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Corriere della Sera
31 05 2013

Ce li abbiamo davanti ogni ora questi ragazzi: eppure non li capiamo. Non sappiamo come prenderli. A un certo punto, non ce la fanno più a resistere

di ERALDO AFFINATI

ROMA - Gettarsi dalla finestra dell’aula scolastica che frequenti perché gli amici ti insultano: dicono che sei gay. Ma potrebbero dire anche qualche altra cosa: che sei rumeno, che sei laziale, che hai le lentiggini. Ridono. Ti prendono in giro. Una, due, dieci volte. Tutti i giorni. E tu, a un certo punto, non ce la fai più a resistere. Hai sedici anni: l’età dei vulcani in eruzione, delle stelle nei fossi, dei cervi indifesi e delle aquile rapaci. Senti la testa che gira. Il mondo si annebbia. Diventi una specie di trottola. Basta un attimo di sconforto, salti sul davanzale e, sotto gli occhi dei compagni travestiti da draghi, prendi il volo. Ce li abbiamo davanti ogni ora questi ragazzi: eppure non li capiamo. Non sappiamo come prenderli. Crediamo che siano schegge impazzite. Non vogliamo renderci conto che sono figli nostri. Tutti, nessuno escluso: vittime e carnefici.

Forse dovremmo chiederci dove e come crescono gli adolescenti contemporanei: ore seduti davanti allo schermo del portatile, altrettante chini sullo smartphone, in contatto perpetuo gli uni con gli altri, sempre pronti a fare sì con la testa anche se non sanno ciò che tu, padre, madre, insegnante o allenatore, gli stai dicendo. Quella che gli antichi maestri chiamavano l’esperienza, il vero autentico rapporto con la realtà, per molti dei nostri giovani è diventata una specie di bolla. Una convenzione. Un sogno da cui risvegliarsi cliccando su Google. Ecco perché non riescono a mantenere la concentrazione per più di trenta secondi. Inebriati di immagini, consumati da una libertà velenosa, malati di conformismo, fragili e violenti, è come se ci richiamassero a un impegno che noi adulti abbiamo disatteso.

Quale è stata la nostra colpa? Forse quella di aver lasciato che il desiderio (di qualsiasi cosa: potere, gloria, successo, piacere, felicità, benessere), deflagrasse senza misura, né controllo? La costruzione dell’identità (spirituale, sessuale, culturale), è un processo lungo, difficile, travagliato: un percorso ad ostacoli che nell’adolescenza conosce le sue rapide, i suoi strapiombi, le sue meraviglie. Fra tanti valori superati, in mezzo a cento fedi fallite, il culto dell’amicizia resta ancora assoluto in chi si avvia a diventar grande. Nel momento in cui questo sentimento di pura gratuità viene ferito, le conseguenze possono essere catastrofiche.

Le pagine dei giornali continuano a riempirsi di cifre legate alla problematica congiuntura economica che stiamo vivendo, come se tutto si potesse risolvere risanando il deficit. Assai più grave e profonda a me pare la crisi spirituale che ci attanaglia: i canoni tesi ad accertare l’originalità (umana, artistica, perfino scientifica), sono decaduti, se non proprio stravolti. L’unicità, invece di esaltare, spaventa i giovani. La protervia dei gruppi impera. La quantità vince. La qualità perde. Restano le maschere: ma un evento come quello accaduto nella nostra città l’altro ieri dimostra ancora una volta quanto esse siano vane.
Ma non il dolore. Sia fisico che psicologico. Quello più profondo perché provocato da insulti e prese in giro, a scuola e fuori, e più indietro nel tempo - fin dalla sua adolescenza - dal trattamento spietato che gli riservava il padre che non sopportava l'idea di avere un figlio gay. ...
Corriere della Sera
27 05 2013

