Global Project
08 04 2015

Questa mattina è stata occupata la sede dell'Ater Verona nel quartiere di San Zeno per denunciare pubblicamente la concessione di una sala pubblica a neofascisti di Forza Nuova e integralisti di Christus Rex per una conferenza dal titolo "Dio, Patria e Famiglia", prevista per venerdì sera.
Gli/Le Antifascisti/e, dopo aver chiesto un incontro con il presidente Niko Cordioli, sono stati ricevuti nella sala della direzione generale dal delegato Giorgetti, il quale non ha permesso ai giornalisti presenti di assistere al colloquio. Come ci si aspettava, Giorgetti ha confermato che la sala verrà data ai neofascisti. Dopo questa presa di posizione vergognosa di Ater è stata annunciata pubblicamente una mobilitazione antifascista e antirazzista venerdì 10 aprile, con concentramento a Castelvecchio (corso Cavour) alle ore 17.00.

Di fronte all'indifferenza generale e al legame che continua a persistere tra istituzioni cittadine e enti pubblici con i neofascisti, rispondiamo tutti e tutte in maniera determinata riprendendoci la città e difendendo in piazza i diritti contro l'odio e il razzismo.
Siamo tutt* antifascist*!

Osservatorio Antirazzista Veronese

Diciamogli che Roma è un'altra cosa

Roma rifiuta Matteo Salvini, Mario Borghezio, i loro camerati di Casa Pound e la loro nuova marcia su Roma. È importante che sia un rifiuto di massa, che dica chiaro e forte e in tanti che Roma è un'altra cosa. Li rifiuta la memoria di "Roma città aperta", medaglia d'oro della Resistenza, la città ribelle e mai domata di Carla Capponi e Rosario Bentivegna. E li rifiuta il presente di Roma, metropoli aperta, città meticcia da millenni popolata di migranti e viaggiatori del mondo intero.
Alessandro Portelli, Il Manifesto ...

Valerio vive, un'idea non muore! 3000 in corteo a Roma

  • Lunedì, 23 Febbraio 2015 09:52 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
23.02.2015

Tremila persone hanno attraversato le strade del III municipio a Roma a 35 anni dalla morte di Valerio Verbano, una manifestazione riempita dalle lotte della città, una tappa importante verso la mobilitazione del prossimo 28 febbraio #MaiConSalvini. Un grande corteo ha attraversato oggi le vie dei quartieri di Tufello e Monte Sacro dimostando come 'Valerio vive, la rivolta continua', non sia solo uno slogan ma una realtà vissuta da migliaia di persone.

Così Kim trovò la sua via sul sentiero dei nidi di ragno

  • Venerdì, 23 Gennaio 2015 15:13 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
23 01 2015

Le sue gesta da partigiano ispirarono il celebre personaggio del romanzo di Calvino. Nel dopoguerra fu pioniere della moderna medicina del lavoro. La storia non banale di Ivar Oddone, che in guerra scoprì "l'Altro" e iniziò il suo viaggio. Pubblicato su pagina99we del 6 dicembre

Quali sono le forze che muovono l’esistenza di un individuo? Verrebbe da rispondere – in un elenco tra l’evidente e l’ovvio – il carattere, la Storia (con le sue incisioni sul vissuto) e infine la più importante di tutte: la sorte. Ma forse, ragionando sulla straordinaria biografia di Ivar Oddone (1923-2011) – dapprima partigiano, poi pioniere della moderna medicina del lavoro italiana – si dovrebbe dire, prendendo in prestito le parole di Italo Calvino, che il suo motore fu «l’enorme interesse per il genere umano». Si può costruire la propria biografia sull’«enorme interesse per il genere umano»? Proviamo a verificarlo. E partiamo da un elemento unico che riguarda l’esordio di Oddone nelle gesta del mondo, e coinvolge pure Calvino, lo scrittore che lo narrò e in parte reinventò in un personaggio letterario.

