Che razza di Stato

  • Venerdì, 02 Maggio 2014 13:05 ,
  • Pubblicato in Flash news

la Repubblica
02 05 2014

di Valeria Fraschetti 

Quei diritti fondamentali negati per legge

Producono l’11% del Pil (Prodotto interno lordo), ma lo Stato non è incline ad assumerli. Ci stanno pagando le pensioni, ma per la previdenza sociale sono figli di un Dio minore. Mantengono il nostro bilancio demografico positivo, ma non sempre hanno diritto a bonus bebè e alloggi popolari. Versano le tasse, ma sono costretti a pagare altri balzelli per il semplice fatto di non essere italiani. Potrebbero salvarci dalla crisi economica, ma ci sono parlamentari che gioiscono nel vedere i barconi affondare.

Non c’è bisogno di andare allo stadio per trovare un’Italia razzista: basta osservare lo Stato. Scandagliare leggi nazionali e ordinanze locali, affacciarsi nelle questure, registrare dichiarazioni politiche, monitorare la burocrazia. È una forma di intolleranza più subdola, non sempre evidente. Ma ha un nome: discriminazione istituzionale. Uno scandaloso insieme di politiche, norme e negligenze che designa una linea di demarcazione tra italiani e stranieri, in barba ai principi sanciti dalla Costituzione.

Per chi sceglie l’Italia come casa, i Cie (Centri di identificazione ed espulsione) sono solo il primo assaggio di un percorso fatto di privazioni di diritti e di doveri “ad immigratum”. Come evidenzia anche nel suo ultimo rapporto l’Unar, l’Ufficio nazionale anti-discriminazioni razziali che dal suo call center raccoglie decine di segnalazioni ogni giorno, “nonostante la robusta legislazione anti-discriminazione posta in essere a livello nazionale con il Testo Unico Immigrazione, hanno trovato largo spazio forme di discriminazione istituzionale che hanno gravemente minato una politica di pari opportunità”. Forme di discriminazione provocate da un atteggiamento corsaro dello Stato, che sfrutta l’ambiguità delle leggi, credendo magari di far proprie le istanze dell’opinione pubblica.

I diritti negati

La prima linea è quindi quella delle amministrazioni comunali. Nel ricco almanacco delle iniziative municipali dal sapore discriminatorio è finito ad esempio il Comune di Tolentino, Macerata, che a settembre 2013 ha deciso di dare punteggi aggiuntivi per le graduatorie d’accesso agli asili nido comunali ai lungo-residenti, danneggiando indirettamente gli stranieri che, statisticamente, hanno meno anzianità di residenza. Nel frattempo a Pordenone una delibera (sinora inapplicata) ha stabilito un tetto del 30% per gli stranieri nei nidi d’infanzia. Sempre sul tema accesso ai nidi, basta richiedere il codice fiscale nella domanda per escludere i figli dei clandestini dal diritto all’istruzione a loro teoricamente garantito. Il diritto a ricevere la Social Card è stato esteso invece anche ai titolari di Carta di soggiorno Ce, ma sul sito di Poste Italiane, che accoglie le domande, tra i requisiti necessari appare ancora quello della cittadinanza italiana.

Anche di fronte al diritto al lavoro, articolo 4 della Costituzione, lo Stato pare a volte soffrire di amnesia. Benché sia noto che gli sbarramenti nell’accesso al lavoro per ragioni etniche, religiose o di provenienza geografica violino regole nazionali, comunitarie e internazionali, fino a pochi mesi fa il pubblico impiego era “un ambito off-limits per gli extra-comunitari”, per dirla con Angela Scalzo di Uil Immigrazione. A settembre, la Legge Europea 2013 ha finalmente parificato agli italiani i lungo-soggiornanti, che per anni erano stati tagliati fuori per via del requisito della cittadinanza italiana previsto nei bandi. Tuttavia la nuova normativa continua a escludere i regolari con permessi più brevi. Abolita solo da pochissimo anche la legge sul trasporto pubblico locale che prevedeva la cittadinanza italiana tra i requisiti per l’assunzione. Era un Regio decreto di epoca fascista, del 1931, che le aziende dei trasporti (a capitale pubblico) hanno usato per anni nonostante vari giudici lo abbiano dichiarato discriminatorio.