La richiesta di aiuto di una ragazza lesbica a Le cose cambiano: «Non voglio vivere una menzogna, ma mi preoccupo di quello che pensano gli altri»    
 
di Elena Tebano
 
Lucia* aspetta di andare via e iscriversi all’università per cominciare a vivere. Ha 19 anni e una consapevolezza che impressiona, eppure tutto quello che sa di sé non l’ha mai provato. «Sei la prima persona a cui ho detto che mi piacciono le ragazze», spiega al telefono dal paesino dell’estremo Sud in cui vive con i suoi genitori. «Per me è un enorme passo avanti», aggiunge. Il primo, da cui è scaturita anche la nostra telefonata, è stato scrivere a Le cose cambiano (il sito che raccoglie i video contro l’omofobia) per ringraziare del progetto:
    «Mi ha incoraggiata a pensare che ci può essere un futuro di felicità rispetto alla mia vita sentimentale».

Oggi nessuna delle persone che la conoscono, nessuna delle persone che incontra ogni giorno in carne e ossa sa cosa le fa battere davvero il cuore: né i compagni di scuola, né i familiari, né la sua migliora amica. Nessuno. La sua storia mostra quello che succede ogni giorno, tra il silenzio o il troppo rumore degli adulti, a tanti ragazzini gay e lesbiche che crescono nelle province d’Italia, da Nord a Sud. Ce ne sono uno o due in ogni classe di scuola, se si considerano le statistiche secondo cui è omosessuale tra il 5 e il 10% della popolazione.
Spesso se ne parla solo quando succede qualche fatto efferato: suicidi o aggressioni. Nella vita di Lucia, invece, non ci sono tragedie: studia, va d’accordo con i suoi, è una ragazzina assennata. Eppure sperimenta quotidianamente un’altra forma di violenza, una cappa di silenzio che rende più difficile ciò che riconosciamo come il sacrosanto diritto di ogni adolescente: andare incontro a se stesso.

«A 15 anni ho iniziato a provare delle cose che non sapevo cosa fossero. Mi sembrava di essere sola al mondo: l’unica a sentirmi così. Non ne ho mai parlato a nessuno. E non ho mai baciato nessuno», racconta.«Ho trascorso tutta l’adolescenza fingendo di non interessarmi all’amore. In realtà intorno ai 17 anni ho provato dei sentimenti veri verso un’amica. Ma non glielo ho mai detto: sono sicura che non ricambierebbe».
Mentre la su vita “reale” si srotolava quasi senza di lei, Lucia ha cercato risposte altrove. Una, inaspettata, è arrivata dalla tv, grazie a una serie americana che si chiama Glee e va in onda anche in Italia. Racconta le vicende di un coro scolastico in cui si rifugiano tutti i ragazzini di una scuola superiore che per qualche motivo escono dalla “norma”. Uno dei personaggi, Santana, è una cheerleader bella e aggressiva, che considera un punto d’onore sparare cattiverie contro gli altri. «C’è una puntata in cui Santana fa coming out con la nonna e le spiega di aver passato un sacco di tempo a sentirsi arrabbiata con tutti, perché non riusciva ad ammettere il vero motivo della sua rabbia: provava delle cose per un’altra ragazza. È anche la mia storia: ho passato l’adolescenza a tenere il muso», ammette Lucia.

