Lampedusa, premio Nobel dell’ipocrisia

  • Mercoledì, 09 Ottobre 2013 14:11 ,
  • Pubblicato in Flash news

Micromega
09 10 2013

di Alessandro Dal Lago, da Il Manifesto

Per quello che è successo a Lampedusa non ci sono aggettivi. Ma le cose che si sentono in queste ore fanno venire la nausea. Non parlo della Lega, che come sempre merita solo silenzio. Parlo di quell'onda di untuosità, ipocrisia e smemoratezza che ci sta sommergendo. Come se l'Italia, l'Europa e l'Occidente volessero passare una mano di calce su una realtà di cui sono responsabili, ma che non ammetterebbero mai, perché in tal caso non potrebbero che auto-accusarsi.

Che significa proporre Lampedusa per il Premio Nobel per la pace, come Alfano sulla scia di Berlusconi? Con tutta l'ammirazione che possiamo provare per i singoli cittadini che si tuffano in mare per salvare i migranti, come è avvenuto tante volte in questi anni, in Sicilia o in Puglia, è evidente che la proposta di Alfano mira a una bella auto-assoluzione dell'Italia e, indirettamente, dei suoi brillanti governi.

Si dice che alcuni pescherecci abbiano ignorato l'incendio che ha preceduto l'affondamento del battello. E perché? Perché una norma del Testo unico sull'immigrazione prevede il sequestro delle barche che soccorrono i migranti, in quanto si renderebbero responsabili del «favoreggiamento» dell'immigrazione clandestina. Una norma ignobile, disumana, che espone i pescatori al rischio di perdere imbarcazione e lavoro (e che va a eterna vergogna di chi l'ha concepita).
Ora, chi sono i responsabili? I pescatori o chi ha inventato le norme sui respingimenti, cioè Bossi, Fini e i loro consiglieri? Per fortuna, Fini è scomparso nel nulla e Bossi giù di lì. Ma con che faccia quelli del Pdl blaterano di premi Nobel e vergogna, dopo che hanno varato loro, anni fa, la Bossi-Fini?

Ma non sono i soli a dar priva di amnesia. Quello di Lampedusa è il terzo caso di naufragio con strage di massa nel Mediterraneo. Il primo avvenne a fine dicembre 1996, quando una carretta maltese si scontrò con la nave Yohan, da cui stava trasbordando dei migranti, e colò a picco portando con sé quasi trecento esseri umani. Ci vollero anni perché la verità, raccontata all'inizio solo da questo giornale, emergesse. L'anno dopo, la Kater i Rades affondò con un'ottantina di persone, perché entrata in collisione con la corvetta italiana Sibilla, che stava procedendo a una manovra di dissuasione, cioè stava impedendo alla nave albanese di proseguire verso l'Italia con il suo carico di profughi. I due capitani, quello albanese e il comandante italiano, furono condannati a pochi anni di prigione. Ma nessuno si è mai sognato di chiamare in causa chi aveva organizzato l'operazione «Bandiere bianche», che aveva lo scopo di tener lontano gli albanesi dai nostri "sacri confini", per usare una nota espressione di Beppe Grillo. E chi c'era al governo allora, se non Romano Prodi e un buon numero di esponenti dell'attuale Pd?

Ed eccoci all'ecatombe dell'altro ieri. Qualcuno ci spiegherà prima o poi come è possibile che un barcone con centinaia di persone a bordo traversi il Canale di Sicilia, e arrivi fino a poche centinaia di metri da Lampedusa, in una zona di mare sorvegliata da radar, satelliti e battelli militari di ogni tipo, senza che nessuno, tranne uno o due barche da diporto, se ne accorga. Con tutta la paranoia pubblica e ufficiale che circonda la sorveglianza dei nostri confini, il fatto è inspiegabile. E temiamo che resterà tale.

