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I progetti dei Comuni per mandare a casa rom e sinti

romUno dei tanti luoghi comuni che circondano i rom vuole che questa minoranza si ostini a vivere nei campi rifiutando la sola idea di trasferirsi in una casa come tutti. Luogo comune da mesi alimentato insieme ad altri da una propaganda razzista.
Carlo Lania, Il Manifesto ...

L'incontro mancato tra italiani e rom

Internazionale
05 06 2015

Le discussioni seguite all’uccisione il 27 maggio della signora Corazon Abordo da parte di pirati della strada di etnia rom hanno risollevato in noi interrogativi che risalgono al periodo – ormai due anni fa – in cui abbiamo girato il documentario Container 158 nel “villaggio attrezzato” di via di Salone a Roma.

Abbiamo trascorso circa dieci mesi in quel campo, concepito dalla giunta di Walter Veltroni e aperto ufficialmente nel 2009 da quella di Gianni Alemanno con il nome che oggi suona grottesco di “villaggio dell’accoglienza e della solidarietà”. Mentre realizzavamo il film, cercavamo di capire l’universo mentale delle persone con cui lavoravamo, cosa pensassero della propria vita, quali fossero le loro aspirazioni e dove s’immaginavano di lì a dieci anni.

Abbiamo lavorato molto con i bambini e con gli adolescenti che, come i loro coetanei italiani, avevano desideri per lo più consumistici – una macchina, un motorino e poi soldi, tanti soldi. Anche i loro modelli di riferimento erano quelli dei giovani medi italiani, le veline varie e i tronisti delle trasmissioni Mediaset che divoravano da mattina a sera.

Ma c’era una frustrazione in più. Sembravano tutti in preda a una profonda crisi identitaria. Non si riconoscevano nel modello di vita dei loro genitori e dei loro nonni, che erano quasi tutti venuti in Italia durante la guerra nella ex Jugoslavia, avevano decine di figli e in molti casi vivevano ai margini della società. Né si riconoscevano nel vissuto dei loro coetanei, dei loro compagni di classe con cui di fatto non avevano rapporti. Il loro italiano era basilare, in molti casi meno che scolastico, nonostante fossero nati e cresciuti qui, perché tra loro parlavano “il zingaro”, come loro stessi chiamano la lingua romanes, e perché la loro socialità si esauriva all’interno del campo.

Un giorno abbiamo fatto un esperimento. Abbiamo chiesto a tutti i ragazzi con cui lavoravamo: “Tu chi sei, come ti definiresti?”. Molti hanno risposto: “Io sono zingaro”. “Che vuol dire essere zingaro?”. “Vuol dire non essere italiano”.

L’essere rom – o essere “zingaro” – diventava una specie di identità che si affermava nella negazione, nel non essere un’altra cosa. Era una fierezza identitaria che si misurava nella distanza da coloro da cui si sentivano rifiutati – che poi eravamo noi, i gadjé, gli italiani. Il rapporto con loro è ruotato per tutti i mesi che abbiamo trascorso al campo intorno a questa persistente dicotomia: noi e voi, gli zingari e gli italiani. A volte noi eravamo la porta d’accesso per il mondo degli altri. Ci chiedevano di andare in quei posti che normalmente erano loro preclusi: il centro commerciale Roma Est, il cinema, il mare. Ma sembravano visite in un mondo che li intrigava in quanto stranieri, più che incursioni in aree della città dove erano nati e cresciuti.

Un muro invalicabile

Tanto è rimasta inscalfibile questa dicotomia che, alla fine del film, non siamo riusciti a mantenere un rapporto reale con quelli che avevano lavorato con noi, nonostante abitino a meno di 15 chilometri dalle nostre case e nonostante tutte le belle giornate e nottate che avevamo passato insieme. Il rammarico per non essere riusciti ad abbattere questo muro ci ha spinto a più riprese a porci delle domande.

