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Corriere della Sera
08 02 2013

Ospitiamo Cristina Obber, autrice di Non lo faccio più, La violenza di genere raccontata da chi la subisce e da chi la infligge. Il libro è uscito in autunno e, nel frattempo, è diventato un sito, o meglio un luogo dove raccontare di violenza, di relazioni, di paure e d’amore. E un progetto con i ragazzi delle scuole superiori. Nato come «momento di ribellione all’impotenza» di Cristina, sta diventando un progetto di formazione al futuro.

Ho visto più di mille studenti negli ultimi mesi. I giovani non sono un’entità omogenea, come non lo siamo noi adulti, come non lo sono le famiglie da cui provengono. Il microfono gira, parlano loro.

La partecipazione è molto attiva ed escono domande e considerazioni che rivelano interesse e un modo di approcciarsi alla vita tutt’altro che passivo. Si percepisce che gli stereotipi di genere regolano molte delle loro relazioni, ma anche che fremono per liberarsene. Si sentono cose che odorano di muffa rifiorita, cose che per chi come me era ragazza negli anni ’80 sembrano uscite dai documentari che Pasolini girava sulle spiagge di un’Italia in bianco e nero.

Le ragazze si sentono addosso il dito puntato se hanno più relazioni brevi anziché un rapporto duraturo, soffrono del fatto che al maschio invece la virilità venga riconosciuta proprio attraverso una libertà sessuale a loro negata.

Alcune dicono che nella coppia ci si adatta a fare quello che vuole lui, dalle piccole alle grandi cose. E prevale quella che Lea Melandri definisce la “missione salvifica delle donne”. Un gruppo di ragazze, sollecitate da un’ipotesi di violenza da parte del proprio ragazzo, mi hanno detto che non lo lascerebbero, che cercherebbero di capire perché l’ha fatto, che “L’amore non se ne va all’improvviso!”.

Fa male sentire giovani donne che sembrano rassegnate a soffrire, ad avere pazienza, a cercare di prendersi cura di un compagno come di un figlio, ma rincuora che nel contempo siano esse stesse ad essere critiche su questo ruolo che indossano come un abito, non vissuto ma subito. Hanno bisogno di credere che le cose possano cambiare.

Anche i maschi sembrano ingabbiati in ruoli da recitare, in ansia per avere una ragazza, anzi, per poter dire di averla, in difficoltà a gestire la rabbia, a misurare i confini dell’altro e del corpo dell’altro.

Alcuni sembrano pronti a rapporti costruttivi, ad assumersi e godere anche un ruolo di cura nella propria vita, ma in altri si percepiscono fragilità profonde e un’inconsapevolezza preoccupante su cosa sia la sessualità, vissuta come azione dovuta, come “Una cosa che si fa”, anziché come occasione di scoperta di sé e dell’altro.

In un istituto tecnico Alessio Miceli (ass. Maschile Plurale) ha letto una pagina del libro in cui Marco racconta di come e perché ha fatto violenza su una ragazza di 15 anni. Ha chiesto ai ragazzi di cercare parti di sé in quella visione del corpo delle donne, un corpo senza testa e senza parola. Di dimenticare le cose buone da dire e di guardarsi dentro. Un ragazzo ha detto che nel gruppo è difficile tirarsi indietro, anche in una cosa orribile come lo stupro, che “Sai che è sbagliata, che fa schifo, ma in gruppo potresti fare qualsiasi cosa”. Perché “Se non hai un carattere forte non riesci a tirarti indietro”.

Si apprezza la sincerità, ma spaventa questa accettazione della possibilità di agire una violenza così cruenta. E’ un “Può accadere” che va demolito con urgenza!

In un liceo due ragazzi mi hanno detto che se una ragazza accetta di essere accompagnata a casa e poi non ci sta, “E’un inganno”. E se mi inganni “Non ti puoi lamentare se ti insulto”, perché te lo meriti, perché “E’ logico!”, perché è così che si fa. Perché si scopa per divertirsi, “Mica siamo sposati che c’è l’amore”, “Mica puoi farti sempre e solo le canne”!