Ma la questione essenziale è che, finché migranti e profughi saranno costretti alle ventura in mare, questi naufragi si ripeteranno. Ma non perché non funziona Frontex, ma esattamente perché c'è Frontex. Questa bella trovata della burocrazia europea non ha il compito di proteggere i migranti, ma, esattamente, di tenerli lontani - e cioè di rafforzare la clandestinità a cui i migranti sono costretti e che ne ha portato 20.000 ad annegare nel Canale di Sicilia e nel resto del Mediterraneo. È un circuito infernale. Leggi come la Turco-Napolitano e la Bossi-Fini hanno sempre avuto lo scopo di impedire l'accesso legale dei migranti in Europa, con i respingimenti, le norme draconiane sul favoreggiamento e i Cpt o Cie. Chi ha di fronte a sé la prospettiva della morte in guerra o per fame non può che tentare la via del mare. È vero che scafisti e canaglie d'ogni genere li traghettano a pagamento verso l'Europa. Ma smettiamo di considerare responsabili solo loro. Il gangsterismo americano degli anni Venti fu un effetto del proibizionismo e non viceversa.

Se vogliamo che queste stragi finiscano permettiamo ai profughi e migrati di trovare una possibilità da noi. Facciamoli entrare legalmente. Non sono milioni, come blaterano i paranoici e i leghisti. Sono centinaia di migliaia di esseri che ci chiamano. E noi, i civili europei, siamo cinquecento milioni di sordi.

"Sulla rivisitazione della legge Bossi Fini- ha spiegato ritirando a Reggio Calabria il premio "Donne fuori degli abissi" - ci sono diverse aperture da parte di diversi gruppi politici per andare verso una riforma. Credo che questa legge vada rivista perché noi dobbiamo avere un approccio basato sulla persona" ...

Frontiere news
09 05 2013

“Karim ha la prossima udienza il 10 maggio. Qualcuno deciderà in base alle regole (ma quali regole?!) se deve salire su un aereo oppure se può rimanere in Italia. Che è il suo paese. Dove ha una famiglia, la sua famiglia. Ha me ed un figlio in arrivo. KARIM NON DEVE PARTIRE“.

Finisce così l’appello di Federica, una giovane futura mamma, che si è scontrata con la burocrazia italiana e i suoi errori, che chiede aiuto per firmare la petizione che potrebbe fermare l’espulsione del suo ragazzo.
La loro è una storia come quella di tanti altri: lui, egiziano, arriva in Italia a sei anni, vive con la nuova famiglia del padre, cresce nel paese che lo ha accolto e lo sente suo. Poi, quando il padre muore, frequenta brutte compagnie e viene arrestato per abuso di stupefacenti. Seguono gli anni in carcere, il recupero, la libertà ritrovata e l’incontro con lei, Federica. Vanno a vivere insieme a Milano. Tre anni d’amore, una casa e ora, un bimbo in arrivo. Il 4 aprile scorso però, un poliziotto lo ferma e lo arresta perché non ha i documenti in regola. Poco contano le spiegazioni, Karim viene mandato al CIE di Ponte Galeria a Roma, pronto per l’estradizione nel “suo” paese.

Ora, come glielo spieghi che il suo paese non è quello che l’ha visto nascere ma quello che l’ha visto crescere? Come puoi spiegare ad uno Stato che applica la legge Bossi Fini che Karim è molto più italiano che egiziano, che la sua vita è qui, che la sua famiglia è italiana e che non è colpa sua se i suoi documenti non erano in regola, ma di un funzionario magari distratto, magari stanco, che ha commesso un errore?

A prendersi a cuore la causa di Karim, e di molti altri costretti a vivere nei CIE, è la campagna LasciateCIEntrare che monitora costantemente il rispetto delle normative europee in questi centri, facendo particolare attenzione alle condizioni di vita dei migranti. Inutile dire che molto spesso queste strutture sono degradate, “oltre il limite della vivibilità e del rispetto della dignità umana e dove si verificano continue e sistematiche violazioni dei diritti fondamentali“. Loro hanno aiutato Karim, hanno, momentaneamente, fermato il rimpatrio e hanno trovato un avvocato esperto di ASGI – Studi Giuridici sull’Immigrazione che sta spiegando a lui e alla sua giovane compagna cosa fare.

Tra meno quarantotto ore qualcuno stabilirà se Karim deve salire su un aereo e tornare “a casa” o no. Nel mentre c’è una petizione da firmare. E una famiglia da riunire.

Una legge sull'immigrazione che superi la Bossi-Fini, norme "che contrastino efficacemente la violenza sessista, razzista, omofoba e di qualsiasi altra natura". "La priorità è lo ius soli: è italiano chi è nato e cresciuto in Italia". ...

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