Come mai non si era creato quel rapporto di progressivo avvicinamento che è la base dell’amicizia? Come mai si erano mantenute le distanze? Eravamo stati noi incapaci – o forse non interessati – a creare un vero rapporto al di là dell’obiettivo del film? O il fallimento era il frutto di una sorta di strutturale diversità dei rom e dell’ancestrale diffidenza che loro hanno verso il mondo esterno?

La risposta non è univoca, ma crediamo sia da misurarsi proprio nel significato di “mondo esterno”. Finché i rom sono considerati al di fuori della nostra società – e al di fuori di essa sono anche spinti, con politiche dissennate come la creazione dei “villaggi attrezzati” – continueranno a vivere questo spaesamento identitario, che li porterà ad affermarsi in negativo. Il potere pubblico dovrebbe anticipare e influenzare gli sviluppi della società che governa invece di inseguire i suoi riflessi più gretti.

Per questo pensiamo che, se un giorno verranno superati i campi come oggi promette la giunta Marino a Roma, sarà più facile in futuro costruire ponti e uscire dal vicolo cieco del noi-voi, italiani-zingari, che oggi sembra la cifra essenziale intorno alla quale si costruisce e si struttura – da entrambe le parti – ogni discorso intorno ai rom.

Stefano Liberti, giornalista
Enrico Parenti, regista

Salvini e i rom: più che ruspe, informazione

  • Venerdì, 29 Maggio 2015 11:30 ,
  • Pubblicato in Flash news

Associazione 21 Luglio
29 05 2015

La tragedia di due giorni fa nella Capitale – un gravissimo fatto di cronaca trasformato in una campagna d’odio anti-rom – ha dato il la al leader della Lega Nord Matteo Salvini per avventarsi su quanto accaduto e reiterare, a pochi giorni dal voto regionale, la sua personale crociata a base di discorsi d’odio (hate speech) nei confronti dei rom e sinti in Italia.

Una campagna, che ha come effetto quello di soffiare sul fuoco dell’ostilità e dell’intolleranza verso tali comunità, partita già lo scorso dicembre, quando Salvini presentò la lista “Noi con Salvini” in vista della campagna elettorale per le elezioni regionali 2015.

Abbiamo analizzato i discorsi di Salvini, individuandone le tesi principali (vedi sotto). Ne emerge un quadro di frasi, slogan propagandistici e retorica stigmatizzante che amplifica e replica stereotipi e pregiudizi negativi, sfociando nel rischio concreto di una graduale sedimentazione ed escalation dell’antiziganismo, il sentimento d’odio verso rom e sinti.

Gli effetti di una tale diffusione e di un tale grado di accettazione dell’antiziganismo sono vari, ma si possono riassumere in tre principali ripercussioni:

Ripercussioni materiali, in termini di trattamenti o atteggiamenti discriminatori, sulla vita quotidiana di rom e sinti, in particolare nella sfera dell’impiego e dell’abitare;

Un graduale innalzamento della soglia di accettazione nei confronti di discorsi e retoriche apertamente ed esplicitamente penalizzanti e stigmatizzanti, con il rischio di facilitare occasionali derive violente;

Un enorme ostacolo per l’applicazione di politiche effettivamente inclusive rivolte a rom e sinti, dovuto al fatto che un’elevata diffusione di sentimenti antizigani funge da enorme fattore deterrente per l’attuazione di politiche di inclusione sociale da parte delle amministrazioni locali.

Per contrastare il fenomeno dell’hate speech, occorrerebbe anzitutto un cambiamento culturale che coinvolga l’insieme della società: dai politici agli insegnanti, ai professionisti dell’informazione fino all’insieme dell’opinione pubblica. Per facilitare tale processo, sono più che mai necessari strumenti dissuasivi efficaci per arginare tali derive del discorso politico, di cui tuttavia il nostro Paese non dispone in maniera sufficiente rendendosi così terreno fertile per la diffusione dell’hate speech e ritardando il momento in cui l’utilizzo della retorica dell’odio nelle sue diverse declinazioni smetterà di essere proficua e comporterà anzi un caro prezzo da pagare, ad esempio in termini di isolamento politico.