 

La lingua del combattente

Nel punto geometrico del Novecento dove storia e letteratura s’incontrano, e la carta nomina la vita in ogni riga di narrazione che offre, si può apprendere un giovane che ebbe il privilegio di abitare un romanzo. Se apriamo Il sentiero dei nidi di ragno (1947), opera prima di Calvino e uno dei classici della nostra letteratura sulla Resistenza, la formula iniziale che troviamo è una dedica: «A Kim, e a tutti gli altri»; dove Kim è proprio lui (o a lui si ispira): Ivar Oddone, coetaneo e amico dell’autore, e tra i protagonisti della lotta partigiana in Liguria cui prese parte lo stesso Calvino.

 

Col nome di battaglia di “Kimi” (riporta il Dizionario della Resistenza in Liguria) Oddone, «studente in medicina, è tra i primi antifascisti a salire in montagna», dove aderisce al gruppo di Inimonti nell’imperiese. Commissario di distaccamento fino al luglio 1944, «assume il ruolo di vicecommissario della brigata Belgrano». Partecipa, tra le altre, alle battaglie di Chiappa in Val Steria (dove la squadra al suo comando elimina la postazione fascista San Marco) e di Montegrande. In seguito, e fino al 25 aprile 1945, è commissario politico della divisione Felice Cascione.

 

Questo lo scheletro dei fatti militari dalla vita di un ventenne precipitato in grandi responsabilità, che affrontò con uno spirito che proprio il romanzo di Calvino ci aiuta a comprendere: «C’è un enorme interesse per il genere umano, in lui – ecco di nuovo la formula che descrive Kim nel Sentiero –. (...) Il medico dei cervelli, sarà (…). Non è simpatico agli uomini perché li guarda sempre fissi negli occhi come volesse scoprire la nascita dei loro pensieri e a un tratto esce con domande a bruciapelo, domande che non c’entrano niente, su di loro, sulla loro infanzia».

 

Fra personaggi memorabili come il bambino Pin, il Dritto, Lupo Rosso (l’ultimo dei protagonisti del romanzo, al secolo Sergio Grignolio, è morto il mese scorso), il Cugino s’aggira questo giovane, figlio di «padri borghesi», preso da un fervore mentale incessante, dedito a governare e comprendere le ragioni che hanno spinto operai e contadini, ma anche disertori e sbandati a combattere la guerra civile contro il nazifascismo. «Quando discute con gli uomini, quando analizza la situazione, Kim è terribilmente chiaro, dialettico», racconta Calvino. E ancora: «Gira ogni giorno per i distaccamenti con lo smilzo sten appeso a una spalla, discute coi commissari, coi comandanti, studia gli uomini, analizza le posizioni dell’uno e dell’altro, scompone ogni problema in elementi distinti, “a, bi, ci”, dice». Il suo punto d’arrivo è «poter ragionare» come i suoi compagni, «non aver altra realtà all’infuori di quella» che comprende loro tutti. Non è altro che la costruzione di un linguaggio comune, indispensabile a un agire di gruppo, quello che cerca Kim/Oddone.

 

Anni dopo (1964), nella prefazione alla riedizione del Sentiero, Calvino tornò sulla “nascita” del personaggio Kim: «Con un mio amico e coetaneo (...) passavamo le sere a discutere. Per entrambi la Resistenza era stata l’esperienza fondamentale (...). Ci pareva, allora, a pochi mesi dalla Liberazione, che tutti parlassero della Resistenza in modo sbagliato, che una retorica che s’andava creando ne nascondesse la vera essenza, il suo carattere primario». L’amico era Ivar Oddone e «l’unico personaggio intellettuale di questo libro, il commissario Kim, voleva essere un suo ritratto». Discutendo, i due giovani polemizzavano «contro tutte le immagini mitizzate» e, ricorda ancora Calvino, desideravano ridurre «la coscienza partigiana a un quid elementare, quello che avevamo conosciuto nei più semplici dei nostri compagni, e che diventava la chiave della storia presente e futura».