Come se la ragazza che si sottrae al copione passaggio=scopare fosse il carnefice, che ti tenta e poi ti toglie il boccone di bocca. Fa inorridire, ma chi ha trasmesso loro questo copione?

C’è anche chi rovescia questa immagine disarmante:

In un istituto commerciale stavamo parlando del piacere sessuale che nella violenza di genere ha origine nell’esercizio del potere sulla vittima e che viene meno nello scambio denaro-sesso con una prostituta. “Non è vero!, ha esclamato un ragazzo cercando il microfono, e ha proseguito spiegando che l’80 per cento delle prostitute è vittima di stupro prima di essere inserita nel circuito dello sfruttamento e che dunque andare con una prostituta significa rendersi complici della violenza cui è sottoposta”.

Sarà un caso che in quella scuola alcune insegnanti si occupino da anni di violenza di genere? Forse no. Forse nella scuola si dovrebbero affrontare queste discussioni non su iniziativa di qualche singolo insegnante ma istituendo percorsi di studi che permettano ai ragazzi di acquisire conoscenza e consapevolezza di sé.

Ho letto che il padre di Francesco Tuccia ha dichiarato “Ancora mi chiedo perché tutto questo è accaduto a mio figlio”. Avrebbe dovuto dire “Ancora mi chiedo come mio figlio possa aver fatto accadere tutto questo”. Cercare di comprendere il sentire maschile non significa ribaltare le responsabilità né confonderle. Quegli anni che aspettano Francesco in carcere gli dovranno servire per ricominciare dal suo agito ad interrogarsi e ricostruirsi, non a chiedersi di chi è la colpa, perché la colpa di quella violenza è sua. Mi auguro che in questo percorso i suoi genitori sappiano accompagnarlo.

E con loro le istituzioni, che sulla rieducazione dei soggetti violenti devono intervenire, per non restituirci gli uomini dal carcere come da un freezer, semplicemente intatti o peggio, incattiviti, con le donne e col mondo che li ha rinchiusi. I progetti rieducativi ci sono, manca la volontà della politica di assumersi le proprie responsabilità.

Nelle scuole si respira la sfiducia nelle istituzioni. Nelle forze dell’ordine, nella giustizia, sono gli stessi ragazzi ad invocare pene più severe. Chiedono perché chi compie reati non venga punito. Una ragazza di 18 anni, parlando di femminicidio, mi ha detto

“Se hai un ragazzo violento devi cercare di sopportare e farlo staccare piano piano perché lo stato non c’è, perchè se denunci -con i tempi della giustizia- quello si incazza e fa in tempo a farti chissàcchè!”.

I ragazzi dicono “Lo Stato ci sta togliendo tutto, il lavoro, la scuola, la giustizia!”. Quando parliamo di informazione, media, quando sveliamo cifre e modalità della violenza, si sentono ingannati, e hanno ragione. Grazie ai media (che poco approfondiscono ma che invece con l’utilizzo di terminologie inappropriate cementificano gli stereotipi di genere anche nelle notizie di stupro e femminicidio) la loro percezione dello stupro è molto lontana dalla realtà. Per la maggior parte di loro i casi di stupro sono pochi e per lo più ad opera di stranieri.

I giovani hanno bisogno di onestà!

In una scuola una ragazza mi ha chiesto: “Ma ormai che possiamo fare?” Ho risposto che devono e dobbiamo abolire la parola ORMAI dal vocabolario. Che ORMAI rappresenta l’alibi/fregatura per rimanere immobili, per non riconoscere in se stessi il dovere/potere di fare la propria parte sia nel proprio privato che a scuola, in fabbrica, in ufficio. E da subito. Propongo sempre la parola NONOSTANTE, presa a prestito dal libro di Mario Calabresi Cosa tiene accese le stelle. E questa sostituzione attribuisce responsabilità e restituisce speranza.