«Gli Stati parte devono dedicare la dovuta attenzione a tutte le manifestazioni di discorsi d’odio di stampo razzista e adottare misure efficaci per combatterli», si legge nella Raccomandazione Generale sui discorsi d’odio diffusa a fine 2013 dal Comitato delle Nazioni Unite per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale (CERD).

Di fronte alla valanga di dichiarazioni rilasciate negli ultimi mesi, settimane e giorni dal leader leghista Matteo Salvini, di fronte alla constatazione della scarsità di strumenti, in Italia, per mettere un argine ai discorsi d’odio, di fronte alle ricadute devastanti che tali discorsi hanno sulle vite di rom e sinti e sulla percezione pubblica nei loro confronti, il rischio, per chi vorrebbe un’Italia libera da discriminazioni e pregiudizi, è di lasciarsi travolgere dal senso di rassegnazione e dalla constatazione del vanificarsi dei propri sforzi. Si verrebbe così tentati dall’alzare bandiera bianca, non provare più a scardinare stereotipi e luoghi comuni, restare in silenzio.

Eppure sappiamo bene che non possiamo, e mai potremo farlo, perché quella dei diritti umani è una sfida che si gioca e che si vince a poco a poco, un tassello dopo l’altro. Per questo la nostra Associazione – insieme, ne siamo certi, a tutti gli uomini e le donne in Italia che condividono le nostre preoccupazioni e la nostra sfida – continuerà a denunciare e a raccontare fatti e storie nell’intento di decostruire gli stereotipi negativi e i pregiudizi diffusi nei confronti di rom e sinti. Quell’onda antizigana che Matteo Salvini ha cavalcato pur di guadagnarsi il consenso elettorale. Sulla pelle dei rom.

MATTEO SALVINI E LA RETORICA ANTI – ROM

Non vogliono lavorare e integrarsi

Salvini: “Ma i rom rubano tutti?” “Troppi. Ce ne saranno 3 che lavorano non so 5… su 180 mila che sono in Italia” (15 aprile 2015, Matrix, Canale 5).

Oggi nel nostro Paese, sono circa 35 mila i rom e i sinti che vivono nei cosiddetti “campi rom”, 1 su 5 del totale dei circa 170-180 mila rom e sinti presenti in Italia. Tutti gli altri vivono in regolari abitazioni, studiano, lavorano e conducono una vita come quella di ogni altro cittadino, italiano o straniero, residente sul territorio nazionale. Le loro storie, purtroppo, sono poco conosciute, sia perché molto spesso i media prediligono dare spazio a notizie dove rom e sinti sono protagonisti in negativo, sia perché i rom e sinti che conducono una vita “normale” preferiscono restare “mimetizzati” e non rivelare la propria identità.

I “campi rom” non sono pertanto i luoghi dove queste persone vorrebbero vivere “per cultura”, bensì il posto che le istituzioni hanno individuato per relegarvi, su base etnica, tali comunità. Si tratta di luoghi di marginalizzazione, dove le persone sono di fatto escluse dal tessuto sociale, e che certamente favoriscono anche fenomeni di devianza e criminalità. Questi luoghi, creati e gestiti dalle istituzioni, costano diversi milioni di euro alle casse pubbliche. Nella Capitale, nel solo 2013, per mantenere in vita il “sistema campi” sono stati spesi 24 milioni di euro: un ingente flusso di denaro affidato senza bando pubblico, in maniera diretta, a enti e cooperative per la sola gestione dei “campi”, mentre quasi nulla è stato destinato all’inclusione sociale delle persone e alla prospettiva di una loro fuoriuscita da questi luoghi. Un sistema nel quale è potuta infiltrarsi anche la Mafia Capitale.