Nel telefilm manca il lieto fine: la nonna reagisce malissimo. Nella realtà Lucia non ha mai detto niente in famiglia. «Penso che i miei non capirebbero. Di fronte ai loro amici sostengono che per loro non ci sono problemi. Ma quando rimaniamo tra le quattro mura, sento che i commenti non sono per niente positivi. A casa abbiamo sempre ascoltato Tiziano Ferro. Poi nel 2010 ha fatto coming out e ora quando passa il video fanno la battuta: “ah il finocchietto”». Parole dette con leggerezza, magari per abitudine, ma sulla pelle di Lucia rimangono incise a fuoco.
Le parole non sono mai neutre: lei fa fatica anche a pronunciarle. In tutta la telefonata dice “gay” e “lesbica” solo una volta. E suona come un marchio: «Mi spaventa. È come se, quando tu dici di essere gay o lesbica, sia l’unica cosa che arriva. Ho paura che passino in secondo piano i vari aspetti del carattere: io sono molto più di chi mi piace». È lo stesso motivo, afferma, per cui non si è mai rivolta a un’associazione lgbt: «Mi fa strano riunirsi solo perché si è omosessuali. Un po’ come gli alcolisti anonimi». Allora si è messa a cercare su Internet, «che è più impersonale», in base ai suoi interessi: ha chiesto consigli a un sito lesbico che si occupa di tv e musica e poi ha contattato Le cose cambiano.

A una domanda però non ha trovato ancora risposta, e vorrebbe chiederlo a chi la rassicura dai video: «Tutti quelli che fanno coming out dicono che l’importante è accettare se stessi. Io vorrei poterlo dire apertamente: vivere in una continua bugia non mi piace per niente. E quando sono sola, la maggior pare del tempo sono assolutamente convinta di quello che sono. Ma il problema è dirlo agli altri, perché ho molta paura del loro giudizio. Come si fa a non pensare a quello che diranno gli altri?».
Una risposta importante a Lucia e ai ragazzi più giovani di lei, l’hanno data il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e quella della Camera Laura Boldrini nella giornata contro l’omofobia. Non può essere l’unica. Sta a tutti noi continuare a  ripetere nelle parole e nei fatti che non c’è niente di male a essere gay e lesbiche. Che sono quelli che li giudicano ad avere torto. Che amare non è mai sbagliato.

Storia di ordinario bullismo

  • Lunedì, 08 Aprile 2013 12:43 ,
  • Pubblicato in Flash news
Vita da streghe
08 04 2013

Ieri, mentre aspettiamo che ci facciano il conto, assistiamo a una scena indegna. Due uomini seduti al bancone di un noto locale della nostra città attendono che il titolare del ristorante ultimi il loro take away.

Bevono birra e iniziano a fare battute a sfondo sessuale alla cameriera che in palese disagio sorride comunque ai clienti.
Dopo aver preso di mira la giovane cameriera passano a insultare, perché questo hanno fatto, il titolare del ristorante.

Lo deridono perché non parla bene l'italiano e il disgustoso siparietto si conclude con questa frase a cui per fortuna il titolare non risponde con indifferenza ma palese fastidio: "Guardalo com'è delicato ad arrotolare il riso... come un culattone arrotola. Ridi culattone, ridi".

Ecco, questa è una breve storia di ordinario razzismo, maschilismo e omofobia nel nord Italia.
Perché le tre cose sono tre facce della stessa ignoranza e vanno combattute insieme. Personalmente diffido sempre di chi ne sottovaluta una rispetto all'altra.

Il rito dell'innocenza

  • Giovedì, 04 Aprile 2013 08:20 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lipperatura
04 04 2013