Lo Stato sbatte la porta in faccia agli immigrati anche quando vogliono fare volontariato. È il caso del bando per il Servizio Civile, che ancora nel 2013 prevedeva la solita clausola della cittadinanza, nonostante il Tribunale di Milano l’avesse dichiarata illegale già nell’edizione 2012. Solo dopo un altro ricorso e una nuova sentenza di accoglimento, la Presidenza del Consiglio dei ministri ha modificato a dicembre i termini della gara.

Contro il muro di gomma della cittadinanza si scontrano persino disabili e bambini. Tempo fa, durante una gita al Colosseo, uno scolaro di nove anni di origini peruviane si è sentito un “paria” quando è stato l’unico tra i suoi compagni a dover pagare il biglietto. A maggio 2013 l’allora ministro Bray, preso atto della gabella per extracomunitari, ha chiesto alle istituzioni culturali di farli entrare gratis come gli altri. Peccato che ci siano musei che guardano ancora al passaporto, come quelli di Roma Capitale, dove se sei un bambino italiano, polacco o di altro paese comunitario hai diritto alla riduzione, se sei turco o brasiliano no.

Ai regolari invalidi o disabili, invece, l’Inps ha negato per anni le prestazioni assistenziali in chiara violazione dei diritti fondamentali della persona, come ammoniva già nel 2009 la Corte Costituzionale. Solo a settembre, dopo quattro anni e nuove sentenze, l’ente si è finalmente adeguato. “Quattro anni in cui l’ente ha risparmiato qualche soldino sulla pelle degli stranieri”, osserva Piero Bombardieri di Ital Uil, segnalando un’altra disparità di trattamento targata Inps e figlia della legge Bossi-Fini. Può essere riassunta così: addio Italia, addio pensione. Ovvero, se un immigrato torna nel paese d’origine perde il diritto alla liquidazione dei contribuiti versati, in mancanza di accordi di reciprocità. E sempre l’Inps ha stabilito che ad avere diritto agli assegni per famiglie numerose sono solo i possessori di Carta di soggiorno Ce, escludendo così chi è in Italia da altrettanti anni ma con permessi più brevi. Immigrati di serie A e B, insomma.

Il fatto è che gli stranieri che avrebbero diritto all’upgrading, Carta di soggiorno o cittadinanza, a volte rinunciano a chiederlo. A causa di un altro ostacolo: la burocrazia. Così letargica da generare essa stessa nuove discriminazioni. I tempi per il rilascio dei permessi di soggiorno sono talmente lunghi che a volte i documenti arrivano scaduti. “Per di più l’attesa spalanca altri limiti”, evidenzia la giurista Clelia Bartoli, autrice del saggio Razzisti per legge. “Ad esempio l’impossibilità di accettare un lavoro in un altro Comune, perché se la questura ti chiama e non sei reperibile rischi di essere depennato”.

I tempi per la cittadinanza invece? Due anni per legge: quattro in media, a volte di più. Il risultato, come ricorda il senatore Pd Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti Umani, è che in Italia si naturalizza solo l’1,2% del totale degli immigrati, a fronte di una media Ue del 3,7%.

Negligente e farraginosa, la burocrazia arriva a scoraggiare persino chi vorrebbe chiedere l’equipollenza dei titoli di studio e il ricongiungimento familiare. Per riunirsi ai propri figli come per ottenere la carta Ce, infatti, è necessario presentare tra le tante carta, anche il certificato d’idoneità abitativa. Ovvero, provare la conformità della propria abitazione a dei criteri stilati come “non vincolanti” per i costruttori di case popolari, ma diventati vincolanti per gli immigrati. “È una chiara discriminazione diretta poiché a nessun italiano che aumenta il nucleo familiare viene richiesto un simile documento”, nota l’avvocato Dario Belluccio dell’Associazione Studi giuridici sull’Immigrazione.

L'INTERVISTA: PARLA LUIGI MANCONI

“La clandestinità perno del razzismo”

“Il reato di clandestinità è la vera matrice del razzismo istituzionale”. “I Cie, luoghi feroci e insensati”. “I rom? Vittime di una segregazione programmata”. Per Luigi Manconi, presidente della Commissione per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato, sono numerosi e variegati gli ambiti in cui l’Italia mostra un approccio all’immigrazione “approssimativo e anti-garantista” che contribuisce a trasformare un “sistema di cittadinanza che, da inclusivo quale era, sta diventando escludente”.