Hanno troppi privilegi. Prima gli italiani

Salvini: “Non esiste che ci siano migliaia di queste persone a cui gli italiani pagano luce, acqua, e gas. Non esiste che non paghino l’Imu” (8 aprile 2015, Otto e Mezzo, La7).

“Ci sono tanti toscani magari alluvionati che dicono anch’io vorrei avere una casa per 15 persone con l’affitto pagato e vorrei campare senza fare una mazza dalla mattina alla sera” (1 dicembre 2014, Piazza Pulita, La7).

Vivere in un “campo rom” non è un privilegio; al contrario, è una condanna. Significa subire quotidianamente violazioni dei propri diritti umani, dal diritto all’alloggio al diritto all’istruzione, dal diritto alla salute al diritto al gioco, sino al diritto alla famiglia. I “campi nomadi”, rappresentano da anni un’anomalia tutta italiana (il nostro Paese è l’unico in Europa dove esistono “campi per soli rom” istituzionali) e buona parte di essi rientra nella definizione di “baraccopoli” adottata dalla agenzia delle Nazioni Unite UN Habitat.

Sono spesso delimitati da recinzioni e sistemi di videosorveglianza e di controllo degli ingressi; in molti casi sono collocati al di fuori del tessuto urbano e distanti dai servizi primari, come scuole, ospedali e supermercati; sono spesso caratterizzati da condizioni igienico-sanitarie critiche, sono sovraffollati e si compongono di unità abitative prive di spazi adeguati. Il “campo rom”, inoltre, si configura come luogo discriminatorio su base etnica, in quanto riservato esclusivamente a persone di “etnia rom”. Per altre categorie di persone in emergenza abitativa nel nostro Paese, infatti, il “campo” rom non è contemplato tra le soluzioni per rispondere alle loro esigenze.

Quanto al “prima gli italiani”, infine, non è da dimenticare che oltre la metà dei rom e dei sinti presenti in Italia sono cittadini italiani, cui si aggiunge una consistente fetta di persone nate e cresciute in Italia, ma prive della cittadinanza italiana, che non hanno neanche mai visitato il Paese di origine dei genitori e che non ne conoscono la lingua.

Hanno solo diritti, diritti. E niente doveri

Salvini: “Mi domando perché quando parlo di rom ci sono sempre diritti, diritti, diritti e i doveri arrivano in sedicesima fila” (1 dicembre 2014, Piazza Pulita, La7).

Quando si parla di diritti dei rom si fa riferimento ai loro diritti umani, quei diritti cioè sanciti per primi dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, che appartengono a ogni persona al mondo in quanto, appunto, essere umano. I diritti umani dei rom in Italia sono costantemente violati, in particolare, dalla “politica dei campi” che il nostro Paese continua ad attuare nei loro confronti.

Le condizioni al di sotto degli standard che si registrano nei “campi rom” hanno del resto attirato l’attenzione e le condanne da parte di numerosi enti di monitoraggio internazionali ed europei e organizzazioni per la tutela dei diritti umani, dal Comitato per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale delle Nazioni Unite al Consiglio d’Europa, dal Comitato Europeo dei Diritti Sociali alla Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza. Solo pochi mesi fa, per esempio, la Commissione Europea ha richiesto all’Italia informazioni sulle condizioni abitative dei rom nel nostro Paese, paventando l’ipotesi dell’apertura di una procedura d’infrazione: «Dispositivi di alloggio di questo tipo risultano limitare gravemente i diritti fondamentali degli interessati, isolandoli completamente dal mondo circostante e privandoli di adeguate possibilità di occupazione e istruzione», si legge nella lettera della Commissione.

Sfruttano i bambini e non li mandano a scuola

Salvini: “Il diritto umano viene violato da queste persone che sfruttano i bambini e non li mandano a scuola e li usano per accattonare e per fare altro”  (22 aprile 2015, Il Fatto Quotidiano).