Ieri sera, leggendo della polemica che contrappone Selvaggia Lucarelli (per questo articolo) al foltissimo (predominante su Twitter, anzi) gruppo di giovanissime (in maggioranza ragazze) fan di Justin Bieber e One Direction, mi sono venute in mente molte cose che vanno al di là dell’episodio in questione.
Per esempio, mi sono tornati in mente altri casi che hanno visto le adolescenti farsi carnefici di altre. E’ successo su Twitter a ottobre ed è successo di nuovo nelle prime settimane del 2013: nella classifica delle discussioni più seguite sul social network entrano due hashtag, prima #letroiedellamiacittà e poi, in gennaio, #letroiedellamiascuola. Centoquaranta caratteri di pura rabbia, spesso con annesse fotografie della coetanea presa di mira: già, perché la discussione è stata, in tutti i due casi, ad altissima partecipazione femminile e minorenne (il secondo hashtag, quello sulle troie scolastiche, è stato lanciato da una ragazzina di terza media). Qualche esempio? “Le troie della mia scuola si fanno le foto quando nevica mezze nude. si siete trasgry”. Oppure: “cambiano foto trenta volte al giorno solo per avere più mi piace”, “si fanno foto bimbominkiose cn la sigaretta in mano e l’iphone5 anke se nn fumano x metterle su fb e avere i mi piace”, “non capiscono che la didascalia delle foto non serve x citare frasi poetiche che giustifichino le loro tette di fuori”, “si fanno mille foto agli occhi pubblicandole poi su facebook e scrivendo ‘ho degli occhi bruttissimi”, “si fanno le foto in pantaloncini corti e pancia scoperta quando fuori ci sono i pinguini”.
Troia è anche Flora, diciassette anni, massacrata di insulti su Twitter per aver vinto un biglietto gratis per un concerto. Era novembre, quando, se ricordate, Flora vinse tre biglietti omaggio per partecipare al concerto degli One Direction, a New York. Alla notizia della vincita, i tweet furono di questo tenore: “Devi morire”. “Fai un aerosol con il gas”. “Lavati con la benzina e asciugati con l’accendino”. A gennaio 2013, una quattordicenne di Pescara viene prescelta da Justin Bieber per salire sul palco: anche qui, il massacro. “Ti vorrei buttare giù dalle scale”. “Ti prenderei a sprangate”. La ragazza disattiva i suoi account. “L’abbiamo fatta cancellare da Facebook, siamo grandi”, esultano. Quando la storia diviene pubblica, uno dei tweet sarà: “CHE BELLO REGA’ TUTTE IN CARCERE MINORILE INSIEME! DISTANZA, VINCIAMO ANCORA NOI. SOFFOCO”.

Che sta succedendo? E perché le ragazzine stesse denunciano che chi è fan di Belieber o One Direction viene a sua volta insultato e aggredito? E dove? Nella vita reale o sui social? Perché nella vita reale gli scontri fra giovanissime fan ci sono sempre stati, almeno a partire dagli anni Sessanta, e sono stati decisamente violenti. Ma qui il punto è un altro: i social, appunto, dove, per dirla con il vecchio Yeats del “Secondo Avvento”, Le cose si dissociano, il centro non può reggere E la pura anarchia si rovescia sul mondo, La torbida marea del sangue dilaga, e in ogni dove Annega il rito dell’innocenza. Cosa succede quando non la scuola, non i genitori, ma gli adulti che sono sugli stessi social network e di cui di certo le loro figlie e sorelle minori occhieggeranno qualche parola, si comportano peggio di loro? Su un blog, ho trovato il commento di una delle ex bambine etichettate come “troie” su Twitter, solo perché “un anno fa ho accettato l’invito x un cinema….. La storia dura ancora lei era una mia amica lei ha la mia età”, e che dice amaramente: “In rete dovrebbero starci le persone mentalmente elastiche e intelligenti ( non parlo di studi) forse dovremmo dire educate…”.

Ma forse non è neanche questione di educazione. E’ che la rete così come è concepita attualmente vive di fiammate rapidissime di haters e di altrettanto veloce e apparente risoluzione dei contrasti. Megafono e insieme tritatutto: finisce una polemica, avanti un’altra. Il punto è che tutto questo è permanente: una vecchia fan di Simon Le Bon o, prima ancora, di Mal dei Primitives, potrà sorridere di se stessa e dell’incomprensione di cui si sentiva rabbiosamente oggetto, o delle ferocissime invidie verso altre fan. Oggi se lo ritrova scritto, nero su bianco (e rischia di ritrovarselo davanti per un bel pezzo, e che qualcuno glielo ricordi quando sarà un’adulta) e rivomitato dalle trasmissioni televisive del pomeriggio e di nuovo rivomitato sui social, in un atroce ouroboros.
Dunque? Dunque questo è un punto molto serio su cui indagare. Intanto, vi posto un brano del già molto citato Nell’acquario di Facebook, del collettivo Ippolita, che non mi stanco di consigliare.

