di trovare un marito, uno che la facesse sentire protetta, quella protezione che il più delle volte si è dimostrata una gabbia dorata dove le donne da sempre vengono oppresse e relegate nell’unico ruolo di madre e casalinga.
Le lotte dei e delle nostr* partigian* e dell’antifascismo sono state del tutto dimenticate per abbandonarci al fascismo più subdolo e latente, un fascismo che non esilia e non fucila ma che ti rende schiava del conformismo, di modelli imposti che omologano uomini e donne dall’aspetto esteriore fino agli ideali, che impone ruoli, che perseguita le diversità e si sente forte a sottometterle e umiliarle.

Laura Boldrini: non esiste fascismo buono

  • Giovedì, 25 Aprile 2013 17:03 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist.it
25 04 2013

"L'Italia non può perdere la speranza, ce la deve fare". La presidente della Camera Laura Boldrini ha par5tecipato al corteo del 25 aprile a Milano: "C'è tanta Italia in piazza". Molti applausi per lei dalla gente. Accolta e salutata dal sindaco Giuliano Pisapia e dal leader di Sel Nichi Vendola, la presidente, acclamata dalla folla, dietro lo striscione dell'Anpi, ha cantato Bella Ciao.

Bello, intenso, il suo discorso a Milano, medaglia d'oro per la resistenza. Voce pulita di un'Italia pulita che vorrebbe uscire dalla palude degli errori e della devastazione culturale e politica degli ultimi decenni. Chiara, netta. Questa è una festa viva. "C'è chi ha detto stamane che questa è una festa morta, vengano qui, a Milano, gli scettici. Questa è una festa viva, più viva che mai". "Oggi e la festa degli italiani liberi. La Resistenza non fu di parte". Fu la battaglia civile e politica degli italiani contro l'occupante nazifascista. Non guerra civile, lotta di liberazione.

E poi un discorso chiaro, in giornate torbide. "Non è mai esistito un fascismo buono". Così ha risposto a chi "ha detto che ci sarebbe differenza tra fascismo buono e fascismo cattivo". "Il fascismo - ha detto - è stato un regime illegittimo, nato dall'esercizio dello squadrismo e dell' assassinio politico con la sistematica manipolazione dell' informazione. Anche oggi maturano risposte illiberali in Ue alla crisi. Dobbiamo stare in guardia contro populismo autoritario".

Infine un pensiero a quelle forme di terrorismo fascista e di omertà di Stato che hanno insanguinato l'Italia, che hanno impedito la completa Liberazione dai poteri peggiori. "Chiedo l'abolizione del segreto di Stato per le stragi di mafia e terrorismo. In un Paese civile verità e giustizia non si possono barattare".

Milano, 18 marzo 1978, una sera di fine inverno come tante. Alle 19.30 due ragazzi si incontrano in una sala biliardo, poi si avviano verso casa. Nel locale tre personaggi mai visti prima.

Uno di essi è Massimo Carminati, legato alla destra eversiva romana e alla Banda della Magliana; le sue frequentazioni all’interno dei Servizi lo rendono un personaggio ambiguo, accusato dell’omicidio Pecorelli e del depistaggio sulla strage alla stazione di Bologna.

Gli altri due rispondono al nome di Claudio Bracci e Mario Corsi.

Sono loro i maggiori indiziati dell’assassinio di Fausto e Iaio, freddati all’altezza di Via Mancinelli con otto proiettili calibro 7,65: un’esecuzione. Sono le 19.55, per strada nessuno.

Indiziati, dicevamo, ma non colpevoli.

Infatti, nel decreto di archiviazione emesso il 6 dicembre 2000 dal GUP, Clementina Forleo, si legge testualmente che “pur in presenza di significativi elementi indiziari a carico degli indagati, appare evidente la non superabilità in sede processuale di tale limite indiziario”.

Ancora una volta nessun responsabile in quell’Italia dei misteri e degli opposti estremismi forse troppo distratta dal rapimento Moro avvenuto due giorni prima da parte delle BR.

A trentacinque anni di distanza, ci si chiede ancora: perché Fausto e Iaio?

Nelle ore immediatamente successive all’omicidio la versione degli inquirenti fu che si sarebbe trattato di un regolamento di conti nel mondo dello spaccio o della sinistra eversiva. A sostegno della prima tesi, a nostro avviso poco verosimile, la circostanza che i due stavano redigendo un libro bianco sullo spaccio nel quartiere Lambrate Città Studi attraverso delle interviste; quanto alla seconda, c’è da sottolineare che i due non erano militanti. In particolare Iaio, alle analisi politiche preferiva la discussione sui problemi quotidiani. Le bobine con le registrazioni non saranno mai ritrovate. E allora, chi e perché??

La rivendicazione dei NAR ci aiuta nella prima domanda. Quanto alla seconda, il particolare che Fausto abitasse in Via Monte Nevoso, proprio di fronte al covo delle BR dove fu ritrovato il memoriale Moro può essere, invece, un’interessante chiave di lettura. La finestra della sua stanza è a soli sette metri dai brigatisti. Cos’hanno visto o sentito??