Senatore, le leggi che comprimono i diritti degli immigrati sono varate dallo stesso Stato che sancisce l’uguaglianza nella Costituzione. Come si spiega la contraddizione?

“Esistono quelli che 25 anni fa, con Laura Balbo, definimmo ‘imprenditori politici dell’intolleranza’, quelli che trasferiscono la xenofobia nella sfera pubblica e ne fanno risorsa elettorale. Esiste poi un’irresistibile tendenza dello Stato a limitare gli accessi e di conseguenza a selezionare quanti debbano essere inclusi ed esclusi nel sistema di cittadinanza. Inoltre, la crescita dei flussi e la crisi economica rattrappiscono ulteriormente la capacità e la volontà di accoglienza. Ma questa è una tendenza che riguarda tutti i paesi europei”.

Sui diritti degli immigrati l’Italia si adegua all’Ue sempre in ritardo, dopo le strigliate di Bruxelles. Sciatteria o negligenza calcolata?

“Sciatteria e camurria, trasandatezza e dolo. Il nostro paese è connotato da lentezza e contraddittorietà normativa, ha un approccio insieme cialtronesco e canagliesco, approssimativo e anti-garantista. Lo si vede con i Cie. Quando si chiamavano Cpt la permanenza prevista era 30 giorni, più eventuali 30. Nel decennio successivo si è passati a 12 e poi agli attuali 18 mesi, che è il tetto più alto indicato dall’Ue. Quindi il limite massimo europeo diventa nel nostro ordinamento la norma”.

I tempi medi necessari per l’identificazione invece quali sono?

“45 giorni. Il che comporta 16 mesi e mezzo di pena superflua, inutile, non comminata da alcun tribunale. Un’iniquità che il Parlamento deve rapidamente correggere, riducendo al minimo i tempi di permanenza”.

Quali forme di discriminazione istituzionale vanno affrontate con più urgenza?

“Ci sono varie leggi con conseguenze negative, ma il vero perno del razzismo istituzionale è il reato di clandestinità perché produce un insidioso effetto ideologico. Non sanziona il delitto che la persona compie, come prevede lo Stato di diritto, ma ciò che è, la sua mera condizione umana di migrante. È come se si sanzionasse la povertà. E il risultato è che nel sentimento comune l’irregolare è percepito come una minaccia, un criminale. Questa è la vera produzione del razzismo istituzionale, le altre forme si collocano su altri livelli”.

I campi rom, per esempio. La loro chiusura è prevista nella ‘Strategia d’inclusione di rom, sinti e camminanti’ che la sua Commissione monitora. A che punto è?

“È solo a una prima e molto diseguale applicazione. Proprio perché i rom sono il soggetto di cui meno ci si interessa e che meno viene tutelato, come Commissione intendiamo dedicare loro un particolare lavoro di analisi”.

Nel suo libro ‘Accogliamoli tutti’, scritto con Valentina Brinis, evidenzia l’esistenza di un sotto-sistema penale speciale per gli immigrati. Esempi?

“Gli immigrati sono costantemente oggetto di un trattamento diseguale. Ne è un esempio lampante il fatto che la convalida dell’espulsione è affidata ad un giudice di pace e non ad un tribunale, come richiederebbe un provvedimento così delicato, che incide sulla libertà personale”.

La sovra-rappresentazione degli stranieri nelle carceri è un effetto di questo sotto-sistema penale?

“Uno straniero avrà sempre più probabilità di essere arrestato di un italiano, meno possibilità di essere prosciolto, di ottenere la libertà condizionata e così via. Fatalmente la percentuale di stranieri reclusi risulterà sempre assai alta”.

Il discrimine tra i diritti degli extracomunitari e i nostri è spesso definito dal possesso della cittadinanza italiana. Un figlio di stranieri a quali condizioni dovrebbe accedervi?