 

Tra gli operai

«Calvino ebbe una grande intuizione – spiega Alessandra Re, vedova di Oddone e come lui psicologa del lavoro –, seppe leggere molti dei tratti che poi rimasero delle costanti nella maturità di Oddone». Non solo la curiosità per gli altri, ma anche il sentirsi parte di una spinta storica e costituente (la «storia presente e futura») che nacque dalla vittoria sul fascismo e che portò Oddone a aderire al Pci e, sul piano teorico, al marxismo e alla lezione di Antonio Gramsci.

 

Smessi i panni di Kim, si laureò in medicina a Torino ed esercitò come assistente, fino alla fine degli anni ’60, nella clinica medica universitaria. Proprio al principio di quel decennio Oddone – adesso un adulto quarantenne – diventa protagonista di un’altra fase storica. È il momento che segna l’ascesa e le più importanti conquiste della classe operaia. Siamo nella stagione del boom, ma anche del “supersfruttamento” della forza lavoro. Un sistema concentrato sulla produttività e la ricostruzione dell’Italia dopo la guerra ha trascurato quasi del tutto la condizione umana degli operai, e la loro sicurezza. Si susseguono incidenti e stragi nelle miniere e nelle fabbriche.

 

Alla fine degli anni ’50 la media degli infortuni è impressionante: 171 per mille occupati, ma nell’industria metallurgica 231 ogni mille addetti. Nelle grandi fabbriche del Nord esplode la domanda di avanzamento salariale, sociale e dei diritti, compresi quelli alla salute e alla sicurezza. Si abbandona la «monetizzazione del rischio», l’idea che gli infortuni siano un tributo da pagare al progresso, tutt’al più da risarcire in termini economici. Anche il sindacato cambia strategia sull’ambiente di lavoro.

 

La nuova parola d’ordine è che «la salute non si vende»: impiegherà più di dieci anni ad affermarsi ma – grazie all’opera di un gruppo di attivisti tra i quali Oddone è protagonista – è qui e ora che inizia il suo percorso. Per esempio nel 1961 a Torino dove, per iniziativa della Cgil, la Camera del Lavoro istituisce una commissione medica mista cui affida il compito di affrontare la questione della nocività attraverso, in particolare, una “indagine-intervento” negli stabilimenti di Farmitalia. Si tratta di raccogliere informazioni e conoscenze da sfruttare per impostare una nuova medicina preventiva.

 

Della commissione fanno parte sindacalisti, studenti, assistenti sociali, medici; lo stesso Ivar Oddone, che si dà un obiettivo preciso: bisogna ascoltare gli operai (perché «non c’è salvezza senza che essi lo vogliano», dice), raccogliere le loro esperienze, i disturbi di cui soffrono, quali protezioni adoperano, così da poter delineare un quadro epidemiologico da un lato, e dall’altro creare le condizioni della «non-delega», ossia affermare nelle fabbriche la convinzione che la gestione delle condizioni di lavoro non va lasciata alla proprietà. Questa “alleanza” tra tecnici e operai è destinata a seguitare: nel 1964 con la realizzazione di un centro di medicina preventiva “partecipata” presso l’azienda elettrica municipale di Torino; e poi col varo di un progetto insieme alla Quinta Lega Mirafiori (l’organizzazione dei metalmeccanici in Fiat Auto) per l’elaborazione di una linea sindacale contro malattie e infortuni.

 

«Per raccogliere le testimonianze», ricostruisce Stefania Tibaldi, «si realizzarono una serie di interviste agli operai: Ivar Oddone voleva analizzare nei dettagli il loro lavoro, i tempi e i ritmi che dovevano rispettare, le posizioni che assumevano, la fatica che provavano, la monotonia, la ripetitività dei gesti, il significato e gli obiettivi delle loro lotte e soprattutto l’influenza dell’ambiente di lavoro sulla loro salute». «Ma non era facile», spiega Alessandra Re, «in fabbrica, allora, non si poteva entrare, le prime indagini venivano condotte ai cancelli, dopo il turno». Questa mole di “azioni-ricerche” sul campo portò Oddone alla pubblicazione della famosa dispensa L’ambiente di lavoro (1969, milioni di copie diffuse e tradotta in molte lingue), uno strumento che rivoluzionò la formazione sulla sicurezza e salute, raccolse i fattori nocivi in poche categorie e adoperò soluzioni grafiche innovative che comunicassero con immediatezza i pericoli e le pratiche da seguire.

