In Italia la tortura è praticata. A testimoniarlo sono le storie di Patrizia Aldrovandi, Ilaria Cucchi, Domenica Ferulli e Lucia Uva protagoniste dell'incontro "8 marzo, la forza delle donne. I nostri uomini attendono giustizia", promosso dalla Tavola della Pace circolo Peppino Impastato. Insieme a loro Andrea Matricardi di Amnesty International e l'avvocato Fabio Anselmo legale di tutti questi casi ...
La 27esima ora
06 03 2013

Una voce dal gulag è finita sui blog russi per ricordarci che le due componenti del gruppo Pussy Riot sono lì nei campi dietro il filo spinato, in Mordovia e a Perm e non possono vedere i figlioletti nemmeno in occasione dei compleanni. Le temperature rigidissime (a Perm si sono toccati i 37° sotto zero), il lavoro obbligatorio, il regime carcerario che non è cambiato molto dai tempi dell’Urss non hanno piegato Nadia e Masha ma hanno portato alla luce il loro lato più tenero, che le ragazze avevano accuratamente nascosto durante il processo, quando sono state condannate a due anni di campo.

Nadezhda Tolokonnikova ha scritto alla figlioletta Gera che lunedì ha compiuto cinque anni,

    «dalla fortezza lontana, dietro gli alti muraglioni sormontati dal filo spinato». L’ex studentessa di filosofia racconta in altre lettere della gioia per «il bagno settimanale», e del senso di depressione per la neve che cade in continuazione e per l’assoluta mancanza di qualsiasi stimolo intellettuale nel campo di lavoro.

Non si sono piegate Nadia e Maria Alyokhina, madri di due bambini. Non si sono piegate nemmeno quando il «piano di lavoro» le ha costrette a ore e ore di lavoro (ben al di là delle 8 giornaliere) per realizzare tute da lavoro e guanti per le forze armate. Così i rapporti con Yekaterina Samutsevich che ha chiesto scusa ed è stata liberata, si sono guastati: «per me è come morta», ha scritto Nadia.

Lunedì il tribunale ha respinto la richiesta che era stata avanzata da Masha: un rinvio della pena fino a che il figlio non fosse un po’ più grande. Niente da fare, le ragazze rimangono dove sono, con la possibilità di incontrare i figli solo ogni due mesi.

Human Right Watch ha ricordato come il loro caso sia l’esempio più eclatante della repressione del dissenso politico. Ma il presidente Vladimir Putin pensa che invece non si sia fatto abbastanza e ieri si è appellato alla Procura generale: «Dovete prestare un’attenzione permanente alla lotta contro l’estremismo». Ed ha aggiunto preoccupato:

    «Vediamo che una serie di gruppuscoli radicali agiscono con insolenza e provocazione. Inscenano azioni pubbliche, diffondono idee criminali su Internet e arruolano apertamente sostenitori».

Fabrizio Dragosei

The Indipendent
05 03 2013

The number of children being held in detention for immigration purposes more than doubled in a month, the latest official figures have revealed.

Despite the coalition government claiming to have ended the detention of children of asylum-seekers, Home Office figures show that 31 were held under Immigration Act powers in December last year, compared with 14 in November.

Last year, the Deputy Prime Minister, Nick Clegg, announced that the Government was proud to have ended child detention, a Lib Dem manifesto promise, which soared under the Labour government. But the new figures, the latest that are available, cast doubt on the pledge.

The 31 in December include 12 aged under five, 11 aged between five and 11, six aged 12 to 16, and two aged 17. The majority were held at Cedars, which is classed as "pre-departure accommodation" near Gatwick Airport, while some were held at Tinsley House, an immigration removal centre near by. One child was held at Yarl's Wood, the controversial centre that was supposed to have been closed by this government.

Labour's immigration spokesman, Chris Bryant, said: "Nick Clegg simply isn't telling the truth when he says that child detention has ended. I don't know what he's trying to take credit for."

A Home Office spokesman said: "While we prefer families with no right to be here to leave voluntarily, and offer support to help them do this, it is sometimes necessary for families to stay in our pre-departure accommodation prior to removal. This is done as a last resort."

Palestinesi, morire sotto tortura in prigione

Il Fatto Quotidiano
27 02 2013

Arafat Jaradat, un giovane di 30 anni originario di un villaggio vicino a Hebron in Cisgiordania, è morto sabato in una prigione israeliana. Lascia una moglie in attesa e due figli di quattro e tre anni.

