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Huffintonpost
01 01 2013

Quando ho chiesto a mio padre perché fa questo lavoro mi ha risposto che "è una scelta". Lo ha detto senza esitare come se "la scelta" fosse fra orzo e caffè, o fra un film d'azione e una commedia romantica. Ci siamo seduti nella mia cameretta, la stessa di quand'ero ragazzino, e abbiamo parlato del suo lavoro: insegnare inglese al carcere.
Mio padre si trova nella sezione "Adriatico", dedicata ai crimini sessuali, ai femminicidi e alle violenze. Ha "scelto" lui di stare lì, in una classe che prima non esisteva. "Ci hanno chiesto chi voleva andare, ed io ho detto di sì" per una scuola creata ad hoc in alternativa ad un metodo riabilitativo che "dovrebbe" esistere "anche se non è così".
Mi ha fatto leggere le lettere che i suoi detenuti gli hanno scritto, iniziano tutte con "caro maestro" o "professò", sono quelle che tiene nel cassetto del comodino, nelle buste gialle e con le grafie incerte. R., che ha ucciso sua moglie e ha bruciato la sua casa con dentro la figlia più piccola, gli dedica un lunghissimo flusso di coscienza. "Li voglio molto bene professò e ricambio la mia educazione nei loro confronti perché o capito che la scuola e molto importante" non mette un punto, non si ferma mai. D., che ha violentato le nipoti in una casa di campagna, scrive che "non è stato lui" che è "lì per errore e per le lingue invidiose degli altri".
 
"Fanno sempre questo tentativo molto maldestro di convincermi della loro innocenza". La parola chiave è innocenza: da altre parti, fra spacciatori, assassini e rapinatori, quasi non c'è vergogna della colpevolezza. Qui, fra maestri di scuola che hanno molestato bambini e stupratori, c'è la gara a chi urla più forte sono innocente. "Perdono tempo a dirmi che non sono stati loro, ma non capiscono che per me non farebbe molta differenza sapere se sono colpevoli sul serio, oppure no". Eppure a convincerlo ci tengono molto. "Se riescono a convincere me, è come se riuscissero a convincere anche loro stessi. Non è sempre facile ammettere di aver commesso un crimine così grave, soprattutto agli occhi degli altri, di chi sta fuori. Del resto, per cose ben più sciocche, lo facciamo anche noi nella vita di tutti i giorni: neghiamo".
Neghiamo. Come il maestro S. nega di aver toccato le sue bambine. Si trova lì, a pochi metri da mio padre, a tradurre i testi delle canzoni di Eric Clapton o di Michael Jackson, a parlare dell'Inter. "Ci vuole umiltà, umiltà nel capire quando dentro di te sta per prendere il sopravvento il tuo lato umano e personale sulla tua parte educativa, e non è facile". Ecco che cosa si prova a divedere l'aula, a scrivere alla lavagna per loro, per i suoi "alunni" del quinto anno, che quest'anno faranno anche la maturità.
Per papà, che non si arrende, bisogna credere: "bisogna credere nella riabilitazione. Il carcere nasce come struttura riabilitativa, ma è diventato un albergo. Resti, sconti, forse ne esci vivo, forse no". Come F., che a vederlo non lo diresti mai da quanto ha la faccia di un bravo ragazzo, pulito e bello, che ha cercato di uccidersi due volte, che in aula diceva: "non m'età chier'r nient professò, nun c'ha facc" anche quando mio padre lo faceva chiamare dai secondini.

Mio padre è anche lo psicologo del quartiere. Ogni giorno dal suo ufficio, uno scantinato con la stufa elettrica e le zanzare anche d'inverno, passano decine e decine di vittime. Sono vittime delle stesse violenze che hanno commesso i detenuti "Adriatico", quella della quinta superiore del "lato pari". Di giorno in classe con i carnefici, di pomeriggio a colloquio con le vittime. Non è difficile tornare ad insegnare I am, you are dopo aver visto e aver visto e aver letto negli occhi e aver passato un fazzoletto a chi vive nelle conseguenze di questi crimini?
"E' una sfida personale, forse a volte anche una po' la presunzione di voler entrare nelle loro storie, entrare per lasciare qualcosa: un'impronta educativa". Una traccia, un seme, un pensiero. Qualcosa che possano ritrovare una volta usciti. Qualcosa che cerchi di ripararli. "Da noi un po' se lo aspettano, di essere aggiustati. Cerchiamo di riparare ai danni delle scuole precedenti, e a quelli della loro vita. Il crimine è anche un po' ignoranza. Molti mi dicono se avessi saputo, se avessi letto, se avessi studiato, forse non sarei qui".
Si mettono i voti nella scuola in carcere, un bel 6 se riesci a ricopiare senza errori tutto il testo di una canzone di James Blunt, che è uno dei preferiti di papà. Ma il giudizio, quello vero, è unanime sia fuori che dentro ed è implacabile. Viene dai colleghi, dalle istituzioni, da noi civili e dagli stessi detenuti, che a volte lo dicono anche al professò: "per quelli come noi bisogna buttare la chiave". Ma papà ha le idee chiare: "Io dico no, dico che la chiave non si può buttare". E se lo dice papà...
Asca
27 12 2012

''Nonostante le riforme fatte e gli sviluppi del piano carceri ancora molto rimane da fare sulle misure alternative alla detenzione e sul finanziamento del lavoro in carcere''. Lo scrive il ministro della Giustizia, Paola Severino, in un intervento sul quotidiano ''Il Messaggero'' dal titolo ''Questo Natale nell'umanita' dolente delle carceri'' in cui racconta due incontri avuti con gli agenti di Polizia penitenziaria e con le detenute e i detenuti di Regina Coelia e Rebibbia, durante le vacanze di Natale.