 

È lo stesso Oddone a ricordare quel periodo in una nota autobiografica: «Passavo il mio tempo nella sezione universitaria dell’ospedale. Talora anche le feste. Al mattino e al pomeriggio. Mi guadagnavo da vivere con un’ora nell’ambulatorio della mutua dalle 19 alle 20, poi facevo le visite a domicilio, poi la cena, poi scrivevo. La quinta lega Mirafiori era il mio terreno di ricerca». Prosegue Oddone: «Alcuni gruppi di operai mi posero un problema che non sapevo risolvere. Mi chiedevano delle informazioni sul rischio che la loro condizione di lavoro poteva rappresentare per la loro salute». Cerca di rispondere a quella domanda – ricostruisce Alessandra Re – «ma non riesce ad applicare le sue conoscenze ai “posti di lavoro concreti”, perché la medicina non ne possiede il linguaggio, non li conosce».

 

«Il primo problema era dunque di comunicazione», ricorda ancora Oddone. Per risolverlo, a Ivar serviva lo stesso «enorme interesse» del giovane Kim, quella disposizione (quasi una “lunga durata” biografica) a costruire nuovi codici tra persone e gruppi che fu un suo tratto tipico. Il medico doveva capire l’operaio, così come il commissario partigiano aveva compreso ciascun compagno di lotta. È in questo momento che abbraccia la psicologia, ne teorizza anzi la «priorità sulla medicina del lavoro – racconta Re –, capisce che è l’unica disciplina in grado di mettere in contatto l’esperto della salute e il portatore di rischio». Da qui, poi, doveva nascere un nuovo gruppo sociale, tecnico, politico: la «comunità scientifica allargata» – nelle parole di Oddone – di «operai, studenti, sociologi, psicologi, medici, economisti, sindacalisti, magistrati, legislatori» che «si incontrano per discutere di situazioni concrete e di modi per fare ricerca. Io definisco questi soggetti “esperti grezzi”. Uomini nodali (…) che tendono a strutturare diversamente le informazioni nella mente degli altri».

 

L’esperienza raggiunse il suo culmine nel 1973, quando un gruppo di delegati della Fiat Mirafiori, nel quadro delle 150 ore di formazione previste dal nuovo contratto, partecipò al corso di Psicologia del lavoro tenuto da Oddone all’università. Qui si concretò la comunità scientifica da lui teorizzata. Gli operai portavano le loro competenze, e gli esperti della salute le proprie. Anche attraverso pratiche di simulazione innovative (come le istruzioni al sosia) costruivano un sapere comune. Tra quei lavoratori c’era anche Gianni Marchetto (ex delegato Fiom), che strinse un’amicizia profonda col medico/psicologo e ancora oggi ricorda: «Trovai un linguaggio completamente nuovo per un operaio come me. Oddone era spregiudicato, autorevole, a volte autoritario. Aveva un carattere terribile. Eppure la formazione con lui ci servì a diventare individui autonomi, non solo operai consapevoli. Ci ha cambiato per sempre».

 

L’inizio del viaggio

Succede a ogni spinta che la sua propulsione si esaurisca. Oddone, però, ne ebbe fino alla fine. Elaborò progetti di mappatura del territorio tuttora applicati in Francia, esplorò le possibilità didattiche del web e del videogaming. Ma testimoniò anche il riflusso dell’epoca, i passi indietro nelle battaglie sulla sicurezza, la nuova metrica del lavoro nelle fabbriche Fiat (diceva di Marchionne: «Non vuole usare il cervello delle persone, ma i muscoli»). Il secondo millennio, insomma, gli portò rabbia e amarezza.