Sono la segregazione abitativa, l’esclusione sociale e la discriminazione, anche istituzionale, ad avere conseguenze devastanti sulla condizione di vita dei minori rom. Un minore rom che nel nostro Paese vive in un insediamento formale o informale, esposto a situazioni potenzialmente nocive per la salute, avrà una aspettativa di vita mediamente più bassa di circa 10 anni rispetto al resto della popolazione e avrà un alto rischio di contrarre le cosiddette “patologie da ghetto”, come ansie, fobie e disturbi del sonno e dell’attenzione.

La precarietà e l’inadeguatezza dell’alloggio, inoltre, hanno evidenti conseguenze sul percorso scolastico: in 1 caso su 5 un minore rom in emergenza abitativa non inizierà mai il percorso scolastico e avrà probabilità prossime alle 0 di accedere ad un percorso universitario. Le sue possibilità di poter frequentare le scuole superiori non supereranno l’1%, mentre da maggiorenne avrà 7 possibilità su 10 di sentirsi discriminato a causa della propria etnia.

Salvini: “Perché i tribunali dei minorenni vanno a rompere le palle alle mamme e ai papà italiani se hanno qualche problema e non vanno a casa di questa gente” (10 aprile 2015, Mattino 5, Canale 5).

Secondo la ricerca “Mia madre era rom” dell’Associazione 21 luglio, che ha preso in considerazione i fascicoli relativi a minori rom affrontati dal Tribunale per i Minorenni di Roma tra il 2006 e il 2012, un minore rom, a Roma e nel Lazio, rispetto ad un suo coetaneo non rom, ha 60 volte la probabilità di essere segnalato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni e 50 volte la probabilità che per lui venga aperta una procedura di adottabilità. Di conseguenza, è il dato più emblematico, un bambino rom ha 40 volte la probabilità di essere adottato rispetto a un bambino non rom.

Ruspe nei campi rom. Sgomberarli tutti

Salvini: “Nella nostra Italia non c’è spazio per i campi rom. Nella nostra Italia noi mandiamo una letterina a questi signori dicendo fra tre mesi si sgombera. Organizzati. Fra tre mesi qua arrivano le ruspe. Organizzati. La casa la compri, la affitti, chiedi la casa popolare, fai il mutuo ma non puoi più campare alle spalle degli italiani. Fra tre mesi si sgombera, basta vai a fare il rom da qualche altra parte” (28 febbraio 2015, comizio a Piazza del Popolo, Roma)

È vero: nella nostra Italia non ci dovrebbe esser spazio per i “campi rom”. Per via delle ripetute violazioni dei diritti umani che essi comportano, come già descritto nei precedenti punti. I “campi”, dunque, andrebbero superati, come l’Italia si è del resto già impegnata a fare con il varo, nel febbraio 2012, della Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti. La soluzione per il superamento dei “campi”, tuttavia, non è la ruspa, come propone Matteo Salvini, anche perché terminata l’azione distruttiva delle ruspe uomini, donne e bambini non svanirebbero di certo nel nulla.

La soluzione per superare i “campi” e l’assistenzialismo inutile e inefficace risiede invece nel l’attuazione di efficaci percorsi di inclusione sociale volti a favorire la fuoriuscita da tali ghetti etnici di persone in emergenza abitativa. In questo modo, d’altra parte, si eviterebbe di continuare a utilizzare ingenti risorse pubbliche per mantenere in piedi il “sistema campi”, senza che un euro venga destinato all’inclusione sociale dei loro abitanti, ma investito nel reiterare un circolo vizioso di discriminazione, povertà e marginalizzazione.