Jaradat era stato arrestato nella notte del 18 febbraio e sottoposto a interrogatorio dai servizi segreti dello Shin Bet nel centro di detenzione di Al-Jalame, prima di essere trasferito nella prigione di Megiddo in Israele. Secondo fonti israeliane era stato arrestato in quanto sospettato di essere coinvolto nel ferimento di un colono israeliano durante una protesta contro l’offensiva militare dello scorso novembre contro la striscia di Gaza.

La morte di Jaradat ha dato il via ad uno sciopero della fame di massa ed ha contribuito ad innalzare la tensione, già molto alta di questi giorni, e le proteste in corso contro l’occupazione israeliana.

Immediatamente è stata chiesta un’indagine internazionale su questa morte, su cui da subito è aleggiato pesante il sospetto di tortura. Come segnalato dall’organizzazione per i diritti umani Al Haq, i risultati dell’autopsia eseguita poche ore fa hanno tragicamente confermato tale sospetto.

Secondo fonti mediche palestinesi, il corpo di Jaradat mostra ferite e segni su diversi parti delle spalle, del torace, della schiena e del collo, tra cui lesioni muscolari che indicherebbero gravi torture. Diverse costole sono rotte e lesioni sono state riscontrate nel muscolo della mano destra.

Il ministro della difesa israeliano ha dichiarato che il detenuto sarebbe morto d’infarto e che le ferite e lesioni riscontrate sul corpo potrebbero essere dovute all’intervento di emergenza prestato in carcere nel tentativo di rianimarlo. I risultati dell’autopsia non sarebbero comunque sufficienti, per il portavoce israeliano, per determinare le cause della morte, ancora da accertare.In serata le autorità Palestinesi hanno sollecitato i medici, israeliani inclusi, che dovessero dubitare che Jaradat sia stato torturato a morte, a visitare il suo corpo presso l’ospedale Al-Ahli a Hebron.

La storia di Jaradat ricorda quella di tanti altri detenuti palestinesi. Secondo i dati pubblicati dal centro Addameer, che si occupa dei diritti dei detenuti Palestinesi, negli ultimi dieci anni vi sono state circa 700 denunce di torture nelle prigioni israeliane. Dal 1967 (anno d’inizio dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi) si contano 72 morti per torture e 53 morti per negligenze mediche nelle prigioni israeliane, nessuna delle quali è stata propriamente investigata. La morte di Jaradat è la seconda di quest’anno dovuta a maltrattamenti subiti in un centro di detenzione israeliano (Ashraf Abu Dra’ è morto il 21 gennaio poco dopo il suo rilascio, a causa delle condizioni della sua detenzione).

Il 6 settembre 1999 l’Alta Corte di giustizia israeliana ha formalmente vietato il ricorso a tecniche di tortura durante gli interrogatori, tuttavia lasciando la porta aperta a metodi di interrogatorio eufemisticamente denominati come “moderata pressione fisica” in caso “ necessità di difesa” ed in situazioni di emergenza (il c.d.“ticking bomb scenario”).

In pratica tuttavia i detenuti palestinesi sotto sottoposti frequentemente a diverse forme di tortura durante gli interrogatori tra cui: uso eccessivo di bende e manette; schiaffi e calci; privazione del sonno e isolamento; mancanza di cibo e acqua per lunghi periodi; divieto di accedere ai bagni o di lavarsi o cambiarsi i vestiti per giorni o settimane; esposizione ad estremo caldo o freddo; costrizione in posizioni innaturali, esposizione a grida e forti rumori.

L’avvocato di Jaradat, Kamil Sabbagh, ha dichiarato che il giovane si era lamentato ripetutamente di forti dolori alla schiena ed in altre parti del corpo dovuti ai prolungati interrogatori cui era sottoposto ogni giorno per diverse ore, nel corso dei quali veniva picchiato, costretto a mantenere posizioni innaturali e lasciato appeso. Nonostante ciò non era stato fatto visitare da alcun dottore: solo dopo la richiesta dell’avvocato all’udienza di giovedì scorso il giudice, contestualmente all’estensione della detenzione di Jaradat per ulteriori 12 giorni, aveva disposto che al detenuto venissero prestate le necessarie cure mediche. Due giorni dopo Jaradat era morto.

Seppur molto diversa per contesto, la storia di Jaradat ricorda anche vicende a noi ben più vicine, quale quella di Stefano Cucchi morto dopo una settimana di custodia cautelare al Regina Coeli. Sebbene non abbia confermato con certezza le cause delle ferite sul corpo del giovane, una recente perizia ha attribuito certamente la morte (per lo meno) al comportamento colpevole dei medici cui era affidato nel penitenziario romano.