I giovani sono pronti. Dobbiamo solo dare spazio al loro impulso di liberazione. Dare loro fiducia, non solo a parole. Ci sono ragazzi e ragazze che hanno preso consapevolezza della loro possibilità e della loro capacità di farsi soggetti attivi nel cambiamento. Dobbiamo affidarci a loro.

Come Beatrice Serini, 22 anni (dell’associazione Non è colpa di Pandora), che mi accompagna nelle scuole milanesi. In un liceo, dove le studentesse ci hanno invitato ad un’assemblea autogestita, mentre Beatrice leggeva la storia di Veronica, in quella palestra affollata, tutti seduta a terra, c’era un silenzio assoluto; e mentre Beatrice/Veronica spiegava perché non ha denunciato la violenza, perché si sentiva in colpa, perché vorrebbe oggi prendere per mano quella ragazza confusa e sola che era e farsi visitare, avevo i brividi anche io.

Negli incontri in Veneto ci saranno con me Alberto Irone, 21 anni e Anna Azzalin, 20, della Rete Studenti medi del Veneto (che con l’UDI Padova, Venezia e Verona hanno promosso la campagna “Femminicidio: mettici la faccia”). Sono giovani che parlano ai giovani, di relazioni, di lavoro e di futuro. La consapevolezza significa possibilità di scelta. Solo con la discussione i ragazzi possono dare non solo un nome alle cose che ascoltano dall’esterno, ma anche a ciò che incontrano nei propri pensieri, ai propri sentimenti e alle proprie emozioni.

Sentirli parlare di questo tra loro, maschi e femmine insieme, è bellissimo.

Insulti allo studente gay Il liceo: lo difendiamo noi

  • Mercoledì, 06 Febbraio 2013 09:33 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA

La Repubblica
06 02 2013

La scritta sul muro del liceo è stata subito cancellata, la rabbia e la solidarietà restano. Tutta la scuola si è stretta attorno a P., il quindicenne del liceo Tacito, contro il quale nella notte tra domenica e lunedì è apparsa una croce celtica e due parole assurde: "Frocio dimettiti".
Lui, moro, occhi nocciola, piercing sotto al labbro, rappresentante al Consiglio di istituto eletto con più di 300 voti, omosessuale e vicino a SeL, ha reagito con ironia.

Foto della scritta pubblicata su facebook e spiegazione tagliente: "Mi hanno dedicato un murales, sono quasi contento!". E poi: "Non riescono neanche a farmi soffrire. Fosse per me gli darei poca importanza ma c'è chi paga con la vita stessa, non posso chiudere un occhio".
Sotto il post sono subito arrivate centinaia di adesioni e decine di commenti dei suoi compagni di classe: c'è chi se la prende con i fascisti, chi urla vergogna, chi si indigna e chi ribadisce la propria stima e il proprio affetto per P.

"Un ragazzo come tutti, amatissimo in classe e nell'istituto. Eletto rappresentante a maggioranza, il più votato tra i quattro che siedono in consiglio. Qualche studente di destra c'è ma P. non ha mai subito aggressioni o minacce" dicono in coro gli insegnanti e la preside Giuliana Mori, riuniti ieri in Collegio docenti e di nuovo oggi in Consiglio di istituto per discutere del caso.

Le telecamere sulla facciata hanno ripreso tutto ma, spiega la dirigente scolastica, "i filmati che abbiamo visionato sono scuri, non si vede nulla". Poi aggiunge: "È un fatto gravissimo, un attacco alle rappresentanze democratiche giovanili, oltre che al ragazzo. Con il bullismo non c'entra nulla, da noi c'è un clima disteso e aperto. Penso sia opera di esterni, le lotte tra scuole purtroppo esistono e anche episodi simili come le aggressioni e gli insulti che hanno colpito il Manara o il Giulio Cesare. Non so se le elezioni fomentino le violenze, ma Prati è piena di celtiche e svastiche che andrebbero rimosse".