Redattore Sociale
06 05 2015

ROMA - Sono dedicati a ospitare quasi esclusivamente persone Rom e sono privi dei requisiti minimi stabiliti dalla norma regionale n.41 del 2003che regolamenta l'apertura e il funzionamento di qualsiasi struttura di assistenza, consentendo entrate per oltre 7 milioni di euro alle cooperative sociali che - senza alcun bando - se ne sono aggiudicate la gestione dal 2009 in poi. Con il rapporto “Centri di Raccolta Spa” l'Associazione 21 Luglio denuncia il business delle strutture del Comune di Roma istituite per ospitare famiglie sgomberate da altri insediamenti ma che continuano a esistere anche anni dopo la situazione di “emergenza” che ne ha motivato la sistemazione precaria.

Con il rapporto l'associazione ha analizzato nel dettaglio la forma e l'entità delle spese destinate al mantenimento di queste strutture scoprendo che, nel solo 2014, per un totale di 242 famiglie, l'amministrazione capitolina ha speso 8.053.544 euro, ovvero oltre 33 mila euro per famiglia. Di questi fondi, il 90,6 per cento sono andati in attività di gestione delle strutture, il 4 per cento sono stati spesi per il mantenimento della sicurezza e solo il 5,4 per cento è andato a finanziare attività di scolarizzazione. Nulla, evidenzia il rapporto, è andato in programmi di inclusione finalizzati a emancipare le comunità ospiti dalla condizione di dipendenza e bisogno.


Dallo studio emerge come le cooperative affidatarie della gestione delle strutture abbiano avuto l'incarico attraverso affidamento diretto: il consorzio Casa della Solidarietà che ha ottenuto quasi la metà dei fondi (49,2 per cento) ovvero 3.960.667 euro. Il 32 per cento è andato alla cooperativa Inopera (2.579.091 euro), Domus Caritatis ha avuto il 7,1 per cento, ovvero 569.941 euro, Osa Mayor il 3,1 per cento (251.351 euro). Opera Nomadi l'1,8 per cento (144mila euro) per uno sportello sociale.

L'affidamento attraverso bandi pubblici appare limitato alle attività di scolarizzazione, gestite principalmente dall'associazione Casa dei Diritti Sociali che ha lo 0,7 per cento ovvero 57.787 euro e dalla cooperativa sociale Ermes con 50.258 euro (0,6 per cento). Parte delle spese per scolarizzazione vanno all'Atac per il trasporto: 43.815 euro, lo 0,5 per cento del totale. In generale la spesa del 2014 risulta aumentata del 29,8 per cento rispetto a 2013.
Le strutture analizzate, vengono chiamate dall'associazione 21 Luglio “centri di raccolta” in riferimento ai centri di raccolta profughi allestiti nel secondo dopoguerra per l'accoglienza dei profughi che abbandonarono la Venezia Giulia non più italiana e che, spiegano gli attivisti dell'organizzazione “dalle testimonianze raccolte vivevano in condizioni assai simili a quelle descritte dalle famiglie rom” presenti nelle nuove strutture del Comune di Roma.
In riferimento ad esse, e alla condizione di “trasparenza” e “mancanza di rivendicazione di diritti” che impongono alle famiglie rom ospitate, il presidente dell'associazione 21 Luglio Carlo Stasolla afferma nell'introduzione al rapporto: “Spazzare la polvere sotto il tappeto costa molto, ma nell'immediato rende di più agli amministratori”. 

Roma, un Eur poco eur…opeo

  • Martedì, 28 Aprile 2015 10:08 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere delle migrazioni
28 04 2015


Il quartiere dell’Eur, a Roma, fu progettato negli anni Trenta in previsione di un Expo. Il suo nome non ha nulla a che vedere con l’euro, la moneta che usiamo tutti i giorni, e nemmeno con l’Unione Europea: si tratta di un acronimo, che sta per “Esposizione Universale di Roma”, per l’appunto. Eppure, la tentazione di associare quella sigla ai cosiddetti “tecnocrati di Bruxelles”, o ai “tecnici di Strasburgo”, è forte. Soprattutto se gli amministratori del quartiere promuovono politiche in contrasto con gli indirizzi europei.