Stefano Cucchi è stata la 148esima persona deceduta in un carcere italiano quell’anno: nel solo 2009 il numero dei decessi nelle nostre carceri ammontava 177, il che rappresenta un numero impressionante per un Paese civile e democratico. Le cause di moltissimi decessi – la maggior parte dei quali sono giovani – rimangono ancora da accertare.

Ogni caso di morte in carcere e presunte torture e maltrattamenti implica pesantissime e ineludibili responsabilità dello Stato e dei suoi rappresentanti, in uno Stato in guerra come Israele, e a maggior ragione in uno Stato che in guerra non è e che si fregia di essere civile e democratico, come l’Italia.

 

Experti: in scena i detenuti della casa di reclusione

  • Lunedì, 25 Febbraio 2013 15:41 ,
  • Pubblicato in Flash news
25 02 2013

A conclusione del laboratorio di Tam Teatrocarcere al Due Palazzi di Padova il debutto di “EXPERTI”: in scena i detenuti della casa di reclusione.

Ora lo spettacolo è in attesa di altri palcoscenici e il progetto di finanziamenti per poter continuare.

Padova, 25 febbraio 2013 – Ha esordito nei giorni scorsi all’auditorium della casa di reclusione di Padova lo spettacolo “Experti”, frutto del laboratorio teatrale di Tam Teatrocarcere che ha visto coinvolti dodici detenuti del Due Palazzi. In scena c’erano Belhassen, Giovanni, Abderrahim, Aioub, Abdallah, Ahmed, Luca, Temple, Mario, Pietro, Bruno e Mohamed: tutti attori per un giorno, ma ora – dopo gli ampi consensi raccolti e già i primi inviti – in attesa di calcare anche altri palcoscenici.

“Experti”, che prende spunto dalle suggestioni di “Relazione per un’accademia” di Franz Kafka, è ideato e diretto da Maria Cinzia Zanellato e Loris Contarini, con la collaborazione artistica di Benedicta Bertau e di Emanuela Donataccio. È un progetto di Tam Teatromusica, che vede il contributo della Regione Veneto e del Comune di Padova e la collaborazione con la casa di reclusione Due Palazzi di Padova. Ora l’attività è in attesa di conoscere la possibilità di un rinnovo di finanziamenti per potere continuare. 

Da due decenni ormai Tam Teatrocarcere lavora nell’istituto penitenziario, attività per cui ha ottenuto notevoli riconoscimenti. La compagnia padovana è tra i gruppi fondatori del Coordinamento nazionale Teatro Carcere e fa parte della rete europea “Edgenetwork” del Centro europeo Teatro carcere.

Il laboratorio rientra in un progetto più ampio e complessivo, che si pone come un percorso di integrazione culturale tra la città e il carcere e mira a creare una relazione tra la casa di reclusione e la realtà esterna attraverso diverse attività organizzate da Tam Teatrocarcere, tramite le quali negli anni si è costruito un network con attori istituzionali e sociali del territorio: oltre al laboratorio teatrale multiculturale con i detenuti, iniziative per gli studenti grazie alla ormai consolidata collaborazione con l’Università, incontri con artisti impegnati sul piano civile e sociale,…

Il racconto kafkiano a cui si ispira lo spettacolo è legato al tema della metamorfosi, ma in questo caso non è un uomo a trasformarsi in scarafaggio bensì uno scimpanzé, catturato in una spedizione di caccia. Nella condizione di prigionia può scegliere una via di uscita tra lo zoo o il varietà: opta per questo secondo, perché la popolarità gli appare come la forma di accettazione sociale sul palcoscenico del mondo, anche se non di libertà. La trasformazione da animale a uomo di successo costituisce quindi l’impegno per la presunta salvezza. La fama raggiunta gli permette di essere invitato da un’università, dove tiene un discorso nel quale descrive con metodo empirico la propria “experienza”.

Nello spettacolo, gli “Experti” sono i detenuti stessi, che hanno arricchito con testi propri e improvvisazioni il contenuto del racconto. Carichi delle loro esperienze di vita “sul campo” – al centro l’unicità dell’esperienza umana e la loro condizione estrema di detenzione -, si cimentano in una vera e propria “relazione accademica”, quindi un monologo, utilizzando gli strumenti più efficaci in loro possesso e che più conoscono: i corpi, le azioni e le parole.

Ufficio stampa TAM Teatromusica: IKON Comunicazione - Marta Giacometti
tel 049/8764542 - cell. 338/6719974 e 338/6983321 - email
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