Non è la prima croce nera sui muri del Tacito: altre scritte, oggi rimosse, portano la firma di organizzazioni di estrema destra con sede in Prati.
Anche Arduino Maiuri e Andrea Basini, professori del Tacito, difendono la scuola: "Teniamo corsi sull'omosessualità nel mondo antico e abbiamo un bel rapporto con i ragazzi. Quest'atto deprecabile e odioso non c'entra nulla col nostro liceo". E di P. la preside Mori aggiunge: "Ha reagito benissimo, ha una bella famiglia alle spalle, ma quella scritta va oltre, il messaggio che vuole trasmettere è che i gay non devono stare nelle istituzioni, gravissimo".


Lo studente, che si nasconde dietro il nome del pilota Fernando Alonso, chiede aiuto su Internet: "Un prof mi ha ritirato il cellulare e se l'è tenuto, posso denunciarlo?". Risposta pronta di Woody: "Sì: E' Furto!!! Potresti registrare una conversazione, lo porti a dire che te lo ridarà quando vuole lui!!! Fallo, avrai il coltello dalla parte del manico!!! Odiosi prof!!!". ...
Corriere della Sera
24 01 2013

La giovane aveva subito mesi di vessazioni e minacce, poi le botte: i genitori hanno sporto denuncia contro tre ex amiche.

FIRENZE - Mesi di vessazioni, minacce e alla fine le botte: un pestaggio messo in atto da tre ragazzine contro una rivale, una tredicenne che frequenta una scuola media del Pisano, tratta in salvo dall'intervento di un adulto, un genitore che era andato a prendere i figli a scuola e ha assistito alla scena, che l'ha sottratta alla furia delle ex amiche, due coetanee e una ragazza quindicenne. Sul fatto indaga la polizia dopo la querela sporta dai genitori della vittima.
Secondo quanto ricostruito dalla madre della ragazzina picchiata, la spedizione punitiva delle altre tre sarebbe stata organizzata per vendetta, dopo che una di loro nei mesi scorsi le aveva detto: «Mi hai rubato il fidanzato».

Da allora per la tredicenne sarebbe iniziato il calvario, a scuola e fuori. Minacce, soprusi di ogni genere. Fino al pestaggio di lunedì scorso all'uscita da scuola. Le tre attendono la «rivale», le strappano il telefono cellulare con il quale inviano un sms a sua madre per dirle di non andarla a prendere. È una trappola: la tredicenne viene trascinata in un parcheggio vicino, scaraventata a terra e presa a calci e pugni. Si accorge di tutto il padre di un alunno che interviene e mette fine al pestaggio. La vittima si fa medicare al pronto soccorso e i genitori sporgono denuncia: «In ospedale - racconta la mamma - mi hanno perfino detto di non farlo per non rischiare ulteriori ritorsioni contro di lei, ma ora voglio giustizia. Anche dalla scuola».

Cresce il bullismo contro le ragazze “immorali”

  • Mercoledì, 16 Gennaio 2013 11:31 ,
  • Pubblicato in Flash news

Un altro genere di comunicazione
16 01 2013

Qualche settimana fa vola dal balcone Carolina, quindicenne vittima di bullismo da parte di alcuni coetanei che le avevano appiccicato l’etichetta della ragazza “facile”. Su Twitter è iniziato un tam tam di utenti “forcaioli” che se la sono scagliata contro i bulli, invocando la pena di morte e torture medievali. A distanza di pochi giorni impazza su Twitter un hashtag, #letroiedellamiascuola, rivolto alle proprie compagne, lasciandosi alle spalle la morte di Carolina. L’hashtag è al primo posto sulle ricerche.