 

Quanto a Calvino – lo scrittore che per primo l’aveva capito e “predetto” – i due restarono amici. «Avevano un rapporto molto forte, diretto e libero», rammenta la moglie, «anche quando erano in disaccordo». Potremmo immaginarli di nuovo giovani, al principio della storia presente e futura. Potremmo immaginare Kim che, con le parole di Calvino, cammina «per un bosco di larici», o nella valle «piena di nebbie», o «su per una costiera sassosa come sulle rive di un lago», mentre ogni suo passo «è storia». Ma forse vale la pena di citare uno dei pochi episodi della Resistenza raccontati da Oddone (lo riferì sia alla moglie, sia a Marchetto) e che, a suo dire, l’avrebbe tormentato per anni.

 

I partigiani di Kim hanno catturato un gruppo di soldati tedeschi. Decidono di passarli per le armi. Un istante prima che il plotone apra il fuoco, uno dei prigionieri, già di spalle alla morte, alza il pugno, lo chiude e urla: «Heil Stalin!». Nella sua lingua. Una lingua straniera che però, in quel grido, riesce a creare un significato comprensibile ai partigiani, e assurdo, e paradossale. Perquisiscono il suo cadavere. Sul risvolto interno dell’uniforme trovano cucita una piccola falce e martello. «C’era un antifascista anche tra loro! – ricordava Oddone sconcertato –. Ma come potevamo riconoscerlo? Come?». Forse inizia da questo giorno il lungo viaggio del partigiano Kim alla scoperta dell’Altro.

- See more at: http://www.pagina99.it/news/cultura/7806/Cosi-Kim-trovo-la-sua-via.html#sthash.yvAQyDwe.dpuf

Communianet
20 01 2015

A distanza di poche settimane dall'accoltellamento fascista a Trento ci ritroviamo di nuovo di fronte ad un'aggressione fascista premeditata e dai tratti omicidi. Casa Pound o Forza Nuova, come l'estrema destra in tutta Europa, non abbandonano il terreno dello scontro fisico militare che tengono insieme alle relazioni con i soggetti politici maggiormente istituzionalizzati.

Quanto le loro campagne contro l'"immigrazione selvaggia" e per la "famiglia naturale" siano funzionali al potere lo dimostra la copertura giornalistica che tende a rappresentare questi agguati come semplici scontri tra opposte fazioni. In una spirale di appiattimento della realtà che arriva ad equiparare soggetti al centro dell'attivismo sociale, civile e culturale ad emarginati che fanno branco attorno alla violenza organizzata e il disprezzo di qualsiasi alterità dalla norma.

I fascisti nelle piccole città del nord Italia si vogliono giocare una partita decisiva per radicarsi in questa stagione in cui soffia un forte vento di odio sociale verso le figure più deboli. Hanno capito che se nelle grandi città hanno dei problemi di sedimentazione e crescita, possono andare ad occupare uno spazio lasciato libero a destra in provincia, insieme ed oltre a Salvini.

La vita di Emilio in questo momento è appesa ad un filo e speriamo di dargli forza con i presidi di solidarietà che si sono moltiplicati di ora in ora e con la manifestazione nazionale di sabato.

Non vogliamo piangere un altro compagno, l'ennesimo dopo Pavlos, Clement, Davide, Nicola, Renato e tanti altri ammazzati dalle aggressioni fasciste.

Certo non siamo nel ventennio, ma l'estrema destra si sta attrezzando a garantire una struttura politico-sociale a chi in Italia vorrebbe fare il front national francese. Porre al centro di una campagna antifascista la chiusura delle sedi e delle organizzazioni neofasciste non è certo sufficiente, ma può servire come strumento di pressione per ridare significato ad opposizioni che i media banalizzano volutamente.