“La diffusione capillare dei social network comporta dinamiche di esclusione che abbiamo già sperimentato con il boom dei telefoni cellulari. Se non hai un account su Facebook, non sei parte di una minoranza e basta: più semplicemente e radicalmente, non esisti, diventa difficile rimanere in contatto con gli altri. Tanto più se non si hanno relazioni precedenti al magico mondo dei social network, ad esempio per ragioni anagrafiche: gli adolescenti subiscono una pressione sociale più forte ad adottare in maniera esclusiva questo genere di strumenti. Fortunatamente sono spesso molto più smaliziati e competenti degli adulti nel gestirli, perché sono nati e cresciuti in un mondo digitalmente interconnesso, di cui conoscono luci e ombre per esperienza personale. Sfortunatamente, nel complesso non hanno alcuna memoria storica e ritengono erroneamente di essere completamente diversi dalle generazioni che li hanno preceduti, con problemi totalmente nuovi e strumenti completamente innovativi per gestirli e risolverli. Ma forse essere ridicolizzati sul proprio muro di Facebook non è così diverso dalle prese in giro che si verificano in qualsiasi gruppo di adolescenti a tutte le latitudini in tutti i tempi. Le questioni sociali sono innanzitutto questioni umane, di relazioni fra esseri umani, inseriti ciascuno nel proprio ambiente. Nonostante la pellicola luccicante degli schermi tattili, la civiltà 2.0 è molto simile a tutte le civiltà precedenti, perché gli esseri umani continuano a ricercare l’attenzione dei loro simili, ad aver bisogno di nutrirsi, di dormire, di intrattenere relazioni amicali, di dare un senso al mondo di cui fanno parte; continuano a innamorarsi e a deludersi, a sognare e a sperare, a ingannarsi e a derubarsi, a farsi del male e a uccidersi. In una parola, gli esseri umani devono fare i conti con la coscienza della finitezza del proprio essere nel tempo (l’incomprensibilità della morte) e nello spazio (lo scandalo dell’esistenza degli altri, di un mondo esterno), anche nell’era dei social network digitali. Ma come vedremo è davvero arduo mettere in pratica politiche adeguate nell’epoca della distrattenzione globale, in cui tutti sono talmente indaffarati a chattare, scattare, postare, messaggiare, twittare da non aver più tempo e nemmeno le capacità per coltivare relazioni significative.

Ad ogni modo, nonostante il corpo e il linguaggio rimangano i limiti condivisi dell’esperienza umana, una parte preponderante del mondo adulto tende ad abdicare a qualsiasi ruolo di comprensione e guida all’utilizzo consapevole delle tecnologie digitali. Forse intimorite dalla sensazione di non essere all’altezza, dal giovanilismo rampante di società gestite da vecchi rifatti, molte persone rifiutano di sporcarsi le mani con le tecnologie digitali, soprattutto con quelle a maggiore implicazione sociale, rinchiudendosi in una sorta di scoraggiato «io non ci capisco nulla» che sconfina spesso nel luddismo di chi proprio non vuol sentir parlare di internet e dintorni. Questa percezione di assoluta novità è corroborata dalla nefasta categoria dei tecnoentusiasti, in questo caso fautori dell’internet-centrismo per cui ogni cosa è destinata a passare da internet, dalle relazioni interpersonali agli acquisti, dalla politica locale a quella internazionale, dalla salute alla formazione. L’internet 2.0 sarebbe la realizzazione online di un mondo perfettamente democratico, in cui ogni netizen (net citizen, cittadino della rete) contribuisce al benessere comune, innanzitutto in quanto consumatore”.

Come sapete, non è così.

 

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