La madre di Fausto racconta che apparati dello Stato avevano affittato un appartamento nello stabile e che in quei giorni, sia di giorno che di notte, c’era uno strano via vai di persone che trasportavano parabole ed altri congegni.

Mai interrogata da nessuno in tutti questi anni, la signora Danila in un’intervista dichiarò la propria convinzione che gli autori dell’omicidio fossero apparati dello Stato e manovalanza fascista. “Ci spiavano da prima, forse due mesi. Hanno scelto mio figlio perché abitava in Via Monte Nevoso dove era in corso un’operazione coperta dai Servizi, qualcosa che non doveva emergere” (cit.AGI)

Di Lorenzo “Iaio” Iannucci, di quei giorni, di quelle ore convulse, ne abbiamo parlato con Maria, la sorella.

18 marzo 1978, Via Mancinelli, ore 19.55 di 35 anni fa. Ci descriveresti le emozioni di quella sera??
Mio fratello doveva andare a casa di Fausto a cena. Lo conoscevo, lo vedevo spesso al Leoncavallo.Quella sera ero fuori con i miei amici e al ritorno al centro ho appreso la notizia.

Continuavo a ripetermi che non fosse possibile ed il pensiero più doloroso fu per i miei genitori; quando li vidi la compassione fu il sentimento più forte. Fui subito circondata da molto affetto. Avevo solo 21 anni.

La mattina seppi che i miei erano stati prelevati dalla polizia per andare in ospedale, invece li avevano portati in obitorio.

Da tutta la città si radunarono spontaneamente in via Mancinelli moltissime persone; si svolse un corteo ma non avvenne niente di quello che chi gestiva l’ordine pubblico voleva, ossia sfogo della rabbia, repressione ma solo tanto dolore. Erano passati solo due giorni dal rapimento di Aldo Moro e quella notte non si vide un poliziotto.

Si alternarono varie versioni sulle cause, cominciarono i depistaggi poi la rivendicazione dei NAR. Il tuo pensiero in proposito??
I depistaggi iniziali ci fecero molto male e dovemmo difendere la memoria di Fausto e Lorenzo. La mano era fascista; sia noi che la madre di Fausto ne eravamo convinti.

La rivendicazione, il fatto che fossero neofascisti venuti da Roma, ci persuase si trattasse di omicidio politico, qualcosa di molto più grande di due giovani ragazzi. I fili erano mossi dall’alto. Perché proprio loro due? Questa era la domanda di tutti. Cominciò un periodo di controinformazione spontanea di singole persone, giornalisti, rischiosa perché si comprendeva che la vicenda era complessa e i mandanti in alto.

Il rapimento dell’onorevole Moro; Fausto abitava in Via Monte Nevoso; l’implicazione di Massimo Carminati; il dossier di Fausto e Iaio che scompare. C’è a tuo avviso un filo logico che lega questi episodi?
Le ipotesi formulate sulla vicenda di Via Monte Nevoso hanno avuto l’effetto di confermarmi che l’omicidio non è avvenuto per caso, come niente succede a caso. Tuttavia, non ho abbracciato le varie ipotesi: non mi è necessario per accettare di più la morte.

Anni di indagini ed, infine, l’archiviazione nel 2000. Qual è, se c’è, il segreto, la cosa indicibile che si nasconde dietro l’assassinio di tuo fratello??

L’indicibile su Fausto e Iaio? Toccherebbe in alto. Noi familiari e amici abbiamo sempre sostenuto che la verità storica è che con l’uccisione di mio fratello e Fausto si è voluto dare un segnale ad un’ intera generazione, al Movimento , colpendo due ragazzi come tanti nei quali identificarsi.

Tutto questo affetto e la solidarietà mai sopita ti danno speranza che un giorno, finalmente, si possa arrivare alla verità?
Dopo l’archiviazione nel dicembre 2000 con l’amarezza arrivò anche la consapevolezza di dover scegliere un altro modo di ricordare, al di la della rabbia e l’impotenza; decidemmo di intraprende la strada della memoria.

Questo non solo per ricordare la loro morte, ma i loro ideali, quelli di due giovani di 18 anni che amavano la vita. Abbiamo creato l’Associazione familiari e amici di Fausto e Iaio e cerchiamo di essere presenti sul territorio, con iniziative culturali e sociali, rivolte soprattutto ai giovani.

Tutto ciò fa piacere, ma non credo che il ricordare anche a distanza di 35 anni Fausto e Iaio, possa riaprire le aule dei tribunali. Mi dispiace sopratutto per Danila, mio padre, mia madre che,con dignità, continuano la loro vita di anziani malati ma circondati da tanto affetto. Nessuna giustizia,certo, ma non mi ritrovo con chi in nome di questa ed altre ingiustizie vive nella rabbia. Penso che continuare a rivendicare non faccia altro che alimentarla.

Nel 2001, Fausto e Iaio sono stati riconosciuti ufficialmente vittime del terrorismo.

Nuccio Franco


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