“Non amo la formula di ius soli temperato, ma condivido il concetto che la ispira: l’acquisizione di cittadinanza non come automatismo assoluto, ma come processo fatto di passaggi di integrazione. E il percorso scolastico è la via maestra, quella più razionale e intelligente”.

Un disastro ereditato dalla Bossi-Fini

di Vladimiro Polchi 

Se sei un immigrato hai mille ostacoli da superare. Li incontri quando cerchi un lavoro, quando devi curarti, quando vai a iscrivere i tuoi figli a scuola, quando affitti casa. Sì, perché la vita può essere dura per tutti, ma per un “nuovo italiano” c’è un sadismo istituzionale in più: un intricato cespuglio burocratico, che ti impone una costante via crucis.

Sul banco degli imputati siede da 12 anni la Bossi-Fini, legge che guarda all’immigrazione solo attraverso le lenti deformi dell’ordine pubblico. In sostanza lega il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, rende più complesse le procedure per il suo rinnovo, favorisce l’immigrazione temporanea e scoraggia la stabilizzazione. Una legge che non argina le ondate di ingressi irregolari, ma in compenso dissuade i flussi di immigrati qualificati.

Da anni si parla della sua abolizione o almeno di un “tagliando”. Nell’estate 2007 ci avevano provato i ministri Amato e Ferrero. Nulla di fatto. Poi una serie di proposte, fino all’ultima: un mese fa è toccato al responsabile del Pd, Welfare e Scuola, Davide Faraone, proporre l’ennesima riforma. Intanto, solo grazie alle sentenze dei tribunali ordinari e della Consulta, sono caduti alcuni dei pezzi più discriminatori del suo impianto. Stesso discorso per la cittadinanza. Impelagati tra ius soli temperato e ius culturae, i testi di riforma (ben 48 nella scorsa legislatura) sono fermi nei cassetti delle commissioni parlamentari competenti da anni.

Eppure, limitandosi a ragionare col portafogli, la presenza dei migranti è utile al sistema Italia. Certo, la crisi ha rimescolato un po’ le carte in tavola, e la frase «gli immigrati fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare» può apparire una fotografia sfuocata (per esempio, sul fronte del lavoro domestico). Ma facciamo un gioco e chiediamoci: cosa accadrebbe all’Italia senza di loro? Sarebbe la paralisi per molti settori produttivi. Basta leggere i numeri. Oltre il 50 per cento degli operai delle fonderie è immigrato. Nella provincia di Brescia un metalmeccanico su 5 è straniero. Non mancano casi particolari, ma emblematici: in Abruzzo, il 90 per cento dei pastori è macedone. In Val d’Aosta, a fare la fontina sono solo i migranti: nei trecento alpeggi della regione, gli italiani sono infatti meno del 10 per cento. In Emilia-Romagna, tra gli addetti al Parmigiano Reggiano, uno su tre è indiano. E così via.

Non solo. Stando a un’indagine condotta dall’economista Tito Boeri per la Fondazione Rodolfo Debenedetti, perfino gli irregolari sono «funzionali alla nostra economia»: lavorano di più e guadagnano di meno. Insomma, una risorsa per molti imprenditori privi di scrupoli. Non manca, è vero, il lato oscuro. Un esempio? Oggi nello spaccio oltre un denunciato su tre è immigrato. Il mercato della droga parla sempre più straniero. Questo va detto con chiarezza. Ma il problema non si risolve con leggi discriminatorie.

La verità è che il nostro Paese non ha mai elaborato un suo modello d’integrazione. Non si è mai chiesto: «Come pensiamo di governare una società che sarà sempre più multietnica?». Seppure con molti fallimenti, la Francia si è affidata all’assimilazione, la Gran Bretagna al multiculturalismo. E noi? Nell’attesa che la politica si muova, restiamo ancorati al vecchio modello dell’integrazione fai-da-te, che nasce dall’incontro tra persone di buona volontà.


 

 

 

 

 

 

Cannabis, l'appello di Veronesi divide l'Italia

  • Venerdì, 21 Febbraio 2014 12:42 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA

la Repubblica
21 02 2014

"Proibire non serve a niente". "Al contrario, senza divieti dilaga consumo e malavita". Il conflitto è aperto: da un lato i supporter della legalizzazione, dall'altro i proibizionisti duri e puri. In mezzo, lui: lo spinello. Riaccende la miccia l'appello di Umberto Veronesi: "Riapriamo il dibattito sulla liberalizzazione delle droghe leggere".