Proprio in questi giorni, infatti, il IX Municipio di Roma – l’ente che governa la zona Sud-Est della città, di cui fa parte anche l’Eur – ha cominciato ad attuare un Piano per la Sicurezza, tutto centrato su un obiettivo: sgomberare i venti campi «abusivi» della zona, abitati prevalentemente da rom romeni. E poiché la politica degli sgomberi è stata di recente criticata proprio da Strasburgo, il gioco di parole viene spontaneo: l’«Eur», a Roma, è assai poco «europeo». Almeno da questo punto di vista.

Sicurezza e “campi”
Ma partiamo dall’inizio. Tutto comincia, dicevamo, da un Piano per la Sicurezza di cui gli amministratori discutono da mesi. A dir la verità, la «sicurezza» avrebbe poco a che vedere con i rom, e lo stesso Andrea Santoro – Presidente del Municipio, nonché principale artefice del Piano – ha avuto modo di precisarlo. A una giornalista che gli chiedeva conto dei «timori dei residenti» per i furti di auto, Santoro ha spiegato che i responsabili non sono i rom. «Pensi», ha detto, «che nelle scorse settimane hanno arrestato persone che rubavano i cerchioni delle auto, ed erano romani al 100%».

Però, si sa, le parole le porta via il vento. E gli amministratori sono sensibili agli «umori» – veri, presunti o sopravvalutati – dei propri cittadini. Così, dato che parlare di ladri «romani al 100%» non porta voti (almeno così si pensa), il Presidente Santoro ha cambiato rapidamente registro. E nelle ultime settimane è tornato ad associare, con la consueta disinvoltura, la presenza dei campi rom alla «sicurezza dei residenti».

«Con la rimozione delle baracche e delle roulotte che abusivamente stazionano nel nostro Municipio», ha dichiarato Santoro all’Agenzia di Stampa Dire, «vogliamo dare una risposta concreta sulla sicurezza, che rappresenta una delle preoccupazioni più sentite dalla cittadinanza». Appunto.

Fuori i rom dall’Eur
Il piano prevede di smantellare i venti campi «abusivi» presenti nel IX Municipio. Le operazioni cominceranno con lo sgombero degli insediamenti di via Cina e di via Dodecaneso, per poi proseguire con le altre aree. Secondo quanto dicono gli stessi amministratori, il piano coinvolgerà 243 tra rom romeni e rom bulgari.

Che fine faranno queste persone? Interpellato sul punto, il Presidente del Municipio ha dichiarato al Corriere della Sera che «l’aspetto sociale dell’intera operazione è per noi molto importante: nel momento degli sgomberi sarà sempre presente anche il personale della Sala Operativa Sociale che offrirà assistenza alloggiativa a mamme e bambini e assistenza sanitaria ai malati».

Per chi conosce le modalità di conduzione degli sgomberi nella Capitale, quelle parole – «offriremo assistenza alloggiativa a mamme e bambini» – hanno un suono sinistro. Già, perché di solito, quando arrivano le ruspe in un campo, gli agenti della Polizia Municipale si premurano di proporre ai rom una «soluzione»: di solito si tratta di un’accoglienza temporanea – pochi giorni, a volte solo ventiquattro ore – riservata alle donne e ai bambini (ne abbiamo parlato in un nostro reportage). È una proposta umiliante, che costringe le famiglie a separarsi: quasi sempre, i rom la rifiutano (e c’è da capirli), e gli amministratori possono scaricare le responsabilità («sono stati loro a rifiutare…»). Un gioco crudele e senza senso.

È (anche) per questo che i gruppi di tutela dei diritti umani sono sul piede di guerra. «Seguiremo le operazioni», dice l’Associazione 21 Luglio, «ed esprimiamo profonda preoccupazione per le azioni annunciate, che potrebbero configurarsi come una violazione delle garanzie procedurali previste dalle Nazioni Unite». Staremo a vedere.

Sergio Bontempelli

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