Il ministro parla dei due progetti che ancora non sono stati realizzati: ''Due interventi - dice - che finalmente vedrebbero il carcere come 'extrema ratio' e che consentirebbero un vero reinserimento sociale, con bassissima recidiva, ma che sono naufragati per irragionevoli contrapposizioni politiche e per logiche di spartizione di fondi che nulla hanno a che vedere con una equa distribuzione di pubbliche risorse''.

Il Guardasigilli parla della realta' carceraria, un mondo di ''eroi silenziosi'' che si occupano dei detenuti anche durante le feste natalizie rilevando che i problemi del carcere e del sovraffollamento '' attengono alla dignita' dell'uomo e potranno veramente essere affrontati e risolti solo attraverso una condivisa consapevolezza''.

Animabella
21 12 2012

Pannella ci riprova. Approfittando del clima pre-elettorale tenta di gettare sul terreno del dibattito politico e parlamentare un tema scomodissimo per la classe politica. A modo suo, quella di Pannella è una modalità di comunicazione efficacissima, perché i politici e i mass media, non potendo ignorare che il leader radicale si sta letteralmente lasciando morire, sono costretti perlomeno ad accennare (approfondire sarebbe chiedere troppo) a una delle questioni cruciali per la civiltà di questo paese: il modo in cui vengono trattati i detenuti nelle nostre carceri. Pannella, come spesso in passato, spiazza, obbliga a inserire anche controvoglia tra una notizia e l'altra del tg un passaggio sul suo stato di salute e, con esso, un accenno alle ragioni della sua protesta non violenta.

Argomento letteralmente "osceno", quello della condizione delle nostre carceri, che mette molto in imbarazzo i nostri politicanti, tanto abituati a intrattenerci con le loro sottili strategie di alleanze o a indottrinarci sullo spread, molto meno a confrontarsi faccia a faccia con una condizione letteralmente inumana e degradante, che nulla ha a che fare con la dimensione della pena, sia nel suo aspetto retributivo (hai sbagliato, paghi) sia - a maggior ragione - in quello rieducativo, centrale in uno Stato democratico (Costituzione docet).
E, ammettiamolo, quello della condizione delle carceri è un tema osceno, che mette in imbarazzo non solo i politici ma un po' tutti noi persone "perbene", che con il carcere pensiamo che non avremo mai a che fare perché, d'accordo, dovremmo trattarli meglio questi detenuti, però... però, tutto sommato questi per finire in carcere qualcosa avranno pure fatto e in fondo in fondo questo trattamento se lo meritano.

E invece quando si parla di carcere e delle condizioni in cui vivono i detenuti andrebbe posto un rawlsiano "velo d'ignoranza" sulle ragioni per le quali quelle persone sono finite lì dentro. Gli sbagli, gli errori, i crimini di cui si sono macchiati i detenuti (peraltro non tutti, visto che quasi la metà dei detenuti è in attesa di giudizio definitivo, e 14 mila addirittura in attesa del primo grado) non hanno nulla a che vedere con le condizioni in cui sono condannati a scontare la loro pena.

Il ricorso al carcere andrebbe anzitutto drasticamente ridotto, depenalizzando tutti quei reati per i quali oggi si finisce in carcere (talvolta anche solo per pochi giorni) ma i cui autori non rappresentano un "pericolo" fisico per gli altri (basti pensare alla legge Bossi-Fini sull'immigrazione clandestina o alla Fini-Giovanardi sulle droghe). Una volta che il carcere sia divenuto una pena residuale, bisognerebbe trattare i detenuti con il massimo del riguardo: quello a cui sono condannati è la privazione della libertà, che mi pare già essere pena piuttosto gravosa senza la necessità di aggiungerci delle vere e proprie "pene accessorie" che però nessun giudice ha inflitto.

"Pena - diceva Aldo Moro rivolgendosi ai suoi studenti - non è la passionale e smodata vendetta dei privati, è la risposta calibrata dell'ordinamento giuridico e quindi ha tutta la misura propria degli interventi del potere sociale che non possono abbandonarsi ad istinti di reazione e di vendetta"1.

Buone feste.

1 - Citato in Il delitto della pena, a cura di Franco Corleone e Andrea Pugiotto, Ediesse 2012, p. 136.
Sedute sui tappeti le donne si ammassano lungo una striscia di ombra, tra sporte piene di vestiti e viveri: è giorno di colloqui. Nulla divide le visitatrici dalle carcerate.
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Pasquale Cafiero sapeva "quanto è bell'ò cafè" e "che pure 'n carcere 'o sanno fa'". Con "Don Raffaè" Fabrizio De Andrè sanciva quel piacere racchiuso in una tazza, in una giornata dietro le sbarre.
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