A bocciare l'equiparazione tra droghe pesanti e leggere ci ha già pensato la Consulta, che il 12 febbraio scorso ha dichiarato incostituzionale la legge Fini-Giovanardi. Sulla scia dei giudici della Suprema corte, si muove l'appello di Veronesi pubblicato ieri da Repubblica: "È arrivato il momento di superare le barriere ideologiche e ammettere che proibire non serve a ridurre il consumo". Una posizione, questa, sostenuta più volte in passato anche da Roberto Saviano, perché "la legalizzazione non è un inno al consumo, anzi, è l'unico modo per sottrarre mercato ai narcotrafficanti che, da sempre, sostengono il proibizionismo".

Di un appello "perfetto" parla Luigi Manconi (Pd), presidente della commissione diritti umani al Senato, che ha presentato un ddl per la coltivazione e la cessione della cannabis: "Non condivido solo quel maledetto termine "liberalizzazione", che in 40 anni non siamo riusciti a mettere da parte a favore di quello giusto "legalizzazione". Non è una disputa linguistica - precisa il senatore - sostengo infatti che il regime oggi vigente in Italia sia proprio la liberalizzazione. Chiunque, a qualunque ora e in qualunque città può acquistare qualunque droga nell'estesa rete di esercizi commerciali illegali, cioè gli spacciatori. All'opposto, vorrei un regime di legalizzazione uguale a quello a cui sono sottoposte sostanze oggi legali e il cui abuso produce più danni di quanti produca l'abuso dei derivati della cannabis. Dunque sì alla produzione e commercializzazione a carico dello Stato, con adeguata tassazione, limiti e vincoli".

"Aumento dei consumatori, moltiplicazione dei rischi per la salute, crescita del fatturato delle mafie, carcerazioni di massa. Sono questi - secondo Mario Staderini dei Radicali italiani - i risultati fallimentari delle politiche proibizioniste. A dettare legge è la criminalità organizzata che ci guadagna oltre 30 miliardi di euro l'anno. Con la legalizzazione, sarebbe lo Stato a dettare le regole". Anche per Leopoldo Grosso, vicepresidente del Gruppo Abele, "è giusto riaprire il dibattito perché il proibizionismo ha portato all'aumento del consumo soprattutto di cannabis. Noi siamo per una legalizzazione controllata, non per una liberalizzazione indiscriminata, che rischi di coinvolgere anche i minori. La legalizzazione consente di dare un colpo alle mafie e di fare uscire dalla illegalità centinaia di migliaia di giovani. Le droghe leggere non sono l'anticamera di quelle pesanti. Il dato di realtà è diverso: solo il 10% dei consumatori di cannabis diventa consumatore problematico di quella stessa sostanza".

A guidare il fronte opposto è il senatore Ncd, Carlo Giovanardi: "Paolo Borsellino, prima di essere assassinato dalla mafia, spiegava ai ragazzi che la liberalizzazione o la legalizzazione della droga sarebbe stato il più grande regalo fatto alla criminalità organizzata. Due settimane fa il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti ha ribadito che la liberalizzazione della cannabis non toglie spazio alle mafie". Netta la posizione della presidente del Gruppo tossicologi forensi italiani, Elisabetta Bertol: la cannabis è "una droga pericolosa tutt'altro che leggera". Analoga la linea della comunità di recupero di San Patrignano: "Ovvio che non tutte le persone che usano cannabis poi passino a droghe più pesanti - sostiene Antonio Boschini, responsabile terapeutico della comunità - ma è vero il contrario, tutte le persone che usano droghe pesanti sono partite da quelle leggere. Che restano, dunque, un fattore di rischio. E poi, per togliere ossigeno alle mafie, dovresti legalizzare tutte le droghe senza distinzione".