Quante di noi hanno ricevuto questo epiteto? non c’è donna al mondo che non ha ricevuto questo insulto nel corso della sua vita. Ma gli atteggiamenti misogini in rete sono in crescita e fin qui nessun dubbio. Ma per essere considerate delle troie in Italia cosa è sufficiente fare o essere?

Non solo avere troppe esperienze sessuali o precoci, ma: vestirsi in abiti succinti, truccarsi troppo, mettere maglie trasparenti, baciare o abbracciare i propri coetanei, non filarsi di striscio un ragazzo, essere corteggiata da tutti e addirittura indossare leggins e “pantaloni da militari e ora la mia scuola sembra diventata un esercito” o “avere la risata simile ad un orgasmo” o “indossare il perizoma” e perfino “avere un fidanzatino”.

Ma non è la prima volta. Mesi fa su Twitter tra vari hashtag sulla crisi economica c’era quello delle #letroiedellamiacittà. Insomma, i costumi delle ragazze sono importanti quando il tema della crisi economica, tra i problemi più ardui, distruttivi e pericolosi del nostro Paese.

A “linciare” i propri bersagli sono ragazze ma anche maschi compiaciuti del comportamento sessista delle loro coetanee. Ragazzi/e che trovano normali i modelli televisivi che le vengono imposti ma si scandalizzano quando le loro compagne vengono influenzate mettendoli in pratica. Adolescenti che crescono in un sistema dove da una parte il corpo femminile è strumento mediatico, modello che viene spacciato per liberazione sessuale, quando poi la considerazione verso la sessualità femminile è la stessa di secoli fa.

Allora, noi continuiamo a ribadire che le veline non hanno liberato le donne (anzi ora ancora peggio visto che sono pure vestite), ma hanno rafforzato la dicotomia che divide da sempre le donne in sante e prostitute, rafforzando l’idea che la donna è corpo ma non desiderio e che della sessualità devono appropriarsene solo gli uomini.

Come diceva Lorella, viviamo in sistema contraddittorio, bipolare, e l’esempio è dato proprio da questa tv che è fucina di messaggi simili contornati di stereotipi sessisti vecchi e nuovi che si sovrappongono e convivono assieme malgrado la loro eterna contraddizione, allo stesso modo di come convivono le vecchie ideologie con le nuove tecnologie. Perché è frequente vedere la valletta in perizoma o minigonna che desidera arrivare vergine all’altare o accusare quelle che escono con tanti ragazzi “perchè finché lo fa un uomo di uscire con tante donne, questo è sempre bene. Quando lo fa una donna, si chiama in un altro modo“.
E i ragazzini crescono con questi messaggi, questa è l’unica educazione sessuale che viene insegnata ai ragazzi, che poi non riescono più a porsi domande se questo è o meno una costruzione sociale della sessualità umana o a chiedersi che c’è di male se una donna è libera di vestire come vuole o se è libera di frequentare chi vuole. A chi fa male una ragazza che indossa i leggins, minigonne, abiti succinti che sono all’ultima moda? Sta violando la libertà di qualcuno? E se una ragazza cambia ragazzo ogni giorno fa del male a qualcuno?

E’ facile vedere una correlazione tra questo e il fenomeno in crescita del femminicidio. Perché una ragazza che molla un ragazzo per un altro non sta bene, questo lo pensa anche chi è pronto ad ucciderla. Non manca infatti chi implora di trucidare tutte quelle che cambiano un ragazzo al giorno o chi posta una foto un pò svestita a gennaio. La misoginia è in crescita non ci sono dubbi, indipendentemente dal fenomeno amplificatorio dei social network. Ce lo ricordano i dati del femminicidio, ogni giorno; ma anche degli stupri, che rischiano pure di essere legittimati e giustificati quando è in voga la generalizzazione del “son tutte troie“.
Domenica, mentre su Twitter si diffondeva l’hashtag, è stata stuprata, a Milano, una studentessa con una violenza inaudita che riversava sul pavimento tramortita, con i vestiti strappati e sanguinante. Ma all’opinione pubblica scandalizza invece un atteggiamento troppo libertino delle coetanee che se fatto con il consenso dell’altro non lede la libertà e la dignità di nessuno. Ricordiamoci che questi atteggiamenti aumentano quando aumenta la legittimazione, quando la colpa viene scaricata sulla vittima ritenuta come una “facile” che “se l’è cercata“.