Allo stesso tempo però dobbiamo sempre stare in guardia su tutti gli ambiti sociali su cui vogliono far presa, non a caso infatti hanno sfruttato la copertura del derby Mantova-Cremona.
Conosciamo abbastanza bene l'ambiente della Curva Te di Mantova per affermare che non ci sia stato un coinvolgimento di questa nell'aggressione al centro sociale, ma c'è la possibilità che i fascisti di casa pound Brescia (legati alla Curva Sud bresciana gemellata da anni con i biancorossi) possano averla utilizzata come mezzo per ricongiungersi successivamente con i fascisti di Cremona e Parma.

Se così fosse resta da capire, senza la pretesa di mettere in discussione gemellaggi che non ci competono, se i tifosi mantovani siano disponibili a fare da copertura inconsapevole per le azioni squadriste di qualche infiltrato. Pensiamo che molti non sarebbero proprio d'accordo.

Di seguito il volantino che stiamo distribuendo verso la manifestazione nazionale antifascista a Cremona per sabato 24 gennaio.

EMILIO RESISTI!

CHIUDERE SUBITO TUTTE LE SEDI DEI FASCISTI!

Ieri sera, approfittando della concentrazione delle forze dell’ordine sul derby Mantova-Cremona un gruppo di 50 fascisti ha teso un agguato allo storico centro sociale di Cremona, dedicato all’antifascista Gastone Dordoni.

Dentro c’erano 8 compagni che stavano pulendo quando sono stati sorpresi da due cariche: una frontale di 10 persone, che hanno attirato gli attivisti fuori dal posto, e una laterale di molto più numerosa che li sorprendesse sbucando da un vicolo laterale.
Basterebbe questo per sottolineare la premeditazione di un gesto che non voleva lasciare scampo.

E infatti da ieri notte un compagno di 50 anni è in coma con un’emorragia celebrale, dopo essere stato più volte colpito al volto con calci e spranghe.

Gli attivisti di Cremona sono persone da sempre impegnate nella battaglie in difesa del territorio, nelle lotte per il diritto alla casa e nei collettivi studenteschi per rivendicare il diritto allo studio.

Da pochi mesi in quella città ha aperto una sede di casa pound, un’organizzazione neofascista che ha spalleggiato prima Berlusconi e poi la lega nord di Salvini, resasi famosa in tutta Italia con l’aggressione ai cortei studenteschi contro la legge Gelmini del 2008 e con l’uccisione a mano armata di tre nord africani nel centro di Firenze.

Come a Trento e in tante altre città, l’apertura di una sede fascista ha rappresentato l’inizio di aggressioni in strada ai ragazzi considerati “alternativi”, agli agguati con coltelli verso gli attivisti di associazioni antirazziste e spazi sociali, di scritte inneggianti alle atrocità del nazismo e attacchi fisici a nomadi e migranti. Segnaliamo che anche a Roverbella c’è una sede di Forza Nuova.

L’aggressione di Cremona non è un caso e si inserisce in un contesto europeo in cui l’estrema destra vince anche elettoralmente.

Di fronte all’impoverimento generalizzato causato dalle riforme di austerità per i neofascisti è molto semplice accusare i migranti di tutti i mali.

Con questa costruzione del discorso proteggono proprio chi sta guadagnando dalla precarizzazione del lavoro e dalla riduzione della proprietà pubblica a beneficio di quella privata.
L’agguato di ieri sera non parla solo ai militanti dei centri sociali quindi, ma a chiunque non voglia rivivere le barbarie che l’Europa ha già vissuto qualche decennio fa.
Chi fino a ieri sosteneva il je suis Charlie come pretesto per attaccare i musulmani, ieri era ad assaltare uno spazio di attività sociali e culturali.

Stiamo organizzando macchinate per la MANIFESTAZIONE NAZIONALE ANTIFASCISTA di Sabato 24 a Cremona contattateci a (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.) o raggiungeteci in P.ZZA MANTEGNA A MANTOVA per il presidio antirazzista contro fascismo, razzismo e terrorismo alle ore 15.30.

CITTÁ PIÚ SICURE SENZA FASCISTI
SPAZIO SOCIALE LA BOJE!

facebook