Vladimiro Polchi

Nonostante la Bossi-Fini…

  • Mercoledì, 22 Gennaio 2014 08:58 ,
  • Pubblicato in L'Intervista
Sergio Bontempelli, Corriere delle migrazioni
20 gennaio 2014

Sergio Briguglio si occupa di immigrazione dalla fine degli anni Ottanta: che – riferendosi all'Italia – è un po' come dire da sempre… È, nel nostro Paese, uno dei maggiori conoscitori della materia, ma non fa capo ad associazioni, movimenti o gruppi organizzati.
Il presunto umore della gente è spesso una invenzione dei capipopolo, più qualcosa da sollecitare sulla base dei propri pregiudizi, che non una domanda diffusa da raccogliere. ...

Il Fatto Quotidiano
10 10 2013

Un piccolo passo verso l’eliminazione del reato di immigrazione clandestina con il placet del governo. Ci sono voluti i 302 corpi di stranieri morti nel naufragio di Lampedusa per riaprire il dibattito sulla legge Bossi Fini e sulle responsabilità penali degli stranieri non registrati.

E’ stato infatti approvato in Commissione giustizia l’emendamento per l’eliminazione del reato di immigrazione clandestina, proposto dai senatori del Movimento Cinque stelle Andrea Buccarella e Maurizio Cioffi.

La decisione ha ricevuto l’ok dell’esecutivo e ora il testo verrà discusso in Aula. Poche ore prima c’era stata la polemica a distanza tra il Capo del governo Enrico Letta e la procura di Agrigento sulla decisione di iscrivere nel registro degli indagati i superstiti al naufragio di Lampedusa. “Ho provato vergogna”, ha commentato il premier, “di fronte a tanto zelo: è una vicenda di grandissimo dramma umano“. Parole rispedite al mittente dal pm: “Ma quale zelo? Siamo obbligati a farlo. Questo non è zelo, ma rispetto delle regole volute dal Parlamento e non da noi”.

“La sanzione penale appare sproporzionata e ingiustificata – ha detto il sottosegretario Ferri - e la sanzione penale pecuniaria è di fatto ineseguibile considerato che i migranti sono privi di qualsiasi bene”. Oltretutto “il numero delle persone che potrebbero essere potenzialmente incriminate sarebbe tale da intasare completamente la macchina della giustizia penale, soprattutto nei luoghi di sbarco. Lo Stato deve regolare i flussi migratori in modo compatibile con le concrete possibilità di accogliere i migranti e questo non solo per ragioni di ordine pubblico ma anche per motivi umanitari”.

L’emendamento delega al governo stesso l’abrogazione del reato di immigrazione clandestina ed è stato approvato con i voti di M5S, Pd e Sel.

Il prossimo passo spetta al Senato, quando il disegno di legge per le depenalizzazioni verrà discusso in Aula.
“Siamo soddisfatti”, ha commentato Andrea Cioffi al fattoquotidiano.it, “finalmente ci si comincia a rendere conto anche qui dentro dell’inutilità di certi provvedimenti. Punire a livello penale l’immigrazione clandestina era una perdita di tempo e un’ipocrisia totale. Il governo ha già dato il parere favorevole, poi si assumeranno le loro responsabilità in Aula”.

Fortemente contraria la Lega Nord: “Ci siamo fermamente opposti”, ha detto il capogruppo del Carroccio Erika Stefani, “a queste modifiche proposte dal movimento 5 stelle e passato con il parere favorevole del governo e i voti di Pd e Pdl. A questo punto il ministro dell’Interno Alfano chiarisca la sua posizione visto che il governo sembra andare nella direzione opposta rispetto alle sue dichiarazioni. Questo irresponsabile buonismo alimenterà ancora il disastro umanitario al quale stiamo assistendo perché gli immigrati arrivano sulle nostre coste attratti da false speranze. Scelte politiche simili sono un vero e proprio richiamo per ingressi clandestini che, come Lampedusa insegna, possono trasformarsi in tragedia”.

Il Carroccio sulla revisione della legge Bossi Fini non ha intenzione di stare a guardare. “Se ci sono regimi sanguinari in Africa”, dice il candidato alla segreteria della Lega Nord Matteo Salvini, “si vada lì e si attacchi, altro che primavera araba. Se in Somalia e in Eritrea ci sono problemi andiamo lì e risolviamo. La Bossi-Fini non è applicata, la Germania, la Gran Bretagna e la Francia hanno da anni il reato di immigrazione clandestina mentre qui in Italia facciamo favori alla malavita”.

facebook