Ecco che ne emerge una condizione femminile più simile a quella dell’Africa subsahariana, dove le donne devono essere criticate; se non vogliono essere criticate e molestate, allora i genitori provvedano a “proteggerle”, come? impedendole di uscire vestite in quel modo! Così scrive un articolo sulla sezione “Donna” del sito Leonardo, uno di quelli dove l’essere donna è collegato ai temi della bellezza, maternità e cucina.

E stupisce vedere che la stessa autrice che scrive: “Mia madre se non mettevo la maglietta della salute sotto la camicia e il maglione di lana non mi faceva uscire di casa, altro che fare la gnocca nel corridoio della scuola. E i padri? Il mio era geloso neanche fossi l’unica ragazzina presente sulla faccia della terra, possibile che questi non abbiano il desiderio di proteggere le loro figlie da critiche maschili e facili sfottò testosteronici?[...] io proporrei di ritornare alle sane “mazze e panelle” genitoriali” poi pubblica un articolo dedicato a Miss Bum Bum chiappe al vento con parole simili “Gli uomini restano a bocca aperta per cotanta grazia, le donne per invidia o sdegno[...]E scatenatevi ora uomini se dico che, fossi in voi, sinceramente, un deretano così non lo apprezzerei! In ogni caso vi faccio un regalo: godetevela…”.

Insomma, le donne sono invitate alla moralità, gli uomini possono godersi le chiappe. Donne disorientate da una parte dalla società che le vuole sexy e belle, e dall’altra parte da una società che chiede a loro più pudicizia per “proteggersi” dalle critiche, come se fossero colpa loro. Ed è proprio dai media che i ragazzi apprendono questo comportamento. Ed è proprio quando ti accorgi di essere immersa in questa contraddizione che ti rendi conto di vivere in una gabbia a doppie sbarre. E che dire di quelli che ancora credono che sei il diavolo se mostri il tuo seno in piazza? Perche’ ribadiamolo: il nostro paese ha un grosso problema con le donne! Ma il problema non sono solo gli uomini. Le donne italiane? troppo sottomesse! Ho seguito con costanza le Femen e le loro manifestazioni, ma in nessun paese sono state picchiate da donne. Forse il nostro paese ha un problema maggiore: sono le donne ad essere le prime nemiche di se’ stesse, per questo motivo fatichiamo a liberarci. E siamo in ritardo rispetto al resto dell’occidente ( e non solo)?

Ci vuole educazione sessuale e relazionale nelle scuole italiane. E’ questo il vuoto che si sente. Perchè:

- Dare della troia significa ignorare che il sesso si fa in due e sappiamo che è pericolosissimo perché significa che c’è gente che non prende in considerazione che il sesso dev’essere consensuale, quindi a mio parere è un’ implicita legittimazione dello stupro;
- Dare della troia rima con “castrazione” sessuale;
- Perché anche le donne hanno delle voglie sessuali;
- Perché l’asessualità non fa più donne;
-Perchè bisogna smettere di temere la femminilità;
- Perchè bisogna riconoscere che a momenti ci sembra di vivere in Arabia Saudita;
- Perchè assomigliate a quelli che accoppano le compagne perché vestite “troppo occidentali”;
- Perchè state insegnando alle vostre figlie ad introiettare il peggior sessismo;
- Perché bisogna dire basta al bullismo ma anche basta al sessismo!

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